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Poesia. Italia e Cina a confronto

poesia cinese

La Fondazione Lu Xun si è incontrata a Roma con l’Accademia Belli il giorno 9 ottobre 2018 alle ore 10,00 nella Sala Molajoli del Complesso Monumentale di San Michele del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. La delegazione della Fondazione cinese intitolata a Lu Xun, il padre della moderna lingua cinese, accompagnata dall’agenzia per l’internazionalizzazione HUB, ha partecipato ad un meeting con i dirigenti del Ministero e personalità del mondo della letteratura e poesia.

All’evento sono stati anche presenti oltre al Capo della Segreteria del Direttore, Annarita Orsini e la Direttrice dei rapporti internazionali del Mibac, Rosanna Binacchi, anche alcuni rappresentanti dell’Accademia Gioacchino Belli di Roma guidati dal Presidente Fausto Desideri.

La delegazione cinese è stata guidata dal Presidente della Fondazione Lu Xun, Zhou Lingfei e dal Direttore He Junjie del Governo della città di Shaoxin.

Dopo alcuni interventi dedicati all’importante ruolo della poesia nella cultura e nell’arte, sono stati recitati alcuni sonetti a tema del Belli messi a confronto con componmenti del poeta cinese Lu Xun sullo stesso tema.

Nel corso della sessione di incontro, il Presidente Zhou Lingfei ha invitato il Ministero e l’Accademia ad essere ospiti per il 2019 del progetto culturale ‘Il Dialogo dei Grandi Maestri’, che ogni anno vede coinvolto un differente paese europeo.

A margine dell’incontro, Fausto Desideri ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Per l’Accademia Belli, dal settembre 1970 la più importante associazione culturale romana, è un grande onore incontrare la cultura di un popolo così grande e antico. Spero che questo sia l’inizio di possibili scambi culturali al fine di lasciare un’orma da calcare a chi verrà dopo di noi. Questa missione è l’ulteriore conferma che la cultura avvicina i popoli, ma è anche un grande strumento di diplomazia commerciale. Abbiamo rinsaldato i già buoni rapporti con la Fondazione Lu Xun e raccolto con entusiasmo l’invito del Presidente Zhou Lingfei per il 2019”.

Il Presidente di Hub, Michele De Gasperis ha concluso: “Abbiamo pertanto posto le fondamenta per nuove iniziative che saranno di grande interesse culturale ma anche di soddisfazione commerciale per il nostro ed il loro Paese”.

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Conte non ha ritirato la sua candidatura per la Sapienza

Conte

Non capita tutti i giorni che un docente universitario partecipa ad un concorso a cattedra e nel frattempo diventa capo del governo. La notizia suscita curiosità ed i mal pensanti possono sospettare che, dato l’importante ruolo politico assunto, possa esserne avvantaggiato. Oggi è stata diffusa la notizia, dal sito ‘Politico.eu’, che il  premier Giuseppe Conte non si è ritirato dalla corsa  per il posto di professore all’Università La Sapienza di Roma. Nella versione europea dell’omonimo sito giornalistico americano si legge: “Il primo ministro italiano Giuseppe Conte non ha ritirato la sua candidatura per una prestigiosa posizione universitaria, nonostante abbia promesso la settimana scorsa di ‘riconsiderare’ se andare avanti in seguito alle polemiche su un suo possibile conflitto di interessi”.

Il corrispondente di ‘Politico.eu’, Silvia Borrelli, su Twitter, ha annunciato: “Conte ancora in lizza per la cattedra, la sua prova di inglese è stata rinviata a data da destinarsi”.

A rivelare che il premier si trovava in lista per sostenere un esame di ‘legal english’, primo passo per concorrere alla cattedra di Diritto Privato alla Sapienza di Roma, era stato sempre ‘Politico.eu’. La domanda, spiegava però il servizio dell’organo di stampa, porta la data dello scorso febbraio, tre mesi prima che Conte ottenesse il mandato e poi, il primo giugno di quest’anno, la fiducia dal Parlamento dopo aver formato il governo.

Conte aveva così replicato frenando sulla sua partecipazione al concorso universitario alla Sapienza: “A inizio anno si era avviata una procedura di trasferimento all’università di Roma, alla Sapienza, confesso che feci domanda, perché, anche avendo un bambino piccolo, ero interessato al trasferimento, ma la mia nuova veste mi impone di riconsiderare questa mia posizione. Sicuramente lunedì non potrò partecipare alla prova di inglese per impegni pregressi”.

