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Stefano Buso

Natale è dietro l’angolo.
I dubbi “amletici”: panettone o pandoro?

Pandoro-panettoneDavanti ad una fetta di panettone o di pandoro è dura dire no, pensando alla pancetta che non ne vuol sapere di togliersi dai piedi lasciando spazio all’agognata “tartaruga”! Eppure, Natale è dietro l’angolo e, almeno per l’occasione, sarebbe meglio accantonare paturnie o presunti problemi di linea e festeggiare con una porzione (anche baby!) di dolce e un calice di bollicine. Poi, che sia pandoro o panettone si vedrà, o quantomeno lo sceglierà il consumatore, l’importante che sia un momento di serenità per se stessi e per la famiglia…

Anche quest’anno, visto che mancano pochi giorni al Natale, inizia la frenetica corsa ai regali e all’acquisto di cose buone da mettere in tavola il 25 dicembre. Tra le varie ghiottonerie non possono risultare assenti ingiustificati i dolci simbolo della festa più importante dell’anno, vale a dire il panettone e il pandoro! Bontà che come d’abitudine chiudono in bellezza i vari “tour de force” gastronomici natalizi, nel senso che si consumano a fine pasto. A ogni modo, questo o quello, per tutta la durata delle festività, cioè sino all’Epifania, sono una presenza costante – a tavola e non. Francamente, con due prelibatezze del genere diventa difficile “puntare” l’indice in direzione dell’uno o dell’altro, anche se alla fine una scelta la si fa, perché è del tutto normale avere delle preferenze! Del resto tutto ciò fa parte del fascino del Natale, evento che tutti desideriamo perché, oltre all’aspetto consumistico, ci permette di essere circondati dai nostri cari godendo per qualche ora della loro compagnia. Insomma, per fortuna la voglia del Natale contagia positivamente tutti nessuno escluso.

Comunque, scelte e decisioni a parte, sul fronte “zuccherato” gli italiani sono sempre più oculati e soprattutto informati, perciò, panettone e pandoro – certo che sì – ma al primo posto viene la qualità a partire da ogni singolo ingrediente con cui è realizzato il prodotto. Secondo fonte della Coldiretti il panettone sarà il dolce preferito dalle famiglie – finendo addirittura sul 70% delle tavole italiane. Non si tratta, tuttavia, di questioni percentuali o di mera casistica, ma di gusto (che non si discute) – perché panettone e pandoro sono due prodotti che per caratteristiche e storia sono differenti, nondimeno accumunati dal fatto che a Natale sono un must irrinunciabile. Altra cosa da ricordare è che negli ultimi anni sono tornate ‘in auge’ alcune tradizioni dolciarie dedicate al Natale ma tipicamente locali. Ad esempio, nel Trentino-Alto Adige si consuma lo Zelten – golosità a base di frutta secca e canditi tipico della regione alpina. E un altro dolce emblematico del Natale (e di altre grandi occasioni) è la Gubana friulana – delizia che val la pena assolutamente assaggiare perché esprime sapori e sentori unici. In verità ogni regione o località ha un proprio “dolcetto” dedicato alle feste importanti (tra cui anche il Natale), perciò non è affatto scontato che la scelta debba ricadere giocoforza sul pandoro o sul panettone, anche se per la maggior parte degli italiani, come palesano dati e sondaggi, sarà così!

Una cosa da non trascurare è il “nettare” cui “spalleggiare” il classico dessert natalizio, che dovrà essere un vino dolce – spumante o passito. Abbinare senza criterio, tanto per fare, non è mai una cosa saggia. In linea di massima con un dolce ci vuole un vino “amabile” per creare quella sorta di esuberante complicità che gratifica il palato e perché no, anche gli altri sensi. Va ricordato che in commercio (per i dolci in questione come per il vino) vi sono svariati brand da acquistare, per cui il consumatore ha il modo e il tempo di ponderare senza farsi venire l’ansia; nel caso di dubbi meglio chiedere agli esperti, perché non c’è nulla di peggio che investire danaro in prodotti che non soddisfano o lì per lì appaiono poco convincenti. Questa regola, ovvio, andrebbe adottata tutto l’anno, in ogni caso, visto il carovita e i pochi soldi di tante famiglie è comprensibile che non sempre si possa dare priorità al cibo ma a Natale sì – quindi la parola d’ordine è largo ai prodotti italiani e di qualità. Il tutto strizzando l’occhiolino alla moderazione sia nel mangiare che nel bere. D’accordo, è Natale ma il buon senso vale per tutti i giorni dell’anno. Auguri, all’insegna del cibo e vino migliori, e cioè quelli che più ci gratificano.

Stefano Buso

Freddo, vento, gelo? Ecco il bollito misto!

