BLOG
Stefania Bruno

Beni confiscati alla Mafia, come funziona l’ANBSC

I beni confiscati alla criminalità organizzata:
l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata

2^ puntata

anbscCon il Decreto Legge n. 4/2010, su proposta del Commissario Straordinario, è stata istituita l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC): finalmente vedeva la luce un soggetto giuridico unico, interlocutore e intermediario tra istituzioni amministrative ed associazioni, capace di garantire un pieno e rapido riutilizzo dei beni confiscati alle mafie. L’ANBSC si pone come un modello innovativo di cooperazione inter-istituzionale, in quanto primo soggetto misto, con compiti sia operativi che decisionali per quanto riguarda la gestione e destinazione di beni (tanto che nel proprio consiglio direttivo è prevista la presenza di magistrati e dirigenti di uffici governativi). L’ANBSC ha il compito di accompagnare il percorso del bene dal sequestro preventivo fino alla consegna e ha inoltre la gestione del bene fino alla fine dell’iter giudiziario. Essa ha sede operativa nella città di Reggio Calabria, e sedi decentrate a Palermo, Napoli e Milano. Con il Decreto Legislativo n. 159/2011, recante “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia”, viene finalmente creata una raccolta unica ed univoca di tutte le norme in materia di beni confiscati. Tra le novità del decreto, il limite massimo di novanta giorni per l’emissione, da parte dell’ANBSC, del provvedimento di destinazione del bene. Con le norme successive, e fino ad oggi, sono stati conferiti ulteriori poteri all’ANBSC, per poter gestire in modo unitario i beni confiscati (a prescindere dal reato commesso), intervenendo anche sulle controversie finanziarie legate al bene (gravami ipotecari, ecc). Sono stati inoltre inseriti tra i destinatari dei beni mobili anche enti territoriali e associazioni di volontariato. Questa la situazione normativa ad oggi. Nell’applicazione pratica, il procedimento di assegnazione e consegna di un bene confiscato alla criminalità organizzata, segue, come si è detto, un iter a sè che consta, in particolare, delle seguenti fasi: – avvio del processo di sequestro e confisca: l’iter parte dalle indagini patrimoniali, che riguardano il tenore di vita, le disponibilità finanziarie, il patrimonio e le attività economiche dell’indiziato e sono estendibili eventualmente a tutti quei soggetti che possano costituire una copertura a traffici illeciti, siano essi persone fisiche (come il coniuge, i figli o i parenti dell’indiziato) oppure giuridiche, società, consorzi e associazioni del cui patrimonio l’indiziato possa in qualche modo disporre. In particolare, esse riguardano il potere economico complessivo dell’indiziato – stimabile in base al possesso di beni di lusso, abitazioni costose, seconde case e terreni, oppure nella frequentazione di determinati ambienti come case da gioco o alberghi di lusso -, le disponibilità finanziarie (cioè titoli, valuta, crediti e proventi derivanti da redditi di capitale e operazioni speculative) e il patrimonio di beni mobili e immobili, di cui le indagini devono poter appurare la formazione progressiva. Le indagini patrimoniali, condotte con il coinvolgimento della Guardia di Finanza, servono ad identificare con precisione tutte le fonti di reddito del soggetto sottoposto al procedimento di prevenzione e ricostruire il flusso di denaro sporco lungo tutti i possibili canali finanziari di riciclaggio, verificando se l’indiziato risulti essere titolare di licenze, autorizzazioni, concessioni o di abilitazioni all’esercizio di attività commerciali e imprenditoriali, comprese le iscrizioni a registri pubblici e albi professionali. Esse hanno inoltre un ruolo importante di ricostruzione del contesto nel quale il soggetto sottoposto a procedimento opera e dei legami interpersonali costruiti attorno alle sue attività. Con il Decreto Legge n. 92/2008, la competenza relativa alle indagini patrimoniali è stata estesa alla Direzione Nazionale Antimafia il cui Procuratore nazionale ha un potere di impulso e coordinamento per effettuare procedimenti di prevenzione. La durata massima di tali indagini è di sei mesi, prorogabili a diciotto mesi in casi estremi. Eventualmente il Procuratore nazionale antimafia può anche avanzare richieste per visionare documenti e atti presso pubbliche amministrazioni, enti creditizi, imprese e società; a tal riguardo, fondamentali sono le indagini bancarie, che rendono possibile l’individuazione di attività occulte e delle relazioni interpersonali degli indiziati; la presenza di prestanome o di forme di occultamento rende però le indagini bancarie, seppur utilissime, particolarmente difficoltose; – sequestro: è la prima azione del giudice ed è una misura cautelare, attuata su impulso dell’organo che propone l’azione, che prevede la sottrazione dei beni all’indagato e la nomina di un amministratore o custode del bene, che dovrà occuparsene, a seconda della natura del bene stesso, per tutta la durata del processo; – confisca di primo grado: è un provvedimento temporaneo adottato dal giudice