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Stefano Buso

Scarpetta sì oppure no?
Il piacere della tavola senza pregiudizi

la-scarpetta-galleryAlzi la mano, meglio, ambedue, chi – almeno una volta – non ha intriso un anonimo tozzo di pane nel sugo rimasto – provvedendo così a realizzare ciò che da golosi e buongustai viene affettuosamente chiamata la “scarpetta” … Caspita – strofinare il piatto con un soffice lembo di pane ove smarrita sopravvive una lacrima lillipuziana di sugo è un gesto a dir poco commovente, che evoca i racconti strappalacrime del buon Dickens e tempi retrò. Sono modi di fare “secolari”, anzi, vezzi cavallereschi figli di un’Italia meno opulenta di quella attuale, in cui “sciupare” o “scialacquare” non solo erano propositi da deplorare ma consuetudini cui nessuno poteva e doveva permettersi. Del resto, nemmeno nelle magioni più opulente lo spreco – in quanto tale – era ammesso, ma soprattutto, in quei convivi dove “il companatico” veniva espugnato con i sudori della fronte. E così, ammollare il pane in un profumato e striato intingolo – dopo “la dipartita” dell’ultimo baldo rigatone annesso al rancio – diventa un cadeau inatteso per l’amatissima gola, tuttavia forse più in uso un tempo di adesso! Infatti, nei locali di una volta non era una vicenda eccezionale notare un qualsiasi commensale, che dopo aver apprezzato la razione di pasta tuffava un minuto pezzettino di pane nel condimento eccedente – ripulendo così l’ultima “scaglia” di sugo –, a tal punto che la stoviglia sembrava appena mondata!  Inoltre, come annoverato, era una lode al sempiterno risparmio –, a significare che nulla si doveva gettare, nemmeno quel “quid” infinitesimale di salsa non “acciuffata” dalla pastasciutta appena ingollata.

Va ricordato che “ante litteram” la pasta veniva servita nella cosiddetta “fondina”, in pratica nel piatto fondo adoperato per zuppe, brodi e minestre, e non nell’omonimo “piano” – come di prassi oramai da un bel po’. Ragion per cui, era tutto sommato usuale che terminato l’ultimo “spaghetto” sopravvivesse nella profondità della ciotola un pugno di salsa defraudata dell’ingrediente fondamentale, e cioè la pasta! E racimolare con scrupolo quell’ultima “oncia” di garbato sughetto era un andazzo routinario, sovente emulato dagli altri astanti. Il gesto in sé non era certo un tonante ossequio al bon-ton, al cosiddetto desinare aristocratico, tipico di quegli ambienti ove regnava l’infervorata “noblesse oblige”. Malgrado ciò, questo “agire” dalle connotazioni nazional-popolari non era diletto esclusivo delle classi sociali – diciamo – più semplici. Insomma, “la scarpetta” si delineava come un’irresistibile tentazione anche per figure gerarchicamente più altolocate – anch’esse voraci sino al midollo. Del resto che male c’è ad appoggiare con pertinacia un pezzo di pane sul fondo unto e bisunto di una qualsiasi scodella e provvedere, ipso facto, al suo “goloso” candore? Davvero nessuno –, perciò evviva la scarpetta e sotto a chi tocca!

Ora come ora – “la strofinata” con mollica incorporata continua imperterrita la sua insigne “carriera” culinaria, in ogni caso, viene professata con un pizzico di verecondia, quasi sia inconfutabile indizio di spigolosa licenziosità cui andar cauti. Insomma, in parole grame, è un gesto fatto con scarsa naturalezza – accompagnati dal terrore d’esser bollati come personaggi dalle fattezze bucoliche e per nulla “à la page”. Un appello sentito al buon senso: siate voi stessi soprattutto a tavola, non date bada all’eventuale giudizio altrui e godete (se vi piace) di una scarpetta disinibita all’insegna dell’esultanza assoluta e, ci mancherebbe, grondante di sugo con non mai! Non siate perciò schiavi di pregiudizi o di limitazioni parcheggiate solo nella vostra mente – derivanti da una mentalità insulsa! Nessun oste o chicchessia vi rimprovererà di aver intriso il pane nel “suo” sugo prediletto; anzi, sarà tronfio di aver cullato sino in fondo le vostre papille gustative – sperando che al più presto ritorniate a essere ospiti della taverna. In gustoso (e speziato) epilogo, alla sibillina domanda – scarpetta sì oppure no – la risposta a squarciagola è senz’altro affermativa. Pertanto, prelibata scarpetta a tutti – sempre all’insegna del cibo migliore, e vale a dire quello che più piace e appaga!

Stefano Buso

Quell’irresistibile voglia
di unto…

cibo untoAlle prese con “un vortice” di consigli nutrizionali (in verità, doverosi!) – talvolta capita di avere il desiderio di una “trasgressione” culinaria! Al diavolo – siamo umani – guai se non sentissimo l’acquolina di “un qualcosa” che scavalchi le solite pietanze ultra-light! Così, come avviene durante una seduta spiritica dove prendono forma spettri di improbabili antenati capitolati ai tempi della guerra di Crimea – ecco che nei piatti si materializzano leccornie off limits…

Sarebbe assurdo non desiderare una porzione seppur lillipuziana di patate fritte, una bisteccona cotta a puntino, una frittura mista di calamari con un aerosol di maionese, oppure un succulento panino da addentare così, in due morsi! In sostanza, una qualsivoglia “bontà” che puntualmente ci è proibita quasi fosse materiale radioattivo da evitare. Negli ultimi anni “l’italiano” s’è scoperto attento a due aspetti effettivamente di rilievo, e cioè la bilancia e la prevenzione. A questo punto “necesse est” una premessa! Vivere strizzando l’occhiolino al colesterolo e alla pancetta addominale– non solo è importante, ma denota rispetto per se stessi e per il sempre più “ansimante” servizio sanitario nazionale, poiché prevenire è meglio che curare. Perciò, “okay” limitare i condimenti, bene non esagerare con le porzioni di cibo, saggio bere la quantità giusta d’acqua per idratarci – senza tralasciare il consumo di frutta, ortaggi, verdura e via discorrendo. Ovviamente il tutto integrato da un’adeguata attività fisica, anche una blanda passeggiata all’aria aperta senza fretta e senza meta!

