BLOG
Sandro Roazzi

Economia e Politica. Calano i populismi, sale la crescita

ivanka trump lagarde merkelCalano le azioni dei populismi in Europa, salgono le previsioni di crescita economica da parte del Fmi. Secondo il Fondo l’attenuarsi dei rischi politici nel Vecchio Continente determina un consolidarsi della ripresa che viene vista al rialzo per tutti i maggiori Paesi, Italia compresa. Quest’anno da noi il Pil crescerà, secondo le nuove stime, dell’1,3%. Tutto da vedere l’andamento del 2018 ancorato ad un modesto 1% e nel mirino di una stagione elettorale complicata. Insomma il 2017 economico potrebbe rivelarsi anche un… fuoco di paglia. Devono preoccuparsi di più, è tutto dire, gli inglesi ai quali la Brexit con le sue incertezze produce previsioni al ribasso. Mentre sembra esaurirsi il promesso ciclone Trump che si sta trasformando in un polverone nel quale la crescita c’è, al 2,1% sia nel 2017 che nel 2018, ma non ai livelli sperati (anche se nel 2016 il Pil si è attestato all’1,6%). Altri numeri per Cina ed India che procedono a colpi di Pil ormai inimmaginabili in Europa. La Cina fuga le perplessità e sempre secondo il Fmi toccherà il 6,7% quest’anno per ripiegare su un rispettabile 6,4% nel 2018. L’India fa ancora meglio con una… doppietta sontuosa (ma che non cancella povertà e sfruttamento) del 7,2-7,7%. Lontanissimi gli altri partner del cosiddetto Brics, Brasile (che comunque crescerà l’anno prossimo più dell’Italia con l’1,3%) e Sudafrica.

La crescita mondiale comunque viaggia su ritmi che sembrano scongiurare nuove fasi recessive. I rischi semmai provengono da eventuali stagnazioni, complice la bassa inflazione.
Reggono meglio le economie ben strutturate, la Germania appare l’esempio più scontato ma anche più evidente: vita politica solida, manifatturiero imperniato su medie e grandi imprese capaci di innovazioni, sindacati forti, sistema finanziario protetto. Un Paese nel quale, osserva qualcuno, funziona ancora bene perfino la curva di Phillips quella che lega crescita della occupazione a crescita dell’inflazione salariale e che permette di valutare cosa ci si può aspettare nel futuro, orientando i comportamenti dei protagonisti dell’economia.

In Italia, con la dilagante precarietà del lavoro, la disoccupazione giovanile elevata, la esiguità di nuovi investimenti, con in aggiunta la lunga fase di moderazione salariale, invece appare poco praticabile anche ai fini delle scelte che guardano alle prospettive. Ecco perché la politica del giorno per giorno, quella degli “aiutini” a termine, quella della creatività da salotto, quella delle trovate nei cerchi magici, impedisce di guadagnare la riva di una reale stabilità dei processi economici. Ed aumenta le diseguaglianze, nemiche da sempre della curva di Phillips. E non solo.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Il lavoro non c’è né per giovani né per ultracinquantenni

disoccupazione (1)L’occupazione in Italia oscilla fra il più ed il meno (come a maggio, secondo l’Istat) ma le questioni di fondo restano le stesse. Tre per l’esattezza. La prima è, come ci si poteva sbagliare, costituita dalla disoccupazione giovanile che risale a maggio al 37%, con un non irrilevante +1,8%. La seconda è che l’aumento della occupazione è merito dei lavoratori ultracinquantenni, intrappolati dalla legge Fornero e dalla mancanza di vera flessibilità, che si vedono allungare a vista d’occhio il traguardo della pensione. Ed è la conseguenza di scelte compiute proprio da coloro che poi si stracciano le vesti condannando il presunto scontro generazionale. Infine c’è la classe di lavoratori di punta, quella che va dai 35 ai 49 anni, che inanellano performance desolatamente deludenti. Come corollario un’altra notizia che suona come l’ennesimo segnale d’allarme e che fatalmente sarà ignorato: rispetto a maggio 2016 i lavoratori indipendenti sono calati di ben 172 mila unità. Quello che era un bacino occupazionale che funzionava anche da… ammortizzatore in tempi di crisi offrendo opportunità di lavoro, oggi dimostra di non riuscire più a tenere neppure le proprie posizioni. E su questo punto il piatto delle proposte politiche piange di brutto.
A maggio l’Istat registra complessivamente 141 mila occupati in più. Se si vuole però vederci più chiaro si scopre che la crescita del lavoro dipendente, 313 mila unità si scompone in 114 mila posti di lavoro permanenti e 199 mila a termine. Insomma torna a crescere la precarietà. Inoltre gli occupati ultracinquantenni sono molti di più degli altri, ben 407 mila, un gigantesco tappo sociale che potrebbe esplodere da un momento all’altro. In termini di classe d’età infatti si scopre che il tasso tendenziale del segmento più giovane, 15-24 anni, scende del 5,8%, quello successivo fino ai 34 anni dello 0,8% e quello che lambisce i 50 anni cede dell’1,8%. Solo gli ultracinquantenni conservano il segno positivo: +5,3%. Il tasso di occupazione resta pertanto inchiodato al 57,7%, uno dei più bassi rispetto ai Paesi nostri competitori.

