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Stefano Lanzano

Riad. Graziato, ‘solo’ 8 anni
e 800 frustate per Fayadh

Ashraf FayadhIl poeta Ashraf Fayadh non verrà decapitato, ma dovrà scontare otto anni di prigionia, 800 frustate – in 16 ‘rate’ – e dovrà pentirsi pubblicamente attraverso i media per aver “rinnegato l’Islam”. Ad annunciarlo è stato il suo avvocato difensore Abdulrahman al-Lahem, che era riuscito a ottenere un nuovo processo, supportato dalle proteste da tutto il mondo.
La vicenda del giovane poeta, nato in Arabia Saudita ma di origini palestinesi, nei mesi scorsi ha colpito l’opinione pubblica internazionale. Molti artisti, scrittori e intellettuali hanno espresso da subito la loro solidarietà per Fayadh che, a causa del contenuto delle sue poesie, era stato condannato a morte per apostasia nel novembre scorso. Nonostante l’annullamento della pena di morte sia il suo avvocato che organizzazioni internazionali pro diritti umani (tra cui Amnesty International) hanno dichiarato di voler continuare a lottare fino alla sua completa assoluzione. Le accuse sarebbero legate alla sua attività artistica e alla sua collezione di poesie – Instructions Within, pubblicata nel 2008 – in cui, secondo l’accusa, avrebbe messo in dubbio i dettami della religione e diffuso idee legate all’ateismo. Le autorità lo avevano anche incriminato per aver violato la legge contro il cyber crimine scattando e conservando foto di donne riprese in pubblico sul suo cellulare.Ashraf Fayadh Amnesty International

Fayadh ha sempre negato le accuse, rivendicando la propria innocenza affermando che un altro uomo ha fabbricato false accuse ai suoi danni per ottenerne la condanna. Per questo la difesa è già pronta a presentare un nuovo ricorso e chiedere il rilascio – e la piena assoluzione – dell’assistito.

Il poeta, nato da genitori palestinesi rifugiati, è stato arrestato nell’agosto del 2013, dopo che un cittadino saudita lo aveva accusato di fomentare l’ateismo e diffondere idee blasfeme. Rilasciato il giorno successivo venne nuovamente arrestato nel gennaio del 2014 e incriminato per apostasia. La sentenza di condanna a morte risale al 17 novembre 2015.

In Arabia Saudita nel 2015 il boia ha giustiziato almeno 153 persone; quest’anno le esecuzioni sembrano essere in aumento, considerando che dal primo gennaio sono già state giustiziate un totale di 58 persone. Le ultime due decapitazioni sono avvenute ieri, a carico di un cittadino saudita e di un immigrato etiope, condannati a morte per omicidio. Nel Paese la legge coranica viene applicata nella sua forma più estrema e la pena di morte viene comminata per un gran numero di reati fra cui omicidio, traffico di droga, rapina a mano armata, stupro e apostasia.

Stefano Lanzano

La Democrazia Cristiana denuncia Maurizio Sarri

maurizio-sarri-napoli_1vadfe7txloia13dcljbsubudlColpo di scena nella vicenda che ha visto protagonisti l’allenatore del Napoli Maurizio Sarri e quello dell’Inter Roberto Mancini al termine della semifinale di Coppa Italia. Il litigio scoppiato tra i due nel corso della gara ha fatto discutere molto in questi giorni, le parole ‘frocio’ e ‘finocchio’ pronunciate da Sarri a Mancini hanno sollevato un polverone che ha occupato pagine e siti web dei giornali italiani e internazionali. Tutti si aspettavano una reazione da parte di Mancio e invece è arrivata dalla Democrazia Cristiana.

Il tecnico interista infatti ha perdonato il collega, che comunque è stato squalificato dal giudice sportivo per due turni di Coppa Italia.

Sarri però in conferenza stampa, nel tentativo di giustificare la sua aggressione verbale a Mancini aveva dichiarato: “Ho detto la prima offesa che mi è venuta in mente, gli avrei potuto dire sei un democristiano”. L’affermazione non è passata inosservata alla Democrazia cristiana, che ha deciso di presentare oggi al Procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi, attraverso i legali Anthony De Lisi e Angela Ajello del Foro di Palermo, una denuncia-querela nei confronti del tecnico dei partenopei.

L’esposto è a firma di Alberto Alessi, segretario nazionale della ‘Democrazia Cristiana Nuova’, ex deputato Dc e figlio di Giuseppe Alessi, primo presidente della Regione Siciliana e tra i fondatori della DC e del suo simbolo. “Non vi è dubbio che il comportamento di Sarri abbia di fatto leso l’appartenenza a colori i quali si riconoscono nella Democrazia Cristiana, oltre che a tutti i cittadini che comunque ne riconoscono la valenza sociale, politica e culturale” ha chiarito la Balena bianca.

Stefano Lanzano

Germania . ‘Welcome refugees’, il tifo è per gli immigrati

"Rifugiati benvenuti", tifo pro immigrati negli stadi tedecshi

“Rifugiati benvenuti”, tifo pro immigrati negli stadi tedecshi

Arriva dagli stadi tedeschi un bel messaggio di solidarietà nei confronti dei rifugiati, dopo le proteste che si sono verificate i giorni scorsi proprio in Germania. Nel corso della giornata di campionato giocata ieri le tifoserie di diverse squadre di calcio tedesche si sono unite mostrando in coro striscioni con scritto a caratteri cubitali “Refugees Welcome“.