Et voilà, dato per buono che quelle relative alla sana alimentazione sono regole “auree” – è altrettanto inopinabile che “semel in anno licet insanire” come si diceva nella Roma dei Cesari; in parole micragnose, sporadicamente archiviamo senno e salubrità, celebrando come si deve sua maestà la forchetta! Certo, non sempre, altrimenti sarebbe una sciagura, tuttavia quando è fattibile non si indietreggi innanzi a un boccone squisito, e perché no – persino “unto” – nell’accezione più lodevole dell’aggettivo, ci mancherebbe. Ciononostante per dirsi soddisfatti non serve che “la scappatella pappaiola” sia a base di vivande esose servite in chissà quale contesto faraonico, “l’elusione” può benissimo essere declinata all’insegna dell’economico street food – se piace, ovvio. Comunque, decidendo di trasgredire, lo si faccia sino in fondo – sia per quanto concerne il dolce che il salato, così, d’emblée – senza pentimenti, magoni e sensi di colpa che manderebbero a ramengo la digestione a chiunque.

Da sempre è noto che l’occasione è tentatrice, perciò se all’improvviso prende le mosse la smania di un super gelato – e che si fa? Nessun problema – che sorbetto sia – con i gusti preferiti, praline e nocciole comprese, al massimo, per qualche pasto, si starà un po’ più leggeri per “bruciare” le calorie accumulate. Non succede nulla se una tantum si dà forma (e sostanza) a un comprensibile sfizio gola, anzi, fa bene allo spirito e alla mente, forse di più d’altro. Va però tenuto presente che ci sono delle patologie e dei fattori di rischio cronici, che non consentono di trasgredire, nemmeno la notte di San Silvestro! In questo caso va seguito il consiglio del medico, ed è determinate attenersi alle limitazioni che purtroppo innesca quel tipo di malanno. Ci mancherebbe se così non fosse – ubi maior minor cessat – in questo caso la salute, che viene prima di qualsiasi abboffata. I più fortunati, invece, non manchino saltuariamente di ascoltare il cuore e… la loro rumoreggiante panza!

Per chiuder baracca e burattini si sappia che in Italia oltre a mangiare bene non abbiamo (per ora) tutte quelle annose problematiche specifiche di altri paesi, gli USA in primis – dove l’obesità e la cattiva nutrizione stanno assumendo proporzioni endemiche innescando – come conseguenza – patologie serie (malattie metaboliche), a tal punto che si è deciso di correre ai ripari dissuadendo la popolazione dall’alimentarsi esclusivamente di cibo-spazzatura, il cosiddetto “trash food”. No, per fortuna il belpaese è la culla della dieta mediterranea, del buon olio extravergine d’oliva, della pasta e di tante cose ghiotte, che tra l’altro prevengono parecchi acciacchi. Tuttavia, pur avendo queste “garanzie” quale supporto del nostro fantasioso desinare, qualche volta avvertiamo quell’irrefrenabile “voglia di unto” – intesa come fuga dalla routine mangereccia, e cioè di effettiva possibilità di approdare in lidi culinari ove regnano cibi mostruosamente impossibili, che di norma ci vengono negati con rigore draconiano. Ebbene, nessuno ci proibisce (a patto di non avere impedimenti di salute) di concederci un morso tentatore, una sorta di “polpetta peccatorum” – poiché trasgredire con intelligenza è gratificante per chiunque abbia una visione epicurea della vita, già di per sé sfigata e non affatto semplice da affrontare.

Stefano Buso

Caspita, quanto mi sushi! Una moda da provare

SushiÈ innegabile che come altre squisitezze esotiche il sushi abbia “stregato” una miriade di curiosi e di irreprensibili gourmet! In realtà, non si tratta solo di un assaggio routinario – bensì di uno stimolante tete-à-tete con una cultura lontana e parimenti affascinante…

In primis cos’è il sushi – questione “essenziale” per essere catapultati al nocciolo della discussione. Si tratta di una pietanza della cucina giapponese, che ha come perno il riso – unitamente ad altri ingredienti tra cui pesce, verdure, ortaggi, crostacei, alghe, uova e quant’altro. Relativamente al gustoso ripieno – esso può presentarsi crudo, cotto, insaporito grazie a marinatura, adagiato sul riso, disposto su foglie di alghe a guisa di vistoso talamo, oppure in altre originali interpretazioni. Anche i condimenti con cui deliziarlo sono parecchi – tra cui il celeberrimo Wasabi (pianta da cui si estrae una pasta verde dal sapore piccante), la famosa salsa di soia, il Gari (sottaceto giapponese) e lo Shiso (pianta le cui foglie sono utilizzate come contorno) – nondimeno è chiaro che questa sia “solo” una spiccia semplificazione, a mo’ d’esempio. In conseguenza, sia per l’unicità del piatto che dei suoi componenti – ogni assaggio è un iter eccittante che offre la chance di abbracciare usi e costumi differenti dai nostri.

E, probabilmente, l’incipit dei cibi appartenenti a culture distanti serbano l’aulico scopo – oltre alla degustazione canonica – di invogliarci a scoprire i contesti dove la ricetta ha preso le mosse, sovente in ambiti inimmaginabili. In sostanza “assaggio” quale mezzo per poi spaziare oltre – quasi fosse un’avventura prodigiosa – poiché il cibo ha un inconfutabile “liaison” con il territorio che lo ha reso tale. Un “ensemble” di spumeggianti sensazioni atte a stuzzicare non solo le papille gustative, ma altresì la brama ancestrale che è in noi, e cioè la “sete di conoscenza”! E può benissimo verificarsi che dopo l’assaggio “inaugurale” qualcuno resti affezionato al sushi a tal punto da voler ripetere l’esperienza, reputando la delicatezza “testata” sorta di rivoluzione copernicana declinata in modus culinario! Altri, bontà loro, preferiscono archiviare “l’avventura gastronomica” – optando invero per vivande a loro più “confidenziali” – pur avendo gradito l’excursus gustativo.

Va annoverato che negli ultimi anni c’è stato un effettivo “boom” di locali, bar e spazi definibili “all sushi” e la ricetta gode di ampio consenso. Il piatto del Sol Levante impera ovunque e a ogni ora! Lo si apprezza in pausa pranzo dove la delizia made in Japan ha dato il cambio a portate che sembravano inattaccabili sino a qualche anno fa; inoltre, ogni occasione è buona per una rapida tappa al “Sushi bar” – accompagnando la porzione di sushi con una tazza di tè verde, sino ad arrivare in orario vespertino – dove una cena oppure un vernissage dedicate alla bontà giapponese sono “rendez-vous” cui è impossibile dire no! Accanto a tantissimi estimatori che si ciberebbero di “poisson cru” dall’alba al tramonto – esiste uno zoccolo per certo resistente che non vuol saperne nulla né del piatto né di tutte le tematiche culturali e storiche che lo attorniano!