bollitoE ti pareva che freddo, nebbia e intemperie non arrivassero puntuali a far lo sgambetto al nostro sistema immunitario! Comunque, per rendergli la “vita difficile” e allo stesso tempo per coccolare pancia e cuore – un piatto di bollito misto potrebbe essere una buona idea. Bollito (o lesso!) che a pieno titolo fa parte del patrimonio culinario nostrano, e a discapito di anni e anni di onorata carriera non ne vuol sapere di andare in pensione. In più – è una pietanza semplice da farsi, e ciò la rende particolarmente “gettonata”. Per cui “l’imperativo” è vestirsi pesante e “addentare” il prima possibile una razione fumante di bollito misto! A tal proposito il prossimo 7 dicembre, a Carrù (Cuneo), si terrà l’edizione numero 107 della “Fiera Nazionale del Bue Grasso” (la prima ebbe luogo nel lontano 1910) – appuntamento davvero imperdibile per gli amanti del bollito e in generale delle cose buone!
Caspita, fa piacere che nonostante i morsi ferini della crisi, il consumatore non dica no ad una porzione di carne lessa – tutt’al più in compagnia di sottaceti o una “morbida” purea di patate! Ciò significa che per gli italiani mangiar bene è ancora un aspetto importante, che strizza l’occhiolino a salute e benessere. A parte questo, il bollito è da sempre “un must” per tutti quei buongustai che si considerano tali. A dire il vero questa ricetta non è mai finita nel dimenticatoio, né ha dimostrato timidezza verso preparazioni più blasonate. In poche parole, la cucina tradizionale, quella di nonne e mamme riesce sempre a farci venire l’acquolina in prima battuta. Ma veniamo al lesso che deve avere delle imprescindibili caratteristiche, per cui all’appello non mancheranno il cotechino (o lo zampone), la gallinella, la testina di manzo, la lingua, il fiocco di punta, la coda, il cappello del prete e la fesa di spalla. Ovvio che il cotechino avrà una cottura personale, idem per la gallinella e lo stesso dicasi per i tagli di manzo destinati a comporre il piatto di lesso, in pratica, ognuno nel suo “pentolone”.
Ci sono, tuttavia, due ingredienti “extra” da non scordare, ovvero la calma e la pazienza. Per cui l’idea balzana di alzare la fiamma per far prima non va presa mai in considerazione – se si vorrà realizzare un bollito degno d’esser tale. Va detto che qualche furbacchione s’illude che questa preparazione sia una banalità da fare a occhi chiusi. Falso! Facile sì, ma a condizione di rispettare regole e istruzioni per l’uso. E comunque, se si è alle prime armi o non si ha mai avuto occasione di cimentarsi con il bollito, armarsi di un ricettario di cucina, oppure chiedere istruzioni ai più esperti – al fine di non rovinare tutto l’ambaradan. Ogni passaggio ha la sua importanza: la quantità d’acqua, la temperatura della stessa, gli ortaggi e gli odori adoperati per insaporire la carne e tante altre sacre “piccolezze”! Come regola generale per un bollito da intenditori la carne va immersa nell’acqua calda, in modo che mantenga caratteristiche organolettiche e sapore. Quando sarà cotta, lasciarla raffreddare a temperatura ambiente – magari avvolta in uno strofinaccio pulito prima inumidito con acqua fredda. Evitare di affettare la carne “a caldo”. Senza fretta, lasciando che “la calura” del manzo si abbassi il taglio al coltello sarà ottimale, e le fette di manzo si presenteranno in modo urbano e non a brandelli come se fossero passate sotto le grinfie di qualche “barbaro”. Quindi si procederà all’allestimento della pirofila con la carne (dal manzo alla gallinella!), se fa piacere con qualche piccola decorazione, ad esempio, delle carote lessate e poi tagliate a listarelle, oppure qualche ciuffo di prezzemolo fresco che darà vivacità al tutto. Insomma, porte aperte ad estro e fantasia.
Per quanto riguarda i contorni magnifico il purè di patate, la verdura cotta in padella (spinaci, catalogna, bieta), le carote glassate o i cipollotti in agrodolce. Ortaggi a parte è assolutamente opportuna la presenza di salse specifiche e altri golosi “artifici” per non farsi mancar nulla, tra cui la salsa verde, la senape, la maionese, il cren, la giardiniera, la salsa di mele e la mostarda. Ed ecco, in epilogo, la domanda che non manca mai, e cioè quale vino? In linea di massima un rosso abbastanza giovane, non particolarmente strutturato e perché no, anche frizzante – poiché regala una sensazione di freschezza visto che nella portata ci sono il cotechino e talvolta lo zampone. L’importante che l’accostamento sia calibrato e intrapreso con il cuore per non far pasticci; anche in questo caso se ci sono dubbi chiedere è sempre cosa buona e giusta. Così facendo si darà origine ad un “matrimonio” che solleticherà il palato e anche l’anima.
Naturalmente il vino va sempre assunto con moderazione!

Stefano Buso

La strategia dell’inganno. Tra bombe e tentati golpe

strategia ingannoIl libro di Stefania Limiti – La Strategia dell’inganno edito da Chiarelettere – è un flash che illumina uno dei periodi più cupi della nostra Repubblica, ossia il biennio che va dal 1992 al 1993! Il tentato golpe Nardi, gli scandali del Sismi e del Sisde sino allo stragismo attuato dalle organizzazioni criminali per destabilizzare il Paese sulla scia di una spietata efferatezza. Volume come preziosa testimonianza per rievocare eventi di un quarto di secolo fa e da non scordare frettolosamente…

Sbagliando si crede che un colpo di stato debba avvenire con fucili spiegati e uno schieramento imponente di blindati, proprio come ci hanno abituato alcune sequenze cinematografiche. Questo in linea di massima è vero, e la cronaca ci ha fornito fulgidi esempi in tal senso, basta far mente locale su quanto avvenuto nell’America latina nella seconda metà del ‘900 e in altre fasi cruciali della storia. Tuttavia è possibile sovvertire “il sistema” non solo a colpi di “archibugio” ma altresì con delle strategie “carbonare”, che però nei fatti ambiscono a conseguire lo stesso risultato del golpe “canonico”. E senza far sconti a nulla e nessuno, purtroppo!

“La strategia dell’inganno” è il titolo dell’ultimo libro di Stefania Limiti, opera che appassiona sin dalle prime righe, poiché offre al lettore non un’asettica lezione relativa ad un biennio storico imprigionato nelle nebbie del passato, bensì un’immagine tridimensionale di un momento drammatico per la tenuta della nazione – sul quale calare il sipario sarebbe insensato! Sì, il 1992 e il 1993 con la mole di avvenimenti e di circostanze che anticiparono la Seconda Repubblica. Un periodo fosco su cui il volume cerca di dissipare tenebre ed ombre – offrendo non certo una verità inconfutabile, bensì cronache e riflessioni fondamentali per mantenere il ricordo in stato di “allerta”. Si evochi all’aspetto mediatico di allora, ai titoli dei giornali quotidianamente in bell’evidenza per un’audience affamata di novità. E ora? Abbiamo forse dimenticato? No, certo che no e proprio perché sono episodi lontani, che possono “sfuggire” – è opportuno tener accesa la lanterna del ricordo, per sacrosanto tributo alla verità. In questo l’autrice è riuscita magistralmente – narrando quanto prese le mosse in quei giorni, e cioè i fatti che dopo la cancellazione dei partiti storici videro l’alba di una “nuova” stagione politica.

Il volume è suddiviso da una prima parte (L’inganno come operazione psicologica, assalto alla televisione di Stato e il cosiddetto Golpe Nardi), la seconda (Le deviazioni – La deviazione come metodo), quindi la lettura prosegue con la terza parte (Le stragi – lo stragismo come guerra non convenzionale) e, come epilogo, un cospicuo capitolo dedicato allo stragismo mafioso, da pagina 142 sino alla 255. Quanto documentato non è solo un racconto “di ieri” ma a tutti gli effetti un eloquente e appassionato lavoro d’inchiesta. Ogni evento è tracciato attentamente, lasciando comunque “margine” a chi legge di ricostruire in modo autonomo e con spirito di analisi quel preciso fatto storico. Il libro diventa così “partner” per eliminare la coltre di polvere che ricopre vicende forse sopite ma immutate. Una documentazione narrata piacevolmente con un “fare” che non tedia il lettore, come purtroppo avviene in alcune narrazioni, che brillano per la mole di informazioni ma, ahimè, sono formulate con uno stile pesantuccio.

