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Salvatore Rondello

In arrivo in cdm il ‘decretone’ per Genova

genova ponte

Venerdì prossimo arriverà nel Consiglio dei ministri il ‘decretone’ per Genova. Il ministro delle infrastrutture e trasporti Danilo Toninelli, in audizione alla commissione Ambiente della Camera, ha annunciato che venerdì prossimo arriverà al Consiglio dei Ministri il ‘decretone’ per Genova precisando che si tratta di un decreto ‘molto importante’ che conterrà ‘un aiuto alle famiglie in tema di mutui e un aiuto alle imprese con agevolazioni fiscali’. Un aiuto alle famiglie offerto dalla società Autostrade, pari a mezzo miliardo di euro, è stato rifiutato dal Governo ed il vicepremier Di Maio disse che ‘non si potevano accettare elemosine’ (l’elemosina corrispondeva a circa 800 mila euro pro capite per i genovesi sfrattati).

Il ministro Toninelli ha spiegato: “Nel decreto non ci sarà solo la parte su Genova, ma anche interventi sulla manutenzione e una parte relativa ai sensori.

Nel decreto per Genova, la ricostruzione del Ponte sarà il primo obiettivo. Partendo dalle regole attuali del Codice degli Appalti, sulla base dell’eccezionalità, potremo affidare direttamente a una società pubblica, pensiamo a Fincantieri, l’appalto per la ricostruzione del Ponte. Sulle concessioni autostradali, intendo dare un segnale di svolta ben preciso:  d’ora in avanti tutti i concessionari saranno vincolati a reinvestire buona parte degli utili nell’ammodernamento delle infrastrutture  che hanno ricevuto in concessione, dovranno rispettare in modo più stringente gli obblighi di manutenzione a loro carico e, più in generale, dovranno comprendere che l’infrastruttura non è una rendita finanziaria, ma un bene pubblico che il Paese. Sul Mose oggi si assiste ad una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato (concessionario Consorzio Venezia Nuova). Inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione”.

Il ministo Toninelli ha anche aggiunto: “Siamo al lavoro, abbiamo lavorato anche stanotte al decreto, che ho definito ‘decretone’, molto importante per far ripartire immediatamente Genova  oltre all’attività per la messa in sicurezza delle opere infrastrutturali. I lavori di ricostruzione del ponte non possono essere affidati ed eseguiti da chi giuridicamente aveva la responsabilità a non farlo crollare. Consentire ad Autostrade per l’Italia di ricostruire il ponte  sarebbe una follia  e sarebbe irrispettoso nei confronti dei familiari delle vittime del crollo del Morandi”. Poi il ministro ha evidenziato: “Su questo il governo è compatto. Inoltre, sulla ricostruzione del ponte deve esserci il progetto, il sigillo dello Stato. E la ricostruzione va affidata a un soggetto a prevalente o totale partecipazione pubblica dotato di adeguate capacità tecniche”. Toninelli ha anche annunciato: “ Nei prossimi giorni convocherò tutti i concessionari delle infrastrutture chiedendo un programma dettagliato degli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione, con specifica quantificazione delle risorse destinate a realizzare un programma di riammodernamento delle infrastrutture. E’ indifferibile l’esigenza di intervenire su un sistema malato che non ha giustificazione né corrispondenza negli altri Paesi europei. In un’ottica di revisione degli schemi di convenzione risulta altrettanto necessario ristabilire un rapporto fisiologico tra concedente e concessionario anche attraverso l’adozione di misure punitive nei confronti delle società nel caso di ricorsi manifestamente strumentali”.

In realtà, il giorno precedente, il governatore della Liguria, ospite del forum Ambrosetti a Cernobbio, ha lanciato un messaggio imperativo: “Chiediamo al governo di varare subito il decreto per ricostruire il ponte per consentirci di metterci subito al lavoro non appena arriva il dissequestro della Procura”. Un provvedimento che per il governatore deve limitarsi a prevedere la deroga al Codice degli appalti per consentire immediatamente a Fincantieri e all’architetto Renzo Piano di approntare la fase operativa nella quale, ovviamente, saranno coinvolte altre eccellenze italiane. Ma la strategia del Governo non sembrava che andasse nella stessa direzione. Pur confermando a breve l’iniziativa del governo, il vicepremier e leader del M5S, Luigi Di Maio ha confermato la volontà di escludere Autostrade dalla partita.

Di Maio, parlando con i giornalisti alla Fiera del Levante, ha detto: “Io non faccio ricostruire il ponte a chi lo ha fatto crollare. Autostrade avrà nei prossimi giorni un’altra brutta sorpresa. Per quanto ci riguarda, il ponte Morandi lo deve ricostruire un’azienda di Stato come Fincantieri, perché dobbiamo monitorare cosa si farà”.

La differenza dunque è nel ruolo di Autostrade e nella revoca della concessione che prevede che spetti al concessionario il ripristino dell’opera.

Ma per Toti passare per la revoca della concessione rischia di allungare pericolosamente i tempi per la ricostruzione. Così il governatore della Liguria ha lanciato un messaggio anche a Salvini: “Non è il momento delle parole ma dei fatti. Teniamo separate le responsabilità dalla ricostruzione: Autostrade, come impone la concessione, ci mette i soldi ma non si oppone che la ricostruzione del ponte sia affidata a Fincantieri sul progetto di Piano”.

Con riferimento alla Commissione del Mit e al ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli che lo attacca per non aver ancora soddisfatto le richieste delle famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni ha replicato: “Duecento famiglie sono già state sistemate in alloggi e il completamento avverrà nei prossimi giorni. Il ministro credo abbia ben altro di cui occuparsi….”. La conclusione brusca di Toti allude  alle dimissioni dell’ingegner Bruno Santoro, annunciate dal ministero delle Infrastrutture, dalla Commissione ispettiva del Mit che opera per individuare le cause del crollo del Ponte Morandi. Santoro, indagato nell’ambito dell’inchiesta sui fatti del “Morandi”, è stato il terzo componente che lascia la commissione ispettiva aggiungendosi alle dimissioni di fine agosto di altri due indagati: il professore Antonio Brencich e il presidente Roberto Ferrazza, provveditore alle opere pubbliche per il Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, tutte persone nominate dall’attuale governo Conte.

Salvatore Rondello

BELLA SORPRESA

svezia-politicheNessuna debacle per i socialisti svedesi, al contrario del resto d’Europa. La destra avanza, ma non sfonda. È questo il primo risultato, nonché inaspettato, delle elezioni svedesi. Nonostante gli exit poll prefigurassero ormai la vittoria del Partito dei Democratici svedesi di Jimmie Åkesson, alla fine i socialisti democratici riescono ad arrivare in testa con Stefan Löfven, in carica dal 2014 sulla coalizione di Governo formata da socialisti e verdi. I democratici svedesi puntavano agli stessi temi della destra del resto d’Europa contro l’immigrazione, in un Paese ha accolto 163mila migranti, superando il numero di richiedenti asilo presenti negli altri Stati europei in proporzione alla popolazione. Ma non solo il Governo di Löfven, ha reso più stringenti le leggi sul diritto di asilo, ma anche durante la campagna elettorale il Premier ha chiamato in causa l’Unione europea per “una politica migratoria comune”.