Forse, uno dei motivi di quest’ittica riluttanza risiede nel fatto che il pesce crudo incute “soggezione”, e ciò non convince diverse persone che rimangono perplesse negandosi a ogni opzione di assaggio. Sotto l’aspetto igienico-sanitario va perciò specificato che il pesce crudo è sì commestibile e sicuro a patto di attuare alcuni accorgimenti al fine di evitare pericolose intossicazioni alimentari. Il prodotto pelagico va “abbattuto”, e vale a dire congelato a una temperatura non superiore a -20 gradi per almeno 24 ore nei ristoranti e locali dove ci sono gli strumenti e le tecnologie per farlo, mentre in casa, nel comune freezer, il pesce va “ibernato” per una durata di 96 ore a una temperatura di -18. Questi dettami vanno rispettati con scrupolo e attenzione per poter godere di un’appagante scorpacciata di pesce “crudo” in tutta sicurezza.

In ogni caso, partendo dal mai demodé “de gustibus non est disputandum” è comprensibile che nonostante l’ampia diffusione mediatica elargita al sushi in tanti preferiscano dire no, e cibarsi con alimenti considerati meno “singolari”. In parole povere, nonostante la tendenza, il prestigio, il suo fascino intrinseco ed estrinseco e tutti dettami igienico-sanitario raccomandati – qualcuno al sushi preferisce (magari) un’italianissima carbonara. Del resto ognuno fa come gli pare e piace, ancor più a tavola! Per quanto ci riguarda, in linea generale, nei confronti di tutto il cibo è auspicabile una posizione “socratica”. In particolar modo in gastronomia, dove gli atteggiamenti volti all’ermetismo e al diniego assoluto non pagano, anzi, possono essere conflittuali con il leitmotiv dell’alimentazione, che oltre al sapore asperge interesse e fervida curiosità.

Per cui, il nostro informale consiglio resta quello di gustare il sushi almeno una volta, ovviamente nel momento e nel luogo che si ritiene più opportuno, vincendo così ogni infondato pregiudizio. E santa pazienza se dopo non ritornerà l’acquolina di fare il bis – scegliendo, in alternativa, un manicaretto nostrano! In chiusura non va tralasciato l’aspetto “clou” della questione – e cioè che oltre a qualsiasi “test” mangereccio, “la pappa” – alla fine – deve essere quella che più ci gratifica, evitando imposizioni e condizionamenti di ogni sorta, anche se del tutto autorevoli. Ciò ribadito, l’assaggio di una preparazione alimentare sconosciuta è un arricchimento e in più cospicua crescita, ragion per cui, vale sempre e comunque la pena intraprendere un itinerario gustativo “nuovo di zecca” tutte le volte che ne sussiste l’opportunità.

Stefano Buso

La pasta: ‘socialità’ di base, mette d’accordo tutti… persino la politica

Se esiste un godimento che diffonde il buonumore questa è la pasta! Per certi aspetti va ben oltre la mera ricetta – poiché è un opportuno “trait d’union” capace di instaurare una comunanza addirittura tra personalità ostili! Pure sull’iraconda sponda politica riesce a far ritornare il ciel sereno, ad esempio, tra destra e sinistra – quantomeno sotto il gustoso “visage” della forchetta…
peppone e don camilloSpecchio delle mie brame – qual è la ricetta più golosa del reame? Calma, non si tratta dell’edizione commestibile dell’arcinota favola dei fratelli Grimm bensì di un’inoffensiva domanda – magari scontata – sbotterebbe stizzito Sempronio vista la “sospettosa” prevedibilità della risposta! Orbene è la pasta, che a ragione può essere reputata la pietanza più gettonata dagli italiani. Sia in versione “base” – in bianco per capirci – oppure con la salsa più sfarzosa è il piatto polivalente per definizione; in parole povere quello che non deve mancare mai! Insomma, innanzi a un piatto di bucatini, benché da ideologie in antitesi, si può stabilire una tregua intelligente – concentrandosi, soprattutto, sul manicaretto pronto a essere trangugiato.
Pasta, come reclama la tradizione, forgiata in una caterva di profili e dimensioni, iniziando dai sempiterni spaghetti – icona planetaria del cibo made in Italy – e proseguendo con tagliatelle, pennette, rigatoni, fusilli, bigoli e chi più ne ha più ne metta (in cottura, ovvio). Comunque, l’insaziabile “list” potrebbe continuare da qui allo Stretto di Magellano – talmente son tanti gli archetipi disponibili sugli scaffali di supermercati e dispense. Ma per quale criptico motivo la pastasciutta è così amata? Di sicuro quella tra uomo e pasta è una “love story” che dura da tempo, non semplice quindi da lumeggiare così, su due piedi. Forse, per ottenere una risposta bisognerebbe puntar l’indice su una ragione tutto sommato pratica: la velocità!
In effetti, si sta prima a cuocerla che a illustrarla, inoltre è una ricetta che abbraccia il leitmotiv della propagandata “par condicio” – nel senso che è attuabile da chiunque. E diamine, che ci vorrà per approntare un piatto di “spaghi” in men che non si dica? Di sicuro un paiolo colmo d’acqua da metter sul fuoco, una manciata ponderata di sale grosso e la pasta naturalmente –, ma davvero nulla di più! Una preparazione che vede “flirtare” due elementi nodali della cultura attuale, e cioè celerità e disinvoltura – a tal punto che persino chi non ha affiatamento con gli assiomi dell’art culinaire può flemmaticamente cimentarsi in un piatto di pasta ipso facto. E fa nulla se il condimento è spiccio – ad esempio – un filo sottile-sottile di olio extravergine di oliva, del sugo di pomodoro che sembra il clone di quello della nonna, o qualche sobrio ricciolo di burro sopra il piatto fumante. Del resto, proprio quest’angolazione “fast” fa parte dell’alchimia “della nostra”, che con poco impegno e lo stretto necessario può diventare una portata tentatrice.
Altra indiscutibile “patina” della pastasciutta è la sua popolarità! Basti pensare al cinema, specie alle pellicole in bianco e nero di qualche tempo fa. In alcune sequenze la pasta è risultata essere tutt’altro che una perentoria ingiunzione di copione, bensì protagonista al pari degli attori più quotati, e destinata ad assurgere a parte memorabile del film in questione. Chi non ricorda Totò in “Miseria e nobiltà” – intento con gli altri vividi avventori a far incetta di deliziosi spaghetti al sugo? Una scena che nonostante i lustri mette ancora addosso una cifra inesauribile di allegria, e perché no, parimenti di appetito! E come scordarsi del tete à tete tra Peppone e Don Camillo coinvolti a discutere animosamente al cospetto di una fondina zeppa sino all’orlo di vermicelli? Scontri e scaramucce erano all’ordine del giorno tra i due protagonisti del romanzo di Guareschi, malgrado ciò, al cospetto di una forchettata di pasta ogni verbosità veniva assopita, complice, appunto, la prelibatezza della stessa. Detto questo, possiamo (una tantum) essere tutti d’accordo nell’affermare che la pastasciutta mette gli animi a tacere, anche quelli più irascibili. E, oltre allo spirito, placa pure i borbottii dello stomaco, ché quando è vuoto reclama senza indugi.
Quello della pasta rimane un capitolo difficile da essere ignorato – sia perché viscerale piacere della gola (Grimod docet) sia quale provvidenziale “antidoto” contro le becere polemiche, che sempre di più animano il nostro travagliato “sopravvivere” quotidiano. Per fortuna, nulla e nessuno potrà depennare lo sfizio di sedersi a tavola e gustare di un piatto di rigatoni (o altro formato, ci mancherebbe) ad libitum che, sino a prova avversa, restano un’opportunità garantita per tutti! Anzi, probabilmente è ancora uno di quegli esigui appannaggi tipici del “socialismo reale”, e possibili non solo evocare ma anche addentare nel vero senso del termine. In una società ipertecnologica preda di una turbinosa ed endemica “debacle” dove tutto sta precipitando in una voragine spettrale – non resta altro da fare che afferrare la prima “fune” necessaria per attutire il cozzo finale – in questo caso un provvido “spaghetto” offerto dalla “maison”!

