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Simone Bonzano
Nato a Genova, ligure trapiantato prima a Torino e poi a Berlino, dove scrivo di cronaca cittadina e, per Avanti, dei fatti della politica tedesca.

Germania. Dopo l’exploit la lenta discesa di Schulz

schulz-620x372Tutto cambia per non cambiare mai. Quattro mesi fa, quando l’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz divenne il candidato cancelliere dei socialdemocratici, la SPD ha vissuto un’improvvisa ascesa nei sondaggi elettorali che la hanno visto superare, anche se solo brevemente, la CDU dell’”eterna Cancelliera” Angela Merkel. Una boccata d’aria per il centro-sinistra tedesco ribattezzato, appunto, “Effetto Schulz”.

Prima della scesa in campo dell’ex-Presidente del Parlamento UE, la SPD era, infatti, relegata ad un modesto 22% complice, innanzitutto, una leadership poco ispirata – quella del Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel – e il logoramento portato da quattro anni al governo come partner di minoranza della CDU all’interno della Grande Coalizione.

Per risollevare il partito e portarlo alla vittoria alle prossime elezioni del settembre 2017, serviva una persona esperta, ma lontana da Berlino e non “contaminata” dalla collaborazione con i cristiano-democratici, qualcuno capace di riportare la base al voto oltre a garantire una caratura internazionale al partito: il perfetto ritratto di Martin Schulz.

Per un po’ ha funzionato e Schulz sembrava aver veramente trovato la ricetta per rompere il circolo vizioso della Grande Coalizione – otto anni su dodici più svariati altri nei governi dei singoli Land – e riportare la SPD al governo del paese alleandosi con Grünen (Verdi) e Linke (la Sinistra) A fine febbraio il partito era tornato al 30% e a marzo i conti con la CDU sembravano pareggiati,  poi, però, è arrivata la primavera e con essa le elezioni regionali in tre stati guidati dalla SPD: Saarland a fine marzo, Schleswig-Holstein e Nordrhein-Westfalen a maggio.

In Saarland e Schleswig-Holstein i socialdemocratici hanno perso rispettivamente il 5 ed il 3 percento dei consensi, diventando partner di minoranza della CDU nella Saar e rischiando di finire all’opposizione nel nord del paese. Ancora peggio è andata in Nordrhein-Westfalen, stato tradizionalmente socialdemocratico e, soprattutto, regione di origine dello stesso Martin Schulz. Qui domenica 14 maggio la SPD ha perso quasi l’8% dei voti passando all’opposizione e segnando il peggior risultato nella storia del Land.

La tentazione per la dirigenza SPD sarebbe di bollare le tre sconfitte come episodi locali, ma la situazione è simile in altre regioni. La CDU è solidamente il primo partito in 9 stati su 16 ed anche in quei Land dove governano i socialdemocratici, i sondaggi– fonte Frankfurter Allgemeine Zeitung – attestano un trend elettorale negativo. Inoltre in quattro stati la SPD non è neanche il secondo partito, surclassata dai Verdi nel ricco Baden-Württemberg, dalla Sinistra e dai populisti dell’Alternativa per la Germania (AfD) in Turingia, Sassonia e Sassonia-Anhalt.

A livello nazionale, questo corrisponde ad un modesto 27% delle intenzioni di voto, 10 punti in meno della CDU (37%) e 6  rispetto ai sondaggi, trionfanti, di marzo. In più, un dato vicino a quello che era attribuito al partito sotto la guida dell’ex-segretario Gabriel, come a dire la leadership è cambiata, ma la fiducia degli elettori tedeschi nella SPD, no. Qualora i dati venissero confermati a livello federale, i socialdemocratici non solo non avrebbero i voti per costituire un governo, ma potrebbero ritrovarsi all’opposizione di un quarto governo Merkel, stavolta composto, però, da CDU, Liberali e, possibilità non remota, Verdi.

Molte sono le cause della crisi della candidatura di Martin Schulz, a cominciare dal suo programma. Schulz starebbe commettendo lo stesso errore del suo predecessore in Germania, ovvero focalizzarsi sulle politiche per il lavoro mettendo in secondo piano, come sottolinea Jasper Von Altenbockum sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, temi come la sicurezza, l’educazione e la crescita economica: punti di forza della CDU di Angela Merkel. L’analisi sembra confermata da un sondaggio della televisione di stato ARD, per cui, a fronte di un programma incentrato sul lavoro e le politiche sociali, il 45% degli intervistati ha dichiarato di aspettarsi di più da Schulz soprattutto su economia e sicurezza.

Il problema, sia per Schulz che per la SPD, è lo strano rapporto che sussiste fra il partito, la base e il resto dell’elettorato a riguardo dell’Agenda 2010 e della sua eventuale riforma. Approvata dall’ultimo governo socialdemocratico guidato da Gerhard Schröder, l’Agenda fu il risultato di una complessiva opera di riforma del mercato del lavoro e dello stato sociale fatta con l’obiettivo di aumentare l’occupazione, favorire la reintroduzione nel mercato dei disoccupati e garantirne la sussistenza.

A 12 anni dalla sua attuazione, l’Agenda è diventata uno – se non IL – pilastro della politica economica della CDU oltre che il bersaglio preferito della sinistra socialdemocratica e nazionale, per cui il pacchetto di riforme sarebbe il principale responsabile dell’aumento dell’iniquità sociale e della sotto-occupazione dei giovani tedeschi. Una parte consistente dell’elettorato socialdemocratico si è staccato dal partito in seguito all’Agenda 2010 ed è per questo che, per vincere e uscire dal cono d’ombra della CDU, la dirigenza socialdemocratica ha scelto di concentrarsi proprio sull’Agenda, cercando di proporre l’immagine di un partito di sinistra per e con i lavoratori opposto ed alternativo al partito “borghese” di Angela Merkel. Proprio qui entra in scena Martin Schulz.

L’uomo è noto per la sua retorica effervescente, l’ampia preparazione politica ed il suo auto-definirsi “un uomo del popolo” per via delle origini modeste. Non guasta la sua caratura internazionale forgiata in anni di servizio in Europa: in pratica il “salvatore della patria” socialdemocratica capace di riunificare il partito e non a caso eletto ai suoi vertici con il 100% dei voti. Schulz, diventato segretario, parte subito all’attacco dell’Agenda 2010, promettendo correzioni, maggiori sicurezze per i disoccupati e l’abolizione dei contratti a tempo determinato se non motivati.

Proposte concrete per arginare il costante impoverimento dei lavoratori tedeschi, ma considerate, a sinistra, troppo blande e rischiose al centro. Una riforma, inoltre, che costerebbe molto alle finanze tedesche. Per questo, come certifica il sondaggio ARD, il 66% degli tedeschi non avrebbe idea di come Schulz intenda mettere in atto le sue riforme.

Il risultato è che Schulz, in questo momento, è un candidato intrappolato da se stesso, dal proprio programma e dalle aspettative degli elettori. Il concentrarsi sul mercato del lavoro lo ha fatto mettere di traverso rispetto sia alla sinistra che al centro dell’elettorato allontanandolo dal suo punto di forza, ovvero la politica europea ed internazionale, a cui stanno contribuendo le elezioni regionali.

