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Simone Bonzano
Nato a Genova, ligure trapiantato prima a Torino e poi a Berlino, dove scrivo di cronaca cittadina e, per Avanti, dei fatti della politica tedesca.

La Brexit fa paura anche alla Germania

Berlino, 21 – Mancano due giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri Paesi, si è acceso il dibattitto sulle possibili conseguenze di un uscita di Londra dall’Unione: la Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolineare i risvolti economici e commerciali di questa, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Operai in fabbricaCertamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone quindi il volume, ma aumentandone sia i costi che aggiungendo ulteriori complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli Stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudia a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

Brexit: prima vittima l’asse franco-tedesco

brexitMancano pochi giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri paesi, si è acceso il dibattito sulle possibili conseguenze di un’uscita di Londra dall’Unione: il Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolinearne i risvolti economici e commerciali, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Certamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone il volume complessivo ma aumentandone sia i costi che le complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit, potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un’Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudiano a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

Migranti e armeni, quello
che la Merkel non può dire

Berlino – In primo piano ci sono ancora le polemiche per il riconoscimento del genocidio armeno, compiuto dall’Impero Ottomano nel 1915-1916, da parte del Parlamento tedesco, ma sullo sfondo si comincia a stagliare il vero nodo del contendere fra Turchia e Germania: gli accordi bilaterali fra i due Paesi per il riconoscimento e lo smistamento dei profughi.

Angela Merkel Recepit ErdoganIl patto, sottoscritto a maggio, prevede la realizzazione di speciali uffici atti al riconoscimento, alla selezione e allo smistamento del flusso dei profughi dalla Turchia alla Germania direttamente sul territorio turco. In cambio, il Governo tedesco si è impegnato ad agevolare entro l’ottobre 2016 la liberalizzazione nel rilascio di visti europei ai cittadini turchi, provvedimento già inserito nel quadro dell’accordo UE – Turchia con cui Ankara ha accettato il ritorno dei migranti economici, quindi non richiedenti asilo, dalle isole greche ai propri campi.

Grazie alla liberalizzazione, ai turchi verrebbe garantito uno status ‘simil Schengen’ con sostanziali benefici, soprattutto per i commerci, che sancirebbe l’enorme successo diplomatico e mediatico del presidente Erdoğan. I desiderata di Ankara si scontrano però con l’opposizione del Parlamento europeo che calenderizza la liberalizzazione al 2017 e ribadisce che l’accordo rimane subordinato, fra le altre cose, alla modica dell’attuale legge antiterrorismo da parte del governo turco, un provvedimento usato per trasformare la Turchia in un presidenzialismo autoritario.

Al passo indietro del Parlamento europeo, Erdoğan ha risposto rallentando l’entrata in vigore dell’accordo con la Germania trasformando la questione da materia diplomatica in una di politica interna tedesca e mettendo la Cancelliera di fronte al possibile fallimento della propria politica sull’immigrazione, un punto dolente per la Merkel nel suo rapporto con l’opinione pubblica.

Secondo infatti un recente sondaggio del mensile politico Cicero, i due terzi degli elettori tedeschi sarebbero contrari ad un quarto mandato consecutivo di Angela Merkel. Questo non per motivi economici o sociali, peraltro esistenti, ma per la politica della Cancelliera sull’immigrazione contro cui sarebbe contrario, secondo un ulteriore sondaggio del settimane Der Spiegel, il 41% degli elettori tedeschi.

Questo avviene soprattutto nei Land tedeschi più conservatori dove gli elettori abbandonano una Merkel vista come troppo “modernista” per schierarsi con la destra radicale, populista e anti-immigrazione di Alternative für Deutschland (AfD), partito che viene dato attorno al 14% nei sondaggi ed è in costante crescita di consensi. A fronte del malcontento dell’opinione pubblica si rafforza anche il dissenso interno al partito nei confronti della Cancelliera.