Di fronte a questi dati impallidiscono sia le autocongratulazioni ben note, sia le vuote invocazioni a fare del lavoro il tema centrale della politica. Non ci voleva molto a comprendere che con la fine degli incentivi, le ristrutturazioni e le crisi industriali in corso, l’assenza di politiche del lavoro attive, un mercato del lavoro ingessato, si rischiava di scivolare in una situazione di stallo parzialmente lenita dalla lenta ripresa che per fortuna sta reggendo.

Da questo punto di vista non funzione neppure la frase di moda che richiama la necessità della politica del fare. Prima servono progetti, strategie di sviluppo, uno sforzo imponente in termini di investimenti.

E sarebbe utile impegnare le parti sociali a concorrere a scelte in grado di consolidare la crescita. Ma ancora una volta la politica sembra balbetta.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Meno ore lavorate: ci si divide il lavoro che c’è…

Questa volta l’aumento della occupazione ed il calo della disoccupazione sono simmetrici: +0,2% e -0,2%. Tutto bene allora? Non proprio. L’aumento della occupazione nel primo trimestre del 2017 intanto registra un +78 mila unità nel lavoro dipendente, ma un -26 mila unità in quello indipendente dove si mischiano la chiusura di piccole imprese, una quota di precarietà, la stagnazione della domanda interna. Per giunta la crescita del lavoro dipendente si deve per due terzi all’occupazione a termine, con l’aggravante che la fine degli incentivi sta riducendo a vista d’occhio il passaggio di lavoratori da contratti a termine a forme più stabili di impiego.
Ma il dato che dovrebbe far riflettere di più è che continuano a diminuire le ore lavorate a conferma che più che accrescere i posti di lavoro in Italia ci si divide soprattutto il lavoro che c’è. Per finire si può segnalare positivamente un incremento del lavoro nella classe di eta’ più giovane, mentre segna sempre il passo quella… di mezzo e continua a infrangersi contro il muro previdenziale della Fornero la fascia degli ultracinquantenni.

E resta la spaccatura del Paese fra un nord che aumenta gli occupati dell’1,2% ed un sud che si attesta a meno della metà con uno 0,5%.

Anche la diminuzione della disoccupazione ha…le sue spine. Cala dello 0,2 attestandosi all’11,6%. Ma se si disaggrega il dato si nota come i più giovani (15-34 anni) sono al 22,7%. In diminuzione anche gli inattivi ma che vanno ad ingrossare le file dei disoccupati nella speranza di trovare qualcosa da fare. Fra quelli che restano fuori dai confini del mercato del lavoro molti, troppi, restano poi gli scoraggiati. Segnali interessanti dunque ci sono ma le lingue d’ombra che si insinuano nel mercato del lavoro sono ancora parecchio lunghe. Ed ogni maggiore incertezza politica ed economica rischia di rimettere in discussione uno scenario che al momento non appare affatto ben assestato. E questo sono dati che dovrebbero scuotere la politica che apparentemente rimane però in tutt’altre faccende affaccendata, dedicando solo qualche battuta retorica per lo più ad un tema che invece dovrebbe essere centrale.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Tutti dicono: la ripresa c’è.
Ma gli italiani non si fidano

Fiducia in calo, aspettative in peggioramento. L’Istat segnala così la fase economica che stiamo attraversando, inconcludente e priva di una reale direzione di marcia. Singolare che anche le assicurazioni internazionali su una crescita che si sta irrobustendo faccia poca presa su imprese e famiglie. Sembra quasi che i miglioramenti in atto scivolino via senza lasciare traccia nella opinione dei più come acqua su un vetro, appannato per giunta. Si tratta di umori congiunturali, vero, ma pur sempre sintomo di un malessere che appare e scompare come un fiume carsico nella nostra economia.

È che per ritrovare speranze e fiducia occorrerebbe il ponte della politica, da noi lesionato in troppi punti per essere percorribile. L’incertezza corrode anche le migliori intenzioni, l’ insofferenza per come si trascina la dialettica fra i partiti fa il resto.