Gli altri temi, quali appunto le infrastrutture, lo sviluppo e la crescita dell’economia tedesca, la NATO e la sicurezza, rimangono secondari, così come la decentralizzazione dell’Unione Europea, riforma sostenuta dalla maggioranza dei cittadini tedeschi.

Mentre Schulz si ritrova, quindi, a fare campagna elettorale nella provincia tedesca, Angela Merkel può appropriarsi della scena europea, incontrare il Presidente francese Emmanuel Macron – eletto da Schulz quale suo partner per la riforma dell’Europa – e spostare l’attenzione sulla sicurezza o sull’aumento degli investimenti in Germania. Questo ai danni del candidato socialdemocratico che da cavallo vincente, si è ritrovato azzoppato a pochi mesi dal voto e costretto per la terza volta in pochi mesi, a complimentarsi per le vittorie regionali della CDU.

Tutto cambia, quindi, per non far cambiar niente e dopo la sbronza pro-Schulz tardo invernale, la primavera dimostra che il giorno dopo le elezioni di settembre, i tedeschi si potrebbero risvegliare come sempre negli ultimi 12 anni: con Angela Merkel come cancelliere.

 

Fonte: il Caffè e l’Opinione

Merkel e il cambio di rotta sull’accoglienza ai rifugiati

angela-merkel-a-essen“Chi è fuggito dalla propria patria a cerca protezione in Germania ha il diritto di avere un rifugio sicuro” così afferma il Ministro dell’Interno Thomas de Maizière in risposta all’interrogazione parlamentare del 27 febbraio a seguito della pubblicazione – da parte del Bundeskriminalamt, la polizia federale tedesca – dei dati sulla violenza verso migranti e richiedenti asilo in Germania nel 2016. Secondo i dati ufficiali, l’anno scorso sono state registrate nel paese 3500 violenze contro i rifugiati: poco meno di 10 al giorno. La maggioranza di questi attacchi – 2545 – hanno colpito individui singoli provocando 560 feriti, fra cui 43 bambini. Sotto mira anche le case degli immigrati – 988 attacchi registrati – e i volontari delle ONG di aiuto ai rifugiati.

Post-verità e politica. Da circa due anni – da quando la Germania ha inaugurato la propria politica dell’accoglienza ai rifugiati, il tema dell’accoglienza ai migranti è diventato centrale nel dibattito politico. Per la CDU della Cancelliera Angela Merkel, le “porte aperte” a profughi e richiedenti asilo è stata la risposta più logica alla crisi umanitaria che si stava svolgendo ai confini dell’Europa. Per i suoi oppositori – sia interni al partito sia del partito populista di destra Alternativa per la Germania (AfD) – tale politica ha aperto le porte ai terroristi e generato un'”ondata di criminalità”. Nonostante i dati ufficiali della polizia federale testimonino che gli immigrati non commettono più crimini dei tedeschi, l’allarme sicurezza si è espanso tramite i social network e i media nazionali, spesso sovvertendo i dati reali. Un esempio è la mappa online – ripresa da vari media nazionali e internazionali, fra cui l’agenzia di stampa Sputnik, spesso critica con Angela Merkel – che, documentando in tempo reale i rapporti della polizia tedesca, ha “stabilito” che l’84% dei crimini commessi in Germania avvengono per “colpa” dei migranti. Tale carta vanta oltre 4 milioni di visualizzazioni su Google ed è condivisa su vari media, primi fra tutti Twitter e Facebook. Peccato – come ha smascherato la recente analisi del Bureau of Investigative Journalism – che sia manipolata ad arte escludendo dal computo tutti i reati denunciati in cui la nazionalità o etnicità del colpevole sia omessa. Secondo gli autori, gli stessi dati analizzati in maniera coerente, testimoniano che solo il 13% dei crimini attestati siano compiuti da immigrati, in linea con quanto riportato dalla polizia federale.

Queste smentite, però, non riescono ad imporsi nel clima generale di sospetto che aleggia in una parte della popolazione tedesca, la quale associa l’arrivo dei rifugiati a due eventi in particolare: la serie di violenze sessuali verificatesi a Colonia durante il capodanno del 2016 – compiuto da una banda di nord-africani – e l’attacco terroristico – compiuto da un immigrato tunisino – avvenuto a Berlino lo scorso dicembre. Attorno a questi avvenimenti, si è costruito il consenso delle forze anti-migrazione, siano essi partiti – AfD, ma anche parte della CSU bavarese – o movimenti come PEGIDA (acronimo che sta per Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente).

Populismo e violenza. L’emergenza del populismo nel paese è dimostrata dalla crescita dell’AfD, il partito populista retto dal 2014 da Frauke Petry. A livello nazionale AfD – nato solo nel 2013 e le cui posizioni anti-islamiche sono vicine a quelle del Front National francese – è, secondo gli ultimi sondaggi, il terzo partito a livello federale con il 10% delle intenzioni di voto, una quota che, se confermata la porterebbe, all’interno del parlamento federale nelle prossime elezioni del settembre 2017. Seppure in crisi (ha perso il 5% dei consensi da inizio dell’anno), e comunque destinato ad un ruolo marginale nel parlamento, l’impatto che AfD ha avuto nella politica tedesca è significativo, soprattutto a livello dei singoli stati. Il partito ha un gran seguito negli stati della ex-Germania Est – dove, nelle elezioni avvenute negli ultimi due anni in Sassonia, Sachsen-Anhalt e Turingia ha ricevuto rispettivamente il 25, il 22 ed il 20 percento delle preferenze – e nelle zone rurali dei ricchi stati della Germania meridionale, come dimostrano i dati riguardanti il Baden-Württenberg (17%) e la Baviera (10%) dove si voterà nel 2018. In ciascuno di questi stati la crescita del partito di estrema destra è associato all’aumento dei crimini contro i rifugiati. Indicativo il caso della Sassonia dove AfD è accreditata del 25% dei voti e dove nel 2015 (anno in cui in Germania sono arrivati quasi 890.000 rifugiati e nel Land si sono registrate 153 aggressioni ai migranti) l’indice di criminalità nella regione è sceso del 4%. Nello stesso periodo la violenza da parte di militanti di estrema destra è, invece, aumentata del 30%.

Il passo indietro. La scalata mediatica dell’AfD – che ricalca quella di altri partiti populisti europei, basata più sulla paura che sui fatti – ha suscitato particolare apprensione nell’Unione, l’alleanza federale che riunisce i cristiano-democratici di Angela Merkel con i cristiano-sociali bavaresi. Questi ultimi hanno ingaggiato una battaglia politica interna contro la Cancelliera facendo pressione per un cambio di rotta, soprattutto alla luce dei risultati elettorali di AfD e dei fatti di Colonia e Berlino. Tali critiche sono venute anche dall’interno del partito ed in particolare dalle frazioni CDU della Sassonia, del Baden-Württenberg e della Turingia, ovvero gli stati dove AfD ha eroso il consenso al partito centrista. Accusata di aver tradito le posizioni conservatrici ed essersi avvicinata alle posizioni moderniste dei Verdi – cosa peraltro confermata dalle intenzioni di voto di parte della base tradizionale del partito ecologista, laureati ed accademici – Angela Merkel si è vista costretta a fare un passo indietro sulla politica di accoglienza, soprattutto a livello mediatico.