Ma il Pd non perde occasione ed ha presentato la seguente interrogazione alla Camera: “Conte avrebbe dovuto presentarsi per il concorso proprio oggi, lunedì 10 settembre, ma in seguito alla discussione sulla opportunità della sua scelta seguita alla diffusione della notizia, lui stesso aveva detto che considerava più opportuno rinunciare; sempre dalla stampa, però apprendiamo che il presidente Conte non avrebbe rinunciato ma avrebbe, invece, semplicemente chiesto lo spostamento dell’esame di inglese, che avrebbe dovuto sostenere oggi, per impegni istituzionali”. L’interrogazione è stata presentata al governo dalla deputata del Pd Alessia Morani. La Morani ha chiesto che vengano chiariti alcuni punti, poiché se veramente è stata prospettata agli altri candidati, dalla stessa Commissione esaminatrice, la possibilità di un mero spostamento della prova per motivi istituzionali, questo configgerebbe in maniera evidente con le dichiarazioni del presidente Conte in cui riferiva di avere rinunciato alla selezione. Infine, il deputato del Pd ha domandato: “Se il governo non ritenga assolutamente necessario chiarire in merito ad una vicenda che, se corrispondesse a quanto riportato dalla stampa, esporrebbe il Governo stesso a una situazione che, oltre agli evidenti aspetti di grave mancanza di opportunità, presenta anche profili riconducibili a conflitti di interessi”.

Ogni cittadino dovrebbe tenere la sfera privata ben distinta da quella pubblica. Sarà una libera scelta del Prof. Giuseppe Conte se rinunciare al concorso o andare avanti. Secondo le norme di legge vigenti, la commissione esaminatrice della Sapienza è tenuta ad esaminare i candidati sulla base dei meriti accademici prescindendo da qualsiasi altra motivazione.

In passato, quanti presidenti del Consiglio sono stati anche docenti universitari? Basta ricordare Aldo Moro o Amintore Fanfani. Ma il giudizio del Parlamento riguardava l’azione politica svolta e nessuno si è mai sognato di porre il conflitto sui due ruoli. E così è stato anche per Conte quando è diventato presidente del Consiglio. La novità è la concomitanza del ruolo istituzionale con la partecipazione ad un concorso a cattedra.

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Crolla la CIG aumentano i disoccupati

Giovani-disoccupatiL’INPS, oggi, ha reso noto i dati aggiornati sulla Cassa Integrazione Guadagni. A luglio 2018 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 14,5 milioni, in  diminuzione del 57,4%  rispetto allo stesso mese 2017 (34,1 mln).
L’Osservatorio Inps sulla C.I.G. ha specificato nel dettaglio, le ore autorizzate per gli interventi così suddivisi:

Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO) sono state 7.559.544, in aumento del 13,1% rispetto a luglio 2017, quando erano state 6.681.420;

Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) sono state 6.924.033, di cui 2.962.742 per solidarietà, con diminuzione del 72,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 24.912.490 di ore autorizzate;

Cassa Integrazione Guadagni in Deroga (CIGD) sono state 43.958, con un decremento del 98,3% se raffrontati con luglio 2017, quando erano state autorizzate 2.541.967 di ore.

Inoltre, nel mese di giugno 2018 sono state presentate 139.390 domande di Naspi  e  2.081 di Discoll. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 domande di Aspi, mini Aspi, disoccupazione e mobilità per un totale di 142.185 domande, il 5% in più rispetto al mese di giugno 2017 (134.756 domande).
Dai dati esposti dall’Osservatorio Inps, è evidente che la diminuzione delle ore di C.I.G. non significa che siamo entrati in una fase di sviluppo economico anzi confermano le situazioni di crisi lavorativa. Le riduzioni riguardano essenzialmente la CIGS e la CIGD, mentre la CIG ordinaria è aumentata. Questo significa che, finito il periodo del sostegno ai lavoratori per le aziende in crisi, solo alcuni lavoratori sono rientrati nei luoghi di lavoro, mentre altri hanno trovato accesso alla pensione e molti altri sono rimasti disoccupati come risulta dall’incremento delle domande di disoccupazione.

Salvatore Rondello

Usa-Ue, arriva la tregua nella guerra sui dazi

trump juncker

Finalmente una tregua tra Donald Trump e l’Europa dopo che ad Helsinki, nell’incontro con Putin, il presidente Usa aveva detto che ‘il nemico è l’Europa’. Jean Claude Juncker è andato alla Casa Bianca nella speranza di disinnescare le tensioni commerciali con gli Usa che rischiano di incrinare in maniera irreversibile le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico. Il presidente della Commissione Ue è riuscito a strappare un accordo.