Ma quello che dovrebbe mettere all’erta più di tutto sono le previsioni intonate al pessimismo: le famiglie vedono la disoccupazione in aumento, le imprese – tranne il commercio che sta beneficiando di una timida ripresa dei consumi – di tutti i settori non mostrano alcuno slancio con un umore perfettamente allineato alla modestia complessiva del procedere della economia.
A soffrire sono soprattutto le potenzialità economiche e sociali di cui comunque disponiamo. Il fatto è che la spinta a rischiare, a cercare lavoro, a inventarsi una attività si rafforza se tutta la società si muove, si rinnova, cambia passo, ritrova motivazioni comuni. Su questo versante siamo indietro invece e non di poco. Confindustria e sindacati intanto paiono intenzionati ad aprire un nuovo confronto. Potrebbe essere questo un buon segnale per smuovere i timori sul futuro e sarebbe anche più utile provenendo dalle forze sociali. Per ora di tratta però solo di un fragile auspicio.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Draghi annuncia: quaresima finita. E l’Italia trema

Dopo Macron, Draghi. Aria meno intossicata in Europa. Non spazzerà via tutte le nubi sul futuro ma è certamente meno stantia del recente passato. Secondo il Presidente della Bce la ripresa ora è resistente, più solida. Mentre si profila un nuovo (e diverso da ieri) asse franco-tedesco sulla cui qualità politica è difficile fare previsioni, dopo l’avvento di Macron all’Eliseo, ecco che la massima autorità monetaria del Vecchio Continente lancia un messaggio che annuncia inevitabili novità. Si avvicina, pare di capire, la fine del QE che ha cercato di sostenere lo sforzo verso la crescita senza default, malgrado le riserve di un certo mondo tedesco, si intuisce un probabile ritocco all’insù dei tassi. Insomma siamo alla vigilia di importanti cambiamenti.

Ma ne sappiamo anche di più sulla tenacia con cui Draghi ha portato avanti una eterodossa politica monetaria: secondo la sua analisi finalmente la maggioranza silenziosa sta vincendo i round elettorali contro i populismi; si può ricominciare a costruire nuovi passi comuni per l’ Europa e non solo sul nodo dell’immigrazione. L’argine monetario difeso con grande determinazione acquista così in modo più esplicito anche una valenza più “politica”, una scelta di campo a favore di un’ Europa dalla quale non si deve tornare indietro anche perché ci sono i consensi utili a promuovere questa scelta ( tanto meno dall’euro che Draghi quasi non menziona, convinto come è della necessità di guardare avanti).

In questo senso la complessa scommessa di Macron ottiene un avallo non da poco, probabilmente non sgradito alla Merkel. Draghi, Macron, Merkel, questo può esssere oggi il nuovo… trio Europa. Le conseguenze non tarderanno a farsi sentire. Chi ha perso tempo, mentre la Bce cercava di farlo guadagnare a tutti e s’affacciava il fenomeno Macron, avrà di che rimpiangere la sua inerzia. Quando i tassi torneranno a salire, quando la “normalità” monetaria busserà alle porte dei conti pubblici (e del sistema bancario) non sarà più possibile trincerarsi dietro gli alibi. E per l’Italia quel “Trio” finirà, se saprà procedere, per disegnare uno spartiacque complicato con quello che abbiamo alle spalle.

Siamo indietro, non dimentichiamolo, in tema di produttività, dobbiamo recuperare ancora almeno 300 mila posti di lavoro persi con la recessione ed oltre sette punti di Pil. Non abbiamo politiche del lavoro adeguate ai ritmi della rivoluzione tecnologica, gli investimenti non decollano, il mercato interno stenta mentre per esso lavora più dell’80 per cento delle nostre imprese. Inoltre il nostro welfare è in attesa di una svolta inevitabile (domanda inquietante: quali pensioni per i tanti giovani condannati ad una interminabile precarietà?) E la giungla delle diseguaglianze si dirama sempre più fitta. I cambiamenti alle viste, come sempre accade, sono anche una opportunità. I limiti attuali della nostra classe dirigente sono arcinoti, ma ciò non toglie che processi come quelli in… marcia in Francia siano possibili. Almeno per porre le basi della classe dirigente nuova in grado di misurarsi con un mondo rivoluzionato.