I 16 punti. Nel corso degli ultimi due anni, il fulcro della politica tedesca nel corso della crisi dei rifugiati è stato di regolamentare gli arrivi – con la chiusura della rotta balcanica a scapito della più pericolosa rotta mediterranea – e applicando criteri di selezioni rigidi. Questo ha permesso di far scendere il numero di arrivi dagli 890.000 del 2015 ai 280.000 del 2016. Anche i tassi di rigetto sono molto alti: se al 75% degli Eritrei viene garantito l’asilo, lo stesso succede al 57% dei siriani, al 25% degli Afgani – paesi in stato di guerra – e al 2% dei Pakistani – cui parte del paese è in uno stato di guerra latente. Nonostante i risultati, per venire in contro al malcontento mediatico la CDU ha varato un piano in 16 punti il cui scopo è di favorire l’identificazione mediante centri appositi sparsi nel paese e il rientro volontario mediante altri centri e sussidi, a cui è stato assegnato un budget annuo di 90 milioni di euro. Allo stesso tempo viene garantita al Ministero dell’Immigrazione la possibilità di utilizzare i dati dei cellulari dei richiedenti asilo per confermarne l’identità. Il nuovo piano ha fatto rientrare la ribellione interna del partito e ristabilito i rapporti fra CDU e CSU, ma ha anche ulteriormente sottolineato la debolezza dei grandi partiti tedeschi di fronte al populismo anti-migranti, mostrando come AfD e PEGIDA stiano riuscendo a modificare la politica nazionale pur rimanendone ai margini. Quella che era l’utopia del “ce la faremo” urlato da Angela Merkel alla Germania di fronte all’accoglienza verso i rifugiati, sembra ora affievolita, una piccola voce di un paese impaurito.

Quanto sta accadendo in Germania – non diversamente da quanto avviene allo stesso tempo in Olanda – attorno alla “fobia migranti” è indicativo di come il tema sia strumentalizzato a scopi meramente politici. Come afferma la portavoce dei Verdi al parlamento federale Irene Mihalic: “Gli immigrati non sono più o meno criminali delle altre persone che vivono qui [in Germania]” ed è “incredibile” come i media e i partiti siano stati capaci di usare a proprio uso e consumo i fatti del 2016 ed i dati reali per modificare la posizione della Germania sui migranti.

L’utopia tedesca si è scontrata con la realtà della campagna elettorale.

Pubblicato originariamente dall’autore su: il Caffè e l’Opinione

I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

Steinmeier, il futuro presidente tedesco

steinmeierFrank Walter Steinmeier, attuale Ministro degli Esteri tedesco e politico di lungo corso della SPD, sarà il prossimo presidente della Germania. Succederà il 12 Febbraio 2017 a Joachim Gauck, e sarà il terzo presidente socialdemocratico della Repubblica Federale, dopo Heinemann e Rau.

Nonostante i poteri del Presidente della Repubblica in Germania siano meramente rappresentativi, la nomina di Steinmeier da parte della coalizione di governo CDU, CSU e SPD, è un’enorme vittoria per i socialdemocratici tedeschi. Allo stesso certifica ulteriormente le tensioni esistenti fra la CDU e il suo partner Bavarese, la CSU, una partnership storica la cui crisi rischia di mettere in crisi un quarto mandato consecutivo come Cancelliere di Angela Merkel.

Sin da Giugno, l’attuale Presidente Federale Gauck aveva espresso la sua non disponibilità per un secondo mandato. La decisione era già nell’aria dai tempi della sua elezione nel 2012, ma, nonostante questo, non è stato possibile per la CDU di Angela Merkel trovare un candidato di Centrodestra che potesse essere eletto entro il secondo scrutinio.

Questa è infatti, nell’equilibrio politico del governo tedesco la scadenza chiave. Le forze di Centrodestra, CDU, CSU e FDP, non sono infatti in grado di esprimere una maggioranza valida per un elezione diretta nei primi due scrutini. Questo avrebbe lasciato alla SPD, insieme ai Verdi e alla Linke, la possibilità di eleggere il proprio candidato al terzo turno, quando i loro voti congiunti, sarebbero bastati per la nomina del presidente. Per evitare una sconfitta di immagine era necessario per la Cancelliera, trovare un candidato capace di catalizzare i proprio voti ed attirare quelli di un quarto partner. Nei desiderata di Merkel, quest’ultimo dovevano essere i Verdi, da cui la candidatura dell’attuale Governatore verde del Baden-Württemberg, Kretschmann.

Qui è entrato in gioco il veto della CSU, motivati dalla prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento e del governo della Baviera. Nella prossima tornata elettorale, infatti, la CSU dell’attuale governatore Seehofer, rischia di perdere, a causa della crescita dell’estrema destra della AfD, la maggioranza assoluta, cosa che la costringe a cercare un’alleanza con i liberali di FDP contro la possibile coalizione Rosso-Rosso-Verde, ovvero SPD, Linke – la sinistra – e i Verdi. L’elezione di Kretschmann, figura principale dei Verdi, a presidente federale con i voti della CSU, sarebbe stato uno smacco incredibile per Seehofer, da qui il veto.

La caduta di Kretschmann, e il rifiuto dell’attuale presidente del Parlamento Lammert, ha lasciato spazio a quello che è stato un vero e proprio blitz del Segretario della SPD e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel: la candidatura, appunto di Steinmeier. Rifiutare la candidatura dell’attuale Ministro degli Esteri in carica, nonché vice della stessa Angela Merkel nel biennio 2007-2009, avrebbe prolungato lo stallo ben oltre la scadenza del mandato di Gauck e troppo a ridosso della campagna per le elezioni federali del 2007.

Così si è scritta un’ulteriore pagina della crescente divisione fra CDU e CSU. Anche in questo caso, come per quelle sulle politiche a favore dei rifugiati, sulle fonti rinnovabili e famiglia, tale rottura è venuta per ragioni elettorali interne alla Baviera. Proprio nel Land che da sempre garantisce al Centrodestra una strada agevolata per il governo, continuano ad arrivare stoccate e problemi per Angela Merkel. Dal canto suo la Cancelliera è riuscita a contenere i danni, Steinmeier diviene il candidato ufficiale del Governo e non più delle sinistre. Allo stesso tempo, Merkel è riuscita ad strappare il consenso anche dalle frange più conservatrici della CDU, anche esse “ribelli” da qualche mese a questa parte, le quali potevano ostacolare il voto in Parlamento del candidato socialdemocratico e consegnare Merkel ad una crisi di governo.

In tutto questo ed in vista delle elezioni federali del 2017, la SPD mette a segno un’importante vittoria d’immagine, necessaria per avere una possibilità di eleggere il primo Cancelliere Socialdemocratico dai tempi di Schröder.

La Germania all’alba dell’era Trump, elezioni in vista

merkel-trumpAd una settimana dall’elezione di Donald Trump quale prossimo presidente degli Stati Uniti, non accennano a fermarsi i dibattiti in Germania su quanto questo pesi nel futuro del paese e dell’Europa.