Dopo infatti le critiche arrivate da membri della CDU, il partito di Angela Merkel, arrivano le minacce di uscita dalla coalizione della CSU che dal 1962 governa con maggioranza assoluta la ricca Baviera e fornisce, di fatto, un blocco di voti fondamentali per la vittoria dei cristiano-democratici all’interno del sistema elettorale a base federale della Germania.

Al deflagrare della crisi diplomatica fra Turchia e Germania, è stato infatti il capo-gruppo dei Popolari Europei in quota CSU, Manfred Weber, a richiedere immediatamente la revisione se non lo stop totale agli accordi con la Turchia. Questo non stupisce perché è dall’inizio della crisi nel 2015 che il segretario bavarese Horst Seehofer ribadisce ad ogni occasione il suo dissenso per la politica messa in atto dalla Cancelliera sull’immigrazione. Cuore della sua critica è la scarsa incidenza sui flussi di profughi dalla rotta anatolica rispetto a quella balcanica a fronte di un ingente sforzo economico e politico a vantaggio della Turchia (e di Erdoğan). Da parte sua, il segretario, ha richiesto un forte inasprimento delle procedure, sia per l’ingresso che per l’asilo, arrivando a ventilare una storica uscita dalla maggioranza, con conseguente rottura del patto che lega da sempre la CSU alla CDU nella cornice di una legge definita come “dittatura dell’ingiustizia”.

In realtà gli interessi di Seehofer sembrano essere diversi e più locali, ovvero arginare l’emorragia di voti del proprio partito, per la prima volta sotto il 40% in Baviera, verso la destra radicale di AfD. Questo non cancella, però, la gravità della crisi di fronte alla quale serviva da parte di Angela Merkel e del Governo una riaffermazione della propria autonomia politica e della propria forza nei confronti della Turchia e questa risposta è arrivata con il riconoscimento del genocidio armeno, avvenuto, dieci anni dopo l’apertura dell’iter legislativo, e con il sostegno diretto sia della Cancelliera che del suo partito.

Il genocidio del popolo armeno diventa così parte di un complesso rapporto diplomatico, quello fra Turchia e Germania, e della ricerca del consenso, sia da parte di Erdoğan, sia delle Merkel, sia di Seehofer: un gioco di vantaggi e opportunità che ha come sfondo quel cambiamento epocale che viene racchiuso nel termine “crisi dei profughi”.

Simone Bonzano

Attentato di Istanbul:
da Ankara accuse a Berlino

Erdogan-terrorismoBerlino, 9 -La polemica fra Turchia e Germania, nata in seguito al riconoscimento da parte del parlamento tedesco del genocidio Armeno, raggiunge un nuovo picco e si lega all’attentato di Vezneciler, nel centro di Istanbul, in cui il 7 giugno hanno perso la vita 11 poliziotti.

Il giornale gratuito Günes, il decimo per diffusione nel Paese, sostiene che la Germania sia responsabile dell’attentato compiuto da “uno stato caduto nel panico” per via della dura reazione turca alla risoluzione del Bundestag. Sempre secondo il quotidiano, la Germania avrebbe ordinato “come vecchia consuetudine, ad un’organizzazione terroristica, che usa come sua marionetta, di eseguire il sanguinario massacro di Istanbul”, ovvero il PKK, il partito indipendentista curdo contro cui punta il dito anche Erdoğan.  “Così la pensa la Turchia”, chiude Günes.

Non è la prima volta dall’inizio della crisi diplomatica che media, come il popolare giornale, vicini al governo di Ankara associano il parlamento tedesco, ed in particolare i parlamentari di origine turca, al PKK. Si tratta di una mossa tesa di descrivere un Paese ed un governo sotto il costante attacco dei “nemici della Turchia” allo scopo di consolidare il consenso attorno al presidente Erdoğan. All’interno di questa strategia rientrano anche le dichiarazioni – deliranti – del ministro degli esteri Cavusoglu, per il quale i media tedeschi sono manovrati da gruppi anti-Erdoğan ed anti-turchi come dimostra, sottolinea il ministro, il fatto che “tutti i giornali tedeschi, sia di sinistra che di destra, pubblichino articoli uguali contro la Turchia ed il suo presidente”.