L’attaccamento alle poltrone, la rissosità, le ambiguità nella lotta per possedere il potere e non utilizzarlo per costruire l’Italia di domani, sono un macigno che frena il cammino in questa direzione. Ma il vero scontro, culturale, politico e sociale sembra essere proprio questo: rimuovere quel macigno e ritrovare sintonia con coloro che in Europa sanno guardare oltre i nazionalismi e i non meno deleteri provincialismi. In questo scontro rischiano di scomparire nobili ed antiche tradizioni politiche, vedi il tramonto del socialismo europeo. Non i suoi ideali, la cultura solidaristica, ma la forma partitica appare davvero logora. E non è neppure in discussione il valore della scelta di sinistra. Non quella velleitaria e salottiera che abbiamo vissuto da noi, ma quella che continua ad essere baluardo di diritti del lavoro e della dignità della persone, specie di quelle che sono meno favorite, escluse. E che dovrebbe battersi anch’essa per una nuova Europa.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

L’Italia “piegata”: senza operai e piccola borghesia

Ci siamo persi per strada le classi sociali che sono state il perno dell’Italia del secondo dopoguerra, classe operaia e piccola borghesia, ma in compenso ci troviamo con diseguaglianze più profonde gran parte delle quali determinate dal reddito (il 64%). È l’Italia delle classi sociali tratteggiata dal rapporto Istat 2017 che fatica a ritrovare una sua identità ma trascina nel frattempo le sue contraddizioni anche a causa del fatto che, usciti dalla lunga recessione, sostanzialmente si è perso tempo.

In Italia ci sono un milione e seicentomila famiglie povere, ma l’indigenza individuale tocca il 7,6%. Se poi vogliamo riferirci ai rischi di esclusione sociale, questa lambisce ormai il 30% della popolazione (28,7%). Ma sono le tipologie sociali prevalenti della nostra società a preoccupare. Non solo perché il nodo dolente restano i giovani, che rimangono a lungo a casa dei genitori, che fanno fatica ad entrare nel mercato del lavoro ed a restarci, che vedono come un miraggio il lavoro diventare anche un percorso di promozione personale. Ma anche perché la frantumazione sociale che riguarda italiani e stranieri avanza inesorabile e fa pensare ad un’Italia futura con delle élite privilegiate e una massa di persone costrette a dividersi lavoro poco qualificato e un reddito modesto nel quale ancora una volta la presenza di un pensionato può fare la differenza.

Al dinamismo incessante dell’innovazione e dell’evoluzione tecnologica fa dunque riscontro una polverizzazione degli strati sociali che non prelude però ad una ricomposizione, semmai ad una cristallizzazione sociale. Questa è la scommessa più difficile ma obbligata per la politica e le sue classi dirigenti che almeno in Italia non sembrano in sintonia con l’entità dei problemi che emergono e che l’Istat mette in evidenza.

Si tratterebbe di tenere il passo dei cambiamenti con politiche del lavoro, fiscali, industriali in grado di accompagnare i processi innovativi ma al tempo stesso di evitare che le aree di povertà e di emarginazione finiscano per diventare delle paludi senza futuro.

Del resto rispetto al 2008 non abbiamo ancora riassorbito la bellezza di 330 mila posti di lavoro perduti nella crisi. Molti di essi sono probabilmente la conseguenza del crollo degli investimenti in opere pubbliche ed edilizia. Ma sono anche il sintomo di una lentezza politica che perde tempo al tavolo delle divisioni e delle risse non volendo capire che invece le risposte da dare alla collettività sono ben altre.

Se pensiamo che però saremo ancora alle prese con il debito pubblico, sotto l’occhio severo dell’Europa nella quale fra non molto finirà anche l’ombrello protettivo steso dalla Bce che inevitabilmente imporrà una cura maggiore dei nostri conti pubblici, mentre non riusciamo a fare quella riforma fiscale che potrebbe riequilibrare in parte le diseguaglianze dei redditi, ci rendiamo conto di quali ritardi soffriamo e quanto sarebbe necessaria invece una svolta profonda con il coinvolgimento di tutte le forze in campo, quelle sociali in primi luogo.

Anche perché questa segmentazione sociale senza appartenenza bussa anche alle porte delle rappresentanze di imprese e sindacali. Essa si sposa con la tendenza sempre più pronunciata ad un individualismo di fondo nell’affrontare e risolvere i propri problemi che in qualche modo bypassa le tutele collettive. Ma crea nuovi problemi ai quali occorre dare risposta.

Siamo ormai proiettati in un mondo che non è nemmeno parente lontano del passato. Tranne che nella necessità di utilizzare valori che tornano ad essere discriminanti nel confronto fra schieramenti come quello della solidarietà. E tranne l’uso che si dovrà fare del sapere (tecnologico ma non solo) vera bomba innescata sotto gli assetti sociali ed economici.

Il rapporto dell’Istat potrebbe consentire una sorta di risveglio di attenzione nei riguardi dei temi di fondo degli scenari che si stagliano di fronte alle nostre società. Basti pensare al fatto che le difficoltà politiche e culturali nell’affrontare l’inserimento di migliaia di famiglie di immigrati vengono travolte dal fatto che l’evoluzione economica e sociale avanza inesorabile ed anche per i nuclei stranieri che vivono da noi si possono misurare le diseguaglianze di reddito e di status simili a quelle relative alle famiglie di cittadinanza italiana.