Stefano Buso

L’immancabile tazzina di caffè, da pausa a piacere

Ma dove vai se “la tazzina” non ce l’hai – dichiarazione che di per sé non fa una piega! Pare, infatti, che gli italiani siano disposti a rinunciare a tanti capricci ma non al piacere del caffè! In effetti, a ben vedere, durante il giorno non mancano più “intervalli” – molti dei quali dedicati “all’espresso”, a tal punto che l’esterofila asserzione “coffe break” è diventata un cliché …

caffèChissà se tra il fitto catalogo degli incubi capaci di mandar all’aria il nostro riposo c’è un “raccapricciante” risveglio senza caffè – elisir indispensabile a metterci sull’attenti al pari di una fleboclisi adrenalinica. Caspita, una iattura se “la visione” divenisse caustica realtà, poiché, un caffè mattutino è un propellente (quasi) tassativo! E fa nulla se sia espresso o di moka – basta che non manchi all’appello! In ogni caso, per qualcuno unicamente “una quota” di caffè non basta per connettersi con il presente! Per cui, dopo il “tasting” casalingo serve far tappa al bar per un ineluttabile “bis” – che rintocca di ultima boccata d’ossigeno prima dell’ufficio. E lì, saldamente incollati allo scranno sino all’agognata pausa – sorta di circostanza “rianimatoria” in cui il baldo stacanovista gode di qualche nanosecondo di terapeutico relax.

Spesso “lo stop” è copia conforme del caffè gustato all’alba – disponibile in versione ordinaria o gustosamente macchiata. E infine, chiusa definitivamente la saracinesca del break, si abdica di nuovo per la scrivania ma più ritemprati – “incubando” l’anelito che arrivi presto il profetico time lunch, per beneficiare, poco dopo, di un altro caffè! Ma la giornata è tutt’altro che terminata – della serie – ogni occasione è utile per una “tazzina” mordi e fuggi – da soli o in compagnia. In fin dei conti, stiamo parlando di un insopprimibile godimento per migliaia di persone, perciò, dove sta scritto che durante l’eterno pomeriggio lavorativo – tra uno sbadiglio, un timbro e una pratica – non si trovi il tempo per trangugiare l’ennesimo “coffee”?

Magari il buon senso, o la saggezza – sbotterebbe “il grillo parlante” di turno – visto che non si dovrebbe esagerare con la citata delizia, poiché la caffeina è un corroborante da dosare con cautela. Insomma, sì al caffè ma con buon senso, ed eventualmente in sussiego ai consigli del medico quando si hanno problemi di salute. A tal proposito, va considerata quale caffeina assimilata quella presente (come esempio) nel cappuccino, o nelle bevande in cui l’ingrediente principale è per l’appunto l’annessa sostanza. Parsimonia non significa, tuttavia, rinuncia indiscriminata, bensì prudenza. Del resto, il popolare proverbio – “poco ma buono” – vale anche e soprattutto per quest’irripetibile ambrosia che ha ovunque legioni di fans e ammiratori!

Sul consumo che dire? Scansando per una volta “il balletto” di statistiche e cifre, va detto che il caffè seduce in tutte le sue avvolgenti “edizioni” – ortodosso o corretto a prescindere. Per fermo, in Italia ne consumiamo abbastanza, anche se negli ultimi decenni – l’intrepida tazzina – è divenuta una routine così beneaccetta da godere di una duttile trasversalità geografica. I costi non sono però uniformi; talvolta, pur nella stessa città il prezzo è variabile (anche solo di pochi centesimi). Generalmente un caffè espresso servito al banco costa, pressappoco, un euro (€ 1)! A ogni buon pro, vezzo esteso e senz’altro iconografico del belpaese è “il solletico” del caffè al bar, quindi come momento sacrale in cui – oltre a una valente bevanda – si gode di un quid fatato, che nel corso della giornata serve a rigenerarsi. Attimo surreale dove si solidarizza con il prossimo discutendo informalmente di qualsiasi argomento, oppure – complice la bontà “del nostro” – si socchiudono gli occhi immaginandosi altrove!

Oltre a ciò, il caffè detiene non poche virtù e rilevanti requisiti, che fanno bene all’organismo tra cui all’umore, a patto, come prima enumerato, di non farne un uso smodato. Dopo questo debito tributo a una delle squisitezze più amate da una buona parte degli italiani, non ci resta che chiudere “il sipario”, magari sulle note della canzone di Fred Buongusto “Spaghetti a Detroit” – in compagnia di un’immancabile tazzina di caffè…

Stefano Buso

Tempo di Bacco,
vino sì, ma buono!