No, in questo caso il libro si fa leggere tutto d’un fiato con prosa snella – elargendo il piacere dell’informazione unitamente a quello della lettura. Nessun evento cruciale che scalfisce (… o cerca di farlo) la vita di tutti i giorni e i presidi della democrazia andrebbe scordato, poiché rappresenta uno strappo, una ferita che pian piano guarisce ma non senza cicatrici, che per quanto postume restano dolenti. E, tutto sommato, la presenza di una “lacerazione” non è uno status di negatività, perché raffigura la storia, il passato ed è severo monito a non ricadere in quegli errori; in più un faro acceso a segnalare che democrazia e libertà sono due condizioni da salvaguardare sine die! Grazie anche al lavoro dell’autrice – quei giorni dolorosi non finiranno nell’oramai impolverato e massiccio faldone dei misteri d’Italia! Stefania Limiti, La strategia dell’inganno 1992-93. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia – edito da Chiarelettere, Milano. Buona lettura!

Stefano Buso

Sex Pistols. 1977-2017: quarant’anni di ribellione
a suon di chitarra

sexpistols

Ottobre 1977: esce per la Virgin Records “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols” album dell’omonimo gruppo londinese! Ben quarant’anni – un’eternità – dove sono accaduti un sacco di eventi e di cronache. In ogni caso, “riesumare” dal punto di vista musicale la Londra della seconda metà degli anni 70 è come fare un tuffo nel buio –, nel senso che per offrire una rappresentazione minuziosa bisognerebbe dilungarsi non poco – cosa impossibile in un quotidiano. Ma proviamoci lo stesso! In quel periodo la capitale del Regno Unito era una metropoli meno frenetica di quella attuale ma già dannatamente eccitante, meta di un pellegrinaggio inarrestabile di “rocker”. Da qualche anno, dalla metà dei ‘70, la scena musicale era colma di novità! Serpeggiava un nuovo modo di suonare che, per approccio e pathos, prendeva le distanze dal rock più tradizionale in grado, ultimamente, di esprimere degli “acrobatici” assoli di chitarra ma troppo distante dai problemi della gente – come la disoccupazione, l’emarginazione, le tensioni nelle periferie e altre priorità! Per tutti, finalmente, c’era una musica cui identificarsi, sia da ascoltare che da suonare! Per quanto riguarda “il sound” si trattava di un genere nuovo, con influenze (più o meno evidenti) dei Velvet Underground, degli Stooges e degli MC5.

Brani con accordi ripetitivi e una ritmica – basso e batteria – piuttosto martellante! Forse più un “muro sonoro” che una melodia usuale! Dei suoni aspri, al fulmicotone, di breve durata, messi in piedi con strumentazione essenziale e testi dai contenuti provocatori – talvolta portatori di rivendicazioni politiche. Ciononostante, sarebbe un errore pensare che le “garage band” di allora non sapessero suonare, anzi! C’erano gruppi che la musica la conoscevano e, una volta entrati in sala di incisione, hanno dato il loro contributo al nuovo rock! Comunque, non era solo la capitale in riva al Tamigi ad essere palcoscenico di questi “vorticosi” eventi, ma anche altre città come Bristol, Manchester, Birmingham, Stoke-on-Trent e persino più in su, in Scozia, a Edimburgo. Questo nella sponda inglese, mentre dall’altra parte dell’Oceano, negli USA – dall’East sino alla West Coast – a New York, Washington, Austin, San Francisco, Los Angeles e Seattle si muoveva l’identico copione sonoro ma con caratteristiche distintive, esprimendo band quali Ramones, Heartbreakers e Television che fecero strada a gruppi nati più tardi – come Dead Kennedys, Black Flag, Bad Religion e Social Distortion.

Il punk americano, tutto sommato, era differente da quello british! All’ascolto meno “aggressivo” e con spunti più fantasiosi rispetto al cugino anglosassone. Tant’è che si concretizzano presto due stili differenti – saltuariamente stigmatizzati dagli stessi critici musicali, e cioè quello “americano” e quello “inglese” – intesi come solco musicale. In entrambi i contesti nascono parecchi gruppi, che in poco tempo non solo iniziano a suonare ma anche a produrre una grossa mole di vinile – grazie alle piccole etichette indipendenti. In più, nasce il fenomeno dell’autoproduzione, anche solo per realizzare poche centinaia di musicassette o di 45 giri (disco in vinile). Come qualità del suono dei prodotti senz’altro discutibili, tuttavia mezzo efficace per farsi ascoltare. Praticamente ci sono concerti ovunque e non più esclusivamente nei grandi stadi come reclamavano i gruppi storici del rock! Le band che suonano il punk si esibiscono dal pub sino all’anonima cantina – in Europa come dall’altra parte dell’Atlantico. Del resto per “suonare” non servivano blasonati passe-partout o chissà quale budget. All’inizio era sufficiente il box di casa, una batteria di seconda mano, un “ampli” in affitto e l’immancabile grinta – ingrediente del punk prima maniera poi ereditato dai gruppi nati nei primi anni 80!

Comunque, ritornando ai “seventies” – Londra era un laboratorio di musica a cielo aperto, ed era prassi godersi un “live” sorseggiando una birra lasciando casa ansie e preoccupazioni. I pezzi di Sex Pistols, Damned, Joy Division, Siouxsie and the Banshee, Clash, Sham 69 e Uk Subs venivano trasmessi notte e giorno dalle radio “alternative” e canticchiati dai giovani nell’affollata metro londinese o allo stadio. Il punk fa tendenza non solo come scia musicale ma anche come stile di vita: “la protesta” è anche vestirsi in modo bizzarro, con capelli colorati, creste vistose, spille da balia infilate nei lobi delle orecchie, catene al collo, l’immancabile “chiodo” (giubbotto in pelle nera), borchie ovunque e gli anfibi ai piedi dalla mattina alla sera.

È un’immagine ancora nitida quella di Sid Vicious, il bassista dei Sex Pistols, con al collo catena e lucchetto, molto di più di un semplice orpello fashion, ma icona destinata a sbalordire per decenni. Dietro quello scatto c’è molto del leitmotiv del primo punk: l’arrabbiatura, il menefreghismo, la voglia di sentirsi liberi e di mandare al diavolo tutto, contestando una società, quella inglese, connessa a schemi superati per i ragazzi di allora. È muro contro muro con i genitori – bollati come moralisti e reazionari. Ma non era la prima volta che le “nuove leve” flirtavano con propositi di opposizione, andando così in conflitto con le famiglie. Anni prima, nei ‘60, ci avevano provato gli hippies con il loro movimento animato da propositi quali “pace, amore e libertà”. Ma, mentre i primi perseguivano un modello “extra” società, creando presidi e comuni dove vivere lontano dai sentieri del consumismo, i punk non desideravano “evadere”, bensì essere i protagonisti “metropolitani” del presente, attuando la loro disapprovazione a colpi di chitarra “sparata” a volume altissimo.