dopo aver dato udienza a tutte le parti in causa; tale confisca permette di mantenere il sequestro e portare avanti in sicurezza tutto il procedimento di confisca (che deve essere confermato dal giudice di secondo grado); – confisca definitiva: soltanto dopo il pronunciamento definitivo del giudice all’ultimo grado di giudizio possibile, la confisca, fino a quel momento di natura temporanea, è definitiva ed il bene passa all’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC), che ne avvia, coordina e segue l’iter di assegnazione e riutilizzo. I beni confiscati – che possono essere beni immobili, beni mobili o aziende – non vengono però riutilizzati immediatamente dopo l’entrata in vigore della sentenza definitiva; dopo un periodo che non può superare i novanta giorni, così detto “di gestione” da parte dell’ANBSC, viene definita la destinazione del bene, con due possibili soluzioni: – il bene viene mantenuto al patrimonio dello Stato per vari utilizzi o finalità istituzionali, quali ad esempio la pubblica sicurezza o la protezione civile e ambientale, l’individuazione quale sede per ospitare Caserme e presìdi di legalità (nel caso di beni immobili), ecc; oppure – il bene viene trasferito, a seguito di richiesta da parte dell’ANBSC di apposita manifestazione di interesse, e di riscontro positivo, ad un ente locale (in via prioritaria al Comune, e in via sussidiaria ala Provincia o alla Regione) che ne decide l’utilizzo per finalità sociali. In particolare per i beni immobili: l’ente locale, che intende acquisire al proprio patrimonio il bene confiscato, dovrà specificare, nell’atto deliberativo con cui estrinseca tale volontà, ed entro sei mesi dalla richiesta dell’ANBSC, le finalità a cui destinare il bene e le modalità dell’utilizzo. Nello specifico, potrà decidere: – se amministrare direttamente il bene, attraverso proprie risorse umane, strumentali e finanziarie, e la relativa destinazione; oppure – se assegnarlo in comodato d’uso gratuito, per finalità specificatamente previste dalla legge e previa gara ad evidenza pubblica ad associazioni, cooperative o soggetti del terzo settore specificatamente previsti dalla legge. Infatti, i soggetti che possono essere individuati quali affidatari o concessionari di beni confiscati, sono quelli tassativamente previsti, ossia comunità, anche giovanili, enti, associazioni maggiormente rappresentative degli enti locali, organizzazioni di volontariato di cui alla legge 11/08/1991 n. 266, cooperative sociali di cui alle legge 08/11/1991 n. 381, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura per tossicodipendenti di cui al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n.309, nonché associazioni di protezione ambientale riconosciute ai sensi dell’art. 13 della legge 08/07/1986, n. 349 e successive modificazioni. I beni possono essere concessi anche a cooperative di giovani di età non superiore a 35 anni, per l’utilizzazione per scopi culturali. L’atto deliberativo con cui l’Ente locale ha estrinsecato la propria volontà di acquisire il bene al proprio patrimonio, verrà così trasmesso tempestivamente all’ANBSC, con allegato un progetto di utilizzo, e da questo momento in poi l’Agenzia dovrà emettere il Decreto di assegnazione del bene, specificandone nell’atto, tipologia (terreno o fabbricato), foglio di mappa, particella, codice identificativo, territorio di ubicazione, estremi dell’atto di confisca e finalità. Il decreto di assegnazione, emesso di norma dal Direttore dell’ANBSC, specificherà anche, in ossequio alla Legge di stabilità 2013 n. 228/2012, art. 1, c. 197, che tutti gli eventuali gravami pendenti sul bene prima della confisca, sono estinti di diritto, ciò in un’ottica di tutela e salvaguardia dei terzi eventualmente titolari di diritti di credito. Una volta ricevuto il Decreto di assegnazione, l’Ente locale dovrà provvedere alla “messa in funzione” del bene se gestito direttamente, ovvero al suo successivo affidamento a soggetto no profit tra quelli sopra detti, mediante un Avviso Pubblico che dovrà contenere le modalità di partecipazione degli aspiranti assegnatari, e soprattutto i criteri di assegnazione dei punteggi al progetto di utilizzo. Il criterio usuale è quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, intendendo che i concorrenti dovranno cimentarsi nella presentazione di un progetto di utilizzo sociale del bene, secondo le finalità del Bando, ispirando la propria offerta a criteri di elevata qualità dei servizi resi, e ad ogni voce stabilita dal bando, inerente la qualità progettuale offerta (ad esempio utilizzo di giovani in condizioni di fragilità sociale, utilizzo di metodologie innovative, utilizzo di personale specializzato nelle attività da svolgere ecc.), verrà assegnato un punteggio. Naturalmente si collocherà nella graduatoria di merito il concorrente che avrà ottenuto il maggior punteggio. Generalmente i Comuni sono dotati di un Regolamento interno, approvato in Consiglio Comunale, che disciplina le modalità di assegnazione dei beni, ripartendo le varie funzioni tra l’organo politico (Giunta o Consiglio) per ciò che attiene