BLOG
Angelo Santoro - Enrico Buemi

Presentato ddl su segnalazione erronea

banche usuraDopo un importante lavoro di squadra, con l’Atto numero 2136 del Senato della Repubblica, il 17 Novembre è stato depositato il disegno di legge “disposizione sulla segnalazione erronea alla centrale rischi”. In un campo disseminato da soprusi e ingiustizie da parte nostro sistema bancario nei confronti dei cittadini socialmente più fragili, oggi possiamo affermare di aver gettato il “seme” della giustizia finanziaria. Si tratta di un testo su cui Interessi Comuni ha lavorato con impegno, ma soprattutto con passione: questo a seguito delle migliaia di testimonianze ascoltate e raccolte tra cittadini frustrati, mortificati e, per lo più, ridotti a scegliere se delinquere o uccidersi. Sì, perché dall’inferno della centrale rischi non c’è modo di uscirne se non con l’aiuto della giustizia.

Una possibilità, un’opportunità, che speriamo possa accendere la luce di una nuova speranza per tutte quelle donne e quegli uomini a cui è stato vietato l’ingresso in banca e perfino di usare i soldi di “plastica” (carte di credito), oggi indispensabili per poter avere accesso alla “vita”. Un’ingiustizia, quella della centrale rischi, a cui dobbiamo porre rimedio senza indugio: le segnalazioni erronee devono essere punite! Questo, infatti, in buona sostanza è lo spirito dell’articolo, affinché gli istituti di credito del nostro Paese non godano più di quell’immunità che consente loro di agire senza limiti. E’ ora di fare giustizia all’ingiustizia, di dare una nuova possibilità  a tutte quelle donne e uomini (soprattutto cinquantenni) che a causa della crisi finanziaria sono usciti dal mondo del lavoro e, stante le cose, non vi rientreranno più. Seguiremo dall’interno il percorso parlamentare della nostra legge, con il vivo auspicio che possa essere condivisa dal maggior numero di senatori e da quella politica non politicante che dimostrerà con i fatti l’interesse e la preoccupazione per un mondo in cui forse tornerà a crescere il PIL ma non certo l’occupazione. L’esclusione dal credito e dalla possibilità di possedere un bancomat, l’accanimento con cui vengono segnalate alla centrale rischi centinaia di migliaia di persone spingono verso l’illegalità un numero crescente di aziende, negozi, imprese e liberi professionisti. Abbiamo letto alcune statistiche che fanno inorridire: si riferiscono a milioni di persone che si sono legate, in un modo o nell’altro, ad organizzazioni malavitose. Ma i banchieri conoscono le conseguenze del loro operare? La scorsa settimana noi di Interessi Comuni abbiamo partecipato al convegno di AAVB e ascoltato con interesse le parole del Prof. Ferruccio Bresolin, già Ordinario di Politica Economica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia; nel suo intervento Bresolin ricordava come l’un per cento degli americani possieda la maggior ricchezza del loro Paese; nel nostro Bel Paese le cose non stanno diversamente, se si considera che il dieci per cento degli italiani ha saldamente in pugno tutta l’economia della penisola. Dunque non possiamo più aspettare, né avere indugi. Questa legge deve essere approvata velocemente per stemperare un clima che diventa sempre più incandescente. Dobbiamo vietarci di dimenticare che la tutela della persona, oltre a porre una questione etica, è un diritto sancito dalla costituzione.

Angelo Santoro e Enrico Buemi

Ludopatia. Giocare con… l’adolescenza

BambiniGioco-GettyImagesSe dite agli adulti: «Ho visto una bella casa di mattoni rosa, con gerani alle finestre e colombi sul tetto…», loro non riescono a immaginarsi la casa. Dovete dire: «Ho visto una casa di centomila franchi». Allora esclamano subito: «Oh, che bella!». Così Antoine de Saint-Exupéry apostrofava il mondo degli adulti, irriducibilmente lontano dalla fantasia e dal gioco disinteressato dei bambini.