Enogastronomia-Città-del-vino“Vino sì, ma buono”! Come non essere d’accordo con questo telegrafico ma esauriente incipit? La risposta è scontata – mentre non lo sono alcuni avvenimenti che riguardano la “cronaca enologica”! Innanzitutto si riscontra un cliente fortuito (o habitué) cambiato rispetto a un tempo. Anzi, è mutato “l’abbordaggio” verso il vino e l’enologia – ora intesi come “soggetti” da comprendere, e non come episodica “bevuta” da sorseggiare distrattamente! Adesso, chi si accosta “al prodotto” è forte di un’indubbia consapevolezza, e desidera documentarsi sino in fondo su ciò che si accinge a portare a casa. E non è tutto! Accanto al piacere di informarsi, non manca sensibilità nei riguardi della tanto “reclamizzata” moderazione. “Bere responsabilmente” – è sempre più una condotta spontanea, e non effetto coercitivo dell’alcol test! Insomma, verso il vino c’è desiderio di conoscenza in complicità dell’autocontrollo!

Discutendo di vino ci si chiede però quando si predilige assaporarlo, e vale a dire notizie e minuzie sul consumo! Parrebbe che sia più beneaccetto ai pasti, soprattutto quando non si ha il pungolo di tornare al lavoro (magari in auto). A tal proposito i week end sono i momenti più gettonati, nel senso che si può bere “un bicchiere” in paga tranquillità. Nella maggior parte delle tavole italiane “il nettare bacchico” non scarseggia, anzi. Non di rado si predilige un vino generico (già da tavola) e rosso-fermo quale “modello” dominante – senza optare per vini realisticamente dispendiosi. Attenzione: bere un vino dal costo misurato non vuol dire giocoforza affidarsi a un articolo di scarsa qualità, ci mancherebbe!

L’importante è esser edotti che una variante di pregio detiene attributi che ne giustificano il costo, per certo, quando non è oltremodo esoso. “Saltellando” sul terreno mutevole dei numeri, come poco fa rivelato, “il rosso” taglia come un bolide il traguardo delle preferenze; ciononostante, egualmente in pole position “troviamo” le bollicine, che negli ultimi lustri hanno ottenuto un successo eclatante – salutato con soddisfazione da aziende e produttori. Spesso si tratta di spumante Made in Italy, anche se il fascino dello champagne con cui “far il botto” nelle circostanze altisonanti continua per la sua strada.

Alcune considerazioni relative all’acquisto! Un po’ alla volta è scemata la consuetudine di comprare “a casaccio” – mentre è cresciuto il costume di affidarsi a brand attestati, e cioè a un prodotto che dà incondizionate garanzie. Evidentemente a trentun anni da quella che fu “la pagina” più infausta del settore (lo scandalo del vino al metanolo del 1986, che attestò un tragico “bollettino” di 23 morti accertati e parecchie gravi intossicazioni), l’utenza ha appreso che il vino è sì un alimento “nobile”, dalle assonanze storico-culturali peculiari, tuttavia va anteposto con oculatezza, soprattutto dove ci sono manifeste garanzie. I luoghi dove più è acquistato sono i punti vendita della grande distribuzione organizzata (GDO), le cantine del territorio, i produttori consorziati, oppure in enoteca – sorta di tempio aureo dedicato a Bacco, anzi – a ciò che per antonomasia vien magnificato come il rampollo della divinità, cioè il vino.

Possiamo così asserire – come disamina allargata – che si beve con parsimonia ambendo all’aspetto qualitativo, anche se si tratta di una selezione da consumare a pasto! Nonostante il trend, permane una certa attenzione nei confronti del costo – della serie – di “virtù” ma che non sia un colpo apoplettico per il portamonete! Altra cosa che potrà incuriosire il lettore è l’interesse verso il “Wine sharing”, in soldoni la possibilità – fuori casa – di condividere una o anche più bottiglie di “top Wines” con altri commensali. Una sorta di assaggio allargato – per capirci – organizzato con maestria dal “padrone di casa”, e capace così di stuzzicare gli ospiti con un sorso esclusivo! Il vino prestigioso non ha ovviamente costi “popolari” – poiché la qualità va sempre onorata con moneta sonante. Comunque, se un locale offre agli astanti l’opzione di stappare delle bottiglie d’annata condividendo la spesa – ecco che anche il nettare più aristocratico (e agognato) diventa una chance da afferrare!

Quello del vino è un pianeta rigoglioso che si presta a innovazioni e archetipi, che hanno il fine di elargire svariate soddisfazioni ed emozioni. Basti pensare alla sempre più massiccia diffusione delle applicazioni e dei software dedicati esclusivamente al vino (Wine App), e scaricabili on line dagli “enonauti” alla ricerca di questa o di quell’etichetta! In parole povere, esiste “il vino per tutti”, per ogni esigenza e per ogni tasca. Merito anche dell’informazione, che sempre più dà spazio all’argomento, con recensioni, schede dettagliate e segnalazioni tematiche. Inoltre – “Deo gratias” alle molteplici rassegne, fiere e kermesse, che attirano pubblico persino da località lontanissime.

A tal proposito, va ricordato che a Verona, il prossimo 9 aprile ci sarà il rendez-vous annuale con Vinitaly – giunto alla 51esima edizione, e a tutti gli effetti sorta di “Olimpo” per chi si occupa di vini (giornalisti, esperti, produttori e aziende del settore), ma anche per i tanti che coltivano il desiderio di assaggiare vini di qualità! In epilogo – “vino sì, ma buono” – oltre che auspicio condivisibile – si preannuncia come tangibile fondamento – visto le buone notizie che arrivano da un settore in evidenza, che “acciuffa” sempre di più consenso e partecipazione. Vino certo che sì, strizzando comunque l’occhiolino alla moderazione, al bere intelligente e animato da buon senso – come accennato in apertura di articolo!

Stefano Buso

Italia in crisi. Quando la pizza diventa un lusso

pizza-napoletana-piattiE vuoi vedere che per colpa della spending review anche la routinaria serata in pizzeria è diventata un lusso non più sostenibile? Del resto tra sforbiciate, sacrifici e rinunce – ciò che un tempo era un’abitudine settimanale – allo stato attuale è solo un ricordo annebbiato Ma per forza! Chi si alza di buon’ora per recarsi in fabbrica o in ufficio è senz’altro più interessato al rosso (sempre più rosso) del suo conto corrente che alle piroette del soporifero scenario politico nazionale. Tra l’altro, sistematicamente, si tratta di “performances” barbose che non val la pena nemmeno commentare. Comprensibilmente, a chi “produce” come una balda formichina poco preme di scissioni, scaramucce e alterchi di ogni dove! La visione comune è “appiccicata” a un immediato pragmatismo casalingo, che parafrasato – significa saldare le bollette, far fronte alle scadenze, onorare il ticket del SSN, e ancora… duellare con tasse, tributi e balzelli, che non ammettono ritardi o discolpe. Diciamo che un po’ tutti, chi più chi meno, siamo “untori” di malasorte e dilemmi, cui nulla importa se il leitmotiv giornaliero sia imperniato sulle “peripezie” politiche di questo o quel partito! Peraltro, il cittadino è da tempo stremato da continui problemi e grattacapi, ma soprattutto svuotato come un calzino di averi e pecunie – in “un clima” complessivo che è plumbeo come il nero di una seppia oceanica.