Questo è il contesto in cui si fece breccia l’album dei Sex Pistols – nell’autunno del 1977. Disco che da subito ottenne incredibile successo – approdando nella scena musicale come uno tsunami carico di freschezza e novità. Sicuramente i Pistols non avrebbero mai immaginato che di lì a breve sarebbero divenuti delle leggende viventi, esattamente come le inarrivabili “star” musicali. Quasi nessuno, allora, ci avrebbe creduto – eppure se nel 2017 siamo qui a ricordare quei giorni con un pizzico di nostalgia, lo dobbiamo a Johnny Rotten, Steve Jones, Glen Matlock, Paul Cook e al compianto Sid Vicious. Band che ha portato il punk ovunque e spinto migliaia di ragazzi a suonare per limpido divertimento. Senza “Never Mind the Bollocks” il rock non sarebbe quello che è oggi e forse nemmeno l’odierna scena musicale. Il nome dei Sex Pistols resterà per sempre scolpito nel grande libro del rock e nel cuore di tanti di noi. Per l’appunto – “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols”. Let’s go!

Stefano Buso

Il panino è sempre politically correct!

paninoEsiste una ricetta pratica, poco ingombrante, che in men che non si dica metta fine alla fame e doni un granello di buonumore? Come no, ad esempio, un panino farcito – senza limiti a fantasia e desideri culinari! Del resto è un cibo cui tanti ricorrono quando lo stomaco inizia a “protestare” e chiedere conforto. Così, senza beceri formalismi, due fette di pane con formaggio, salumi, verdure, sottaceti (o altro) sono l’ideale per mandare “a quel paese” il fastidioso languorino o per godere di uno spuntino fuori orario. A parte questo, le occasioni dove “addentare” un sandwich non mancando, ad esempio, sul lavoro, durante la sospirata pausa. Eh sì, nel corso del break “la pagnotta” può diventare un espediente per ‘metter ko’ la fame! È di sicuro “il pranzo” per tantissimi, specie di chi preferisce rinunciare alla mensa aziendale, o per coloro che – per penuria di tempo – evitano la scappatina in trattoria. Niente paura, con un panino a portata di mano (o in tasca) il salvacondotto verso la felicità e garantito.

E il panino “al sacco” diventa formidabile anche a scuola, perché non c’è nulla di meglio del buon pane fresco “abbellito” con ciò che più aggrada. A questo punto, dubbi e perplessità sull’utilità gastronomica di questa “tascabile” ghiottoneria dovrebbero essere svaniti, come quando Eolo soffia sulle nubi e le spazza via. Sarebbe invece interessante capire qualcosa sulla sua origine, insomma – chi lo ideò! Fu uno stratagemma nato per necessità, o un’astuta invenzione gastronomica, che bollare unicamente come “rivoluzione copernicana” è poco? Accipicchia, dura svelare l’arcano, però il panino “pieno” non è un’invenzione dell’altro ieri! Sembra che nell’antica Roma ci fosse l’abitudine di consumare il pane assieme a carne di maiale ben rosolata – una specie di pane e prosciutto, però differente da quello odierno. Quindi è ovvio che imbottire il panino con affettati, formaggi o persino golosi rimasugli non è un costume recente, bensì antico. Come se non bastasse, questa cosmopolita leccornia gode di una trasversalità mica da poco, poiché nel globo ha diverse nomee e appellativi. Oltralpe è il kebab, la tortilla, il sandwich, il taco, il toast o il famoso hot dog che tutti conoscono e mangiano. Naturalmente la “gastro-list” non finisce qui, infatti, in qualsiasi luogo ci sarà un panino pronto a saziare chiunque. E magari abbinato a salse, salsine e condimenti – tra cui la maionese, il ketchup, la salsa rosa o il Tabasco.

Dopo questa carrellata gastronomica nel tentativo di offrire promozione al panino – occorrono due parole relative alla sua ‘edizione’ domestica. In questo caso non devono venire meno il tipo di pane e ovviamente il ripieno – quest’ultimo in totale licenza creativa. In parole povere, una spericolata “avventura” tra i fornelli in cui noi – comuni mortali di sicuro non cuochi professionisti – possiamo dar sfogo alle nostre velleità culinarie! Tra i più interessanti troviamo il pane con frittata e formaggio (in alternativa va bene l’omelette), quello con salame e verdura saltata in padella, il panino con fette di arrosto e senape senza tralasciare “quello” integrale con pomodoro, mozzarella e origano – versione parecchio apprezzata durante l’estate. Come detto è solo un elenco – perché il panino può essere “colmato” di ogni bendidio.

Insomma, per farla breve, un’infinità di invitanti prelibatezze, non complicate da realizzare e comode da portare con sé – sul lavoro, in viaggio o in una gita fuoriporta, dove il pranzo al sacco è composto soprattutto da panini e cibi sbrigativi. Ciò appurato – un consiglio: se è possibile, nella farcitura sarebbe preferibile inserire della verdura fresca, ad esempio, foglie di lattuga, cetrioli, pomodori e peperoni, per rendere lo spuntino meno “asciutto” e di conseguenza più digeribile.

Stefano Buso

AAA – netiquette on line cercasi!