Il “piccolo principe” di oggi ha dieci anni ed è già “un adulto”. Proprio come gli adulti, se qualcuno gli parla di una casa, non riesce più ad immaginarla con i mattoni rosa e i gerani alle finestre; pensa subito al costo, al valore economico, alla metratura, alla posizione geografica. Il suo mondo non è abitato da fate, streghe, maghi, draghi e cavalieri, bensì da un suo coetaneo sconosciuto che abita dall’altra parte del mondo e contro il quale gioca ogni sera al poker online. È la triste realtà di una nuova generazione a cui gli adulti stanno rubando il bene più prezioso: l’infanzia, il diritto al “gioco”, quello vero che è fatto di creatività, di immaginazione, di divertimento. Già, il “divertimento”!

La dipendenza dal gioco d’azzardo, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, non riguarda esclusivamente il mondo degli adulti. Secondo l’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza, quasi un milione e mezzo di minori in Italia è un dipendente dal gioco, mentre un bambino su cinque spende la paghetta di papà per giocare al gratta e NON vinci e quasi un adolescente su cinque frequenta abitualmente bingo e sale giochi. Sono stime che dovrebbero farci inorridire.

Ma soprattutto dovrebbero farci riflettere; innanzitutto, sulla corruzione del senso e del significato profondo del “gioco”: da passatempo, esercizio creativo della fantasia, a strumento di accaparramento di risorse materiali e di arricchimento. Sono gli adulti i responsabili di questa vera e propria “colonizzazione” operata ai danni dell’immaginario dei preadolescenti. Non ci riferiamo tanto ai genitori, il più delle volte ignari del problema o essi stessi coinvolti nel meccanismo infernale del gioco. Piuttosto siamo noi, donne e uomini delle istituzioni, che nonostante possediamo tutte le informazioni a disposizione e gli strumenti necessari per intervenire, sembriamo sottovalutare il fenomeno. Anziché agire attraverso meccanismi di deterrenza concediamo maggiori licenze. Ciò con l’obiettivo – così scriviamo nella nuova proposta di Legge di stabilità – di sconfiggere il “sommerso”, ovvero l’infiltrazione della criminalità organizzata nel mercato del gioco. Giustissimo! Ma poi? Non è forse il gioco tout court ad essere il vero problema?

Ci domandiamo: è lecito tollerare che un dodicenne rubi la carta di credito della mamma per giocare alla slot machine di una regolare sala giochi? Eppure conosciamo i numeri, le statistiche e le stime di quanti, giovanissimi o meno, sono vittime della dipendenza da gioco! Ritenere che la priorità sia la lotta al sommerso e che la soluzione sia avviare maggiori concessioni significa scientemente aggirare il problema, offrire soluzioni fuorvianti. Così come tanti di noi non ne possono più delle campagne di sensibilizzazione! Sia chiaro: non che si compia qualche errore a promuovere campagne che ammoniscono sui rischi del gioco d’azzardo, ma esse non possono rappresentare un lavabo per la coscienza di quanti con una mano puntano l’indice contro il gioco, mentre con l’altra ne favoriscono la diffusione.

La prevenzione è efficace solo se accompagnata da un’azione altrettanto efficace di contrasto diretto alla diffusione del gioco. Stante le cose sembra che noi non preveniamo il virus della ludopatia, ma non è nostro compito fornire soluzioni? Se non ci facciamo subito carico dell’”inganno”, dovremo ben presto affrontare il costo sociale delle conseguenze della diffusione del gioco d’azzardo; un costo sociale sempre più preoccupante che non corrisponde semplicemente al problema etico della crescita delle future nuove generazioni.

Il GAP, infatti, rappresenta anche un costo economico, considerando la spesa pubblica che attualmente viene stanziata dal ministero della Sanità per curare i dipendenti o fornire un’assistenza sanitaria idonea. La parola d’ordine dovrebbe essere invertire la tendenza prima che i “costi” superino i “ricavi”, perché questo dovrebbe essere il compito primario della politica. Facciamolo prima che sia troppo tardi; prima cioè di trovarci a fronteggiare l’ingente costo in termini di spese medico-sanitarie per i tanti ragazzi stretti nella morsa del gioco, a fronte dei più esili, oltre che “sporchi”, introiti nelle casse dello Stato che provengono dai bingo, dalle sale giochi, dalle lotterie o, drammaticamente, dai giochi online. Basterebbe intralciare, attraverso una regolamentazione più rigida, l’esercizio delle attività esistenti e scoraggiare l’ingresso nel mercato di nuovi attori. Un impegno oltre l’ipocrisia.