Da parte sua, intanto, Erdoğan continua nei suoi attacchi contro la Germania ribadendo come chi ha votato la risoluzione per il riconoscimento del Genocidio Armeno non siano rappresentati del popolo tedesco, bensì solamente traditori di quello turco. Contro di loro ed il loro Paese, sostiene sempre l’ufficio del Presidente, arriveranno presto provvedimenti politici ovvero, per il giornale turco Sözcü,  tre denunce contro gli undici parlamentari tedeschi d’origini turche, due dai sindacati di Polizia e uno da un’associazioni di giuristi. Sotto mira nuovamente saranno il leader dei Verdi, Cem Özdemir, ed il responsabile governativo per Migranti, Profughi e l’Integrazione, Aydan Özuguz della SPD, i due politici turco-tedeschi più di spicco del parlamento.

Da Berlino risponde il presidente del Bundestag, il cristiano-democratico Lammert, che bolla come assurde insinuazioni non proprie di una democrazia il sostenere l’esistenza di possibili legami fra i parlamentari tedeschi e gruppi terroristici; allo stesso modo è assurdo che nel ventunesimo secolo si possano legare la politica ad accuse sulla purezza del sangue turco come fatto dal governo di Ankara nei confronti dei parlamentari turco-tedeschi. Anche Bruxelles si schiera con Berlino; il presidente del parlamento europeo, il social-democratico Schulz, ha recentemente dichiarato come le dichiarazioni di Erdogan “non saranno scevre di conseguenze internazionali a danno della Turchia”.

Quali queste saranno e che effetti avranno sull’Europa stessa considerando l’importanza della Turchia nel quadro del controllo degli arrivi dei profughi nell’Unione, lo sapremo presto, nel frattempo abbiamo assistito all’ennesimo atto nella prolungata svolta autoritaria e personalistica della presidenza turca.

Simone Bonzano

Germania, minacce per il voto sul genocidio armeno

Cem ÖzdemirBerlino, 6 – Dopo il richiamo in patria dell’ambasciatore turco a Berlino, si acuiscono le tensioni fra Turchia e Germania al seguito del riconoscimento, da parte del parlamento tedesco, del genocidio degli Armeni avvenuto in Turchia fra il 1915-16. Il tutto avviene in una clima a tratti surreale alimentato, da parte del governo di Ankara, più da questioni di principio e convenienze elettorali piuttosto che da veri motivi politici.

Nel corso di un evento pubblico ad Istanbul, il presidente Erdoğan è di nuovo intervenuto pubblicamente sulla questione sottolineando come la Germania “è l’ultimo Paese che può accusare la Turchia del cosiddetto genocidio Armeno” puntando il dito verso la Shoah e i 100.000 Herero uccisi in Namibia durante l’occupazione coloniale tedesca.  In particolare il presidente se la prende con i deputati turco-tedeschi, undici per l’esattezza, per cui richiede un “controllo del sangue” perché “nessuno nelle cui vene scorra sangue turco” può accusare la Turchia di un Genocidio: la violenza etnica non farebbe parte della storia del Paese perché “la Turchia è un Paese votato alla misericordia”

Dal AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo guidato dal presidente, arrivano esternazioni simili, fra cui spicca l’iniziativa del sindaco di Ankara che pubblica su Twitter le foto degli undici parlamentari di origine turca. Immediate, scontate, le reazioni dei nazionalisti, a base di insulti e minacce. Un iter ripetuto anche dalla stampa vicina al partito di governo, con toni decisamente più aspri e volgari accomunando Angela Merkel a Adolf Hitler e sottolineando come la Germania si schieri con i nemici della Turchia: l’Armenia, la Grecia e, in particolare, il PKK, il partito dei separatisti curdi.