Dopo l’incontro, Donald Trump ha detto:    “Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa.    L’obiettivo è quello di zero tariffe, zero barriere commerciali non tariffarie e zero sussidi sui beni industriali che non siano auto”.

Visibilmente soddisfatto anche Juncker, che è riuscito lì dove non erano riusciti Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Juncker ha affermato: “Ero venuto qui per trovare un’intesa e l’abbiamo trovata”.

Dalla Germania sono arrivati commenti positivi all’accordo di tregua, stipulato ieri dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker con il presidente Usa Donald Trump, sulle dispute commerciali. Un’intesa costruttiva, secondo Berlino che ribadisce il suo pieno appoggio all’esecutivo Ue.

La portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer, ha affermato: “Il governo saluta l’accordo per una azione costruttiva sul commercio. La Commissione può continuare a contare sul nostro sostegno”.

L’intesa prevede che l’Ue si impegna a aumentare le importazioni di soia e gas liquefatto statunitensi, assieme a una tregua sui dazi mentre Bruxelles e Washington negozieranno un percorso per azzerare le tariffe nei servizi, nella chimica, nella farmaceutica, nei beni industriali, salvo le auto (nodo sensibile agli occhi della Germania).

Dalla Francia, inverosimilmente, sono arrivati commenti freddi all’accordo di tregua raggiunto ieri da Jean-Claude Juncker e Donald Trump sul nodo del commercio. Il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha affermato: “Parigi vuole chiarimenti sull’intesa raggiunta. La Francia ha sempre detto che bisognava evitare una guerra commerciale, che avrebbe fatto solo perdenti. Quindi è un bene tornare al dialogo con gli americani”. Tuttavia l’esponente transalpino Le Maire ha detto: “L’agricoltura deve restare fuori dalle discussioni e che l’Europa non transigerà sulle sue regole. Abbiamo delle norme sanitarie, alimentari e ambientali a cui teniamo perché garantiscono la salute dei consumatori”.

I riferimenti polemici appaiono diretti all’impegno, annunciato da Juncker ieri dopo l’incontro alla Casa Bianca, ad aumentare le importazioni di soia Usa, senza precisare se questo includa anche soia Ogm.

La presa di posizione francese si accomuna al pensiero dei movimenti populisti europei che anche in Italia avversano fortemente le coltivazioni Ogm.

Invece, una autorevole francese, Christine Lagarde, direttore del Fmi, ha così commentato: “Sono lieta di sapere che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo  per lavorare insieme e ridurre le barriere commerciali e, insieme con altri partner, rafforzare la WTO. L’economia globale può avere solo benefici quando i paesi si impegnano a risolvere in modo costruttivo i disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali”.

Da diverso tempo, il Fmi manifesta preoccupazioni per il diffondersi del protezionismo nel mondo.

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Pasta, un primato mondiale tutto italiano

pasta

L’Italia mantiene con fermezza e tenacia il primato mondiale della pasta. La pasta italiana è la migliore per qualità, ed è al primo posto per export essendo anche il primo produttore di grano duro, in Europa. Tutti questi primati sono supportati dal  trend del grano duro che si mantiene stabile rispetto alla precedente campagna con una produzione nazionale attesa di 4,2 milioni di tonnellate.

Lo sostiene l’Aidepi, l’associazione delle industrie del dolce e della pasta italiana aderente alla Confindustria, che ha effettuato una prima stima sulla campagna 2018-2019, nel periodo della mietitura, quando il grano giunto a maturazione viene raccolto dalla metà di giugno alla metà di luglio.

Numeri importanti nonostante si registri un calo della superficie coltivata a grano duro di 1,8%, che, in termini di ettari equivale a 1,28 milioni di ettari in meno, a causa di una frenata degli investimenti al Sud e nelle isole. Una produzione, quella italiana, che deve confrontarsi con la concorrenza estera sempre più aggressiva, a fronte di un aumento del 4,3%, (38,6 milioni di tonnellate) di frumento duro nel mondo, mentre in Europa si assiste ad un calo non trascurabile del 3,2% (9 milioni di tonnellate).

Intanto, se aumenta la domanda dell’industria nazionale di grano duro ‘pastificabile’ è pur vero che la produzione media annua copre solo il 70% del fabbisogno, di qui la necessità di importare dall’estero dal 30 al 40% di grano di qualità superiore. Francia, Australia, Stati Uniti e Canada sono le zone dove si producono i migliori grani che vengono miscelati con quelli nostrani, e tuttavia in questi ultimi anni si assiste a una progressiva riduzione delle importazioni.