Dottor Angelo Santoro (Presidente Associazione “Interessi comuni”)
Sen. Enrico Buemi (Capogruppo Psi in commissione Giustizia)

 

“A norma di legge
sale ‘giochi’ e tabacchi”

Slot machine-Nencini-PsiAbbiamo inserito nella nuova Legge di stabilità una parte dedicata alla regolamentazione del gioco: un atto dovuto, perché “ce lo chiede l’Europa!”. Siamo molto preoccupati per la crescita dei consumatori abituali, quelli che non conoscono l’assuefazione del “gioco” nei “sale e tabacchi” di ultima generazione, i casino’ de’ noantri. Una crescita costante degli ultimi anni che procede parallelamente all’aumento della povertà.

La drammatica crisi finanziaria ha partorito un nuovo mostro della società contemporanea: la dipendenza dal gioco.

Ricordate le tabaccherie degli anni Cinquanta? Ma sì, quelle con la scritta “Sali e tabacchi”. Quando timidamente la signora Pina si recava con il capo chino in tabaccheria, comperava del sale perché in quegli anni non c’erano ancora i supermercati e, qualche volta, le sigarette per il marito. Oggi, invece, Maria e Giovanna sono due clienti disinvolte del bar sotto casa dove abitano da tempo. Giovanna è una signora italiana di mezza età, casalinga a forza perché cassaintegrata; ogni giorno sputtana un po’ del salario di suo marito per giocare alle slot machine e anche al gioco del lotto: il suo sogno è di poter vincere i soldi per il parrucchiere e magari comperare l’ultimo modello di iPhone che, con il naso schiacciato sul vetro del negozio della via accanto, guarda tutte le mattine mentre passa per andare dal fornaio. Maria, invece, è una ragazza polacca sulla trentina, lavora in una ditta di pulizie e deve crescere Luca, suo figlio. Per “arrotondare” i suoi tre euro l’ora, tanto prende dalla cooperativa per cui lavora, nella speranza di dare a Luca un futuro e soprattutto un presente più dignitoso. Gioca quotidianamente due ore del suo duro lavoro. Di rado vince, anzi, quasi mai; infatti il più delle volte se ne va a lavorare a stomaco vuoto perché si è giocata la colazione.

Sono storie di vite ai margini della società del “benessere”, tanto per usare un eufemismo. Vite ai margini ma tutt’altro che marginali.

Nel neorealismo di “Mamma Roma” Anna Magnani e’ una prostituta disposta a sacrificare la sua vita pur di assicurare a suo figlio un futuro differente dalla nuda vita “de borgata”. Da quegli spazi, quei luoghi e quelle relazioni sociali che il boomeconomico aveva completamente dimenticato di toccare; a dire il vero non le aveva proprio viste. Oggi non esiste più un luogo incontaminato, non scalfito dall’azione trasformatrice dell’economia finanziaria. “Treno Italo” si chiama questa diavoleria della modernità, viaggia velocissimo di stazione in stazione e inghiotte paesaggi, cose, città e persone. Avanza gagliardo e affetta l’aria come la spada di un Samurai, con buona pace di chi non ce la fa a stargli dietro, di chi non riesce a seguire la sua velocità e i suoi fendenti. Quest’ultimi arrancano per mettere insieme il pranzo con la cena. Non assomigliano agli operai dalle mani callose, i “fuochisti delle fornaci di mattoni”: oggi reperti archeologici, ieri protagonisti della ricostruzione del dopoguerra che partivano da paesini dai nomi sconosciuti per far fortuna in città. Non sono nemmeno le facce “arrabbiate” dei ragazzi di borgata e degli accattoni dei film di Pasolini. Sono, invece, uomini e donne di tutti i giorni, spesso anche di diversa estrazione sociale, che vivono nelle nostre città e che incontriamo ogni mattina nei bar e nelle tabaccherie sotto enormi palazzi scrostati. Cosa hanno in comune? Il bisogno di rincorrere “Treno Italo”, il sogno di un benessere a portata di mano, o meglio della loro mano che spinge il bottone di un video poker, che strofina con foga un “gratta e NON vinci” o che riporta una giocata con i numeri di un sogno rivelatore. Ma nell’inseguire “Treno Italo” finiscono spesso per esserne sopraffatti, schiacciati sotto le sue rotaie.