Servirebbe una… svegliata collettiva. Ed un impegno che rivaluti il ruolo della partecipazione, della coesione, del progettare e realizzare insieme.

I dati dell’Istat condannano l’inerzia degli ultimi anni annebbiati da troppa propaganda e troppi colpi a effetto purtroppo effimeri, ma ci ricordano anche che quella rischia di essere una deriva lunga ed ancora più allarmante. Con tutte le conseguenze del caso che però si possono arginare e ridurre. Ma ci vuole la politica.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Referendum Jobs Act, torna la partita dei diritti

camusso-poletti-420x235-480882Per non lasciare l’Italia in astinenza di tormentoni ecco rispuntare con prepotenza l’articolo 18 soppresso di fatto dal Jobs act e che è oggetto del referendum della Cgil assieme ad altre mine vaganti come quella, ormai di massa, dei voucher.

Di quel referendum si era persa memoria, ma oggi l’appuntamento rimbalza agli onori della cronaca invadendo i media soprattutto in virtù del potenziale che porta con sè: dare la spallata finale a Renzi che del Jobs act ha fatto una bandiera. Incautamente il Ministro Poletti ha messo subito le mani avanti: si vada alle elezioni così si scongiurerà l’eventuale referendum che attende però ancora il via libera. L’uscita dell’impolitico Poletti (complimento involontario?) ha scatenato un putiferio di reazioni che appare come una… ristampa degli schieramenti del 4 dicembre, ma che non fa i conti con il Paese reale il cui sentiment è sempre più difficile da decifrare, anche se la componente protestataria è forte e rischia di diventarlo ancor di più se l’economia virerà verso fasi di stagnazione.

La storia dell’art. 18 è nota: un padre dello Statuto come Gino Giugni lo aveva previsto in una delle ultime stesure solo per tentare di ampliare il consenso parlamentare che vedeva il Pci arroccato su una posizione ideologica che negava diritto di cittadinanza a scelte sul lavoro che non lo vedessero protagonista diretto, malgrado quelle norme fossero il frutto di lotte unitarie di lavoratori e sindacati (in particolare dell’industria). Tanto che i comunisti non andarono oltre l’astensione nella votazione sullo Statuto. Successivamente quella norma si rivelò essere certamente un elemento di rigidità eccessivo che malgrado tutto fu assorbito nel tempo, malgrado ricorrenti mal di pancia industriali.

Negli anni ’90 la questione tornò in auge e vide ad esempio contrapporsi sul tema di una maggiore flessibilità del lavoro D’Alema ed il leader della Cgil Cofferati. In D’Alema la concessione alla revisione non fu altro che il tentativo di allearsi con quei grandi gruppi imprenditoriali e di potere finanziario, orfani della prima Repubblica, per rafforzare il potere post comunista. Per Cofferati fu invece una tappa necessaria per la conquista di una leadership a sinistra, ma anche un modo necessario per non spaccare la Cgil proprio quando balenava l’idea di semplificare il panorama sindacale, isolando il maggiore dei sindacati. Il merito come al solito cedette il passo alle strategie politiche.

A posteriori va detto però che negli anni ’90 aver aperto il rubinetto dei licenziamenti poteva solo aggravare e non di poco una situazione occupazionale sull’orlo del collasso. Oggi però, a parere di chi scrive, tornare totalmente indietro sarebbe anacronistico. Il mercato del lavoro è cambiato profondamente, la difficile priorità sembra essere quella di crearlo il lavoro. Il governo Renzi con furbizia ha accompagnato il varo del Jobs act ad incentivi che per mesi hanno favorito le assunzioni. Peccato che il loro ridimensionamento ha impietosamente messo in luce la modestia del tentativo riformatore. Il perdurare delle incertezze sul futuro, l’assenza di politiche economiche espansive, la carenza di investimenti privati ha fatto il resto. E sono ripresi i licenziamenti. A questo punto andrebbe fatta una riflessione sul comportamento degli imprenditori che molto hanno preso, poco hanno dato in termini di rischio e soprattutto in termini di propensione ad investire.

Il loro debito nei confronti della società italiana sta crescendo senza che da parte loro venga un mutamento reale di rotta. Inoltre il mercato del lavoro presenta le stesse lacune di prima della recessione: un mercato della domanda e dell’offerta del lavoro al limite del ridicolo (o del passa parola come negli anni ’50 e ’60), una precarietà esorbitante, la frattura territoriale nord-sud e, per finire, un ritardo esiziale sul piano della innovazione che però comporterà nuovi affanni sul piano occupazionale.