Il Segretario della SPD, ed attuale Ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, vede nell’elezione del Tycoon newyorkese, e nell’euforia che ha suscitato fra i movimenti populisti europei, la nascita di “un’internazionale nazionalista e chauvinista”. Questo, per il leader social-democratico, dimostra quale veramente sia lo “Scontro di Civiltà” che esiste in Europa: non quello, caro ai populisti, fra Cristianità e Islam, ma quello interno con da una parte le forze democratiche e riformiste e dall’altra i movimenti autoritari, razzisti e nazionalisti che vogliono contrastare i cambiamenti sociali e demografici attualmente in corso con soluzioni estremiste ed anacronistiche.

Anche per il Ministro delle Finanze Schäuble, CDU, “la demagogia ed il populismo non sarebbero un problema puramente Americano, ma di tutto l’Occidente”. A preoccupare quello fra i consiglieri più fidati di Angela Merkel, è la bassa qualità del dibattito politico in corso in Gran Bretagna, Francia, Olanda, Italia, ma anche, e soprattutto in Germania. Qui si assiste alla svolta a destra della CSU bavarese – partito locale consociato alla CDU e parte della coalizione al governo –  e alla continua crescita di AfD – il movimento anti-Europeo e anti-Immigrazione che ha ormai raggiunto uno stabile 13% a livello nazionale. Contrastare questa svolta “populista” in Germania deve diventare, per due fra i più importanti esponenti del governo, la priorità del Governo di Berlino.

Eppure, nonostante queste prese di posizione, il paese rimane preoccupato. Secondo infatti un sondaggio promosso dal “Bild am Sonntag”, il 66% dei tedeschi sono convinti che proprio le due leadership dei Partiti di governo – CDU e SPD appunto – non stiano prendendo troppo seriamente le preoccupazioni che arrivano dall’elettorato. Anche se il 53% esclude che questo possa portare, in Germania, all’elezione a cancelliere di un populista “alla Trump”, questo basta per far gridare vittoria a Frauke Petry. Il segretario dell’AfD, ha difatti affermato che “i problemi che affligono la classe media in America e che hanno portato alla vittoria di Trump sono gli stessi che l’affliggono in Europa” ovvero: Tasse e Immigrazione.

Sulla stessa riga si muove, in maniera più moderata, la CSU. Questa auspica, nelle dichiarazioni dei suoi parlamentari, un forte irrigidimento nelle politiche di accoglienza dei profughi, trovando una sponda nelle correnti più conservatrici della CDU stessa. In particolare il segretario e governatore della Baviera Horst Seehofer, ha dichiarato recentemente che non appoggerà un quarto governo Merkel, qualora questo, peraltro molto probabile, non cambi completamente rotta sull’immigrazione.

Se la destra si scatena, molti ambienti liberali tedeschi, ed Europei, sottolineano come proprio la Cancelliera ricopra ora, in Europa e in Occidente, il ruolo di “anti-Trump”. Questo è il giudizio dello storico Paul Nolte per il quale “l’attività politica di Angela Merkel rappresenta quella trasformazione silenziosa che sta avendo la società tedesca, più attenta ai problemi ambientali e sociali della contemporaneità” ponendo la Cancelliera di traverso a quegli atteggiamenti di chiusura e ritorno al passato che contraddistinguono Trump ed i suoi sodali Europei. Eppure, sottolineano vari analisti, la Cancelliera e la Germania da sole non bastano per far fronte agli effetti possibilmente negativi di una presidenza Trump: serve, soprattutto, l’Europa.

Su questo tema si è espressa il Ministro della Difesa tedesco e politico CDU Ursula von der Leyen, da molti vista come probabile futura cancelliera dopo Angela Merkel. In una lettera aperta al Tagesspiegel berlinese successiva alle elezioni, il Ministro ha sottolineato come le elezioni americane sono la dimostrazione che l’Europa non possa continuare ad avere un ruolo defilato nel panorama internazionale e che, in funzione anche di contrasto ad un possibile asse Trump-Putin, questo passa anche per un meccanismo di Difesa Europea congiunta. Solo in questo modo, sempre secondo il Ministro, l’Europa può farsi carico di supportare piani di stabilizzazione e sviluppo in Africa e Medio Oriente, anche indipendentemente dalla Nato. L’idea di von der Leyen, peraltro condivisa da ambienti politicamente trasversali in Germania come in Europa, è di un continente capace di occuparsi delle crisi nei paesi a lei vicini, ma, soprattutto, capace di esercitare la sua forza geopolitica indipendentemente dall’alleato americano.

Maggior integrazione Europea, accoglienza degli Immigrati, aperture sociali rimangono quindi il fulcro dell’attività di governo della Germania anche in vista della scadenza elettorale del 2017. Che queste politiche continuino a trovare l’appoggio dell’elettorato tedesco, è la grande scommessa di Berlino da cui dipende, e molto, anche il futuro dell’Europa.

La settimana del terrore che spacca la Germania

attentati germania terrorismoMentre a Rouen, in Francia, riesplode la violenza dell’ISIS, la Germania si trova a riflettere sulla propria settimana di fuoco: Würzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach, quattro atti di violenza che in 7 giorni hanno portato il terrore in Germania.

I fatti
Il 18 luglio un teenager di origine Afghana o Pakistana, gli inquirenti sono ancora indecisi, ferisce con un ascia tre cittadini cinesi di Hong Kong all’interno di un treno regionale nei pressi della città bavarese di Würzburg per poi venire ucciso dalla Polizia. Niente di organizzato, ma durante le indagini, la Polizia scopre un video in cui il giovane, Muhammad Riyad, giurava fedeltà allo Stato Islamico e il suo intento di vendicare la morte di un amico in Afghanistan.

Passano quattro giorni ed il 22 luglio un altro diciottenne, un tedesco con origini iraniane, apre il fuoco in un McDonalds vicino al centro commerciale Olympia nell’ex-quartiere olimpico di Monaco, sempre in Baviera. Con una pistola comprata su una Darknet, una rete virtuale privata, il giovane uccide 9 persone, un apolide, un kosovaro, un greco, un ungherese, un turco e quattro tedeschi, di cui due con doppia cittadinanza turca. Infine, si suicida. Secondo gli inquirenti era da un anno che pianificava l’atto attratto dall’esempio di Andreas Breivik, il neo-nazista norvegese che cinque anni fa fece una strage nel corso della festa della gioventù socialista sull’isola di Utoya, al largo di Oslo, uccidendo 77 persone. Il giovane, sembra, aveva problemi di instabilità mentale acuiti, dicono le prime indagini, da atti di razzismo e bullismo subiti a scuola.

Quarantotto ore dopo, il 24 luglio, un profugo Siriano di 21 anni uccide a Reutlingen una donna polacca e ferisce due passanti usando un coltello da Kebab, tramutatosi, nella retorica di alcuni giornali, in un machete. Il suo raptus di follia omicida finisce grazie all’intervento di un’automobilista che, di proposito, lo investe. Anche qui nessun collegamento con lo Stato Islamico, anzi, il crimine avrebbe uno sfondo passionale essendo la vittima la fidanzata dell’assassino.