Ci sono milioni di persone come Maria e Giovanna che, per correre verso il miraggio di un facile guadagno, rimangono imprigionate e vittime di un meccanismo di dipendenza, oggi noto anche alla psichiatria con l’acronimo di GAP “gioco d’azzardo patologico”. Perdono ingenti somme di denaro, si indebitano, compromettono irrimediabilmente la loro salute psichica, si mettono in pericolo e rovinano la vita loro e dei loro cari pure.

Ci è sembrato necessario agire su una materia così scottante e delicata, nei confronti della quale era urgente da parte delle istituzioni tutelare, fuor di retorica, quella parte di cittadini più fragili. Ma caspita quanto è difficile! Ci siamo limitati esclusivamente a regolamentare il “gioco” per combattere il “sommerso illegale”. In che modo? Legalizzandolo! Ovvero, in altri termini, liberalizzando le concessioni per offrire più opportunità agli sciacalli della speranza, ai vampiri, agli usurai delle vite delle tante Marie e Giovanne del nostro bel Paese. Si tratta degli stessi individui che fino a ieri operavano all’oscuro, mentre oggi lo Stato, consente di esercitare le identiche attività alla luce del sole. Infatti, non è forse lo stesso Stato a detenere, come per i sali e i tabacchi, il monopolio?

Solo se assunto in gran quantità il sale fa male, soprattutto per chi ha la pressione alta; il tabacco nuoce molto di più alla salute, anche se ormai campagne di sensibilizzazione ne scoraggiano il consumo. E il gioco? Il gioco no! Il gioco abbiamo deciso di incentivarlo, aumentando le opportunità di consumo attraverso lotterie, gratta e NON vinci, sale gioco, un bingo a destra e pure uno a manca sparsi su tutto il territorio nazionale e, come se tutto ciò non bastasse, ora anche le nuove concessioni. Maria e Giovanna, intanto, continuano a giocarsi la vita.

Sen. Enrico Buemi Dott. Angelo Santoro

“A norma di legge: sale ‘giochi’ e tabacchi”

Jackpot City l anuova sala giochi in via canevari, slotAbbiamo inserito nella nuova Legge di stabilità una parte dedicata alla regolamentazione del gioco: un atto dovuto, perché “ce lo chiede l’Europa!”.

Siamo molto preoccupati per la crescita dei consumatori abituali, quelli che non conoscono l’assuefazione del “gioco” nei “sale e tabacchi” di ultima generazione, i casino’ de’noantri. Una crescita costante degli ultimi anni che procede parallelamente all’aumento della povertà.

La drammatica crisi finanziaria ha partorito un nuovo mostro della società contemporanea: la dipendenza dal gioco.

Ricordate le tabaccherie degli anni Cinquanta? Ma si’, quelle con la scritta “Sali e tabacchi”. Quando timidamente la signora Pina si recava con il capo chino in tabaccheria, comperava del sale perché in quegli anni non c’erano ancora i supermercati e, qualche volta, le sigarette per il marito. Oggi, invece, Maria e Giovanna sono due clienti disinvolte del bar sotto casa dove abitano da tempo. Giovanna è una signora italiana di mezza età, casalinga a forza perché cassaintegrata; ogni giorno sputtana un po’ del salario di suo marito per giocare alle slot machine e anche al gioco del lotto: il suo sogno e’ di poter vincere i soldi per il parrucchiere e magari comperare l’ultimo modello di iPhone che, con il naso schiacciato sul vetro del negozio della via accanto, guarda tutte le mattine mentre passa per andare dal fornaio. Maria, invece, è una ragazza polacca sulla trentina, lavora in una ditta di pulizie e deve crescere Luca, suo figlio. Per “arrotondare” i suoi tre euro l’ora, tanto prende dalla cooperativa per cui lavora, nella speranza di dare a Luca un futuro e soprattutto un presente più dignitoso. Gioca quotidianamente due ore del suo duro lavoro. Di rado vince, anzi, quasi mai; infatti il più delle volte se ne va a lavorare a stomaco vuoto perché si è giocata la colazione.