Miss-Netiquette-08_17_2013-headerPrima i forum, poi le chat e quindi i moderni social network. Già, proprio i social – “luoghi” aperti a chiunque, quasi sempre gratuiti, sorta di agorà cibernetiche dove poter conversare, interagire, esprimere le proprie idee (magari con pacatezza) e, per parecchi di noi, mezzo performante di attività. Inoltre, veicolo fondamentale per la comunicazione che grazie a questi potenti mezzi informatici raggiunge ogni angolo del globo. Ma è solo questo? No, per alcuni tenebrosi “figuri” è anche l’habitat preferito per scaraventare insulti a destra e a manca, per concretizzare lo stomachevole cyberbullismo di cui tanto si parla e poco si fa, oppure per prendere di mira una persona e versarle addosso uno “tsunami” di schifezze che ripetere qui ora, su queste pagine, significherebbe provocare un’epidemia di nausea collettiva senza poi poter approntare un’adeguata terapia di conforto.
Per accertarlo, per toccar con mano – qualora qualcuno ne dubitasse – basta addentrarsi in un social a caso e verificare motu proprio. I bersagli preferiti di questi “arditi” dal click facile sono i personaggi più in vista, i cosiddetti “vip”. E non importa se onorevoli, politici, star del cinema, giornalisti, opinionisti e altre celebrità, che a prescindere dall’incarico svolto vanno rispettate punto e basta! Per il diffamatore seriale che usa la tastiera come un lanciafiamme, l’importante è aspergere la sua dose di veleno quotidiana. Tanto è più che convinto di farla franca, di eludere ogni regola e controllo! Comunque, vittime sacrificali della violenza on line sono anche le persone comuni – con l’unica “colpa” di dimorare in quello spazio per trascorrere un po’ del loro tempo in tranquillità, e che invece, loro malgrado, devono subire vessazioni perpetue.
Il tanto auspicato autocontrollo e la popolare “netiquette” sembrano essere stati archiviati troppo in fretta. In fin dei conti la Rete non è così anziana, anzi! Lo sono, invece, le sozzerie che ogni ora vengono catapultate nel web, e che parimenti a meteore impazzite vanno a colpire l’individuo causandogli tribolazione e comprensibile imbarazzo. Chi è vittima di questa meschina “incursione” digitale spesso sopporta – cercando di non cadere nella trappola della provocazione, anche se non è sempre così semplice mantenere un comportamento “virtuoso”. Talvolta, pur ignorando chi liberamente ferisce, oppure mettendo nella “black-list” questi inqualificabili personaggi non si risolve nulla, poiché costoro, furbamente, cambiano account e iniziano di nuovo a tempestare di insulti il malcapitato o la malcapitata di turno.
Poi, come non bastasse, s’instaura il nefando “derby” dell’emulazione diffamatoria, una forma di competizione aberrante che consiste nello scrivere e poi “rendere visibile” a tutti l’offesa peggiore. Non di rado, specie quando vengono denigrate persone in vista, dopo le prime ingiurie formulate dallo spavaldo di turno ne seguono a ruota altre, persino più schifose, quasi a dar sostegno a chi ha stoltamente aperto le danze. Detto così sembra un orrido videogame dove si assiste a un’eterna tenzone tra buoni e cattivi, ma purtroppo è la realtà! Da parte nostra, lavorando nella comunicazione siamo i primi ad affermare che Internet non va limitato con veti più consoni a regimi già stati condannati dalla storia oltre che dai tribunali internazionali. Vanno, invece, condannate e perseguite secondo i termini di legge tutte quelle condotte lesive della dignità, che mortificano chi è vittima del cyberbullismo e di conseguenza anche tutti gli internauti corretti ed educati – per fortuna, in maggioranza.
Per arginare e cercare di sconfiggere questo “bubbone” che con il passare del tempo cresce a dismisura, serve l’attuazione di una “netiquette” severa, che funzioni in modo puntuale senza far sconti a niente e nessuno. Poi, la presenza di moderatori, come era in auge nelle prime chat e nei forum, interventi che in fin dei conti funzionavano e fungevano da deterrente. Se qualcuno non è in grado (o non vuole) reprimere le proprie pulsioni offensive, è corretto sia emarginato dal social che lo ospita. Una sorta di “Daspo” internettiano, sperando in un futuro pentimento o di un’auspicata condotta perbene!
Inoltre, quanti ricevono il loro immancabile “aerosol” di impropri e di insolenze, dovrebbero rendere pubblico “il lerciume” avuto, in modo da far vergognare chi si è permesso di intraprendere il pubblico dileggio. Star sempre zitti e tollerare non paga! Purtroppo s’è visto che sopportando, sperando nell’immediata “redenzione” degli spacconi non si risolve nulla, anzi, questi beceri personaggi in cerca di vana gloria si sentono ancora più autorizzati a proseguire la loro squallida “missione”. Palesemente – un insano e illegittimo mandato di infangare per sedare la sete di frustrazione che li accompagna da sempre.

Stefano Buso

Locali storici, “scrigno
di saperi e di sapori”

Due-Torri-Restaurant

Mai come in questo caso la risonante definizione “scrigno di saperi e di sapori” può essere appropriata nei confronti della Guida Locali Storici d’Italia giunta all’edizione 2017! Del resto, ben annoverati nella prestigiosa pubblicazione che da anni gratifica un rilevante numero di appassionati, esperti e affezionati, compaiono celebri locali e milieu ove tra le loro storiche mura sono gelosamente custodite tradizioni e conoscenze di valore. Delle autorevoli “fucine di cultura” –, come viene certificato nella guida e per certo così è! Nondimeno, sfogliare quest’opera corredata di splendidi disegni dalle connotazioni retrò è a tutti gli effetti un prodigioso viaggio nel tempo che fu. Contesti e ambienti unici, sicuramente impareggiabili che meritano di essere valorizzati ma soprattutto preservati – poiché indiscutibile patrimonio culturale per le attuali e le future generazioni…