Infine, domenica notte, Mohammed Delel, anche lui profugo siriano, si fa saltare in aria davanti ad un locale ad Ansbach in Baviera. L’attentatore sarebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, dove era stato accettato il suo diritto di asilo, già una decina di giorni prima dell’attentato, ma il viaggio era stato posticipato per l’instabilità mentale dell’uomo. Anche qui, come negli altri casi, problemi mentali; anche qui, come a Würzburg, un video sui social network ricollega Mohammed Delel all’ISIS.

Sembra un bollettino di guerra, ma in realtà è una tragica lista di folli atti la cui origine non è da cercare nello Stato Islamico, ma nel disagio personale, sociale e mentale che si traduce in violenza e solo in due casi su quattro in una matrice islamista, peraltro spontaneista e non organizzata. Eppure lo Stato Islamico c’entra, solo che non è l’ISIS reale che combatte, e perde, in Sira e, soprattutto, in Iraq. Tanto meno non si tratta della rete terroristica che colpisce militarmente a Baghdad, Dacca o in Afghanistan. Anche qui, come a Nizza la settimana prima, è il marchio dell’ISIS che trionfa come vessillo per folli lupi solitari.

A Würzburg come ad Ansbach, riferisce la stessa agenzia di stampa dell’ISIS Aamaq, si tratta di singoli che hanno “risposto agli appelli di colpire i paesi della coalizione che combattono lo Stato Islamico”, quindi non militanti o combattenti tornati dal fronte, come in Belgio, ma singoli individui auto-radicalizzatesi su Internet. L’ISIS c’entra anche negli altri due casi, dove atti di violenza compiuti da individui instabili vengono immediatamente accomunati al “terrorismo” solo perché compiuti da un profugo e un tedesco di origine iraniana. Così si scatena l’opinione pubblica contro la politica dell’accoglienza di Angela Merkel che in taluni casi, nei Social, si spinge a bollare la Cancelliera quale “responsabile morale” degli attentati.

Le reazioni politiche
La prima a spaccarsi è l’Union, ovvero il soggetto politico che lega la CDU, il partito di Angela Merkel, alla CSU, la sua controparte bavarese. Da mesi infuria la lotta fra Monaco e Berlino sull’accoglienza ai profughi, con la prima molto scettica sull’effettiva validità di questa politica. Passano infatti poche ore dalla strage di Monaco che il Ministro degli Interni bavarese ipotizza il dispiego dell’esercito per contrastare l’ondata di violenza.

Un’idea irrealistica e vietata dalla costituzione, ma che viene ripresa, a scopi propagandistici dal Ministro della Difesa Von Leyen, per dire alla popolazione che il Governo è pronto e vigile nel contrastare futuri attacchi. Angela Merkel, come sua consuetudine, tace aspettando di far calmare le acque per far sentire la sua voce. Questo non aiuta una CDU in cui da mesi si affrontano posizioni pro e contro i profughi. Lunedì sono arrivate le reazioni del Ministro degli Interni berlinese Henkel che dichiara che in Germania “abbiamo importato persone brutali” e quella del deputato sassone Krah che sottolinea come “la politica dell’accoglienza abbia conseguenze mortale”. Dichiarazione che arrivano da quei Land orientali in cui cresce il voto per l’estrema destra di AfD ai danni, soprattutto, della CDU.

Se la CDU piange, la SPD non ride. Il deputato Flisek punta il dito contro la politica della Merkel che ha aumentato il rischio attentati nel paese mentre il Ministro per l’Integrazione Özoğuz sottolinea come il 99,99% dei profughi arrivi in Germania per scappare alla violenza. Per il ministro “la realtà è più complessa di un Tweet di AfD. Così la pensa anche il vice capogruppo della Linke, la sinistra tedesca, Jan Korte andando in disaccordo però con il capogruppo Sarah Wagenknecht che coglie l’opportunità di attaccare il governo di Angela Merkel e la SPD sua alleata, sottolineando come il Governo abbia sottovaluto il problema dei Profughi.

Il mito del multiculturalismo infranto
L’incertezza della politica si riflette nella società tedesca. Che la matrice islamista sia ideale o, in due casi totalmente inesistente, poco importa e in sette giorni la Germania si ritrova a fare i conti con l’esistenza o meno di una vera società multiculturale. Si tratta di un tema molto importante per il paese. Negli ultimi anni, la Germania si è sentita al sicuro da radicalizzazione e violenze, lontana dalle rivolte delle Banlieu Francesi, del razzismo nell’Europa Orientale e dei problemi delle periferie londinesi, protetta dalla sua identità multiculturale e dal mito della sua accoglienza. Specchio del successo di questa politica è stata la Nazionale di calcio campione del mondo composta da tedeschi di origine turca, marocchina, ghanese, albanese e polacca, simbolo di una Germania organizzata, multiculturale, potente e vincente. Sicura di sé, si è sentita pronta per accogliere i profughi cosa che ha provocato la reazione di buona parte della società tedesca. Il quadro, infatti, non era così idilliaco come lo si voleva dipingere.

In Germania Orientale, città come Berlino, Dresda e Lipsia soffrono da anni di episodi neo-nazisti o di generica xenofobia. Nella capitale il tanto sbandierato multiculturalismo si traduce spesso in comunità ghettizzate e autarchiche, lontane l’una dall’altra che, nei quartieri più disagiati vivono fianco a fianco con il disagio economico e sociale. Episodi di tensione sociale, soprattutto nelle scuole esistono da anni sia che si tratti di assalti ad immigrati, sia che si tratti di emarginazione di scolari. A tutto questo poi, va ad aggiungersi il crescente divario fra ricchi e poveri che colpisce indiscriminatamente tedeschi ed immigrati non solo all’Est ma in tutta la Germania. In questo scenario attecchiscono i radicalismi, sia di estrema destra che islamista. Da una parte nascono così fenomeni di iper-radicalizzazione, 800 i combattenti dell’ISIS di origine tedesca, o, dall’altro, lato la crescita di AfD ora al 12% nazionale ed il 20% in alcuni Land, e la nascita di PEGIDA, l’associazione di cittadini preoccupati per la islamizzazione dell’occidente”.

Impaurita e politicamente vacillante, la Germania si ritrova così, alla fine della sua settimana di fuoco, a vivere un “terrore” che viene dal suo stesso interno. Peccato che, per molta opinione pubblica, e alcuni membri della classe dirigente del paese, il problema non sia né politico né sociale, ma sempre e solo uno: i profughi.

Simone Bonzano

Erdogan il nuovo Ataturk che preoccupa l’Occidente

Erdogan-terrorismoBERLINO – Nei social media e su molti giornali, si ipotizza che il Golpe tentato dai militari Turchi sia solo un’abile messa in scena organizzata dal Presidente Turco, quasi un “Incendio del Reichstag” in salsa turca, per citare l’evento che diede il via alla dittatura nazista in Germania. Qualunque sia la verità, quello che è certo è che, per Erdoğan, il 15 luglio rappresenta una vittoria sociale e politica.