Sono storie di vite ai margini della società del “benessere”, tanto per usare un eufemismo. Vite ai margini ma tutt’altro che marginali.

Nel neorealismo di “Mamma Roma” Anna Magnani e’ una prostituta disposta a sacrificare la sua vita pur di assicurare a suo figlio un futuro differente dalla nuda vita “de borgata”. Da quegli spazi, quei luoghi e quelle relazioni sociali che il boomeconomico aveva completamente dimenticato di toccare; a dire il vero non le aveva proprio viste. Oggi non esiste più un luogo incontaminato, non scalfito dall’azione trasformatrice dell’economia finanziaria. “Treno Italo” si chiama questa diavoleria della modernità, viaggia velocissimo di stazione in stazione e inghiotte paesaggi, cose, città e persone. Avanza gagliardo e affetta l’aria come la spada di un Samurai, con buona pace di chi non ce la fa a stargli dietro, di chi non riesce a seguire la sua velocità e i suoi fendenti. Quest’ultimi arrancano per mettere insieme il pranzo con la cena. Non assomigliano agli operai dalle mani callose, i “fuochisti delle fornaci di mattoni”: oggi reperti archeologici, ieri protagonisti della ricostruzione del dopoguerra che partivano da paesini dai nomi sconosciuti per far fortuna in città. Non sono nemmeno le facce “arrabbiate” dei ragazzi di borgata e degli accattoni dei film di Pasolini. Sono, invece, uomini e donne di tutti i giorni, spesso anche di diversa estrazione sociale, che vivono nelle nostre città e che incontriamo ogni mattina nei bar e nelle tabaccherie sotto enormi palazzi scrostati. Cosa hanno in comune? Il bisogno di rincorrere “Treno Italo”, il sogno di un benessere a portata di mano, o meglio della loro mano che spinge il bottone di un video poker, che strofina con foga un “gratta e NON vinci” o che riporta una giocata con i numeri di un sogno rivelatore. Ma nell’inseguire “Treno Italo” finiscono spesso per esserne sopraffatti, schiacciati sotto le sue rotaie.

Ci sono milioni di persone come Maria e Giovanna che, per correre verso il miraggio di un facile guadagno, rimangono imprigionate e vittime di un meccanismo di dipendenza, oggi noto anche alla psichiatria con l’acronimo di GAP “gioco d’azzardo patologico”. Perdono ingenti somme di denaro, si indebitano, compromettono irrimediabilmente la loro salute psichica, si mettono in pericolo e rovinano la vita loro e dei loro cari pure.

Ci è sembrato necessario agire su una materia così scottante e delicata, nei confronti della quale era urgente da parte delle istituzioni tutelare, fuor di retorica, quella parte di cittadini più fragili. Ma caspita quanto è difficile! Ci siamo limitati esclusivamente a regolamentare il “gioco” per combattere il “sommerso illegale”. In che modo? Legalizzandolo! Ovvero, in altri termini, liberalizzando le concessioni per offrire più opportunità agli sciacalli della speranza, ai vampiri, agli usurai delle vite delle tante Marie e Giovanne del nostro bel Paese. Si tratta degli stessi individui che fino a ieri operavano all’oscuro, mentre oggi lo Stato, consente di esercitare le identiche attività alla luce del sole. Infatti, non è forse lo stesso Stato a detenere, come per i sali e i tabacchi, il monopolio?