Oltre alla Merkel, il vero simbolo della protesta risulta essere il parlamentare Cem Özdemir, uno dei leader dei Grünen (i Verdi) e considerato da anni il politico turco-tedesco più di spicco, che si è speso molto, al Bundestag e nei media tedeschi, per l’approvazione della risoluzione. Özdemir è diventato un vero capro espiatorio, il simbolo di tutti quei “finti Turchi” che, come scrive il quotidiano Sözcü, dicono di rappresentare la vasta comunità turca in Germania e invece, come accusa il giornale governativo Star, siano di origine armena (falso, è circasso, ndr) e amico del PKK.

Come sempre in questi casi, ad una così veemente campagna mediatica segue lo scatenarsi dell’opinione pubblica che ha infatti sommerso negli ultimi giorni l’ufficio del parlamentare di lettere, mail e tweet provenienti da sedicenti nazionalisti turchi. E tra i messaggi ce n’è anche qualcuno in cui ci si chiede se “non ci sia fra gli oltre due milioni e mezzo di turchi in Germania, un giovane che gli pianti un proiettile in testa”. Per questo la polizia tedesca ha concesso la scorta ad Özdemir.

In questo flusso di minacce, Angela Merkel si è schierata immediatamente a difesa di Özdemir e degli altri parlamentari e così anche il presidente della Federazione turca in Germania, il quale dichiara come “le minacce di morte e test del sangue siano totalmente inaccettabili” in una società moderna. Intanto, dopo le prime irate reazioni, il premier Yıldırım relativizza le parole del proprio presidente Erdoğan sottolineando come non siano previste, per ora, misure politiche: “È impensabile che le relazioni fra Germania e Turchia possano deteriorarsi per certe decisioni”. Così mentre la stampa di partito e ad Erdoğan, sempre pronto al facile populismo, continua la caccia al facile consenso popolare, il governo prova a defilarsi conservando per sé quel ruolo di mediatore necessario al proprio Paese. Difatti, sullo sfondo della diatriba sul Genocidio Armeno, rimangono per la Turchia i veri nodi diplomatici ovvero lo smistamento dei profughi verso l’Europa ma, soprattutto, le relative compensazioni economiche, proveniente soprattutto dalla Germania, necessarie per tamponare il rallentamento dell’economia turca, con buona pace di qualunque questione di principio.

Genocidio degli armeni, l’inciampo tra Berlino e Ankara

merkel_erdoganBerlino, 3 – Con un solo voto contrario ed un’astensione, il parlamento tedesco ha approvato il 2 giugno una mozione congiunta di CDU, SPD e Verdi che riconosceva come “Genocidio” il massacro avvenuto in Turchia fra il 1915 e il 1916 di oltre un milione e mezzo di persone, in maggioranza cristiani armeni. La Germania si unisce così a quei 22 paesi, fra cui l’Italia, che si erano già espressi, negli ultimi anni, allo stesso modo e si pone in contrapposizione con la versione ufficiale della Turchia per la quale le vittime, non più di cinquecentomila, sono in relazione ad una serie di insurrezioni popolari avvenute al deflagrare del conflitto con l’Impero Russo durante le prime fasi della Grande Guerra.

Il voto del Bundestag chiude un processo politico apertosi nel 2005 e che si era ripresentato più volta lungo l’arco di governo di Angela Merkel, ma che mai aveva ricevuto una completa accettazione, non per motivi storici, bensì di convenienza politica interna e commerciale. Diversamente infatti da altri Paesi come la Francia, gli Stati Uniti e la Russia, Paesi centrali nella diaspora armena, la Germania ospita oltre tre milioni e mezzo di cittadini turchi, molti immigrati di terza se non quarta generazione, rendendo la situazione interna particolarmente “sensibile”. A questo si uniscono i fitti benché complessi rapporti commerciali e diplomatici esistenti con la Turchia di Erdoğan, partner sì centrale per la Germania, ma, allo stesso tempo, criticata per il mancato rispetto dei diritti umani e della libertà di stampa, temi molto cari all’opinione pubblica tedesca.