Le prime immagini che ci sono arrivate la mattina del 16 luglio dalla Turchia post-Golpe arrivavano dall’aereoporto Sabiha Gökçen di Istanbul e facevano vedere una lunga fila di carri armati lungo la strada di accesso allo scalo, circondati da una folla festante. Gli slogan, un’alternanza di inni al Presidente e di invocazioni al nome di Allah; i partecipanti, quasi tutti maschi adulti. Erano i sostenitori dell’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, e del suo Leader, il Presidente Recep Tayyp Erdoğan. Sono, come quest’ultimo gli ha definiti durante i funerali dei caduti durante il tentato Golpe, gli “Eroi della Patria” che danzano e festeggiano attorno ai simboli di un potere militare sconfitto. Per loro questa è una vittoria epocale ed unica che entrerà, di fatto, nella storia del Paese. Per l’opinione pubblica occidentale, al di là delle affermazioni di convenienza diplomatica, il simbolo del crepuscolo della democrazia Turca.

I militanti e i semplici elettori dell’AKP, sono i rappresentanti della larga fetta della società Turca di ideologia Islamista e che, sin dai tempi della rivoluzione dei Giovani Turchi del 1909, è il contrapposizione con quella Turchia laica che si riconosce nel pensiero del fondatore della Repubblica Turca, Mustafa Kemal Atatürk. Fu proprio quest’ultimo, promotore in Turchia di un culto religioso laico, che separò, con proposte moderniste e secolarizzate, la neonata Repubblica Turca dall’Islam, fondamento dell’Impero Ottomano, dove il Sultano era anche Califfo, ovvero la guida di tutti i musulmani. Atatürk, fra le altre cose, abolì l’uso del velo negli uffici pubblici, fece adottare il calendario occidentale, e lottò per l’emancipazione femminile, dando alle donne il diritto di voto e dignità pari rispetto agli uomini. Proprio quella Sabiha Gökçen, sua figlia adottiva ed aviatrice, a cui è intitolato l’aeroporto in cui ora festeggiano i sostenitori dell’AKP è stato l’esempio più fulgido di questo impegno, ai tempi rivoluzionario, non solo per l’Islam, ma anche per l’Occidente. Conscio che le sue riforme laiche non avevano attecchito nelle vaste campagne Anatoliche, Atatürk attribuì all’esercito, da cui egli proveniva, il ruolo di unico guardiano della Repubblica, conferendogli, di conseguenza, il potere di intervenire qual’ora la costituzione Kemalista venisse messa in pericolo.

Questo ha portato ai Colpi di Stato del 1960, del 1971 e ancora del 1980, ogni volta a seguito della salita al potere di un partito filo Islamico. Se non tramite i militari, la repressione dei movimenti politico-religiosi e dei lori militanti colpiva mediante l’apparato giudiziario, di cui rimase vittima, nel 1998, lo stesso Erdoğan, reo di aver declamato pubblicamente una poesia a favore dell’Islam. Di quell’eredità eterogenea e sempre repressa, l’AKP, il partito fondato dal Presidente dopo la sua incarcerazione, ne è l’ultimo erede e quello di maggior successo. Grazie ad un boom economico che per anni è andato avanti con ritmi cinesi, ed al supporto di varie parti della società civile, Erdoğan , prima da Premier e poi da Presidente, ha portato a termine riforme precedentemente impensabili per la Turchia repubblicana, riuscendo, fino ad adesso, ad evitare la reazione dei militari. Il Golpe è quello che molti, fra coloro che seguono le vicende turche, si aspettavano da tempo, solo che, per la prima volta, è fallito e per svariati motivi. Certamente è mancato il coordinamento con il grosso dell’Esercito di stanza sui confini siriani ed iracheni, forse anche, come sostiene la Frankfurter Allgemeine Zeitung, perché i Servizi Segreti stavano per agire contro i cospiratori. Allo stesso modo la resistenza delle forze di Polizia e Anti-Terrorismo, organizzate per anni da Erdoğan proprio in questa evenienza, è stata importante come basilare è stato il mancato appoggio degli Stati Uniti e dell’Europa. Per i Turchi, invece, l’appello del Presidente alla mobilitazione generale tramite FaceTime e la discesa in piazza degli “Eroi” sarà per sempre la ragione del fallito Golpe del 15 luglio. E se qualcuno lo dimenticherà, certamente la stampa vicina al Governo sarà abile a ricordarglielo.

Molti, nella folla che ora festeggia davanti all’aeroporto, hanno certamente vissuto alcuni dei precedenti Putsch militari e come i propri voti venissero cancellati. Ora, invece, possono gioire perché quello che doveva essere l’ennesimo crepuscolo dell’Islamismo in Turchia, ne è diventata l’affermazione più forte. Ora, quelle manifestazioni fra i carri armati, sono, che piaccia o no all’Europa e agli USA, il segno più forte della nascita di una nuova Turchia.

Proprio in questo simbolismo, si consolida il potere Erdoğan che ora ha un potere detenuto, in epoca repubblicana dal solo Atatürk, peraltro suo modello, non ideologico, ma politico. Atatürk è il padre della Turchia moderna, una figura al centro di un culto civico ancora forte nel paese. Il suo carisma, il suo polso duro contro le opposizioni e il suo ruolo di liberatore del suolo Turco dalle potenze vincitrici del primo conflitto mondiale che si erano spartite l’Impero Ottomano, sono stati i cardini del suo potere personale. Nessuno, nemmeno il più acerrimo dei suoi oppositori, ha mai negato il carisma di Erdoğan, come il suo essere riuscito a limitare le opposizione al paese, ma gli mancava l’aurea di eroe intoccabile. Il fallito Golpe gli ha permesso di salire l’ultimo gradino verso il ruolo di novello Atatürk, termine che poi significa, semplicemente, “Padre dei Turchi”. La grande differenza con il precedente è che i nemici, i traditori sconfitti da Recep Tayyp Erdoğan, ed il suo esercito popolare non sono  lontane potenze straniere, ma le forze che a lui si oppongono.

Facendo forza sull’idea della lotta contro i “Traditori della Nazione”, Erdoğan potrà ritagliarsi il presidenzialismo che tanto desiderava, rimpolpare i vertici militari con gente a lui fidata e continuare a riformare la società Turca. Per le opposizioni, soprattutto il Partito Popolare Repubblicano e all’HDP, il partito Kurdo moderato, qualora volessero manifestare, è pronto il reato di tradimento e la possibilità concreta di essere condannati, viste le dichiarazioni del Presidente a favore della sua reintroduzione, alla pena di morte.

Anche la comunità internazionale può far poco. Semplicemente né USA né Europa possono permettersi uno scenario di instabilità politica in Turchia, non con il ruolo che il paese ricopre nella guerra all’Isis ancora in corso e sulla questione dei profughi, di cui 1,5 milioni sono ospitati sul suolo Turco. Conscio di questo, Erdoğan ha accusato gli Stati Uniti di complicità con i golpisti, una manovra il cui scopo è stato di attirare ulteriormente le simpatie del mondo Islamico e chiedere, contemporaneamente, l’estradizione di Fethullah Gülen, accusato di essere la mente dietro ai militari.

Gülen è leader di un movimento politico ora considerato “terroristico” in Turchia, ma 15 anni fa, furono proprio i suoi contatti con la magistratura Turca ad assicurare al giovane Erdoğan, fresco vincitore delle elezioni politiche, protezione contro i militari. Ora è un nemico e lui, come i quasi 3000 giudici destituiti a 24 ore dal fallito golpe, deve pagare: la mannaia del Presidente colpisce tutti, o meglio, come lui ripete spesso nei suoi discorsi, quella del popolo di cui lui, come suo Leader è solo il megafono.