Il problema ora si pone per quanto riguarda il futuro Governo: nessun partito al momento si è detto disposto a collaborare con i Democratici svedesi, che si attestano al secondo posto nei sondaggi. In ogni caso, i partiti vincitori avranno bisogno del sostegno di una parte dell’opposizione per governare.
“Siamo lieti che il nostro partito svedese Socialdemokraterna abbia vinto le elezioni con un buon margine e con probabilità molto difficili. Questa vittoria è incoraggiante per tutti i socialdemocratici europei e in un contesto di forte polarizzazione e crescita dell’estrema destra ovunque in Europa. Spero che si formi un nuovo governo a guida socialdemocratica e non vedo l’ora di continuare il nostro lavoro con Stefan Löfven come primo ministro pro-europeo svedese”. ha affermato il presidente del PES Sergei Stanishev
“Gli elettori hanno ancora una volta fatto dei socialdemocratici il partito più significativo”, ha commentato durante i primi scrutini Stefan Löfven, ma per il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, i vincitori non sono loro.
“La Svezia patria del multiculturalismo e modello della sinistra, dopo anni di immigrazione selvaggia ha deciso finalmente di cambiare. Ora anche lì dicono no a questa Europa di burocrati e speculatori, no ai clandestini, no all’estremismo islamico. La forte affermazione di Jimmie Åkesson è l’ennesimo avviso di sfratto ai Socialisti: a maggio, alle elezioni Europee, completeremo l’opera del cambiamento fondato sui valori del lavoro, della sicurezza e della famiglia”, dice il leader della Lega.


La socialdemocrazia svedese ha retto l’urto della destra
di Salvatore Rondello

Le ultime elezioni in Svezia sono state molto sentite. Alla fine la socialdemocrazia svedese ha retto l’urto della destra. Dal risultato elettorale, la Svezia risulta spostata più a destra (ma non tanto quanto si temeva), con un Parlamento diviso quasi perfettamente a metà tra centrosinistra e centrodestra (sovranisti di estrema destra a parte) e una situazione politica a dir poco complicata. Questo è il risultato uscito urne elettorali. Gli svedesi sono andati a votare in massa (83%) chi per mandare al governo Svezia Democratica (il partito di estrema destra xenofoba guidato da Jmmie Akesson) chi con l’obiettivo opposto per evitare di precipitare nell’incubo neonazista o sovranista-trumpiano. L’estrema destra è stata arginata, ma è salita del 4,7% a quota 17,6% (un milione e centomila voti), ma non ha sfondato e si è femata molto più in basso di alcune previsioni che la davano oltre il 20  per cento, addirittura vicino al 25. In Parlamento (349 seggi in totale) Akesson avrà 62 deputati (13 in più della scorsa legislatura) che, dal punto di vista politico, però, non dovrebbero poter incidere sulla maggioranza di governo che dovrà formarsi.
La partita, in realtà, si gioca tra i due schieramenti tradizionali della politica svedese: il centrosinistra e il centrodestra. I socialdemocratici del premier uscente Stefan Lofven  (nella foto in alto) hanno tenuto (28,4% con un calo del 2,8%)  e portano al Riksdag (il Parlamento svedese) 101 deputati. A loro si devono sommare la Sinistra (Vansterpartiet) che ha preso il 7,9% (+2,2) e 28 seggi e gli ecologisti (Miljopartiet) con il 4,3% (-2,4%) e 15 seggi. Il totale della coalizione fa 40,6% (2 milioni e mezzo di voti, circa) e 144 seggi al Riksdag. Le femministe (0,4% crollate dal 3%) non avranno seggi.
Il  Centrodestra è formato da 4 partiti (in parte anche in competizione tra loro). I Moderati (Moderatema) di Ulf Kristensson hanno perso il 3 per cento fermandosi al 19,8% con 70 seggi, i Centristi (Centerpartiet) di Annie Loof, hanno ottenuto l’8,6% (+2,5%) e 31 seggi. Il liberali (Liberalema) di Jan Bjoerklund, hanno tenuto con il 5,5% (-0,1%) e gli stessi seggi (19) della scorsa legislatura. I Cristianodemocratici (Kristdemokratema) di Ebba Busch Thor hanno raggiunto il 6,8% (+1,8%) con 23 deputati. In totale, l’Alleanza di centrodestra ha preso il 40,3% (2 milioni e 400mila voti citrca) e 143 seggi, uno in meno del centrosinistra.
Chiaro che, a questo punto, non ci sono soluzioni di parte. La situazione ricorda quella tedesca (che è finita con la Grosse Koalition). Il leader socialdemocratico Lofven ha fatto qualche apertura al centrodestra e dichiarandosi disponibile a trattare ha detto: “Il risultato non è ancora chiaro. Sta ora ai partiti politici cooperare responsabilmente e creare un governo forte”. Sull’estrema destra ha commentato: “Un partito con radici naziste non potrà mai offrire nulla di responsabile”.
Dal centro destra è arrivata una risposta piuttosto brusca. Ma è chiaro che sono iniziati i giochi e, siccome nessuno (neanche il centrodestra) ha convenienza a fare qualcosa con l’estrema destra, si dovrà arrivare a qualche forma di coalizione che, però, potrebbe perdere dei pezzi.  Il moderato Ulf Kristersson ha chiesto pesantemente a Lofven di dimettersi chiedendo per sè un mandato a fare il governo dicendo: “L’alleanza di opposizione in parlamento è chiaramente la più ampia e il governo deve andarsene”.
Il sovranista Jimmie Akesson (ama il gioco d’azzardo e ammira Matteo Salvini) ha già tratto le sue conclusioni ed ha detto: “Le elezioni le abbiamo vinte noi”. Dal punto di vista strettamente numerico, il suo 4,7% in più lo autorizza all’ottimismo e alla soddisfazione, ma, di fatto, con 13 deputati in più, il suo peso nel Paese non è cresciuto di molto.
Adesso, in Svezia, molto probabilmente si farà un governo con il centrosinistra ed i moderati, visto che nessuno ha vinto le elezioni. Tuttavia, bisognerà stare molto attenti all’onda lunga del neonazismo che si sta diffondendo in più parti del mondo mascherato dal sovranismo e dal giustizialismo: sono ormai vicine le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

Verso la manovra, l’Europa vuole i fatti

pierremoscovici-465x390Non è da escludere una possibile proroga delle decontribuzioni al Sud ed una riedizione del piano Industria 4.0. A quanto si apprende, l’attuale governo nella legge di Bilancio potrebbe confermare il taglio del costo del lavoro nel Mezzogiorno e si appresterebbe a rafforzare gli incentivi all’innovazione introdotti dai precedenti esecutivi Renzi e Gentiloni.