Con un piede nel passato ed uno in un futuro assai poco tranquillizzante il nodo del lavoro resta un nervo scoperto del nostro assetto economico e sociale. Il Governo Renzi voleva cambiare le regole. In realtà non ha capito che in questo Paese è già un miracolo se si…rispettano le regole. È il caso del secondo punto del referendum: l’abolizione dei voucher. Che sono una riedizione del proliferare delle partite Iva ovviamente molto più…in grande. Un espediente delle imprese, alla faccia del lavoro stabile, per aggirare la scelta di assumere. Con il Jobs act impotente in questo caso ad arginare il fenomeno. Abolire del tutto i voucher forse non sarebbe positivo: troppe piccole imprese finirebbero in difficoltà. Riscoprire la vera natura di compenso occasionale e solo occasionale sarebbe più opportuno. Ma anche in questo caso si sfiorerebbe solo il vero problema: come ridurre la precarietà e le troppe porte di ingresso al lavoro, spesso pertugi furbi ma solo in grado di aumentare diseguaglianze e disaffezione verso il valore lavoro. In questo senso va osservato che la proposta Cgil, criticabile quanto di vuole, va oltre i quesiti referendari e pone all’attenzione, finora disattenzione, generale la questione dei diritti del lavoro. Forse questo tema sarebbe un buon banco di prova per tutti. Rimetterebbe in pista l’intero movimento sindacale e porrebbe la politica di fronte ad una problematica che va oltre i giochi, perdenti, di potere. Ma l’orizzonte nel quale ci si muove appare purtroppo troppo angusto e dominato dalle tattiche, speriamo non autodistruttive, del mondo politico.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Ocse. Pil rivisto al ribasso e crescita debole

Il segretario generale dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), Angel Gurria durante la presentazione dell'Economic Survey dell'OCSE sull'Italia presso il ministero dell'Economia a Roma, 19 febbraio 2015. ANSA/CLAUDIO PERI

Il segretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ANSA/CLAUDIO PERI

Il Pil mondiale crescerà del 2,9% nel 2016 e del 3,2% nel 2017. Lo afferma l’Ocse nel suo Economic Outlook di settembre, ritoccando rispettivamente al ribasso di 0,1 punti le stime rispetto all’economic outlook di giugno. Quanto alla zona euro, la crescita prevista è dell’1,5% nel 2016 e dell’1,4% nel 2017, rispettivamente 0,1 e 0,3 punti in meno rispetto alle precedenti stime di giugno. In Italia il Pil crescerà dello 0,8% nel 2016 e 2017. Lo afferma l’Ocse nel suo Economic Outlook di settembre, ritoccando rispettivamente al ribasso di 0,2 e di 0,6 punti le stime rispetto all’economic outlook di giugno. La revisione al ribasso delle stime di crescita italiane è dovuta al fatto che le attese “su investimenti e scambi non si sono rivelati così fruttuosi come si prevedeva”, dice Catherine Mann, capo economista dell’organizzazione, presentando l’ultimo economic outlook a Parigi.
“Nel caso dell’Italia dobbiamo riconoscere che c’è una vasta gamma di sfide da affrontare”, ha aggiunto, sottolineando, tra l’altro, che l’Italia sarà uno dei Paesi maggiormente colpiti dalla bassa crescita della zona euro nel 2017.


Ocse: Pil “magro” (+0,8) anche nel 2017

di Sandro Roazzi

Fra i Paesi che soffriranno di bassa crescita nel 2017 l’Italia risulta fra i più colpiti. La previsione è dell’OCSE. Quasi un telegramma per Palazzo Chigi ma non certo dei più amichevoli. Non è sbagliato parlare di doccia fredda… In parole povere ci sarà un biennio (2016-2017) con un Pil allo 0,8% che si confronterà con una crescita nella eurozona dell’1,5% quest’anno è dell’1,4% nel 2017. Ma soprattutto con un +1,8% della Germania nel 2016 (un punto netto in più a favore della Merkel) mentre la Francia si attesta anch’essa oltre il punto percentuale (+1,3%).

Siamo insomma alla… maledizione della bassa crescita. Per l’OCSE è il frutto di diverse componenti fra le quali le ineguaglianze e i salari stagnanti. Due terreni di intervento sui quali il Governo italiano sarà chiamato a rispondere fin dalla legge di bilancio ora in preparazione (pensioni, con la difficile ricerca delle risorse utili; contratti del pubblico impiego…). L’OCSE in realtà si aspettava qualcosa di più dall’Italia sulla scorta di alcuni progressi fatti in particolare sul tema del lavoro con il Jobs act. Solo che non aveva fatto i conti con la progressiva estinzione degli sgravi che hanno accompagnato quella legge e che hanno contato infinitamente di più nei calcoli delle imprese.