locali storici

Quanto premesso nell’introduzione è ciò che il lettore, lo studioso o anche il semplice appassionato troveranno nella Guida Locali Storici d’Italia 2017 – in toto dedicata a un percorso inedito attraverso cento (100) locali che sono stati (e sono, va da sé) “fucine di cultura”, per la loro entità o attraverso gli eventi di cui sono stati rimarchevoli protagonisti. In buona sostanza, trattasi dei Locali Storici d’Italia più indicativi giacché palesano l’essenza del luogo magnificata da indiscussa atemporalità resa ancora più preziosa dal concetto che il luogo sprigiona – unitamente a concetti quali il riposo, il relax, la sosta, il piacere del cibo e del bere. Tutto questo, intelligentemente mescolato assieme è quella sottile “alchimia” che differenzia e contraddistingue un locale rispetto a un altro.
La Guida, con sopraffina competenza, documenta vicende e personaggi dei 230 più antichi e prestigiosi alberghi, ristoranti, pasticcerie, confetterie, grapperie e caffè letterari, che hanno fatto la storia del nostro Paese – sia per gli eventi di cui sono stati dimora che per gli eminenti personaggi che li hanno frequentati. E sono ben sette gli antichi locali che entrano a far parte di questa nuova raffinata edizione datata 2017: l’Hotel Due Torri di Verona, del 1674, diretto da Silvano De Rosa, che ospitò Mozart tredicenne nel 1770 per il suo primo concerto in Italia, all’Accademia Filarmonica di Verona, e dal cui balcone sulla piazza, nel 1867, Giuseppe Garibaldi, in visita ufficiale, infiammò i cittadini con un discorso memorabile sull’unità d’Italia. Sempre nella città scaligera ecco il Café Carducci, del 1928, guidato dalla quarta generazione della famiglia Bianconi, nato come bar del popolare quartiere “Veronetta” e cenacolo di pittori e poeti, tra cui Angelo Dall’Oca Bianca, che si spingevano “di là dal ponte” sull’Adige per incontrarsi e riunirsi com’era antica tradizione veronese.
A seguire l’Hotel Miramonti ubicato a Cogne (Aosta), risalente al 1926, terza generazione della famiglia Gilliavod, di stirpe valdostana cinquecentesca, pioniere del primo turismo anglosassone sul Gran Paradiso, nel 1941 ospitò la squadra della gloriosa Juventus che si preparava al Campionato di serie A e conserva i trofei che re Vittorio Emanuele III donò al bisnonno Celestino, nel 1906, dopo una battuta di caccia.
E ancora – il Caffè Milano in quel di Treviglio, presso Bergamo, del 1896, titolare Daniele Manzotti, dove Hermann Hesse racconta, nei suoi diari italiani, la piacevole sosta, con un tavolino al sole e un caffè, nel 1913; si narra che lo frequentasse Mussolini quand’era convalescente in ospedale a Treviglio nel 1915 per le ferite subite all’inizio della Prima Guerra; la “Turta de Treì”, dolce-simbolo della città è stata creata qui! Spostandoci a Venezia troviamo il Bistrot Chat qui Rit, del 1945, guidato da Giovanni Mozzato, seconda generazione: sull’onda del successo di “Bonjour Tristesse”, nel 1954 passava qui le serate Françoise Sagan che la rivista Elle aveva spedito in Italia a scrivere un reportage sulla Dolce vita e uscirono “Buongiorno Venezia”, “Buongiorno Capri”, “Buongiorno Napoli”; durante il Festival, s’incontravano Burt Lancaster, Luchino Visconti, Orson Welles, tutti golosi del “Gatto”, una variante dell’Americano. E dal capoluogo lagunare giù sino in Toscana all’Hotel Plaza Lucchesi di Firenze, 1860, diretto da Giancarlo Carniani, dove Re Umberto I nel 1890 assistette da a uno spettacolo pirotecnico su piazzale Michelangelo, dove David Herbert Lawrence nel 1926 scrisse parti di “L’amante di Lady Chatterley” e che Vasco Pratolini ha reso immortale in “Cronache di poveri amanti”. Dalla splendida città toscana al capoluogo partenopeo con il Ristorante Pizzeria Mattozzi a piazza Carità di Napoli, del 1833, di Paolo e Raffaele Surace, seconda e terza generazione, monumento della vera pizza, nato a inizio Ottocento come “Le stanze di piazza Carità”, ha visto le frequentazioni del ministro-filosofo Francesco De Santis, del presidente della Repubblica Alcide De Gasperi, dello scrittore Giuseppe Marotta; fondatore nel 1984 dell’”Associazione verace pizza napoletana”, per la tutela e promozione della più vera e golosa tradizione napoletana nel mondo.
Il tomo, foriero di elegante impaginazione e ottima veste grafica, è realizzato dall’Associazione Locali storici d’Italia, libero sodalizio culturale nato nel 1976 e attualmente presieduto da Enrico Magenes di Pavia, quinta generazione proprietaria della Pasticceria Vigoni e creatrice della Torta Paradiso. La Guida – 230 locali e 336 pagine bilingue italiano-inglese – è illustrata al tratto dal pittore Gianni Renna, proprio come si usava nelle guide ottocentesche ed è diretta da Claudio Guagnini. Per dover di cronaca va precisato che la pubblicazione viene distribuita gratuitamente dall’Associazione a chi ne fa richiesta, con il solo contributo delle spese di spedizione ed è altresì disponibile presso i locali associati. Per informazioni relative al libro e per altro è possibile contattare direttamente l’Associazione attraverso il loro portale web e quindi dalla home page sino modulo contatti dove sono presenti i recapiti dell’Associazione e un intuitivo form-modulo da compilare con i propri dati, indirizzo di posta elettronica e quant’altro!
Buona lettura a tutti quanti all’insegna del gusto, della tradizione e della cultura.

Stefano Buso

L’acqua vale più dell’oro
e va salvaguardata

Siamo davvero sicuri che chiudere i rubinetti della Capitale o altrove sia la soluzione a un problema forse più antico dell’acqua stessa? È quanto si chiedono in molti da Nord e a Sud –, visto che siccità, penuria idrica e depauperamento della stessa non sono eventi “straordinari” ma si ripetono da lustri senza trovare una soluzione definitiva…