La decontribuzione dovrebbe entrare nel menù della Finanziaria senza troppi problemi, non presentando problemi di coperture. Il taglio dei contributi ai neo assunti nel Meridione ha infatti un costo contenuto, circa 500 mln, ma soprattutto è finanziata con i fondi europei, dunque non aggrava il disavanzo. Prende forma, invece, il nuovo piano industria 4.0 che verrebbe esteso anche alle piccole e medie imprese che investono in innovazione. Tra gli obiettivi anche il trasferimento di tecnologie tra comparti.

Quanto ai cavalli di battaglia del governo giallo-verde, la manovra dovrebbe contenere l’avvio della revisione della Fornero, della flat tax e l’avvio del reddito cittadinanza. Quest’ultimo partirebbe nel 2019 a quota 500 euro. Quanto alle coperture, se il governo decidesse di portare il deficit poco sopra il 2% dal target dell’1% si potrebbero liberare circa 15 mld, dei quali 12,5 andranno a sterilizzare le clausole Iva. Dalla pace fiscale, prevedendo uno ‘sconto’ estremamente vantaggioso, dovrebbero arrivare circa 5 mld.

Altre coperture arriverebbero dalla revisione della spesa per circa 3 mld e, se ci saranno le condizioni politiche, anche da un primo sfoltimento delle tax expenditures.

Intanto, si intensificano i vertici economici a Palazzo Chigi sulla manovra, in vista della presentazione il 27 settembre (o qualche giorno prima) della Nota di aggiornamento al documento di Economia e Finanze (già predisposto dal governo Gentiloni nello scorso mese di aprile), le cui previsioni rappresentano l’ossatura della Legge di Bilancio. E per il governo si prepara un autunno tutt’altro che facile. Dopo il varo della Legge di Bilancio atteso per il 15 ottobre arriveranno i giudizi delle agenzie di rating sull’Italia: il 26 ottobre è atteso quello di S&P ed il 31 quello di Moody’s.

Recentemente, Gerry Rice, portavoce del FMI, rispondendo se l’Istituto di Washington fosse preoccupato per la situazione italiana dopo la decisione di Fitch di rivedere l’outlook proiettato in negativo, ha affermato: “Lo staff del Fmi è stato in Italia in luglio e una seconda visita, per concludere l’Article IV, è prevista più avanti nel corso dell’anno. I mercati finanziari si sono preoccupati per una inversione delle riforme ma ci sono state parole rassicuranti dal premier Giuseppe Conte e dal ministro dell’economia Tria”.

Pierre Moscovici, il commissario dell’Ue agli affari economici, giungendo all’Eurogruppo informale a Vienna, ha detto: “Voglio credere che realismo e pragmatismo si affermeranno nel bilancio italiano, l’Italia deve avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico perché se vuoi investire in Italia ci vuole meno debito e più capacità d’investimento e per questo continuo a chiedere finanze pubbliche serie. Sono contro l’austerità ma austerità è una cosa, mancanza di serietà un’altra. Il Bilancio dell’Italia deve puntare a ridurre il deficit strutturale e il debito pubblico, anche perché questa è la strada da seguire se si vogliono aumentare gli investimenti. Non farò cifre, le cifre le scambio con il mio omologo, parleremo di cifre con Tria quando il bilancio sarà stato approntato. Ad ogni modo le cifre le conoscete. Le cifre sono che l’Italia deve ridurre il suo deficit strutturale, che deve farlo come gli altri Paesi della zona euro. Che ha beneficiato di tutte le flessibilità, che continueremo ad avere con l’Italia un dialogo positivo, ma che le regole, che non sono stupide, perché consentono di ridurre il debito pubblico, sono fatte per tutti. Credo che sia nell’interesse dell’Italia di restare quello che è: un grande Paese al centro della zona euro, e quindi di avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico”.

Mario Centeno, il presidente di Eurogruppo, nella conferenza stampa al termine della riunione informale a Vienna, ha affermato: “Siamo fiduciosi che l’Italia farà esattamente quanto si è impegnata pubblicamente a fare sul Bilancio. Le attese sono che l’Italia rispetterà le regole nel prossimo processo di Bilancio”.

Un portavoce dell’Ue ha poi precisato: “Negli incontri di oggi non si è discusso di Italia”.

Tra non molto, si vedranno i fatti del governo giallo-verde. Finora, di positivo c’è la continuazione della linea seguita dal precedente governo Gentiloni.

Salvatore Rondello

REFERENDUM ILVA

Ilva-678x381Finalmente fatto l’accordo sull’Ilva. È stato raggiunto e siglato al ministero dello Sviluppo economico l’accordo sull’Ilva da sindacati, azienda e commissari, alla presenza del vicepremier e ministro Luigi Di Maio. I sindacati poi sottoporranno il testo al referendum tra i lavoratori.

Il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha detto: “Siamo all’ultimo miglio, sono state 18 ore di trattativa in cui i protagonisti sono stati ovviamente i rappresentanti dei lavoratori, in cui si è cercato di raggiungere il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili.  Adesso aspettiamo la firma, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco…”.

Per il segretario della Uil Carmelo Barbagallo “è stata la trattativa più lunga e complessa della moderna storia sindacale. Il positivo risultato è merito della lotta dei lavoratori e della determinazione e competenza della categoria al tavolo. Ora, occorre dare attuazione all’accordo perché si può e si deve guardare al futuro dei lavoratori e della città di Taranto in una prospettiva di sviluppo e di salvaguardia della sicurezza e dell’ambiente. Da questa intesa, che rilancia l’Ilva, potranno trarre beneficio la stessa industria nazionale, l’occupazione e l’economia del Paese”.

La segretaria della Fiom, Francesca Re David, ha affermato: “Per noi per essere valido deve essere approvato dai lavoratori con il referendum. Gli assunti sono tutti, si parte da 10.700 che è molto vicino al numero di lavoratori che oggi sono dentro e c’è l’impegno di assumere tutti gli altri fino al 2023 senza nessuna penalizzazione su salario e diritti, era quello che avevamo chiesto, sull’esito delle assemblee dei lavoratori siamo fiduciosi. Nell’accordo sull’Ilva con ArcelorMittal abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto sin dall’inizio, quindi siamo soddisfatti, 10.700 lavoratori verranno assunti subito e sono sostanzialmente quelli che ora lavorano negli stabilimenti, ossia tutti quelli non in cassa integrazione. Contemporaneamente parte anche un piano di incentivi alle uscite volontarie e l’azienda si è impegnata ad assumere tutti gli altri che restano in carico all’Ilva senza penalizzazioni e con l’articolo 18. Molto migliorato anche il piano ambientale che porta all’accelerazione delle coperture dei parchi e a un limite fortissimo delle emissioni. Se Ilva vuole produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio lo deve fare senza aumentare di nulla le emissioni che ci sono. Ora, sottoporremo l’intesa, come sempre al giudizio dei lavoratori che è per noi vincolante, oggi sottoscriveremo l’accordo ma la firma definitiva ci sarà solo al termine dei referendum. I tempi? Cercheremo di farlo naturalmente entro il 15 settembre, ci mettiamo subito al lavoro”.