agli indirizzi generali, e gli uffici, per ciò che attiene alla gestione esecutiva e burocratica. Viene quindi nominato un Responsabile del Procedimento, che dovrà occuparsi di tutta la fase amministrativa, dalla pubblicazione del Bando, alla nomina della Commissione di Valutazione, all’aggiudicazione definitiva ed alla consegna. Interessante da rilevare è la previsione che, tutti i soggetti (soci, coadiutori, dipendenti, ecc.) afferenti al soggetto concorrente ed aggiudicatario, dovranno presentare i certificati giudiziali (Casellario e carichi pendenti) riportanti le loro condizioni rispetto alla giustizia. L’affidamento del bene è disposto mediante contratto a titolo gratuito per un periodo di tempo importante ma comunque limitato (generalmente dai 7 ai 20 anni), al fine di consentire un dispiegamento ottimale delle attività progettuali presentate. E’ inoltre possibile che gli Enti Locali prevedano, nei loro Regolamenti interni, ed in via residuale, che il riutilizzo dei beni confiscati avvenga per finalità lucrative, ma in tal caso, i proventi delle attività svolte, dovranno comunque essere utilizzati per attività sociali. Una volta concesso il bene, l’Ente assegnatario provvederà al controllo ed alla vigilanza affichè tutte le attività contemplate nel contratto vengano rispettate alla lettera segnalando al concessionario, per poterle rimuovere, le eventuali criticità riscontrate. Nei casi più gravi, previsti dal contratto, sarà possibile revocare l’assegnazione. La regolamentazione locale di norma prevede che su ogni bene confiscato assegnato dovrà essere affissa una targa recante le notizie sulla confisca. Le attività comunali, e locali in genere, sono oggi improntate a criteri di trasparenza amministrativa tout court, in quanto la normativa vigente dispone che ogni pubblica amministrazione abbia, nel proprio sito web istituzionale, un’apposita sezione, denominata “Amministrazione Trasparente”, nella quale sono periodicamente pubblicati i dati e i documenti di interesse collettivo. I Comuni più virtuosi, poi, creano nella propria home page una sezione dedicata ai beni confiscati. Nonostante il processo sopra esplicitato sembri apparentemente scorrevole, l’esperienza pratica fin qui osservata rivela una serie di criticità che, purtroppo, ne rallentano l’iter di assegnazione e riutilizzo, spesso paralizzando l’intera attività. Queste le principali: – scarsa comunicazione tra ANBSC ed Enti Locali: spesso le comunicazioni tra questi due soggetti sono lente e imprecise, sia a causa della poca professionalità presente negli enti, dovuta ad una presenza di dipendenti con età media over 55, e quindi con le conseguenti difficoltà nell’utilizzo degli strumenti informatici di comunicazione e trasmissione dati, sia per la mancanza di una specifica formazione che, spesso, avviene sul campo, sulla materia dei beni confiscati. Queste difficoltà, naturalmente, rallentano ab initio il procedimento di cui trattiamo; – lungaggini nella scelta di manifestare interesse all’acquisizione del bene da parte degli Enti Locali: quando l’ANBSC trasmette all’Ente Locale la richiesta di manifestare la volontà di acquisire il bene al proprio patrimonio, l’Ente Locale e, soprattutto, il Comune, ha difficoltà nella scelta, in parte per motivi socioculturali, legati al timore che nessuno possa farsi avanti a concorrere all’assegnazione, temendo, specie negli ambienti piccoli, dispetti e ritorsioni da parte dei proprietari originari, in parte perchè molte volte non si hanno le risorse finanziarie, umane e strumentali necessarie per accatastare, volturare presso la Conservatoria dei RR.II. e ristrutturare il bene, che comunque, per poter essere utilizzato, necessita di avere tutte le autorizzazioni previste dalla legge (agibilità, certificazione impianti, titolo di proprietà, ecc.). Ecco perché molti Comuni, per superare questo empasse, decidono di ricorrere a fonti di finanziamento extracomunali (Regione, Provincia/Città Metropolitana, Unione Europea, Fondazioni e/o Associazioni private), con la conseguenza che si crea un nuovo iter procedurale dal quale dipende la decisione di accettare il bene o anche di metterlo a bando per il riutilizzo, se già acquisito. Spesse volte i beni rimangono per anni nello stato di “gestione” da parte dell’ANBSC o di “consegna” al Comune, in questo ultimo caso si verifica spesso che i destinatari della confisca, sentendosi ancora proprietari, dispongano del bene utilizzandolo, abitandovi e svolgendo tutte le attività connesse, con la conseguenza che i soggetti preposti, quasi sempre con il supporto delle FF.OO., devono intervenire in modo coattivo (sgombero forzato); – una volta acquisito il bene, pubblicato il Bando ed individuato l’aggiudicatario definitivo, subentra il problema dell’utilizzo: non sono rari, purtroppo, i casi di attentati e atti vandalici, incendi dolosi e quant’altro, volti a scoraggiare gli assegnatari che, spesso, vi rinunciano. Differente è la situazione dei beni mobili confiscati, di più agevole ed immediato utilizzo, e delle liquidità, che vanno a confluire in un apposito fondo statale.