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Chi ha buona memoria ed evoca i tempi che furono, sa che nel nostro Paese l’acqua – patrimonio dell’umanità – è sempre stata un gran rompicapo. Persino nei periodi non emergenziali, quando cioè non si prospettavano limitazioni nell’erogazione, era sotto gli occhi dell’opinione pubblica l’atavica tragedia dello scialo idrico. Tubazioni troppo obsolete perciò da sostituire, dispersione ovunque ma anche e soprattutto enorme spreco. Già, perché in questo nostro Paese zeppo di contraddizioni ma anche di numerose risorse e peculiarità – manca una insopprimibile cultura in relazione all’acqua – intesa come capitale atemporale da salvaguardare.
Basti pensare a quanto prodigioso liquido lasciamo scorrere dal rubinetto solo per lavarci i denti e ciò in media tre volte al giorno. Ma anche per la doccia quotidiana dove l’acqua sperperata non si quantifica, o al numero di volte in cui tiriamo lo sciacquone del water incuranti dello spreco. Questo, perché se da un lato è giusto segnalare le criticità e lamentarsi (meglio sarebbe con fine costruttivo, sempre), a casa nostra dovremmo attuare delle efficaci riflessioni e cambiare le abitudini in relazione al consumo del vitale liquido.
Nemmeno nell’abbondanza (ammesso che sussista quando si parla d’acqua) lo spreco va giustificato, figurarsi in un contesto come il nostro dove, per l’appunto, gli impianti presentano aspetti di evidente spinosità e il clima è mutato nell’arco di pochi decenni innescando periodi di piogge esigue e lo scioglimento dei ghiacciai, che sono una naturale scorta di acqua potabile. E purtroppo, alla fine, si giunge alla resa dei conti, che equivale al razionamento diffuso – per inciso – dai rubinetti non esce più nulla! In parecchie località d’Italia l’acqua manca del tutto oppure viene data a ore alterne – come se le persone dovessero pianificare la loro vita ed esigenze in base alla disponibilità idrica. Un’assurdità, ma tant’è! E così avviene che più di qualcuno non riesca nemmeno a farsi una doccia mordi e fuggi dopo una giornata di lavoro, in piena estate – quando la necessità di lavarsi aumenta a dismisura causa caldo e sudore.
Purtroppo a soffrire non sono solo persone che pur senz’acqua devono ugualmente pagar le bollette, ma anche l’agricoltura e le relative piantagioni, i cui prodotti rischiano di andare a ramengo, oppure quando il raccolto viene “graziato” con l’impiego di irrigazioni supplementari subisce un rincaro non indifferente, che sarà poi una nuova batosta per il consumatore. Naturalmente la lacunosità si riflette altresì su tantissimi beni al consumo come, ad esempio, l’acqua venduta in bottiglia diventata super gettonata, e per tutti quei prodotti alimentari preparati impiegando, tra l’altro, l’inestimabile fluido. Insomma, la pochezza idrica condiziona l’intero comparto produttivo perché sin da sempre l’acqua è vita e fonte della stessa.
A ogni modo fare della spiccia demagogia in questo momento oltre che insensato è prettamente fuori luogo, anzi sarebbero gradite delle proposte concrete da parte di tutti. Infatti, un settore produttivo estremamente di rilievo come l’agricoltura è in indicibile sofferenza ed è perciò condivisibile la presa di posizione del Ministro Martina “attiviamo fondo solidarietà nazionale e aumentiamo anticipo aiuti europei per dare più liquidità alle imprese” (fonte www.politicheagricole.it).
E mentre il governo corre ai ripari, da Nord arrivano notizie poco rassicuranti che alimenteranno ancora preoccupazioni e polemiche, e vale a dire la riduzione dei prelievi di acqua dal Po per tutte le regioni attraversate dall’importante fiume, a eccezione dell’Emilia Romagna dove il provvedimento avverrà a partire da lunedì 31 luglio sino al 3 di agosto. Certamente, limitare e razionare sono due verbi che in questo frangente suonano come terapia d’urto atta a far fronte al dramma della ristrettezza, tuttavia oltre alle misure di “frenata idrica” è prioritario un rapporto “alternativo” con l’acqua – intesa con bene da preservare! E ciò equivale a una rivalutazione della rete idrica nazionale e a un suo uso risparmioso, poiché non è affatto scontato che le risorse acquifere in quanto tali siano destinate a restare immutate.
Senza una nuova mentalità nei confronti di ciò che sin dall’antichità era ritenuto dello stesso valore dell’oro, nonostante le misure contenitive messe in campo, dovremmo, controvoglia, duellare con una siccità senza fine, che tosto o tardi metterà in ginocchio tutti condizionando le nostre abitudini e il nostro sempre più leggero portamonete. Pensiamoci, iniziando a considerare l’acqua non più come una presenza scontata da fruire senza indugi – bensì come un dono da custodire gelosamente.

Stefano Buso

Arriva il caldo e il gusto
se ne va in vacanza

gazpachoCon queste giornate lacerate dalla calura – anche i golosi più irriducibili accusano segni di inappetenza e desiderio soprattutto di bevande fresche. La colpa è per l’appunto del caldo equatoriale – così draconiano che sembra di albergare dentro un forno a microonde. Eppure, nonostante afa, caldo senza fine e zanzare con licenza di pungere – esistono tanti piatti freschi capaci di “rianimare” l’oramai collassato appetito…

C’è davvero qualcuno che con questo “bollore” ha voglia di pranzare? Chi mai a causa di questa canicola da girone dantesco ha il desiderio di addentare un sandwich, una polpetta, un ovetto o qualcos’altro di commestibile? Normale che sotto le sferzate dispotiche di un caldo a dir poco eccezionale – la fame faccia anch’essa le valigie e se ne vada in villeggiatura alla ricerca di un quid di refrigerio! Nondimeno, anche se le temperature sono risolutamente laviche e l’umidità ha raggiunto picchi tropicali – piatti “idonei” per la stagione non ne mancano. E, strano a dirsi, non sono nemmeno preparazioni così complicate da realizzare, per l’appunto alla portata di tutti!

Va però precisato che la calura è differente rispetto a quella che un tempo ci avvolgeva con meno “cattiveria” – tanto per esser chiari. Anni addietro la fase “clou” del caldo era da metà luglio sino a Ferragosto (circa), in pratica, due-tre settimane dedicate completamente all’arsura. Un periodo più limitato del presente, anche se rispetto ad una volta possediamo un alleato strategico: il santificato climatizzatore! Per i restanti giorni dominava per lo più un cociore abbastanza secco, dove il solleone la faceva senz’altro da padrone, ma quantomeno il tasso di umidità era più “umano”.

Ma restiamo a tema, ossia all’appetito messo in ginocchio dalla canicola estiva. Il primo consiglio è metter da parte i piatti più pesanti (a lunga cottura, per capirci), e dedicarsi altresì a una gastronomia leggera e pimpante. Del resto, chi l’ha detto che cottura veloce e condimenti morigerati non elargiscano soddisfazione? Via libera, dunque, a una cucina meno gravosa ma premiante, ad esempio, per la vista. Si pensi alle svariate insalate e insalatone “pigmentate”, che durante la riarsa estate possono non poco appagare – grazie alla trofica presenza di verdura, frutta ed erbette splendidamente colorate.

E le suddette preparazioni offrono in più la possibilità di sprigionare quella creatività che troppo spesso teniamo ingiustamente soffocata. Molte le prelibatezze da realizzare, dicevamo. Si pensi alla pasta o al riso freddo, all’intramontabile panzanella – piatto “umile” ma stuzzicante, alla mozzarella e pomodoro con “pennellata” finale di origano e ancora… al melone abbinato al prosciutto crudo, alla pappa al pomodoro, al cous cous freddo e alle verdure di ogni tipo, che dopo una celere cottura possono essere condite con un trito di aglio, prezzemolo e olio extravergine d’oliva e assaggiate a temperatura ambiente. In ogni caso, persino le pietanze che d’abitudine gustiamo d’inverno (in primis le zuppe e le vellutate) diventano ottime quando la colonnina svetta verso l’alto, basta, infatti, farle raffreddare un pochino. Ragion per cui anche una briosa “soupe” di verdure (servita però tiepida) diventa una portata ideale per le serate afose, quando l’umidità non dà cenno di tregua. E poi si sa, ortaggi e fibra sono una panacea vincolante per il nostro organismo!