Il segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro, ha detto: “Per Genova confermato l’organico, 1474 dipendenti. Aspettiamo la firma ma è chiaro che rispetto alla fase in cui venivano ipotizzate la messa in discussione di salario e diritti, siamo soddisfatti. Non ci saranno esuberi e per Genova viene riconfermato l’Accordo di programma con un organico di 1474 lavoratori. Ora comincia una lunga storia con una nuova organizzazione della fabbrica che dovremo gestire con il più grande gruppo industriale dell’acciaio, ma rispetto alle premesse l’accordo è un buon risultato”.

Di Maio ha anche affermato: “Comunque, con l’intesa non si annulla la gara per l’aggiudicazione deIl’Ilva. La gara non aveva la possibilità di tutelare l’interesse pubblico concreto e attuale. L’accordo fa sì che l’interesse pubblico concreto e attuale non si realizzi per l’eliminazione della gara”.

Il ministro ha poi spiegato: “Da quello che si è ottenuto al tavolo stanotte, già possiamo dire che non ci sarà il Jobs Act nell’azienda, che i lavoratori saranno assunti con l’articolo 18, che ci saranno 10.700 assunzioni come base di partenza e che non ci saranno esuberi: tutti riceveranno una proposta di lavoro da Mittal”.

Il premier Giuseppe Conte , da Ischia, ha affermato: “Di Maio ha fatto un lavoro veramente egregio, è stato molto sapiente il percorso che abbiamo costruito, abbiamo acquisito il parere dell’Anac e dell’Avvocatura dello Stato, sono emerse irregolarità evidenti, ma l’annullamento della gara non è così semplice. Non basta un vizio formale occorre dimostrare che attraverso quell’annullamento si realizza meglio l’interesse pubblico. I dati che sono stati resi noti sono di assoluta eccellenza”.

La cordata AmInvestco, infatti, avrebbe accettato di assumere nella nuova Ilva, da subito,  10.700 lavoratori. Dopo la  proposta lanciata ieri sera di portare a 10.300 gli assunti nella nuova Ilva al 2021, Fim Fiom Uilm e Usb, infatti, hanno cercato di  ampliare la platea. I sindacati hanno lavorato per cercare di arrivare ad un organico di 10.700-10.800 unità entro il 2022 includendo nel perimetro gli elettrici, i chimici e i marittimi di affiliate che prima erano stati esclusi.

Dal testo inoltre sembra uscito il riferimento proposto dall’azienda sempre ieri sera di intese con il sindacato sul contenimento dei costi anche attraverso riduzioni dell’orario di lavoro. Quanto al contratto integrativo i sindacati hanno chiesto che Mittal preveda sul Pdr 2019 e 2020 un ‘una tantum’ che possa tradursi in un aumento salariale del 4%. Nel testo dell’accordo che sindacati e azienda stanno scrivendo per sottoporlo alla plenaria approvazione referendaria dei lavoratori, entra anche il piano sugli esodi incentivati: Mittal conferma infatti 250 milioni da offrire complessivamente per agevolare l’uscita volontaria dei lavoratori.

L’accordo in arrivo vede anche la conferma da parte di Mittal dell’impegno a  riassorbire tutti gli eventuali esuberi che dovessero rimanere dal 2023 in capo alla vecchia Ilva. L’azienda infatti si è impegnata a riassumere tutti quei lavoratori Ilva che al termine della gestione dell’amministrazione straordinaria non abbiano usufruito né di incentivi all’esodo né di prepensionamenti né di una offerta di lavoro all’interno della nuova Ilva e che rientreranno senza alcuna differenza salariale rispetto a quelli già assunti da Mittal.

Dopo tutte le note vicende con toni accusatori e minacce di annullamento della gara fatte dal vicepremier e ministro Di Maio, la questione dell’Ilva si è finalmente conclusa seguendo il percorso già delineato dal governo Gentiloni con il ministro Carlo Calenda.

Salvatore Rondello

Il M5S parla, la Commissione europea risponde

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Dopo la presa di posizione della delegazione del M5S al Parlamento europeo, la nomina di Mario Nava a presidente della Consob è tornata d’attualità. In una nota si sostiene: “La Commissione europea conferma i dubbi che il Movimento 5 Stelle ha espresso sulla irregolarità che Mario Nava sia stato nominato Presidente della Consob venendo distaccato dalla Commissione Europea. Nella risposta del Commissario Oettinger all’interrogazione presentata dagli europarlamentari Marco Valli, Fabio Massimo Castaldo e Piernicola Pedicini, emerge che Nava avrebbe potuto essere posto in aspettativa dal suo precedente incarico di alto funzionario europeo, come previsto dalla Statuto Ue e dalla legge italiana”.

Nel mirino dei Parlamentari M5S il fatto che Nava, quando gli venne conferito l’incarico di guidare l’Autorità che vigila sui mercati italiani chiese un comando (distacco) di 3 anni da Bruxelles e non l’aspettativa.

Dal testo della risposta di Oettinger all’interrrogazione dei parlamentari italiani, tuttavia, non sembrano emergere dubbi sulla decisione di porre Nava in distacco, cioè in collocamento fuori ruolo: una fattispecie peraltro prevista dalla legge istitutiva della Consob proprio per i dipendenti della pubblica amministrazione.

Nella sua risposta a nome della Commissione Europea, il commissario Oettinger ha innanzitutto premesso: “Lo statuto prevede disposizioni amministrative che consentono a un funzionario titolare di occupare temporaneamente un impiego fuori della sua istituzione: si tratta del comando nell’interesse del servizio e dell’aspettativa per motivi personali”.

Poi, il Commissario ha spiegato le ragioni che hanno spinto la Commissione ad accettare il distacco di Nava: “In base a tali disposizioni amministrative il funzionario in questione rimane soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari in attività di servizio presso la Commissione, tra cui l’obbligo di adempiere ai doveri sanciti dal titolo II dello statuto in relazione agli interessi dell’Unione europea. Tenuto conto dell’importanza di potenziare la collaborazione tra la Commissione e gli Stati membri e di rafforzare lo scambio delle migliori pratiche, la Commissione ha deciso di comandare il funzionario in questione presso la CONSOB nell’interesse del servizio”.

Una parte non secondaria in tale decisione, peraltro, è legata anche alle assicurazioni di indipendenza fornite dal precedente Governo italiano a Bruxelles. Oettinger le ha menzionate nella sua risposta: “Nel richiedere il distacco nell’interesse del servizio del funzionario della Commissione in questione, le autorità italiane hanno confermato che tale disposizione amministrativa non avrebbe inciso sulla sua indipendenza in veste di presidente della CONSOB e che si sarebbe mantenuta la conformità al requisito secondo cui il presidente esercita il suo mandato in regime di esclusività e a tempo pieno”.