Conclusosi il voto, gli stessi membri del Bundestag hanno cercato di stemperare le tensioni già createsi nei giorni precedenti e che hanno visto anche minacce di morte arrivare via e-mail ad alcuni parlamentari, soprattutto di origine turca. A questo scopo il Presidente del parlamento Lammert, CDU, si è affrettato a sottolineare come “la Turchia odierna non sia responsabile per ciò che è successo nel passato, ma solo per quello che succederà nel futuro” alludendo, quindi, alla necessità di un riconoscimento diretto del Genocidio da parte del governo turco.

La risposta, negativa, da Ankara non si è fatta attendere: conclusosi il voto, Erdoğan, che aveva avvertito negli ultimi giorni il governo tedesco di possibili ripercussioni diplomatiche se la mozione fosse stata approvata, ha ordinato l’immediato rientro del proprio ambasciatore dalla Germania, aprendo di fatto una crisi diplomatica. A questo si sono aggiunti le dichiarazioni ufficiali del governo turco per il quale, secondo il premier Yıldırım, la Germania tenta di nascondere il suo “oscuro passato” attraverso un “errore storico” supportato da informazioni “distorte e prive di fondamento” e che la Turchia non ha nulla da vergognarsi del proprio passato.

L’approvazione della mozione, oltre alla sua importanza storica, ha una rilevanza geo-politica. Come tale va inquadrata nell’insieme dei complicati rapporti fra Berlino e Ankara che hanno al centro l’emergenza rifugiati e la politica della Cancelleria tedesca per regolamentarne i flussi verso la Germania.

Il governo tedesco ha la necessità di collaborare con la Turchia con lo scopo di amministrare il riconoscimento e lo smistamento dei profughi ancora in territorio turco verso la Germania e su questo vertono gli ultimi accordi bilaterali fra i due Paesi. Gli stessi patti hanno però scoperto il fianco della Merkel alla critiche: mal digerita sarebbe la debolezza della Cancelliera, nel cercare di mantenere buoni rapporti con il partner Erdoğan, nel gestirne le richieste, prima fra tutte la distribuzioni di visti agevolati ai cittadini turchi per la Germania e, di conseguenza, per l’Unione Europea. Ancora troppo recente è il caso Boehmermann, il comico autore di una pungente satira nei confronti del presidente turco, incriminato dalla giustizia tedesca sotto forti pressioni provenienti dalla Turchia ed usato, dagli oppositori, come esempio di questa debolezza.

Col riconoscimento del genocidio degli armeni proprio ora, la Germania compie un secco e deciso atto di forza verso la Turchia riaffermando unilateralmente il punto dei diritti umani e mettendo in difficoltà sul piano internazionale il presidente Erdoğan e il governo turco. Per questo motivo, sostengono autorevoli commentatori, la stessa Merkel si sarebbe spesa di persona a favore del voto cancellando tutti gli impegni in agenda pur di rimanere a Berlino, anche se, per un opportunismo politico criticato dal leader della sinistra Gysi, né lei né il Ministro degli Esteri Steinmeier, in quota SPD, erano presenti giovedì in parlamento.

Ora la questione diplomatica passa ad Ankara e alla sua reale volontà di continuare a mostrare i muscoli o diminuire le pretese nei confronti dell’Europa e della Germania su visti e questione dei rifugiati. Il momento sarebbe politicamente propizio, sostiene Majdi Sattir, corrispondente a Berlino della Frankfurter Allgemeine Zeitung, in quanto la Turchia, per una maldestra gestione in politica estera, si ritrova abbastanza isolata e in pessimi rapporti con Stati Uniti e Russia nel fronteggiare l’enorme emergenza umanitaria dei rifugiati. Su questo sembra abbia scommesso la Germania e la Merkel.
Simone Bonzano