Il grano duro made in Italy ha un valore storico, infatti la pasta italiana, realizzata con la semola di tale frumento attinge alla tradizione e per mantenere alti i suoi livelli qualitativi conta sull’esperienza del ‘saper fare’ dei pastai italiani che da generazioni se lo tramandano, capaci di selezionare e miscelare i grani più pregiati, italiani ed esteri. Una maestria che trova un importante punto di riferimento nella Legge della purezza della pasta varata nel 1967. Si tratta di una sorta di codice deontologico della pasta che sancisce le caratteristiche del prodotto e della materia prima utilizzata come la quantità di proteine e la sua tenuta al ‘dente’, dettando per così dire livelli di proteine non inferiori al 10,5%, anche se oggi, per soddisfare le richieste dei consumatori la percentuale è salita al 12-13%.

Inoltre le norme individuano il colore e la quantità di glutine nel frumento, caratteristiche necessarie per fare un buon prodotto in grado di mantenere le posizioni sul mercato mondiale. Dunque, la pasta italiana è l’unica che per legge deve contenere solo grano duro di qualità. Infatti, come spiegano Vincenzo e Francesco Divella, amministratori delegati dell’omonimo gruppo: “Più forte è la tenuta della rete proteica meno amido uscirà dalla pasta in cottura. Quando la semola è di ottima qualità e risponde ai parametri richiesti, le proteine a contatto con l’acqua creano il glutine, il ‘cemento’ che costituisce la struttura della pasta e ne trattiene l’amido”.

L’Italia, leader mondiale della produzione della pasta, e’ anche un grande granaio. Da sola, la penisola rappresenta il 10% della produzione globale. Ma dove nasce il chicco di grano che diventerà la pasta migliore al mondo? Dalla Sicilia fino alle regioni più settentrionali, ecco la geografia italiana delle coltivazioni di grano duro.

In  Sicilia  la coltivazione di grano duro si estende su circa 320.000 ettari, prevalentemente nelle zone interne comprese tra Palermo, Enna e Caltanissetta. La varietà più diffusa è il Simeto seguita da Duilio, Ciccio, Mongibello e Arcangelo. Le produzioni oscillano tra 15-20 quintali per ettaro nelle zone più marginali e 60-70 nelle zone più vocate.

Anche in  Calabria  prevale il grano duro della varietà Simeto, con una produzione che si estende su una superficie complessiva di circa 35.000 ettari, dislocata in prevalenza nella provincia di Crotone.

Puglia, Basilicata, Campania e Molise  rappresentano il blocco più importante in Italia con circa 700.000 ettari coltivati a grano duro (circa 390.000 ettari in Puglia, 175.000 in Basilicata, 70.000 in Campania e 60.000 in Molise). La varietà più coltivata è il Simeto seguito da Ciccio, Duilio, Iride e Gargano. Le produzioni medie si aggirano sui 35 quintali per ettaro.

Nel  Lazio, Toscana e Sardegna  si coltivano complessivamente circa 272.000 ettari di grano duro, dei quali circa 62.000 nel Lazio, 115.000 in Toscana e 95.000 in Sardegna. Le varietà più coltivate sono: Duilio, Orobel, Iride e Colosseo. Le rese per ettaro raggiungono i 60 quintali nelle zone migliori della Toscana, con punte minime di 10 quintali per ettaro in Sardegna nelle annate particolarmente siccitose. Generalmente il grano in questo territorio viene coltivato in rotazione con altre colture.

Nel territorio compreso tra  Abruzzo, Marche e Umbria, il grano è coltivato su circa 159.000 ettari, 115.000 dei quali dislocati nelle Marche, 31.000 in Abruzzo e 13.000 in Umbria, su territori prevalentemente collinari. Le varietà più diffuse in Abruzzo sono Simeto, Duilio, Ofanto e Meridiano. Nelle Marche e in Umbria: Duilio, Svevo, Orobel, Iride, San Carlo, Rusticano e Claudio. Le produzioni oscillano tra 20-25 quintali per ettaro delle zone interne più svantaggiate e 50-60 quintali per ettaro delle zone più fertili.