Stefania Bruno

Puntate precedenti
Beni confiscati alla Mafia, l’evoluzione normativa

Beni confiscati alla Mafia, l’evoluzione normativa

I beni confiscati alla criminalità organizzata:
evoluzione normativa, attuazione pratica e prospettive future

I puntata

terra-liberaLa tematica dei beni confiscati alla criminalità organizzata è oggi di grande attualità, soprattutto in un territorio come quello calabro che vanta, purtroppo, un posto di rilievo su base nazionale per numero di beni confiscati sottratti alle cosche di ndrangheta.

Scopo del presente approfondimento (di cui oggi si propone la prima puntata) che non ha la pretesa di assurgere a studio scientifico, bensì l’obiettivo di sollecitare una riflessione a 360° sulla materia trattata, è quello di tracciare un excursus, sia normativo che pratico, sull’evoluzione del concetto stesso di confisca dei beni ai “mafiosi” e sul suo impatto economico, sociale e culturale nei territori interessati, oltre che di immaginare, da qui ai prossimi anni, la direzione in cui verrà utilizzato il vasto patrimonio acquisito.

Nell’elaborazione di questo testo, ci si è riferiti a fonti documentali autorevoli tra cui “Libera, Associazione Nomi e Numeri contro le mafie”, Fondazione “Tertio Millennio Onlus”, Lorenzo Frigerio, Giornalista della Fondazione “Libera Informazione”, “Fondazione con il Sud”, “Avvenire.it”, ed altri.

Dedico questo piccolo opuscolo alla memoria di mio nonno, Pasquale De Zerbi, che fu uomo dai grandi ideali socialisti, in nome di questi fuoriuscito in Francia durante il regime fascista, Sindaco antifascista subito dopo la seconda guerra mondiale a Oppido Mamertina e più volte Segretario della Sezione oppidese del PSI negli anni ’60-’70, grande amico di Giacomo Mancini e Gaetano Cingari. Di lui tutti ricordano la difesa dei più deboli, il rigore morale, il rispetto delle regole e la serietà ed onestà intellettuale.