Solo se assunto in gran quantità il sale fa male, soprattutto per chi ha la pressione alta; il tabacco nuoce molto di più alla salute, anche se ormai campagne di sensibilizzazione ne scoraggiano il consumo. E il gioco? Il gioco no! Il gioco abbiamo deciso di incentivarlo, aumentando le opportunità di consumo attraverso lotterie, gratta e NON vinci, sale gioco, un bingo a destra e pure uno a manca sparsi su tutto il territorio nazionale e, come se tutto ciò non bastasse, ora anche le nuove concessioni. Maria e Giovanna, intanto, continuano a giocarsi la vita.

Enrico Buemi e Angelo Santoro

Giustiziare il “gioco”.
Un “pizzo” legalizzato

Gioco azzardo-dipendenzaÈ sempre la solita storia della “doppia morale” tipicamente italica.  Come fossimo in un film di Francesco Rosi, assistiamo ora all’ennesimo spettacolo dell’ipocrisia. Stavolta, però, la trama e pure il finale si conoscono perché si svolgono sulla pelle dei disperati che nella rincorsa della “fortuna” non hanno che da perdere! Stiamo parlando del  gioco, delle lotterie e delle scommesse sportive che la nuova legge di stabilità vorrebbe “regolamentare” attraverso una serie di norme che ne disciplinano l’attività. La Legge, che abbiamo scritto sulla scia della normativa europea, intende ostacolare la diffusione del gioco irregolare e illegale e le infiltrazioni della criminalità organizzata nel gioco. Come?

Attraverso la regolarizzazione del gioco sommerso mediante nuove concessioni, ça va sans dire! Come a dire che la mafia si combatte, legalizzandola. E pensare che qualche anno fa c’era Gianfranco Miglio che lo sosteneva davvero! Come si può pensare, infatti, che una più rigida regolamentazione del gioco sarebbe la panacea per tutti i mali connessi al gioco? Davvero si ritiene che offrendo più concessioni e “regolarizzando il sommerso”, si risolverebbe il problema del riciclaggio di denaro e delle infiltrazioni mafiose nel gioco? Che differenza esiste tra una banca e un usuraio che decida di regolamentare i propri affari aprendone una? Non si tratta forse della prosecuzione della stessa attività – “criminosa”, come ci ricorda pure Brecht – con altri mezzi (leciti)?

L’illusione è di trasformare il gioco d’azzardo, clandestino, illegale – e, last but not least, il riciclaggio di denaro sporco che avviene con queste attività -, in un gioco pulito, controllato, regolamentato, svolto alla luce del sole e con denaro prelevato dai bancomat sotto casa. Tutto ciò, ovviamente, va ad ingrassare le casse di Stato, che quando non è direttamente coinvolto nell’esercizio delle attività di gioco, estorce il “pizzo” legalizzato.

A poco serve, allora, distinguere il gioco clandestino da quello legale, le scommesse che avvengono attraverso intermediari per conto di terzi (che la nuova Legge persegue) da quelle che si svolgono direttamente tra il concessionario e il cliente: è il gioco sit e simpliciter che va abolito, o meglio “liberato” dalla giogo predatorio e speculatore del mercato. Liberare il gioco significa riappropriarsene, restituirlo alla sua vocazione ludica originaria. Dovremmo imparare dai bambini, quegli stessi bambini che la legge sostiene di voler tutelare. Se così fosse capiremmo ben presto che il gioco non ha nulla a che fare con l’indebitamento, con lo sfruttamento dell’illusione e della speranza di migliorare la propria condizione, con il miraggio di un arricchimento facile, con l’incitamento indiretto all’autodistruzione fino ad arrivare ad una vera e propria patologia psichica, peraltro finalmente riconosciuta dalla psichiatria ufficiale, quale il Gioco d’Azzardo Patologico. L’operaio che, prima del turno in fabbrica, “si gioca” mezzo salario in una sola mattina davanti a una slot machine di un bar, così come l’imprenditore indebitato che cerca una soluzione ai propri problemi ricorrendo alle scommesse sportive non sono un gioco. Però la loro salute psichica, le loro condizioni materiali e anche la loro vita sono davvero in gioco!