Intoccabile dall’estero, senza sostanzialmente più oppositori politici in patria e rafforzato dall’arma più forte esistente, una base sociale che ormai ha preso coscienza della sua immensa forza, Erdoğan è più che intoccabile: è il nuovo eroe della Turchia, il nuovo “Ataturk” anche se, agli occhi della storia e dell’Occidente, ne sembra di più la totale antitesi.

Simone Bonzano

Dopo Brexit, Merkel cerca un punto di equilibrio

Angela Merkel David CameronBerlino, 1 luglio – Dell’Europa “non si possono cercare solo i privilegi, mentre se ne rifiutano i doveri”. In questo modo la Cancelliera Merkel, alla fine del vertice europeo, chiude la strada alle speculazioni sulla concessione di uno status “particolare” della Gran Bretagna all’interno dell’Unione Europea. Il Regno Unito, continua la Cancelliera, non potrebbe aspettarsi di rimanere all’interno del Mercato Comune e, allo stesso tempo, di non accettare “i principi di libera circolazioni delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali”.

Nonostante queste parole, Berlino, però, non si accoda a Parigi e Roma nel chiedere rapidità alla trattative. Al contrario per la Merkel il processo deve avvenire con calma, lasciando aperta la possibilità ad un passo indietro di Londra alla luce della mancata invocazione dell’articolo 50, che regola il processo di uscita dall’Unione, da parte di Cameron durante il vertice.

La posizione tedesca non è nuova e ricalca quella venuta fuori del vertice dei paesi fondatori, Francia, Germania e Italia, tenutosi lunedì a Berlino alla presenza del Presidente del Consiglio Europeo, Tusk. In quella sede i tre paesi avevano all’unisono sottolineato come l’Europa avesse bisogno di un rilancio dell’economia e delle’occupazione, dividendosi sulle tempistiche della Brexit.

Dal punto di vista tedesco, le dichiarazioni a favore del rilancio degli investimenti proferite dalla Cancelliera lunedì, avevano lasciato intravedere un riavvicinamento politico fra la Merkel e il suo vice-cancelliere, nonché segretario della SPD, Gabriel. Il riavvicinamento politico dei due leader della Große Koalition sarebbe congeniale a Francia e Italia, essendosi la SPD spesa, con Gabriel ed il Ministro degli Esteri Steinmeier, contro l’austerity subito dopo la vittoria dei “Leave” nel referendum britannico, in linea con quanto desiderato da Hollande e Renzi, nonché dal Partito Socialista Europeo.

Il problema, per l’Europa, è che questi vertici hanno fatto intravedere anche i forti interessi interni dei singoli stati coinvolti nella Brexit e soprattutto della Germania. Mentre infatti a Bruxelles si discuteva di come e quando affrontare la Brexit, è stato fatto trapelare un piano firmato Schäuble, il potente Ministro delle Finanze tedesco ed esponente principale della corrente più neo-liberista della CDU, che sembra allontanare ogni possibile convergenza fra CDU e SPD.

Il progetto, rivelato da Handelsblatt, il principale quotidiano economico tedesco, prevede un aumento dei poteri di controllo dell’Unione sulla spesa interna degli stati membri con la creazione di un diritto di veto se tali iniziative non rientrassero nei capitolati di spesa europei. Prevista anche la riforma della Commissione Europea con la costituzione di un organismo indipendente preposto al controllo dell’attuazione dei trattati e la riduzione del numero dei commissari. Le riforme colpirebbero anche la Banca Centrale Europea che verrebbe depotenziata a favore del MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, la cui funzione diventerebbe paragonabile a quella del FMI, almeno sul territorio europeo.

In sé il piano non presenta niente di nuovo, ma riafferma le idee della Germania e degli altri paesi del Nord Europa, Finlandia e Olanda per prime, verso una ristrutturazione dei poteri della Commissione, ma all’interno dei principi dell’Austerity. Non si sa se il progetto abbia avuto o no l’avvallo della Cancelliera, quello che è certo è che sembra, sopratutto nella parte riguardante la riduzione del potere della BCE, rivolto all’elettorato tedesco, sopratutto quello conservatore. Se la CDU sembra guardare alle elezioni federali attualmente in corso e a quelle politiche dell’anno prossimo, anche le dichiarazioni della SPD sembrano rivolte a sfruttare la crisi del neo-liberismo europeo, allo scopo di rilanciare il partito da anni schiacciato nella Grosse Koalition.

La Brexit, pur nella sua gravità, sta diventando sempre più  materiale per la campagna elettorale tedesca che un vero momento di ripresa del progetto Europeo. In tutto questo risalta, in maniera negativa, una Merkel sempre meno leader e sempre più impegnata a fare l’ago della bilancia sia in Europa, divisa fra i desiderata degli alleati, che in Germania, dove è bloccata in patria fra la necessità di non perdere ulteriormente consenso in patria: una mancanza di leadership e di visione che può costare molto all’Europa.

Simone Bonzano

Brexit. Così il Day After in Germania

Angela Merkel

BERLINO. Il tweet arriva alle 8 di mattina, breve, semplice ma significativo: si tratta di una bandiera Europea postata direttamente dal Ministero degli Esteri accompagnata dal motto “Per l’Europa”. In questo modo si è risvegliata la Germania all’indomani della vittoria dei “Leave” nel referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Passano pochi minuti ed arriva anche la dichiarazione del titolare del ministero in questione, ovvero Frank-Walter Steinmeier della SPD. In una lunga nota, egli invita a non “farsi prendere né dall’isteria né dal panico”, ma di lavorare per “tenere l’Europa assieme”. Questo, dice l’ex-candidato cancelliere social-democratico, può essere compiuto solo tramite uno sforzo comune per il rafforzamento delle politiche europee in materia di occupazione, crescita, asilo e sicurezza. Stessa soluzione viene proposta dal Presidente Tedesco Joachim Gauck, la cui dichiarazione arriva quasi in contemporanea, che invita gli stati membri dell’Unione a darsi da fare per le riforme, qualora fossero necessarie, e per la “difesa dell’Unione e dei suoi valori” di fronte alla pressione delle forze euro-scettiche presenti nel continente.

Per una riforma del processo di integrazione europeo si schiera il leader della SPD e vice-cancelliere Sigmar Gabriel. Per il segretario social-democratico, l’Europa nel suo complesso dovrebbe preoccuparsi meno della stabilità economica o del valore dell’Euro e più del benessere dei cittadini, abbandonando quella Austerity tanto criticata nel Sud dell’Europa, per maggiori investimenti: nessuno, conclude citando Jacques Delors, “si innamora del mercato interno”. Rincara la dose, Reiner Hoffmann, il leader del sindacato dei lavoratori tedeschi DGB, il quale dà la colpa all’Austerity portata avanti dal governo tedesco, e soprattutto la CDU di Angela Merkel, durante la crisi dell’Euro, della diffidenza di ampie parti della popolazione europea nei confronti dell’Unione.