L’Emilia-Romagna  è una delle regioni italiane più importanti per la produzione di grano, tanto da guadagnarsi in passato l’appellativo di ‘granaio d’Italia’. La superficie coltivata a grano duro è di circa 80.000 ettari, con una maggiore concentrazione nelle pianure centrali (Bologna in primis, poi Ferrara, Modena e Ravenna). Le varietà più coltivate di grano duro sono Orobel, Neodur e San Carlo. Le rese produttive sono piuttosto elevate, con una media di 65/70 quintali per ettaro con punte massime di oltre 90 quintali per ettaro in pianura.

Nel comprensorio  Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia e Piemonte, si coltivano poco più di 21.000 ettari di grano duro, (di cui 1.300 ettari in Friuli Venezia Giulia, 2.600 ettari in Veneto, 13.140 ettari in Lombardia e 3.860 ettari in Piemonte). Le varietà di grano duro più coltivate sono Neodur, Orobel e Normanno. Le medie produttive sono intorno a 50/55 quintali per ettaro, con massimi di 80 nelle zone più vocate (pianura tortonese e vogherese) e minimi di 35-40 quintali nelle zone collinari.

Un primato italiano, quello della pasta basato, oltre che sulla tradizione ed abilità dei maestri pastai, su una legge varata nei primi anni del centro-sinistra ed ancora valida dopo oltre cinquanta anni.

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WASP, l’esopianeta con l’elio a 200 anni luce dalla Terra

elio

Per la prima volta è stata individuata la presenza di elio nell’atmosfera di un esopianeta, lontano 200 anni luce dalla Terra. La scoperta è frutto del lavoro di un team di ricerca internazionale, guidato da Jessica Spake dell’University of Exeter, che ha utilizzato il telescopio spaziale Nasa/Esa Hubble.

L’astrofisica Jessica Spake ha spiegato in un articolo d’apertura pubblicato su Nature: “L’elio è il secondo elemento più comune nell’Universo dopo l’idrogeno. Ed è anche uno dei principali costituenti di Giove e Saturno nel sistema solare. Tuttavia, finora, l’elio non era mai stato individuato sugli esopianeti nonostante le ricerche”. Il team di astronomi lo ha individuato analizzando l’atmosfera di WASP-107b, uno dei pianeti a più bassa densità conosciuti, di grandezza paragonabile a quella di Giove ma con una massa dieci volte più piccola, che orbita vicinissimo alla sua stella situata nella costellazione della Vergine.

Su Media Inaf, il notiziario online dell’Istituto nazionale di astrofisica, si legge: “Wasp-107b possiede un’atmosfera modellata dalla pressione del vento solare che le dà una forma allungata, a goccia, quasi come la coda di una cometa. Ed è in questa atmosfera spazzata dal vento stellare, grazie alle osservazioni del Telescopio spaziale Hubble che il team di ricerca è riuscito a scovare, per la prima volta in un pianeta extrasolare, la presenza di elio”.

Complice della scoperta una nuova tecnica che sfrutta la luce infrarossa, al posto di quella ultravioletta usata finora per studiare lo spettro luminoso della luce che filtra attraverso l’atmosfera. Uno spiraglio attraverso cui è stato possibile confermare l’ipotesi per cui l’elio sarebbe uno degli elementi più facilmente individuabili in un’atmosfera lontana anni luce. La Spake ha spiegato: “Speriamo di usare questa tecnica con l’imminente James Webb Space Telescope, per esempio per imparare quale tipo di pianeta possegga un grande involucro di idrogeno ed elio, e per quanto tempo i pianeti possano trattenere la loro atmosfera. Misurando la luce infrarossa, possiamo vedere più a fondo nello spazio rispetto all’uso della luce ultravioletta”.

Il segnale raccolto si è rivelato così potente da suggerire che l’atmosfera di questo pianeta (contenente appunto elio in uno stato eccitato) si estenda per oltre 10mila km verso lo spazio. Un’atmosfera che, nonostante con i suoi 500 gradi sia decisamente più calda di quella a cui siamo abituati qui sulla Terra, è a oggi una delle più fredde rispetto qualsiasi altro esopianeta mai scoperto. La nuova tecnica potrà permettere l’analisi dell’atmosfera di esopianeti di dimensioni terrestri.

Tom Evans, uno dei cofirmatari del documento scientifico, suggerisce: “Se pianeti più piccoli, della dimensione della Terra, hanno simili nubi di elio, questa nuova tecnica offre un mezzo esaltante per studiare, nel prossimo futuro, la parte alta delle loro atmosfere”.

Grazie all’interminabile lavoro di ricerca scientifica, un altro raggio di luce ha illuminato il sapere del’umanità. Ma ancora immenso è il buio di tutto ciò che l’umanità non conosce.

S. R.