Noi uomini delle istituzioni, sensibili alla tutela dei consumatori e alle problematiche riguardanti gli effetti del gioco (l’aggettivo “d’azzardo” appare fuorviante se si considera che vengono regolamentate le concessioni e le attività, non la quantità di denaro che viene scommessa), abbiamo l’onere e la responsabilità di svolgere un’azione più incisiva volta a contrastare tali effetti, attraverso strategie deterrenti tese a disincentivare la domanda e l’offerta di attività legate al gioco. Giacché non esiste alcun gioco “giusto” occorrerebbe “giustiziare” definitivamente il gioco anziché regolamentarlo. Questa sì che sarebbe un’azione concreta di giustizia sociale da parte delle istituzioni. Invece, si sa, la doppia morale impone di essere scientemente e volontariamente stolti o “finti” tali, al punto che si continua a guardare il dito e non la luna.

di Angelo Santoro e Enrico Buemi

Le banche che “giocano”
con la giustizia  

Amnistia finanziariaIn considerazione del fatto che aumenta a dismisura il numero dei protestati, dei segnalati alla “centrale rischi” e dei falliti, è necessario che il governo si faccia promotore di un’amnistia finanziaria. L’obiettivo è quello di favorire concretamente l’accesso al credito, oggi di fatto impedito e vincolato ai criteri discrezionali delle Banche, le quali, senza alcun vincolo e in modo del tutto arbitrario, operano legittimamente sulla base della rigorosa normativa europea: Basilea docet.

L’amnistia si configura come un vero e proprio “perdono” a beneficio di chi ha sbagliato. Essa conferisce sostanza al diritto a rifarsi una vita, ovvero alla necessità di rimuovere  dalla memoria collettiva un errore commesso nel passato che non incide più nella vita commerciale. Una volta infatti che gli effetti dell’illecito commesso non sono più capaci di nuocere all’economia, perché non riabilitare il protestato? L’amnistia è un “dono”, una possibilità di riscatto che verrebbe offerta al segnalato o protestato che abbia già ripreso a svolgere la propria attività imprenditoriale, senza però poter beneficiare della possibilità di un affidamento, in quanto le informazioni sul suo conto sono condizionanti più per i terzi che per le stesse banche.

Il colpo di spugna costituirà una vera e propria rinascita; l’amnistia consentirà a chi ne abbia beneficiato di ritornare a produrre reddito per la costituzione di una futura linea di credito. In questo modo, si renderebbe nuovamente possibile per l’ex debitore l’accesso a prestiti e fondi bancari, necessari per ritornare ad essere sul mercato, rivitalizzando così tanto l’attività commerciale e imprenditoriale del beneficiario, quanto complessivamente quella del settore in cui opera (si pensi ad esempio alle eventuali aziende con cui collabora e  non in ultimo, agli stessi dipendenti). In tal senso, ad essere favoriti sarebbero i mercati produttivi e finanziari, compresi, ovviamente, gli istituti di credito, i quali proprio dall’incremento degli investimenti e della circolazione monetaria trarrebbero indiscutibili vantaggi in termini finanziari.

Questi sono solo alcuni dei benefici che l’amnistia finanziaria arrecherebbe, limitatamente al campo economico. Nondimeno, l’amnistia può essere concepita anche come uno strumento avanzato di giustizia sociale. Si pensi, ad esempio, a quanti ancora oggi in Italia, a quasi otto anni dall’esplosione della crisi, vanno ad incrementare le statistiche sui suicidi: una drammatica e disperata risposta all’incedere incalzante della spirale di indebitamento. All’origine di questa tendenza che non accenna a diminuire vi sono proprio quelle clausole vessatorie degli usurai, tanto quelli che operano illegalmente quanto coloro che operano nell’ipocrisia delle regole creditizie del sistema bancario. Il risultato è l’inasprirsi delle condizioni di immiserimento, non solo materiale, ma “morale” e umano: è il caso ad esempio di tutte le vittime “costrette” al gioco d’azzardo. Il gioco d’azzardo è l’ultima disperata frontiera prima dell’inferno per coloro che, illudendosi di “giocarsi” qualche chance, traggono consolazione rifugiandosi nel gioco, ignari del fatto che, più che d’un rifugio, si tratta di un abisso, in cui non si può che “perdere” e sprofondare.

Angelo Santoro e Enrico Buemi