In breve, lo stato d’animo ondeggia tra l’incertezza e il melanconico – ciò nonostante – che si può fare se l’andazzo “unitario” è paragonabile al sequel d’un film horror? Il popolo – operoso e tutt’altro che spendaccione –  si regalava talvolta il lusso strabiliante di una pizza “mordi e fuggi” estesa alla famiglia. Ora, visti i mala tempora “la margherita” (…o quel che è) la può solamente sognare – magari addobbata all’inverosimile e abbinata a una bottiglia di vino stappata da Morfeo. Visioni oniriche che fanno lo sberleffo a una cuccagna remota, in cui credevamo di star male, di essere vessati sino al fondo schiena, ma in cui, probabilmente, non coglievamo cosa ci avrebbe atteso come “piatto forte” di lì a breve tempo. D’altronde, la situazione ha davvero preso una piega spettrale se anche un break vespertino (tutt’altro che luculliano) è diventato una stramberia da scansare quanto una malattia esantematica! Il termometro del malessere non è però solo suggestionato dalla possibilità o meno di consumare aperitivi, sandwiches policromi o chissà quali eccentrici appetizers, ci mancherebbe! Malgrado ciò, questi lillipuziani godimenti regalavano alle masse taciturne una beffarda scheggia di serenità, che opportuna scrollava loro di dosso i grammi eccedenti di sfiga nauseabonda. A quanto pare, adesso, la serata fuori casa è diventata appannaggio delle classi più abbienti, mentre a quelle in carenza di talleri sono rimaste le controversie politiche che vanno “in onda” tutti i giorni – festività incluse.

Se ai tempi “della trisavola” si diceva che un buon risparmio valeva più di un lauto guadagno, sono purtroppo arrivati i momenti acquitrinosi in cui del sacro salvadanaio non è rimasto più nulla, manco i cocci. La gente ha tagliato in modo risoluto acquisti e svaghi tutt’altro che bizzarri, e tira la cinghia in modo così esagerato che alla fine si spezzerà. In ogni caso, quanto illustrato non ha certo il proposito di notificare l’ennesimo tsunami carico di iatture. Tuttavia, ciò che “svolazza” qua e là come un pipistrello degno delle mortifere novelle di Bram Stoker è una situazione davvero deprimente, e ancor di più lo è rinunciare a cose comuni – come, ad esempio, un trancio di pizza “in edizione” low cost!

Nel frattempo, sperando in tempi indulgenti (sembra però tardino ad arrivare) si tira avanti come meglio si può, dicendo di no a tutto o a quasi, compresi i rigeneranti raid gastronomici a scadenza settimanale. Va da sé che “abdicare” in favore di una vita troppo sobria non è euforizzante, del resto sarebbe inammissibile e poco “di sinistra” asserire che tutto va bene, e soprattutto attestare proprio su questo giornale che la gente campa come un pascià! A tal proposito i socialisti qualcosa da dire l’avrebbero, in primis un suggerimento –, e cioè litigare meno e far gioco di squadra – fruendo di un’arcinota metafora calcistica. In tal modo, collaborando tutti assieme nella propria “metà campo”, la pizza (ma non solo quella) tornerà a essere godibile per tutti – nessuno escluso.

Stefano Buso

Torna Olio Capitale. Come scegliere la qualità

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Non è un mistero sapere che il condimento più in auge della nostra dieta sia l’olio di oliva extravergine, tuttavia siamo davvero in grado di sceglierne uno di comprovata qualità, e con quali criteri attuiamo l’opzione nei confronti di questo insostituibile ingrediente? I consigli da elargire sono molteplici e tutti da annotare – in primis – leggere con attenzione le etichette, quindi diffidare di un olio a basso prezzo, senz’altro indirizzarsi sull’extravergine e in più parecchi altri accorgimenti che sono un vero sostegno per il consumatore! Altra cosa importante – non disertare o storcere il naso dinanzi ad appuntamenti di rilievo come Olio Capitale…

Dal 4 al 7 marzo, a Trieste, prenderà il via giustappunto Olio Capitale – rinomata fiera intitolata alle migliori produzioni di olio extravergine d’oliva – giunta all’edizione numero undici! Proprio così, una lunga serie di rassegne dedicate a un ingrediente imprescindibile che ogni giorno troneggia sulle nostre tavole. L’evento è in sé invogliante non solo per gli addetti ai lavori ma anche per il consumatore – sempre più “sul chi va là” relativamente alla genuinità dei prodotti, e alquanto interessato ad assistere a kermesse o a fiere dedicate all’agrofood. Di sicuro, si tratta di un modus operandi oculato per aggiornarsi e allo stesso tempo di promozione e di valorizzazione per le aziende. Di conseguenza fiera non solo come “vetrina” statica – bensì quale archetipo dinamico dove intraprendere lesti percorsi di assaggio, che poi permettono di formulare sensazioni individuali. D’altronde, oramai, qualsiasi evento “open” scorre nella profetica rotta della reciprocità, e vale a dire al passo con il trend della comunicazione contemporanea!

Olio Capitale “spiega le vele” nel capoluogo giuliano – una connessione naturale verso Est e contesto chiave per “flirtare” con nuovi mercati, e perciò con elettrizzanti occasioni! Del resto è sufficiente osservare l’assetto geografico della città alabardata per evincere che è un avamposto cruciale per le attività di promozione e di scambio. L’esposizione avrà così luogo in uno scenario appetibile, oltremodo di un appeal effettivamente unico. Il pretesto di essere alla manifestazione offre lo spunto per far due passi in città, magari partendo da Piazza Unità d’Italia – mirabile gioiello urbanistico – quindi, senza fretta, “esplorare” una realtà esclusiva e coinvolgente. Da non perdere la vista mozzafiato su Trieste che si può godere da Opicina – raggiungibile con la funicolare da Piazza Oberdan. Tutto ciò senza negarsi all’inappuntabile gastronomia locale declinata in molteplici golose ricette e infinite bontà!