Anche in questa circostanza, il M5S ha manifestato la scarsa conoscenza delle normative, italiana ed europea, che regolano la pubblica amministrazione.

Salvatore Rondello

I Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’

Municipio

Protestano i Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’. Lo ha denunciato Antonio Decaro, presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), nel corso di un’audizione alla Camera: “Nel dl Milleproroghe è stato fatto un furto con destrezza ai danni delle periferie. Con un emendamento notturno al Senato, sono stati tolti soldi alle periferie, un vero e proprio furto con destrezza. Per la prima volta c’era un investimento importante per le periferie, per dare risposte immediate all’emergenza abitativa. Sembrava l’occasione giusta a porre rimedio a un disagio economico e sociale, che esiste, lo dicono tutti. È successo che con un emendamento sono saltati fondi per 1,6 miliardi che sarebbero andati a quasi 20 milioni di abitanti, un terzo della popolazione italiana. Per questo, ha concluso, è necessario porre rimedio. Se non accadrà ci opporremo in tutte le sedi: faremo ricorso al Tar e alla Corte Costituzionale e tutti i sindaci sono pronti a venire a protestare davanti a Montecitorio. Il Milleproroghe era stato approvato il 7 agosto al Senato, ma andrà in seconda lettura alla Camera l’11 settembre. In quest’occasione l’emendamento che blocca il bando per le periferie potrebbe essere ancora modificato. Chiediamo di porre rimedio a un errore gravissimo dal punto di vista sociale, economico e anche dei rapporti reciproci tra le istituzioni. Se non accadrà, useremo dal punto di vista giuridico tutti gli strumenti a disposizione: il ricorso al tribunale amministrativo e alla Corte Costituzionale e, se sarà necessario, tutti i sindaci sono disponibili a venire qui a sfilare con i cittadini davanti a Montecitorio con le fasce tricolore”.

L’appello è arrivato, oltre che dall’Anci, anche da Ance, Legambiente, Fondazione Riuso e Audis.

La polemica era scoppiata proprio ad agosto, quando il governo aveva bloccato la seconda tranche del Piano periferie dei governi Renzi e Gentiloni, che prevedeva 2,1 miliardi di finanziamenti dallo Stato e con effetti calcolati in 3,9 miliardi di cofinanziamenti. Le prime convenzioni (24) erano state firmate nella primavera del 2017, le altre 96 a fine 2017: e proprio queste sono state bloccate, fino al 2020. Secondo la sottosegretaria Laura Castelli lo stop era stato necessario per rispettare una sentenza della Corte costituzionale, la 74 del 2018, che stabilisce che serve un’intesa con gli enti territoriali (quindi le Regioni) nell’assegnazione dei fondi e che non si può intervenire solo su richiesta del Comune. Il governo prevede quindi di dirottare i fondi già stanziati (140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 nel 2021) in un fondo che serva per favorire gli investimenti delle città metropolitane, delle Province e dei Comuni, non solo per quelli che hanno partecipato al bando. Una scelta che i Comuni non appoggiano, tutt’altro: anche perché molti Comuni dei 96 coinvolti intanto hanno già investito nella progettazione, come Milano, dove il sindaco Sala ribadisce il furto con destrezza. O Bologna, che denuncia il rischio di perdere progetti per 18 milioni di euro messi in cantiere. O del Veneto, che perde 150 milioni: i sindaci se la sono presa con la Lega, mandante politico dell’operazione. Sul piede di guerra il Pd, che però ha votato l’emendamento.

Il presidente dell’Anci ha concluso: “Parliamo di strade, risanamenti edilizi, sicurezza idrogeologica e sismica, giardini, parchi giochi, scuole, infrastrutture indispensabili a ridare decoro ai luoghi più poveri e abbandonati in città grandi, medie e piccole. Al nord, al centro, al sud indipendentemente dal colore politico di chi li governa”.

Dunque, anche il decreto ‘milleproroghe’, tra i primi provvedimenti del governo Conte, non va incontro alle necessità dei cittadini come viene demagogicamente propagandato da Lega e M5S, ma complicherebbe i problemi anziché semplificarli.

Roma, 05 settembre 2018

Salvatore Rondello

L’ACCORDO

libia

Molto importante è la notizia che apprendiamo adesso, alle ore 19,16 sull’esito della riunione odierna dell’Usmil: le milizie libiche che si stanno scontrando a Tripoli hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. La Missione di supporto delle Nazione Unite in Libia (Unsmil), in un tweet, ha confermato che sotto l’egida dell’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè, è stato raggiunto un accordo. Auspichiamo che sia un accordo pacificatore di lunga durata.

Dopo che gli  eventi in Libia sembravano precipitati nel caos, con gli scontri di stamattina tra milizie rivali a Tripoli che hanno costretto il governo di Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, a proclamare lo stato di emergenza. Si paventavano dei  risvolti negativi anche per l’Italia. I principali rischi in gioco sono: immigrazione, energia e intervento militare.

Raffale Marchetti, esperto in relazioni internazionali e docente alla Luiss di Roma, in un’intervista, ha spiegato elencando alcuni rischi possibili per il nostro Paese: “La situazione si è deteriorata in questi ultimi giorni ma può ancora rientrare e stabilizzarsi. La crisi libica potrebbe far saltare gli accordi sui migranti, avere delle ricadute sul settore energetico e, nel peggiore degli scenari, richiedere un intervento militare sul territorio. C’è poi anche il pericolo di un ritorno dello  spettro del terrorismo in quanto, in un paese destabilizzato è facile che attecchiscano gruppi terroristici. Con la crisi in Libia è in ballo la questione dei flussi migratori. A stento siamo riusciti a instaurare un rapporto di cooperazione con il governo di Tripoli. Se questo cadesse i flussi ricomincerebbero. Il rischio è che gli sbarchi nel nostro Paese, diminuiti di oltre l’80% rispetto al 2017, potrebbero tornare ai livelli precedenti. Inoltre, l’Italia dovrebbe trovare un nuovo interlocutore e avviare nuovi negoziati, dando così inizio ad un processo lungo e complesso. L’instabilità libica potrebbe avere degli effetti negativi anche sul fabbisogno energetico italiano. L’Italia importa parte delle risorse naturali dalla Libia. Se la situazione dovesse complicarsi anche le risorse verrebbero messe in discussione  con ricadute finanziarie ed economiche sul nostro Paese. L’Italia ha delle scorte energetiche ma, nel caso in cui la crisi libica dovesse prolungarsi, dovrebbe trovare delle fonti alternative. Il governo italiano, riferisce una nota di palazzo Chigi, continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione in Libia e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché  l’invito a cessare immediatamente le ostilità. Per il momento quindi è  esclusa l’ipotesi di interventi militari sul territorio. Tuttavia, se la crisi libica diventasse una guerra vera e propria a livello internazionale, immaginando uno scenario estremo, l’Italia non potrebbe tirarsi indietro ma dovrebbe partecipare al conflitto”.