Un’altra portata meritevole di attenzione è lo spagnolo “gazpacho” – che altro non è che una preparazione di ortaggi (specie pomodori, peperoni e cetrioli) da mangiare fredda, in qualche caso con la sibillina complicità di un cubetto di ghiaccio per deliziare ulteriormente il tutto. Quanto scritto è solo un esempio, una sorta di riassunto sintetico per testimoniare che il gusto non va mai in ferie, anzi, ci mancherebbe. L’importante è comprendere che seppur arroventati da un clima implacabile e da un’afa ferina è importante mangiare in modo equilibrato e diversificato. E “una tantum” ci può stare un pasto a “solo” gelato, o dove la protagonista è una rinfrescante granatina, a patto che sia di rado, poiché sono prodotti salubri, realizzati con perizia ma non possono sostituire ogni giorno il fondamentale pasto completo.

Altra cosa da evitare sono gli alimenti troppo freddi, specie quando si è accaldati. Insomma, la moderazione e la saggezza valgono a San Silvestro come a Ferragosto! A parte questo, ci sono i cosiddetti “must” della cucina, che si gustano in ogni occasione, a prescindere dal clima. Prendete la pizza – tanto per fare un esempio fulmineo: buona, fragrante, irresistibile e succulenta come pochi altre ricette – si presta benissimo a essere apprezzata tutto l’anno. E anche la pasta, perché no! Una porzione di spaghetti pomodoro e basilico cucinati al dente sono per certo una squisitezza che seppur “calda” va più che bene anche d’estate!

In chiusura deliziatevi con il cibo che più amate ma senza esagerare, vale a dire strizzando l’occhiolino alla moderazione e a ciò che i nutrizionisti consigliano; comunque, se il caldo bestiale cerca di fare lo sgambetto all’acquolina siate oculati e optate per una cucina “light” ricca di sapori, di profumi e di colori.

Stefano Buso

Salsa di pomodoro?
Quanto mi piaci!

E capitò che un gran simpaticone mi chiese se ci fosse un dettame inattaccabile sulla quantità di pomodoro con cui “nappare” la pastasciutta. Certo che no – gli risposi! Il piacere di cospargere la pasta con tutto il pomodoro che più ci pare (e piace) è davvero uno dei pochi sfizi ancora rimasti. E credete, ce ne sono davvero pochini in circolazione…
pomodoro 2La pastasciutta – calda e al dente – è piacevole con un’infinità di condimenti e salse –, cosa tra l’altro “verbalizzata” di recente proprio su queste pagine in un articolo a mia firma. Ed è così: in qualsiasi “abito” sia proposta la pasta è a dir poco superlativa. Tuttavia, quando è condita con dell’insuperabile sugo di pomodoro cucinato a fuoco lento – allora sì che diventa un bocconcino da leccarsi i baffi! Salsa omonima che per quanto se ne dica dev’essere preparata con ossequio e pertinenza. Non vorrete mica condire fusilli, rigatoni, pennette o gli immortali spaghetti con uno sparuto mestolino di pelati centrifugati o schiacciati maldestramente? Ma non esiste! La salsa (o sugo) di pomodoro è uno di quei precetti inamovibili che noi gastronomi spesso e volentieri citiamo, e che nei fatti non vanno per alcun motivo messi in discussione. E se qualcuno oserà dirvi che per cuocere del pomidoro non serve poi chissà quale attenzione, o peggio – che il “re” di tutti i sughi non è più al centro della galassia culinaria, beh, simpaticamente mandatelo a quel paese!
Qualora dovesse essere inviata un’astronave nello spazio alla ricerca di nuovi mondi e civiltà, al suo interno – oltre alle parecchie testimonianze atte a documentare lo scibile umano – dovrebbe essere inclusa la ricetta della passata di pomodoro. Sicuramente, una volta afferrata la bontà del nostro… italico sughetto – gli alieni verrebbero quanto prima a farci visita, se non altro per assaggiare un piatto di bucatini espressi intrisi di pomodoro. Però non si tratta solo di fantascienza, poiché la succulenza del “sugo scarlatto” è fortunatamente nota. E mangiare all’italiana è sinonimo di benessere e raffinatezza. A parte l’ingrediente in oggetto, le molteplici ricette della gastronomia tricolore sono magnificate e assaporate a qualsiasi latitudine del globo. Del resto non importa che si tratti di pizza, lasagne, risotto, scaloppine o una tagliata speziata – perché ovunque la cucina nazionale è un trend cementato e senza rivali. Persino in località ove per tradizione si mangia bene il cosiddetto “italian food” è più che apprezzato. E ti pareva, manco a farlo apposta la pietanza che stuzzica più di tutti è proprio la pasta al sugo, in particolar modo gli spaghetti!
Sia però chiaro! Anche se “in altro luogo” la ricetta deve essere pari-pari a quella che prepariamo noi italiani, secondo le nostre indiscutibili tradizioni culinarie, poiché, più di qualcuno trovandosi “oltremare” ha assistito a bizzarri allestimenti che più ad avvicinarsi alla nostra pastasciutta potevano per lo più essere inquietanti protagonisti di un horror movie. Per quanto concerne la rinomata quantità di salsa con cui “coprire” la pasta, come premesso, non vi sono indicazioni granitiche! Qualcuno ama addirittura affogarla completamente nel sugo, nel senso che ne usa in abbondanza. Altri prediligono l’equilibrio tra pasta e salsa, quindi non esagerano più di tanto con il rosso condimento. E c’è persino chi è un inguaribile “avaro”, e vale a dire che “sporca” la pasta con un lillipuziano cucchiaino di sugo – manco fosse una reliquia medievale da preservare sine die. Da non credere – non c’è proprio eufonia; da un lato chi esagera da far sembrare la pastasciutta una sorta di zuppa al pomodoro, dall’altro chi la gusta praticamente “ectoplasmica”, e cioè candida come un lenzuolo.
Il nostro consiglio è il seguente. Preparare una buona salsa di pomodoro seguendo le indicazioni della ricetta classica – reperibile ovunque, e vale a dire nei tomi di cucina o anche on line. Se amate personalizzarla fatelo ma con nutrito scrupolo, nel senso che va benissimo creare qualcosa di “alternativo” – persino partendo da una semplice salsa di pelati imbastita in un battibaleno, ma con acume.
Spadellate poi la pasta (cotta al dente!) con una quantità di sugo congrua, successivamente servite il tutto su un piatto piano completando con un altro po’ di salsina (basta poca), un filo tenue di olio evo e qualche foglia di basilico sminuzzata, che dona sapore e colore all’ensemble.
Il resto sono mere dicotomie, tuttavia, in questo caso, a noi interessano non poco i sempre buoni “spaghi al pomodoro” con la quantità di sugo che più ci piace però evitando di esagerare, senza cioè realizzare una preparazione palesemente pacchiana. Del resto – cosa recitava l’antico adagio che sin da bimbi ci ha martellato le tempie sino allo sfinimento? Il troppo stroppia – eccome se…!

Stefano Buso