A ogni buon pro, ritornando all’happening in questione – cosa sarà “offerto” ai privilegiati ospiti? Si tratta di un’opportunità tangibile per entrare in contatto con l’olio extravergine e tutto il seguito che lo contorna – in un rendez-vous che ospita e mette sotto i riflettori centinaia di aziende del settore provenienti da ogni dove! Non mancheranno le migliori realizzazioni e tantissimi brand tra oli DOP, IGP, biologici, italiani, stranieri, fruttati intensi, medi e leggeri. Ed essere in fiera equivale trovarsi tete à tete con esperti qualificati, che conoscono a menadito la materia e i prodotti esposti – oltre a mostrare disponibilità e attenzione nei confronti degli astanti. Tutto ciò permette di soddisfare ogni curiosità, di intraprendere precisi excursus gustativi, che hanno il fine di insegnare a selezionare un buon olio d’oliva extravergine. Di fare, in soldoni, del training qualificato che è a tutti gli effetti un cadeau tecnico-culturale utilissimo!

D’altro canto far proprie le imprescindibili competenze “sull’extravergine”, i “precetti” relativi alla sua lavorazione – comprese virtù, attributi e caratteristiche – diventa occasione come poche, diciamocelo chiaramente! Nei fatti, quanto appreso potrebbe essere poi non poco utile nella vita giornaliera! Spesso, invero, insorgono dubbi e affanni innanzi all’acquisto di un olio d’oliva – quando siamo al supermercato o in un negozio – perciò acquisire pertinenti “istruzioni per l’uso” è per certo una scelta avveduta. Indubbiamente, un consumatore più smaliziato oltre a essere consapevole nell’attuare le proprie preferenze è altresì più fiducioso su ciò che sta acquistando. L’idea che l’olio extravergine sia una garanzia di bontà e purezza è ampiamente diffusa, tuttavia incontri come Olio Capitale sono allettanti proprio perché non si smette mai di conoscere, e in più chance per “toccar con mano” l’effettivo epilogo (l’olio extravergine) di ricerca meticolosa e duro lavoro. Appuntamento a Trieste, in fiera – dove il feeling con il prodotto olio è assoluto – celebrando, legittimamente, una splendida icona del Made in Italy.

Stefano Buso

Agropirateria: i disastri
della contraffazione

contraffazione-alimentareMolti prodotti dell’agroalimentare e fiore all’occhiello della nostra economia sono da sempre oggetto di falsificazioni da parte di “personaggi” privi di onestà e alla continua ricerca di facili guadagni sulla pelle dei consumatori…

La contraffazione alimentare causa dei veri disastri al nostro Paese, ai consumatori e ai produttori che operano con professionalità. La lotta all’agropirateria non ha sosta, anzi, si intensifica diventando sempre più capillare ed efficace. I dati diffusi dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali riguardanti il 2016 rappresentano le nostre istituzioni e le forze dell’ordine in sinergia per reprimere un fenomeno spregevole, che nonostante l’impegno profuso non dà però cenno di diminuzione. Ma, oltre ogni rassicurante performance di cifre e di dati è importante denunciare che l’agropirateria è un “virus” ambiguo e reattivo, che si propaga metodicamente e verso il quale occorre una terapia sistemica! E se da un lato le battaglie vinte sono non indifferenti – “la guerra” in sé procede ed è combattuta ogni giorno! Una tenzone non semplice da osteggiare, anche perché in ballo ci sono un mucchio di soldi, e le troppe-tante organizzazioni dedite al malaffare lo sanno e son disposte a tutto pur di far cassa!

Del resto, per “spargere il sale” sulle frodi alimentari ci vorrebbe una provvidenziale bacchetta magica! In ogni caso le autorità non si perdono d’animo. È importante, infatti, non “mollare la presa” – sia per tutelare i consumatori che i produttori – nel concreto coraggiosamente in prima linea con le loro aziende. Oltre a sgominare clan e associazioni dedite alle più impensabili falsificazioni, bisogna dotare i consumatori di tutte quelle competenze atte a riconoscere i prodotti alimentari mendaci. A tal proposito l’informazione gioca un ruolo chiave – unitamente alle istruzioni per tenersi alla larga dai pericoli che serpeggiano nel mare magnum delle attività fraudolente. Rischi pesanti, poiché un prodotto taroccato che cerca di emulare l’originale è spesso manipolato in habitat insalubri ed è quindi un’insidia sibillina per la salute! D’altro canto è intuibile che “un fruitore” informato attuerà in primis un servizio pro domo sua, poi un proficuo passaparola – in più un aiuto nei confronti delle attività di categoria, che nei loro marchi investono ricerca e capitale!

Da tener conto, che la crisi economica globale ha permesso all’agropirateria di affondare le radici in una realtà che proprio il gap finanziario ha reso più fragile. Si tratta realmente di un’emorragia copiosa e affatto semplice da tamponare –, che fa eco a un comprensibile senso di frustrazione “assaporato” da chi ogni giorno produce alimenti all’insegna della qualità. Ma quali sono i prodotti più contraffatti – semmai si potesse stilare una sorta di blacklist? Purtroppo, le “attività” illecite su questo versante non fanno sconti a nessuno – quindi formaggi, insaccati, salumi, vini, aceti, oli, pasta, riso, conserve di pomodoro e i vari derivati del latte. L’obiettivo dei predoni agroalimentari è lucrare, arricchirsi cinicamente innescando – come conseguenza tout court – smisurati danni economici sia in Italia che all’estero sino all’inevitabile decadimento d’immagine del prodotto autentico!

Facendo due conti, per chi delinque, si tratta di un volume di affari che frutta parecchi milioni di euro – cifre incredibili e soprattutto… esentasse! E il consumatore, e vale a dire colui che di buon mattino va a fare la spesa al mercato è il primo che dovrebbe indignarsi davanti a questo sudiciume, e nel suo piccolo – dopo l’inziale disgusto – operare affinché il falso finisca al macero prima che sulle tavole, ad esempio, segnalando all’autorità competente merce o alimenti visibilmente sospetti. Tradotto – accertato che le istituzioni svolgono il loro lavoro incessantemente – chi consuma è chiamato in causa a dar una mano, in quanto oltraggiato dai malfattori! Obiettivamente la lotta alle frodi è collegiale e impostata su vasta scala – impiegando provvedimenti, misure precauzionali, l’applicazione dell’etichettatura obbligatoria (che tutela i consumatori fino alla distribuzione), e il riconoscimento a livello comunitario dei prodotti a denominazione di origine (DOP, IGP, STG e DOC per i vini). E ciò, come detto in precedenza, va benissimo ma è determinate mettere in atto un “gioco di squadra” tra produttori e l’anello finale della filiera, cioè il consumatore – perché il fine è univoco e viaggia sotto il vessillo della correttezza e dell’onestà.