Mentre è in corso di redazione questo articolo, la situazione in Libia sta precipitando e necessita di azioni immediate.

Un   incendio è scoppiato presso la sede dell’ambasciata Usa  a  Tripoli, che si trova sulla via per l’aeroporto dove il conflitto armato è più aspro. La notizia è stata diffusa sul portale di notizie libico ‘Al Wasat’, che cita il portavoce dell’apparato libico per il soccorso e le emergenze, Osama Ali. Testimoni oculari hanno riferito ad Ali di un incendio presso la sede dell’ambasciata. Il portavoce ha aggiunto che  la Protezione civile non è riuscita a raggiungere l’area a causa del fuoco intenso. La notizia è stata confermata dalla National Safety Authority libica, che ha fatto sapere che i camion dei pompieri si sono diretti sul posto per domare le fiamme, la cui origine è ancora non precisata.

Il numero delle vittime a Tripoli, sarebbe salito ad almeno 50 morti, tra cui civili. Sarebbe questo il bilancio parziale delle vittime degli scontri tra gruppi rivali a Tripoli. Ad aggiornare il bilancio è stato il ministero della Sanità libico, spiegando che ai morti si aggiungono anche almeno 138 feriti. Un bilancio con cifre in aumento con il passare del tempo. E’ stata prevista per oggi alle 14, ora locale, la riunione convocata dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) con tutte le milizie protagoniste degli scontri per un dialogo urgente sulla situazione della sicurezza.

Prima, il portavoce della Commissione Ue, Maja Kocijanic, rispondendo alle domande sulle accuse dell’Italia alla Francia, ha detto: “I Paesi membri dell’Unione Europea mantengono una posizione unita sulla Libia. L’Alto rappresentante Federica Mogherini ha avuto ieri un colloquio telefonico con il rappresentante dell’Onu per la Libia, Ghassam Salamé, ribadendo il pieno sostegno dell’Ue, concordato da tutti i Paesi membri, per arrivare ad una soluzione duratura della crisi in Libia, nella convinzione che solo un processo politico può portare ad una soluzione stabile, complessiva e sostenibile della crisi. I Paesi membri discutono regolarmente della crisi in Libia nel contesto di questi sforzi e mantengono una posizione unita su questo”.

A quanto si apprende da qualche agenzia stampa,  Salamé dovrebbe riferire domani al Consiglio di sicurezza dell’Onu sugli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli in collegamento dalla capitale.

Questo pomeriggio alle 17 si è svolto un vertice sulla Libia presieduto dal premier Giuseppe Conte. Alla riunione, precedentemente concordata sul tema dei migranti, parteciperanno tutti i ministri interessati per affrontare le problematiche dell’attuale situazione a Tripoli. Nel frattempo l’ambasciata italiana a Tripoli è rimasta aperta. Al momento, non ci sono stati problemi per i 430 italiani che si trovano in Libia e le attività dell’Eni non sono state coinvolte. Intanto, il ministro Moavero ha confermato la disponibilità a riferire in Parlamento sulla crisi libica.

Gli eventi in Libia che stavano precipitando hanno necessitato di decisioni su un piano internazionale affrontate con molta tempestività. E’ stato presa con urgenza una decisione comune in sede Onu: innanzitutto ci sono vite umane da salvare oltre agli equilibri internazionali.

Salvatore Rondello

La grande fuga. I sindacati perdono gli iscritti

bandiere_sindacatiDa diverso tempo il  sindacato italiano continua a registrare un calo nel consenso dei lavoratori.  Soltanto negli ultimi due anni, le principali organizzazioni sindacali hanno perso complessivamente circa 450mila iscritti. Una contrazione, che poteva manifestarsi in forma ancora più allarmante se non ci fosse la Uil che ha fatto registrare, al contrario, un incremento, seppur non particolarmente rilevante. I numeri non lasciano spazio a dubbi: dal 2015 al 2017, i tesserati hanno subito una contrazione di 447mila persone, di cui ben 293mila residenti nel Mezzogiorno.

I dati sono emersi dall’Indice di appeal sindacale (Ias) ideato dall’Istituto Demoskopika che, analizzando il periodo 2015-2017, ha tracciato una classifica delle regioni in relazione all’attrattività delle principali organizzazioni dei lavoratori sul territorio. Due gli indicatori utilizzati: gli iscritti ai sindacati di Cgil, Cisl, Uil e le persone di 14 anni e più che hanno svolto attività gratuita per un sindacato.  Il maggiore decremento  si è registrato nella Cgil con un calo di 285mila iscritti, seguita dalla Cisl con meno 188mila tesserati. Per la Uil, l’andamento è stato in controtendenza: circa 26mila iscritti in più  nell’arco temporale osservato.

Piemonte, Valle d’Aosta e Campania si collocano in coda alla graduatoria delle regioni con le organizzazioni sindacali più sfiduciate. Al contrario, sul podio delle regioni a maggiore appeal sindacale si posizionano Basilicata, Toscana e Sicilia. Circa 574mila italiani over 13 anni, pari soltanto all’1,2% della popolazione di riferimento, infine, hanno dichiarato di aver svolto attività sociale gratuita per un sindacato nel 2016 con un decremento di oltre 9 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

Sono diversi i fattori che hanno influito sulla perdita di credibilità del sindacato, ma sicuramente l’aspetto principale riguarda l’estensione dei contratti a tempo determinato e la precarietà del lavoro. Quindi, la diminuzione degli iscritti ha una relazione direttamente proporzionale alla diminuzione dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Le fasce di lavoratori meno tutelate risultano poco sindacalizzate o per niente. Poi, sulla Cgil pesano le battaglie portate avanti dalla Camusso sull’abolizione dei voucher, senza trovare consenso tra i lavoratori che molto più facilmente diventano preda del lavoro in nero.

In un periodo in cui la funzione del sindacato è stata quella di rallentare la diminuzione di diritti e dei salari reali, spinto dalla necessità di salvare l’occupazione, dopo l’avvento della globalizzazione, ha smarrito il ruolo fondante di organizzazione per l’elevazione sociale dei lavoratori senza riuscire, però, ad organizzare i lavoratori precari. La controtendenza della Uil potrebbe trovare una sua spiegazione nell’aver saputo meglio mostrare il volto umano dell’azione sindacale anche in questo periodo di grandi difficoltà.

I sindacati in Italia potrebbero conquistare un nuovo ruolo se sapranno portare avanti la cogestione prevista dall’articolo 46 della nostra Costituzione, mai realizzata perchè costantemente snobbata dagli stessi sindacati tra cui la Cgil in primis che doveva obbedire alla linea politica del Pci. In Germania la cogestione esiste dal 1946 ed ha contribuito notevolmente al successo economico.