Prima puntata: evoluzione normativa
Il primo atto normativo in materia risale al 1965 quando, con Legge n. 675, recante “Disposizioni contro la mafia”, dopo la strage di Ciaculli (PA), comincia ad essere disciplinato l’istituto della confisca, da destinare, da parte dell’A.G. competente, alle persone e/o ai loro familiari definitivamente riconosciuti, a seguito di indagini anche patrimoniali e finanziarie, come appartenenti alle organizzazioni criminali di tipo mafioso, prevedendo tuttavia la possibilità che il Tribunale disponga la confisca anche come misura cautelare, ossia con l’applicazione della misura di prevenzione quando non sia dimostrata la legittima provenienza dei beni.

Ma è soltanto negli anni Ottanta che la materia viene disciplinata in maniera approfondita e con il precipuo obiettivo di colpire il cuore delle organizzazioni mafiose, controllandone pienamente il potere ed il patrimonio economico. Infatti, a meno di cinque mesi dall’omicidio del suo promotore, Pio La Torre, allora Segretario del PCI siciliano, assassinato dalla mafia, il 13.09.1982 viene approvata la Legge n. 646/1982 detta “Rognoni – La Torre”, che introduce per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano il reato di “associazione mafiosa” (articolo 416 – bis) e stabilisce la confisca dei beni rinvenuti nella proprietà diretta o indiretta dell’indiziato, nonché il loro preventivo sequestro, in caso di rischio di vendita o sottrazione degli stessi. La legge dispone inoltre la possibilità di effettuare indagini patrimoniali a tutto tondo non soltanto sugli indiziati, ma anche sulle persone fisiche o giuridiche dei cui patrimoni gli indiziati potevano disporre.

Alcuni anni dopo, il Decreto Legge n. 230/1989, di modifica della Legge n. 575/1965, prevede la figura dell’amministratore del bene, nominato dal Tribunale con lo stesso provvedimento con cui dispone il sequestro, con il ruolo di custodire il bene medesimo e relazionare periodicamente sul suo utilizzo, segnalando all’A.G. eventuali altri beni da sequestrare e di cui è venuto a conoscenza, nonché di disporre di somme di denaro ricavate dalla gestione di altri beni sequestrati per pagare eventuali spese di gestione del bene stesso. Il decreto dispone inoltre che i beni confiscati siano devoluti allo Stato e le somme di denaro sequestrate versate all’Ufficio del Registro.

A distanza di un anno dall’emanazione del suddetto D.L., la Legge n. 55/1990, allarga il ventaglio dei possibili destinatari delle misure patrimoniali, includendo alcune classi di soggetti a pericolosità sociale come gli indiziati di appartenere ad associazioni di narcotraffico o dedite a usura ed estorsione, e consente il sequestro e la confisca dei beni nei casi in cui la misura di sorveglianza speciale non sia applicabile, ad esempio nei casi in cui il soggetto sia assente o residente all’estero.

Il decreto legge n. 356/1992 stabilisce la temporanea sospensione dell’amministrazione dei beni utilizzabili per svolgere attività economiche se queste possono agevolare l’attività dei soggetti sottoposti a una misura di prevenzione personale o a procedimenti penali per delitti di associazione mafiosa, sequestro ed estorsione, con l’intento di ampliare le azioni di contrasto all’ingresso delle mafie nel mondo economico.

Ma è soltanto dopo l’era delle così dette stragi di mafia degli anni Novanta, che il Legislatore decide di dare una svolta in chiave rivoluzionaria rispetto al passato, prevedendo non soltanto la confisca ai mafiosi del loro patrimonio mobiliare, immobiliare e finanziario, ma anche il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati, anche sotto la forte spinta delle associazioni di promozione della legalità ed antimafia.