Ingenuità dell’OCSE o un modo per moderare le… fosche attese? Unico dato consolatorio è che nel 2017 l’Italia non fa… marcia indietro come dovrebbe avvenire invece per altri Paesi. Ma resta distante dalle migliori performance il che vuol dire indebolimento anche del peso politico. Ma ce n’è anche per le banche centrali: l’OCSE mette in guardia dalle scelte monetarie che intendono prolungare di molto la politica dei tassi bassi perché ad un certo punto il tutto potrebbe alimentare volatilità sui mercati finanziari.

Per l’oggi (e per domani) l’operato della Bce di Draghi e della Banca del Giappone, le due maggiormente sotto pressione, viene assolto con un aggettivo significativo come “opportuno” anche perché sulla politica monetaria esiste un carico eccessivo dovuto alle carenze della politica. Ma le prospettive future sono ben più incerte.

Del resto se il denaro c’è si muove… poco. Questa volta è l’Abi a fare il punto della situazione: i prestiti a imprese e famiglie calano per il momento poco felice degli istituti bancari e per la grande incertezza che c’è in giro. Viaggiano meglio i mutui per l’acquisto della casa oggi in media al 2,2%. Mentre salgono ancora le sofferenze bancarie fino a sfiorare gli 85 miliardi di euro. Ma c’è un dato ulteriore che sintetizza il momento economico e sociale: la raccolta segnala un sensibile aumento su base annua, quasi a voler sottolineare la tendenza a recuperare risparmio da parte degli italiani in attesa di tempi migliori. Profezie… OCSE permettendo.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Inps, calo dei contratti stabili e trionfo della precarietà

Ancora brutte notizie sul fronte lavorativo italiano. Assunzioni in picchiata a luglio, sempre a causa del venir meno degli sgravi fiscali sul lavoro. Lo rivela l’ultimo Osservatorio INPS sul precariato, che segnala un calo delle assunzioni del 10% (-381 mila posti) nei primi 7 mesi dell’anno a circa 3,4 milioni. Il calo riguarda soprattutto i contratti a tempo indeterminato, che evidenziano una diminuzione del 33,7%, ma scendono anche le trasformazioni del rapporto in tempo indeterminato (-36,2%). Più stabili i contratti a tempo determinato, che registrano un incremento dello 0,9%, mentre continua il trend rialzista dell’apprendistato con un aumento del 15,4% sul 2015. Sempre indiscriminato l’uso dei voucher lavoro: ne sono stati venduti 22,4 milioni con un incremento del 36,2%.


precariGiù i contratti, su i voucher: trionfa la precarietà

di Sandro Roazzi

L’Inps non ha dubbi: con gli sgravi in via di esaurimento, i contratti a tempo indeterminato calano di netto. È una flessione che non ammette giustificazioni con un meno 33,7% nei primi sette mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2015. La riduzione dei posti di lavoro vale 382 mila unità. La spiegazione la offre lo stesso Inps: la prepotente, esplosiva crescita del 2015 avveniva nel segno degli incentivi. Ora il nome del lavoro è quello dei voucher: +36,3% su base annua e oltre 83 milioni di quei foglietti che valgono 10 euro; danno da mangiare ma spengono speranze di un futuro migliore. Una valanga senza fine. La rivincita della precarietà.

Del resto secondo l’Istat la produzione nelle costruzioni, dove si è verificata la peggiore debacle occupazionale della recessione, torna in negativo: -1,3% su base annua. L’edilizia ha pagato un prezzo enorme dal punto di vista dell’occupazione. Ed è perfino inconcepibile che le politiche incentrate sulla crescita non abbiano tenuto conto del fatto che se il maggior costo della disoccupazione arrivava da quel settore era logico ripartire da esso per risalire la corrente. Invece niente o quasi. Quella delle costruzioni e’ la scommessa che dipende più di tutte da investimenti pubblici e privati finora non pervenuti. Ma necessari. Inoltre c’è un evidente risvolto negativo nella comunicazione del Governo che annuncia la fine degli sgravi ma non propone nuove strategie di valore generale.

La conseguenza è quella di deprimere ulteriormente le attese e la propensione al rischio. Un autogol che dipende però da comportamenti evitabili: la logorrea inutile di alcuni dei protagonisti. Probabilmente si è anche sottovalutata l’uscita della Cgil che lanciava un ambizioso programma per il nuovo lavoro. Non un commento, nemmeno vere e proprie critiche. La proposta ha sapore neokeynesiano, poggia su due fattori ipertradizionali come la cifra delle risorse e quella degli occupati.
Eppure poteva riaprire un confronto sul lavoro di tipo progettuale che oggi manca totalmente esentando di fatto i protagonisti della vita economica dall’assumersi responsabilità di lungo periodo. Nel governo per giunta si continua a credere che le… pensate sono meglio di uno sforzo progettuale che per essere efficace non può non coinvolgere anche le parti sociali. A partire dalle imprese fin troppo abituate a ricevere ma restie a esporsi.