Salvatore Rondello

Sindacati e Confindustria contro il Governo

Palazzo ChigiPer la prima volta nella storia della Repubblica italiana, i Sindacati e la Confindustria sono uniti contro la politica del governo.

Marco Bentivogli, segretario generale della FIM-Cisl, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, ha denunciato: “Il decreto dignità sta lasciando a casa tanti lavoratori. Questo in alcuni casi è già avvenuto e in altri è stato comunicato ai lavoratori che al termine dei 24 mesi o dei 12 senza causale non c’è la possibilità del rinnovo di contratto. Ci sono aziende che in un contratto tra i 12 e 24 mesi non hanno la possibilità di mettere la causale perchè hanno un lavoro stagionale particolarmente complicato. Questo è il bis con la grande operazione in cui ci si lavò la coscienza cancellando i voucher e moltissime imprese lasciarono a casa decine di migliaia di ragazzi e ragazzi che sono tornati a casa o sono finiti per fare un lavoro nero. Questa estate abbiamo visto cosa significa lavorare in nero in condizioni veramente vergognose. La grande precarietà che avanza si coniuga bene con la parte più ideologica che vuole o i contratti a tempo indeterminato o nulla. Coloro che puntano su questo aspetto tendono ad estendere quello che è un primato dell’Italia in Europa: il lavoro nero. Siamo un Paese campione di evasione fiscale e lavoro nero”.

Marco Bonometti, presidente di Assolombarda, ha così spiegato perché si sta costruendo un fronte di industriali pronti a scendere in campo se l’esecutivo non cambierà atteggiamento verso imprese ed industria: “Se l’impresa continua a essere un problema per il governo, c’è il rischio reale che si torni nel tunnel della crisi ed è giusto che i cittadini e le famiglie lo sappiano.

Gli imprenditori si stanno muovendo perché di fronte alle non scelte o alle scelte sbagliate di questo governo si rischia pericolosamente di tornare nel tunnel della crisi. Ne eravamo appena usciti, ma in questa confusione possiamo fare la fine della Grecia. Ed è giusto che i cittadini e le famiglie sappiano che la situazione in questo momento è grave”.

Il presidente della Confindustria Lombarda ha così lanciato un appello al governo: “Apriamo un dialogo prima che sia troppo tardi. Sembra che l’impresa sia il nemico da combattere, mentre invece è un bene comune da difendere, crea lavoro, occupazione ricchezza, se muore, muore il Paese”. Secondo Bonometti: “Alle promesse elettorali di cambiamento sono seguite mosse opposte. Invece di fare leggi nuove che creano incertezze e confusione si dovrebbero eliminare quelle che non funzionano, si dovrebbe semplificare, e invece ogni giorno ci sono nuovi slogan e pochi fatti”.

Marco Bonometti ha invitato a guardare alla realtà: “Alle famiglie italiane si deve far notare che cosa sta accadendo: stanno aumentando i tassi sui mutui, l’energia elettrica, il gas, la benzina, stanno aumentando i tassi per le imprese, e stanno aumentando i tassi del nostro debito pubblico. L’unica soluzione per ridurre il debito è ridurre gli sprechi e aumentare il pil, ma ciò non si fa continuando a fare promesse od osteggiando chi il pil lo alza, come le imprese che sono il motore del Paese”.

Per il numero uno di Assolombarda non c’è più tempo ed ha sottolineato: “Tra un po’, non subito, perché il conto di queste mosse non viene presentato subito, rischiamo di pagare un prezzo salato. Mosse come l’Ilva ad esempio: è certo un problema, ma se non lo risolviamo facciamo un danno perché chiuderla vuol dire acquistare l’acciaio dalla Germania, con prezzi in aumento, e meno competitività per le nostre imprese che non saranno più in grado di esportare. Così come non soddisfa l’atteggiamento sul fronte delle infrastrutture: quando un governo è contro il progresso e la modernità noi ci preoccupiamo molto ed è per questo che abbiamo deciso di parlare all’opinione pubblica. Certo sul fronte dell’immigrazione, l’esecutivo qualcosa ha fatto, ma un Paese non va avanti solo con queste azioni”.

Anche Bonometti non ha dubbi: “Il decreto dignità ha creato confusione e un’ulteriore mancanza di fiducia. In Lombardia gli investimenti si sono bloccati e nessuno assume gente. Insomma in un momento delicato come questo è urgente fare scelte giuste e di buon senso. Altrimenti, a rischiare è il sistema Italia. D’altronde perché degli investitori stranieri dovrebbero scommettere su un Paese con un debito come il nostro in mancanza di chiarezza e certezze? Non vorrei che diventassimo come la Grecia. Non si può considerare l’aumento dello spread secondario, l’aumento non è la causa, ma l’effetto di questo atteggiamento. E se alle imprese estere a cui abbiamo chiesto di investire da noi cambi le regole strada facendo, beh, difficile che restino o che programmino un futuro da noi. Ecco allora le direttrici su cui l’esecutivo targato Lega-M5S dovrebbe agire: partiamo dalla riduzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori. Se aumenta il loro potere d’acquisto aumentano i consumi e l’economia migliora. E puntiamo sul sud facendolo diventare un vero driver per la crescita. Altrimenti si rischia di aumentare ancora di più il divario tra nord e sud. Insomma l’auspicio è che si possa aprire un dialogo costruttivo nell’interesse del Paese non di un partito o di un altro partito. Dobbiamo muoverci come sistema paese. Siamo consapevoli che non si possa fare tutto subito, ma iniziare costruendo assieme a chi produce ricchezza e benessere per il Paese non mi sembra proprio un passo sbagliato”.

Confindustria e sindacati, dunque, hanno bocciato totalmente l’azione manifestata dall’attuale governo. A distanza di cinquanta anni dal sessantotto, quando studenti e operai scendevano nelle piazze contro la borghesia ed il capitalismo, molte cose sono cambiate. Oggi, per il bene del paese, per difendere sviluppo ed occupazione, imprenditori e operai, con qualche celestiale benedizione, sono pronti a scendere in piazza uniti contro l’attuale governo.