Nel corso della mattinata arrivano anche le dichiarazioni dell’opposizione, ovvero dei Verdi, il terzo partito tedesco. In una intervista alla Tageszeitung, l’ex-leader Jürgen Trittin sottolinea come il no all’Europa, sia in Inghilterra come in tutta Europa, nasca dalla disaffezione delle classi più deboli economicamente al progetto europeo. Sono queste, continua, ad essere state più esposte a quelle politiche neo-liberali di cui, fra gli altri, Angela Merkel è stata nel corso degli ultimi anni alfiere e che hanno comportato vantaggi solo per le tasche dei ricchi e delle aziende. Per il politico dei Verdi, sarebbe quindi arrivato il momento di avviare una riforma in senso sociale dell’Europa.

Fin qui le forze, anche non di governo, europeiste, ma non tutta la classe politica tedesca rientra in questa categoria. Il vice-segretario di Alternative fuer Deutschland (AfD), il partito euro-scettico attualmente al 10-13% in Germania, Alexander Gauland, accusa la Cancelliera, soprattutto la sua politica di apertura delle frontiere ai profughi portata avanti anche in Europa, della Brexit. Per questo si augura un ritorno dell’Europa alla pura unione commerciale ed al rispetto delle identità nazionali. Sullo stesso registro il leader della CSU e governatore della Baviera Horst Seehofer che sottolinea come sia arrivato il momento di una maggiore autonomia in Europa delle identità nazionali, regionali e locali contro “il centralismo” per “un’Europa delle diversità”.

Intanto arriva l’apertura della borsa di Francoforte: un tragico -9% in linea con le altre borse mondiali che si è poi andato ad attestare, nel corso della giornata, al -7%. Di sicuro non è stata di aiuto la dichiarazione del presidente della Deutsche-Bank John Cryan, per il quale le conseguenze economiche e finanziarie di questo “venerdì nero per l’Europa” sono molto difficilmente prevedibili, “ma sicuramente saranno negative per tutti”.

Alle 12:30, dopo una riunione straordinaria del proprio gabinetto e, riporta l’agenzia francese AFP, un colloquio telefonico con François Hollande ed il presidente polacco del Consiglio Europeo,Donald Tusk, incomincia la conferenza stampa di Angela Merkel. Sul podio, la Cancelliera cerca di tranquillizzare mercati e cittadini esprimendo la propria fiducia incondizionata nella tenuta dell’Unione Europea: il voto britannico ha aperto sì una “frattura del processo di integrazione europea”, ma Bruxelles “è forte abbastanza per dare le giuste risposte a quanto successo”. Allo scopo di fronteggiare le conseguenze, la Merkel dichiara che ha organizzato per lunedì 27 Giugno un vertice straordinario con Hollande, Renzi e Tusk.

Non esistono comunque, continua la Cancelliera, soluzione rapide alla crisi, che richiede calma e tempo, nonché una maggiore comunicazione con i cittadini. In un momento in cui “le aspettative sull’Europa sono al massimo” è importante “comunicare bene ai cittadini, europei e tedeschi, i vantaggi dello stare nell’Unione” a fronte dei crescenti dubbi sull’operato dell’Unione soprattutto nei riguardi dell’emergenza profughi, uno dei temi usati dal “Leave” nella campagna referendaria. Su questo argomento, su cui la Merkel si è spesa sia in patria che in Europa, il governo tedesco non intende cambiare direzione per via “degli interessi particolari e delle responsabilità speciali” che ha la Germania nei confronti dei profughi. 

Finisce la conferenza stampa e il governo tedesco, come gli altri dell’Unione si mette al lavoro per fronteggiare non solo il negoziato d’uscita della Gran Bretagna, ma evitare che la Brexit scateni una reazione a catena, un timore già espresso dal Ministro delle Finanze Schaueble. A questo proposito interviene nel tardo pomeriggio di nuovo Steinmeier, secondo il quale “non esiste nessun’altro governo in Europa che abbia intenzione di intraprendere la stessa strada percorsa della Gran Bretagna”.

Di lì a poco arriva dall’Olanda, paese storicamente vicino al Regno Unito ed attraversato da pulsioni euro-scettiche, una dichiarazione a mezzo Twitter di Geert Wilders, leader del Partito della Libertà: “And The Netherlands will be next”, i Paesi Bassi saranno i prossimi”, hashtag: nexit.

Simone Bonzano

Dieselgate Volkswagen: sotto accusa l’intero CdA

VW-DieselgateA nove mesi dal suo inizio, si comincia a delineare il quadro giudiziario collegato al “Dieselgate”, lo scandalo sull’alterazione dei dati riguardanti le emissioni inquinanti che ha colpito la Volkswagen nel settembre 2015. Secondo quanto riportato dal settimanale Der Spiegel, il tribunale amministrativo della Bassa Sassonia, dove il gruppo ha la sede, ha iscritto sul registro degli indagati sia Martin Winterkorn,  ex-CEO del gruppo Volkswagen, che Herbert Diess, l’attuale presidente della casa automobilistica.

Per entrambi l’accusa è di aver manipolato il mercato azionario a favore del gruppo Volkswagen in merito agli eventi del 22 settembre del 2015. Quel giorno, mentre cominciava a delineare l’entità dello scandalo, un comunicato ufficiale del CdA Volkswagen annunciava che per fronteggiare il “Dieselgate” sarebbero serviti 6,5 miliardi di Euro, cifra poi rilevatasi essere di 16,5 miliardi. Secondo il rapporto compilato dal BaFin, l’equivalente tedesco della Consob riportato dall’agenzia Reuters, il gruppo avrebbe presentato consapevolmente una cifra più bassa del reale allo scopo di contenere i danni finanziari e manipolando di fatto il corso azionario del titolo.

Gli inquirenti non escludono che il numero degli indagati aumenti arrivando ad includere, qualora fosse seguito il rapporto del BaFin, tutti i dieci attuali membri del CdA della casa automobilistica di Wolfsburg. Si colpirebbero così gli attuali vertici del gruppo, ovvero il CEO Matthias Müller e l’attuale presidente del consiglio di vigilanza Dieter Pötsch, ai tempi direttore finanziario del gruppo e firmatario del comunicato del 22 Settembre.

Una probabile condanna degli amministratori del gruppo, primo fra tutti Winterkorn, aprirebbe la strada a richieste di risarcimento da parte degli investitori istituzionali del gruppo, mettendo a rischio i futuri investimenti della società e la competitività internazionale dell’azienda. Con un fatturato di oltre 200 miliardi di Euro l’anno, Volkswagen è la principale azienda tedesca ed il il terzo costruttore del mondo ed il primo d’Europa, di cui copre il 25% del mercato. Quasi 600.000 sono i dipendenti dell’azienda, senza tener conto dell’enorme indotto non solo nazionale, ma internazionale: un’ulteriore crisi mettere fortemente a rischio, quindi, migliaia di posti di lavoro e avere enormi conseguenze sull’intero impianto produttivo e finanziario europeo.

I tedeschi usano dire che “se la Volkswagen starnutisce, la Bassa Sassonia prende l’influenza e tutta la Germania deve mettersi al riparo”. Visto l’entità dello scandalo e l’importanza del gruppo anche l’Europa dovrebbe cominciare a preoccuparsi.

Simone Bonzano