Nasce il 7 marzo 1996 la Legge n. 109, recante “Disposizioni in materia di gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati. Modifiche alla legge 31 maggio 1965, n. 575, e all’articolo 3 della legge 23 luglio 19941, n. 223. Abrogazione dell’articolo 4 del decreto-legge 14 giugno 1989, n. 230, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1989, n. 282”. La Legge snellisce le procedure di assegnazione del bene, istituisce presso le Prefetture un Fondo con somme di denaro ricavate dalla vendita di beni mobili e titoli per il finanziamento ai progetti relativi alla gestione degli immobili confiscati e prevede il riutilizzo per il finanziamento di progetti relativi alla promozione di una cultura imprenditoriale, all’inclusione sociale, alla prevenzione delle condizioni di disagio e di emarginazione e al risanamento di quartieri urbani degradati. Questa Legge segna un momento determinante nella storia della lotta alla mafia, perché introduce, nello stesso concetto di confisca, non soltanto il principio secondo cui la mafia, in quanto illegale, va perseguita con il metodo della privazione di ogni forma di potere economico ai suoi adepti, ma anche e soprattutto l’idea che i beni che i mafiosi hanno illegalmente ottenuto, o dei quali si sono serviti per scopi illeciti, debbano essere riutilizzati per finalità antitetiche a quelle che ne hanno determinato la confisca. Insomma, una sorta di dantesca legge del contrappasso, che servisse sia da monito per coloro che, nel futuro, avessero voluto affiliarsi alle cosche mafiose, affinché sapessero a cosa sarebbero andati incontro, sia per le popolazioni ed i cittadini dei luoghi di confisca, affinché tutti i giorni potessero comprendere che la logica dell’illegalità e della mafia, alla fine, soggiace sempre a quella della giustizia e della legalità. Riutilizzo dei beni confiscati, dunque, per farne centri di accoglienza per ex detenuti, sedi di caserme o di uffici giudiziari, centri antiviolenza, tutti quasi sempre intitolati a soggetti simbolo della lotta e del contrasto alle mafie.

Da qui in poi, è stata una fase di sperimentazione ed applicazione pratica della normativa che, naturalmente ed inevitabilmente, ha portato a far emergere da un lato i suoi punti di forza, raggiungendo importanti obiettivi nella lotta alle cosche, private ora dei loro patrimoni e, quindi del potere economico che gli aveva consentito, negli anni precedenti, di espandersi anche a livello internazionale ed anche in assenza dei boss che si trovavano detenuti, ma dall’altro anche molte criticità e falle, soprattutto nella fase amministrativa ed organizzativa di acquisizione, gestione, destinazione e consegna dei beni. La norma, infatti prevede un iter specifico che segue immediatamente dopo il decreto di confisca che, a sua volta, diventa definitivo, dopo la fase del sequestro, e solo dopo che la condanna sia stata anch’essa definitiva. Queste criticità hanno portato, nel biennio 1999-2000, alla creazione dell’ufficio del Commissario Straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, con l’obiettivo sostanziale di omogeneizzare l’iter procedimentale dalla confisca alla consegna del bene, anche attraverso delle intese con le autorità giudiziarie competenti.

Stefania Bruno

Terzo settore, una riforma
in chiave innovativa

terzo_settoreCon la pubblicazione in G.U. del D. Lgs. n. 117 del 3 luglio 2017, è stato dato finalmente il via alla tanto agognata riforma del Terzo Settore, che disciplina, in chiave decisamente innovativa rispetto al passato, tutta la normativa riguardante il funzionamento dell’associazionismo e del volontariato: è nato così il Codice del Terzo Settore!

Con questo decreto, infatti, in una forma omogenea ed univoca, sono state stabilite importanti novità, in un’ottica di semplificazione ed efficienza da un lato, di garanzia, pubblicità e trasparenza dall’altro.

Queste le principali novità della riforma:

– Abrogazione della vecchia normativa: vengono abrogate diverse normative, tra cui due leggi storiche come quella sul volontariato (266/91) e quella sulle associazioni di promozione sociale (383/2000), oltre che buona parte della “legge sulle Onlus” (460/97).