La questione occupazionale insomma non tramonta. Anzi. La rivoluzione tecnologica spacca in due il problema. Da un lato restano essenziali politiche tradizionali di investimento in settori come le costruzioni, ma non solo se si pensa al turismo ed alla energia collegata all’ambiente, che attendono una rivitalizzazione in grande stile. Dall’altro occorre riflettere sul come realizzare qualche milione di posti di lavoro sostitutivi di quelli bruciati dalla innovazione tecnologica e dalle reti. Un compito immane pur se diluito nel tempo. Ma che non è un futuribile, è già… oggi, sicuramente domani.

Sandro Roazzi

Blog Fondazione Nenni

Buste arancioni e flessibilità,
uomini e donne non numeri

Busta arancione per 7 milioni di lavoratori ad aprile. L’Inps farà una simulazione della loro pensione futura e non è detto che sia una buona notizia. Semmai un modo utile per fare i conti con il proprio futuro che però, visti i tempi, non sempre dipende dai singoli.
Intanto Boeri, Presidente dell’Inps punta i piedi su un altro argomento caldo: la flessibilità va fatta ora, non fra tre anni, ripete con decisione. Sempre più convinto che si debba passare dalle parole ai fatti si ricorda che da tempo aveva perfino formulato, se fosse stato necessario, un articolato di quella che considera una esigenza prioritaria per aprire la porta del lavoro ai giovani e per metter riparo ai costi occupazionali di tante ristrutturazioni in atto nel sistema economico.

Per ora il Governo non ha intenzione di prender di petto la questione. Al contrario mostra grande prudenza come se non la considerasse una priorità, visto che la flessibilità appare tema complicato e non molto popolare forse. Inoltre rimettendo in discussione la legge Fornero, potrebbe far sorgere inopportuni dubbi agli ambienti “duri e puri” di Bruxelles sulla tenuta del nostro sistema previdenziale.

Fra i fautori del “si proceda” ci sono i sindacati che hanno unitariamente varato manifestazioni territoriali per chiedere un confronto sul problema e che indubbiamente sono legittimi titolari di questa materia tanto delicata. Ma anche qui appare legittimo un interrogativo: il Governo si imbarcherà in una discussione diretta con Cgil, Cisl e UIL?

Chi vuole la flessibilità rapidamente sostiene che con la legge Fornero il mercato del lavoro si è troppo ingessato. E calcola che un anziano al lavoro oggi rischia di sbarrare la via a due giovani, mentre in aziende con molti anziani il rapporto sarebbe di uno ad uno. Un costo sociale non indifferente e che divarica gli interessi di queste generazioni quando invece la coesione sociale dovrebbe essere posta in evidenza.

E i costi? Nel lungo periodo ci sarebbero dei risparmi, sicuri in quanto la anticipazione dell’andata in pensione comporterebbe delle decurtazioni dell’assegno previdenziale. Anche in questo caso le proposte non mancano: ne ricordiamo solo una, quella che prevede un taglio di un 2% l’anno di anticipo, per un totale di circa 4 anni.

Certo, l’Europa esigerebbe il rispetto dei patti, ovvero la copertura dei costi iniziali sui quali si è già scatenato un polverone di cifre in contrasto fra di loro, ma sembra difficile ipotizzare un costo inferiore ad almeno 3 miliardi di euro. Da trovare. Da togliere ad altre poste di bilancio, magari per la crescita. Un nodo spinoso. Ma quando si parla di lavoratori anziani non si può dimenticare che molti sono soprattutto cinquantenni, ancora lontani dalla riva pensionistica. Ed allora ecco sorgere altre considerazioni come quella di affrontare insieme una riflessione sia sullo strumento della flessibilità che sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali e di altri interventi possibili a tutela dell’occupazione, ripartendo i costi anche sul sistema delle imprese. Che però non gradirebbero l’ipotesi in una fase tanto incerta dell’economia e mentre si prospetta il cambio della guardia in Confindustria con l’uscita di scena dell’attuale Presidente Squinzi.

È insomma una partita molto difficile, solo all’inizio. Con poco entusiasmo là dove si decide. E senza dimenticare che è in gioco il futuro di migliaia di lavoratori che non sono, e non devono essere considerati, solo numeri e conti.

Sandro Roazzi
dal blog della Fondazione Nenni