Ogni anno l’Italia perde una valanga di soldi a causa dell’agropirateria internazionale, che nel concreto genera un business di proporzioni inaudite e una perniciosa economia illegale parallela. E tutto ciò perché il Made in Italy è icona di prestigio a livello mondiale – per cui i nostri marchi più rappresentavi sono quelli più bersagliati dagli imbroglioni, che senza esitazioni mettono sul mercato i cloni dei brand originali! Bisogna correre ai ripari investendo in prevenzione intelligente, e allo stesso tempo auspicando tolleranza zero verso chi infrange la legge! Prevenire – si diceva poc’anzi – ma come? Certamente con l’ausilio dell’informazione e non soltanto quella di nicchia ma altresì quella diffusa – in quanto una comunicazione tempestiva e aggiornata è decisiva nella lotta alla contraffazione. È poi utile che tutte le misure economiche, legislative, tecniche e di formazione siano a messe a disposizione per debellare questa sorta di “metastasi” che svilisce una sponda (n.d.r. agroalimentare) sostanziale per il nostro futuro. Lasciando che sul mercato imperversino prodotti falsificati privi di ogni tracciabilità, si compromette un bacino produttivo che è una risorsa inestimabile con molteplici opportunità di crescita e di sviluppo – primo su tutti il lavoro – ovunque sempre più in calo e tratteggiato dalle torbide sfumature della precarietà.

Stefano Buso

L’epoca dello Street food.
Sì, ma non per tutti

street-foodCibo di strada o street food? Solo “folgorati” sulla via del panino – potrebbe essere la risposta calzante! In ogni caso, senza addentrarci in alcun inestricabile garbuglio di interpretazioni, preso per buono che dietro questo estroso modo di pranzare ci sia una valenza storico-culturale e non un ghiribizzo salottiero, è altrettanto vero che non tutti ne sono realmente entusiasti…
Tempo fa mangiare al sacco era una penitenza dura da schivare! Epoche scalognate dove per il popolo la vita era una convulsa corsa agli ostacoli, e i provvidenziali ticket lunch una circostanza di là da venire. Così, per colpa dell’orario draconiano, era usanza portarsi da casa un boccone “di fortuna” e consumarlo a un tiro di schioppo dal lavoro. Perciò diversi dipendenti – approfittando di quella che allora non era il break bensì l’italianissima sosta – mettevano “qualcosa” sotto i denti all’aria aperta in tutte le stagioni dell’anno. D’estate, complici le belle giornate, tutto filava bene – nel senso che la pagnotta casalinga veniva trangugiata in un frangente meteo “misericordioso”. D’inverno – dove pioggia e freddo erano anfitrioni immancabili – lo “spuntino” era deglutito in modo disagevole, in uno stato di semi-assideramento! Al massimo, a “banchetto” concluso, i più fortunati si concedevano un caffè bollente – uno dei pochi comfort espugnabili per la strapazzata classe lavoratrice. Ragion per cui, ai tanti habitué del pasto mordi e fuggi fra un turno di lavoro e l’altro, non gliene frega un granché di conoscere aneddoti e virtù del cibo di strada.

Malgrado ciò, comprese le tribolazioni di caio e sempronio, è innegabile che la consuetudine di mangiare “dove capita” sia una prassi non certo nata ieri ma di intensa accezione storica! È quindi intuibile che entrando in confidenza con il cibo di una determinata località, oltre a scoprire ogni “attributo” dello stesso, diventano fruibili altre considerevoli minuzie – senz’altro valide a comprendere ogni tratto di quell’habitat! E, un immaginario itinerario dalle Alpi a Lampedusa potrebbe essere una rivelazione sotto svariate prospettive, in primis, scoprire e poi apprezzare tante impensabili prelibatezze! Ad esempio, in Emilia Romagna una provocante piadina colma di ogni ghiottoneria, oltre l’Appennino, a Firenze – il lampredotto – preparato come d’abitudine dai trippai del luogo; più a Sud, in Sicilia esattamente nel capoluogo palermitano – il pani ca meusa (pane con la milza) – un diletto mangereccio come pochi. E se a Napoli il cibo di strada è inflessibile tradizione con le pizze e i deliziosi bocconcini fritti (pizzelle, pasta cresciuta, frittatine di pasta), dal vorace elenco è impossibile “dribblare” Roma con il supplì o la pizza bianca riempita di qualsivoglia bendidio! Di nuovo su, sino ad approdare a Venezia – dove si possono gustare gli immancabili “ciccheti” (spuntini mignon di seppioline, uova, baccalà o salumi), mentre a Milano è impossibile dire no ai mondeghili (polpette milanesi) o alla morbida michetta farcita a più non posso. In dirittura d’arrivo tappa a Genova – con una sfiziosa rassegna di focacce, farinate e torte salate. Tuttavia l’inventario di fantasiose “street ricette” potrebbe continuare, poiché ogni borgo, anche il più remoto, ha il suo fantastico cibo da consumare in movimento, e vale a dire incontaminati manicaretti che strizzano l’occhiolino alla tradizione, di solito mai dispendiosi e non di rado efficace attrazione per turisti e appassionati.

È inequivocabile che lo street food sia al centro dell’attenzione, come un attore sotto le lampade del palcoscenico, ed elettrizzante smania per maitre à penser del gusto e gente qualsiasi che desiderano testare portate “alternative” da quelle abituali! Persone che trovano simpatico addentare una polpetta fritta, oppure un arancino di riso in compagnia di una birretta, sotto la canicola agostana oppure sferzati dal nevischio invernale. Accanto alla corrente pro cibo di strada, ce ne sono altri che storcono il naso – poiché per anni e anni sotto scacco delle bizze di Giove Pluvio durante la soprannominata “ora d’aria” lavorativa! Loro, sicuramente, preferiscono il confortevole scranno della trattoria. Il nostro auspicio è che l’antipatia di costoro nei confronti dello street food possa trasformarsi in curiosità verso le tantissime pietanze spicce che, con laboriosità ed estro, parecchie località propongono! In attesa che tutto ciò avvenga, che anche il più riluttante dei forzati del pranzo al sacco si converta di buon grado al succulento rancio stradaiolo – il titolo di questo post – “street food sì, ma non per tutti” – resterà inconfutabile!

Stefano Buso