– Individuazione degli ETS, Enti del Terzo Settore: sono tutti i soggetti che si iscriveranno nell’istituendo Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (c.d. RUNTS), Gli elementi che accomunano gli ETS sono anzitutto lo svolgimento, in via esclusiva o comunque principale, di attività di interesse generale, tipiche e caratteristiche degli enti non lucrativi (quali gli interventi e i servizi sociali, le prestazioni socio-sanitarie, gli interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio), ma anche attività nuove ed emerse in anni più recenti (quali l’alloggio sociale, l’agricoltura sociale e la riqualificazione dei beni pubblici inutilizzati). Il secondo elemento che caratterizza gli ETS è il perseguimento esclusivo di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, pertanto qualsiasi altra finalità non è ammessa. Naturalmente gli ETS non possono avere scopo di lucro; l’unica eccezione è per le imprese sociali nelle quali è possibile, entro certi limiti, distribuire gli utili e quindi remunerare il capitale.Agli ETS le pubbliche amministrazioni avranno l’obbligo di rivolgersi nella fase della co-programmazione e co-progettazione delle loro politiche sociali, anche attraverso sistemi di accreditamento. In sostanza, finalmente, il volontariato verrà coinvolto nei processi decisionali di soddisfacimento dei bisogni della collettività già a partire dalla fase programmatoria, dovendo essi essere necessariamente interpellati nella “costruzione” dei progetti sul sociale. Gli ETS, distinti per categoria, dovranno acquisire la personalità giuridica attraverso il notaio, che trasmetterà tutti i dati al Registro Unico.Gli ETS sono distinti in sette diverse tipologie:organizzazioni di volontariato (che dovranno aggiungere Odv alla loro denominazione); associazioni di promozione sociale (Aps); imprese sociali (incluse le attuali cooperative sociali), per le quali vi sarà un d. lgs. a parte; enti filantropici; reti associative; società di mutuo soccorso; altri enti (associazioni riconosciute e non, fondazioni, enti di carattere privato senza scopo di lucro diversi dalle società).Restano esclusi dagli ETS: le amministrazioni pubbliche, le fondazioni di origine bancaria, i partiti, i sindacati, le associazioni professionali, di categoria e di datori di lavoro. Per gli enti religiosi il Codice si applicherà limitatamente alle attività di interesse generale.

– Previsione del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore: tutti gli enti del mondo non profit dovranno iscrivervisi per accedere alle agevolazioni ad essi riservate e dovranno comunque avere un patrimonio minimo. Il registro sostituirà tutti i registri regionali, sarà istituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e sarà operativamente gestito con modalità informatiche su base territoriale e distinto per sezioni; ciascuna Regione e Provincia autonoma, pertanto, è chiamata ad individuare una struttura indicata come “Ufficio del Registro unico nazionale del Terzo Settore”. Gli ETS, con l’iscrizione al Registro, saranno tenuti al rispetto di vari obblighi riguardanti la democrazia interna, la trasparenza nei bilanci, i rapporti di lavoro e i relativi stipendi, l’assicurazione dei volontari, la destinazione degli eventuali utili.Ma potranno accedere anche a una serie di esenzioni e vantaggi economici previsti dalla riforma, ad esempio incentivi fiscali maggiorati (per le associazioni, per i donatori e per gli investitori nelle imprese sociali), risorse del nuovo Fondo progetti innovativi, lancio dei “Social bonus” e dei “Titoli di solidarietà”. Una parte consistente del Codice è dedicata ai Centri di servizio per il volontariato (CSV), interessati da una profonda revisione in chiave evolutiva che ne riconosce le funzioni svolte nei primi 20 anni della loro esistenza e le adegua al nuovo scenario.

La riforma del Terzo Settore segna dunque, inevitabilmente, uno spartiacque nel campo dell’associazionismo e del no-profit, creando una disciplina unica ed omogenea a fronte delle tante leggi e disposizioni normative preesistenti, che spesso davano vita a interpretazioni incoerenti e contraddittorie tra loro, ma soprattutto questa riforma contribuisce a ridefinire i contorni delle attività che possono essere espletate nel campo sociale, dei ruoli che ciascun ente puo’ o deve avere perchè si dica appartenente al terzo settore e ha l’obiettivo finale di evitare che dietro ad organizzazioni che apparentemente perseguono finalità non lucrative, si celino soggetti che utilizzano lo status di no-profit per raggiungere scopi alternativi e per nulla rispondenti a quelli stabiliti dalla legge, a discapito dei cittadini deboli e svantaggiati, destinatari finali della riforma.

Stefania Bruno