Roma, 03 settembre 2018

Salvatore Rondello

Moscovici pronto per il 2019: “L’Italia corregga i conti”

pierremoscovici-465x390L’Ue comincia a mettere le mani avanti avvertendo l’Italia sul bilancio 2019. Il commissario Ue per gli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, in un’intervista ha affermato: “Con l’Italia inizieremo presto le discussioni sul bilancio per il 2019. Alla luce di alcune dichiarazioni, le discussioni rischiano di non essere facili, ma farò di tutto perché siano costruttive malgrado il tono in alcuni casi scortese di queste affermazioni e malgrado l’orientamento di bilancio che fanno presagire. È nell’interesse dell’Italia controllare il debito pubblico. Lo sforzo richiesto è dello 0,6% del Pil. Si tratta di un ritorno alla normalità dopo lo sforzo ridotto previsto quest’anno sulla scia di una ripresa più solida e delle necessità di ridurre l’indebitamento, che è al 132% del Pil. Ci aspettiamo uno sforzo strutturale corposo. L’Italia non può lamentarsi della Commissione europea. Quest’ultima è sempre stata al suo fianco per sostenere la crescita. Il Paese è di gran lunga quello che più ha beneficiato di flessibilità di bilancio, secondo le nostre regole. Nel corso degli anni, abbiamo tenuto conto di circostanze eccezionali: la sicurezza, i terribili terremoti, l’emergenza migratoria. Chi fa un processo alla Commissione fa un processo assurdo alla luce dei fatti. All’Italia nel 2018 è chiesta una riduzione dello 0,3% rispetto allo 0,6% del Pil previsto dalle regole. Uno sforzo dimezzato a causa della fragilità della ripresa. Secondo le nostre stime di maggio è possibile che questo sforzo non venga raggiunto. È possibile che la situazione sia evoluta da allora. Le prossime previsioni sono attese in novembre. Naturalmente incoraggio il governo a fare in modo che l’esecuzione del bilancio sia prudente e rispettosa degli impegni dell’Italia in modo da minimizzare i rischi di deriva dei conti quest’anno. È un messaggio che ho trasmesso al ministro dell’Economia Giovanni Tria, un interlocutore che ritengo serio e ragionevole. Il 3% del Pil non è un target, ma un tetto. L’obiettivo è risanare il debito, come ho già detto. Un disavanzo superiore al 3% del Pil provocherebbe difficoltà che non voglio neppure immaginare”.
Al giornalista che gli ha chiesto se sia possibile un’uscita dall’euro dell’Italia, Moscovici ha risposto: “Non voglio cadere nella fiction politica. Mi interessano piuttosto le discussioni che avrò con il governo italiano. Non risparmierò sforzi per definire un percorso di bilancio che sia europeo e di beneficio all’Italia. Ciò detto, le dirò una mia convinzione. Nessuno esce dall’euro proprio malgrado. Se si creano le condizioni per uscire dall’euro significa che in realtà è ciò che si vuole. Non bisogna essere ipocriti. L’euro prevede il rispetto di regole. Non rispettare le regole, significa voler uscire dall’unione monetaria”.
Alla domanda conclusiva se crede che vi siano dirigenti politici che riflettono la possibilità di uscire dall’euro, Moscovici ha risposto: “Non sono in Italia. Osservando da lontano, non posso escluderlo totalmente”.
Ma nel frattempo, il rialzo dei tassi di interesse sui titoli di Stato italiani verificatosi da metà giugno potrebbe costare 113 milioni quest’anno e 1,4 miliardi nel 2019 secondo i calcoli fatti dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli, che il 14 giugno scorso aveva già stimato, partendo dalle aste di fine maggio, un costo aggiuntivo di 785 milioni nel 2018 e di 3,7 miliardi nel 2019. Complessivamente, se si prende a riferimento il periodo maggio-agosto, l’aggravio per il bilancio pubblico è di 898 milioni nel 2018 e di 5,1 miliardi nel 2019, per un totale di 6 miliardi.
Nell’asta di Btp decennali di ieri, il Tesoro ha piazzato 2,25 miliardi di euro sul mercato, ma il rendimento è schizzato al 3,25% rispetto al 2,87% dell’asta di un mese fa. Si tratta del livello più alto da marzo del 2014. In rialzo anche i tassi di interesse sul Btp a 5 anni, salito al 2,44%, in rialzo di 63 punti base.
Ma neanche l’economia procede secondo le aspettative di un anno fa. Nel secondo trimestre dell’anno l’economia italiana è cresciuta dello 0,2%, confermando il rallentamento segnato con la prima stima. I dati sono stati comunicati dall’Istat in base alle stime definitive sui conti economici del periodo aprile-giugno. Nel primo trimestre il Pil aveva registrato un rialzo dello 0,3%. L’Istat ha rivisto al rialzo la prima stima sulla crescita tendenziale dell’economia italiana. Nel secondo trimestre 2018 il Pil è aumentato dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2017, contro il +1,1% reso noto dall’Istituto di statistica il 31 luglio scorso in base alle stime provvisorie. A dieci anni dall’inizio della crisi economica, il Pil italiano ha perso il 5,3%. Il confronto è con il primo trimestre 2018, quando si toccò il massimo storico. Nonostante il rallentamento rispetto ai primi tre mesi dell’anno, la fase di espansione dell’economia italiana prosegue da 16 trimestri consecutivi.
Nel fronte occupazionale, qualche leggero miglioramento è collegato alla precarietà. A luglio il tasso di disoccupazione è sceso al 10,4% (-0,4 punti percentuali su base mensile). Diminuisce anche quello giovanile che si attesta al 30,8% (-1,0 punti). E’ quanto rileva l’Istat. Dopo il calo di giugno, la stima degli occupati a luglio registra ancora una lieve flessione (-0,1% su base mensile pari a -28mila unità). Il tasso di occupazione rimane stabile al 58,7%.
La diminuzione congiunturale dell’occupazione è interamente determinata dalla componente femminile e si concentra nella fascia di età 15-49 anni, mentre risultano in aumento gli occupati ultracinquantenni. Nell’ultimo mese si registra una flessione per i dipendenti permanenti (-44mila), mentre crescono in misura contenuta i dipendenti a termine e gli indipendenti (entrambi +8mila).
A fronte del calo degli occupati e dei disoccupati, a luglio si stima un aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,7% pari a +89mila). L’aumento coinvolge le donne (+73mila) e gli uomini (+16mila) e si distribuisce tra i 15-49enni. Il tasso di inattività sale al 34,3% (+0,3 punti percentuali).
Nonostante la flessione registrata negli ultimi due mesi, nel trimestre maggio-luglio 2018 si stima una consistente crescita degli occupati (+0,7% rispetto al trimestre precedente, pari a +151mila). L’aumento ha interessato entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età pur concentrandosi principalmente tra gli ultracinquantenni (+123mila). Sono aumentati nel trimestre i lavoratori a termine (+113mila) e gli indipendenti (+54mila) mentre registrano un lieve calo i dipendenti permanenti (-16mila).
Rispetto ai vincoli oggettivi della congiuntura economica e dell’elevato debito pubblico che non consentono all’attuale governo la realizzazione del cosiddetto ‘contratto’, penta stellati e leghisti inevitabilmente porteranno avanti un inasprimento della politica antieuropeista con la conseguente uscita dell’Italia dall’Euro prima e dalla Ue dopo. Ma gli italiani dovranno essere avvertiti che dopo l’uscita dall’Unione europea non si starà meglio. Potrebbero verificarsi situazioni analoghe a quelle già esistenti in alcuni Paesi dell’America Latina. Poi, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, oggi il Governo non sembrerebbe guidato dal Presidente del Consiglio ed il ministro dell’economia non sembrerebbe sufficientemente ascoltato. Sembra, invece che il Governo sia guidato dai due vicepremier come se fossero i consoli della Repubblica dell’antica Roma.