L’iniziativa è stata in qualche modo avviata dal Borussia Dortmund che giovedì aveva invitato 220 rifugiati ad assistere alla partita di Europa League contro la formazione norvegese dell’Odds Ballklubb. Dopo la gara sul profilo Twitter del club tedesco era apparsa la foto che ritraeva i profughi sugli spalti con magliette e sciarpe con i colori della squadra. Il tweet era accompagnato dall’hashtag #refugeeswelcome, che ha avuto un forte impatto sul web ed è stato usato dai tifosi di altre squadre, che si sono uniti per dare il benvenuto a quanti arrivano in Germania dopo essere fuggiti da guerre di violenze.

Borussia Dortmund, il tifo è per i rifugiati

Borussia Dortmund, il tifo è per i rifugiati

Un vero e proprio schiaffo a coloro che lo scorso 23 agosto avevano preso d’assalto il centro d’accoglienza a Heidenau, sempre in Germania, dove erano attesi i rifugiati. Negli scontri, provocati da manifestanti di estrema destra, erano stati feriti 31 agenti.

Stefano Lanzano

Austria. Migranti morti asfissiati in un tir

Tir-AustriaDecine di migranti sono morti asfissiati all’interno di un camion, in Austria, mentre tentavano di attraversare il paese. Il bilancio delle vittime è ancora tutto da verificare, anche se la polizia ha annunciato che i morti potrebbero essere 50.

Il tir è stato avvistato fermo da diverse ore in un’area di sosta dell’autostrada austriaca A4, alla frontiera con l’Ungheria tra Parnford e il lago Neusiedl, nel Burgenland. La polizia non è riuscita per ora a risalire all’autista del veicolo, di cui si sono perse le tracce. Il fatto ha provocato diverse reazioni da parte dei leader europei.

Il ministro dell’Interno austriaco Johanna Mikl-Leitner ha etichettato i trafficanti di esseri umani come “criminali” e si è detta commossa per la tragedia avvenuta. La cancelliera tedesca Angela Merkel, impegnata proprio a Vienna insieme ai leader di 8 paesi balcanici per discutere di un possibile piano per gestire l’arrivo di migranti, ha dichiarato: “Siamo tutti sconvolti dalla notizia agghiacciante dei profughi morti nel Tir. Questo è un ammonimento all’Europa a offrire solidarietà e a trovare soluzioni”. Il ministro dell’Interno tedesco, Thomas De Maiziere, chiede di “velocizzare i cosiddetti hotspot” alle frontiere.

All’inizio del vertice nella capitale austriaca il ministro degli Esteri serbo Iviva Dacic ha dichiarato che “E’ un problema dell’Ue e chiedono a noi un piano di azione. Ma è l’Ue stessa che dovrebbe avere un piano” e il ministro macedone Nikola Poposki ha aggiunto che “Fino a che non avremo una risposta europea non dovremo farci l’illusione che si risolva’”.

Serbia a Macedonia, due paesi che sono “in via di adesione” all’UE, sono intervenuti per trovare una soluzione all’arrivo di migranti, visto che proprio sui loro territori sono in migliaia a cercare di raggiungere l’Unione Europea.

L’obiettivo della Commissione europea è quello di elaborare entro fine anno “un meccanismo permanente, vincolante e con quote” per la ripartizione di richiedenti asilo in caso di emergenze.

Stefano Lanzano

Rolex scrive a Renzi: “Non
c’entriamo coi Black Bloc”

black-blocL’amministratore delegato di Rolex Italia ha preso carta e penna e ha deciso di scrivere una lettera indirizzata a Matteo Renzi e Angelino Alfano. Dopo i violenti scontri avvenuti il primo maggio a Milano, con protagonisti i black bloc, una delle foto rimbalzate sui giornali e sul web mostrava una manifestante impugnare una bomboletta spray con un orologio al polso.

Quell’orologio era stato ritenuto un Rolex, senza alcuna certezza, tanto che il presidente del Consiglio e il Ministro dell’Interno avevano rilasciare dichiarazioni che includevano proprio il nome della famosa azienda. Matteo Renzi aveva infatti dichiarato: «Agli amici del PD di Milano dico grazie: mentre quelli col Rolex andavano a distruggere le vetrine loro si sono messi a pulirle» e Alfano aveva etichettato i manifestanti “farabutti con il cappuccio e figli di papà con il Rolex”.

L’amministratore delegato di Rolex Italia, Gianpaolo Marini ha quindi deciso di scrivere una lettera, apparsa oggi sui quotidiani, con cui ha chiesto cortesemente ai due di rettificare le loro dichiarazioni, in quanto “l’eco suscitata dalle vostre parole è stata straordinariamente vasta ed ha prodotto l’inaccettabile affiancamento dell’immagine di Rolex alla devastazione di Milano e all’universo della violenza eversiva.”

“Al di là del fatto che, dalla qualità delle foto e dei video che sono stati diffusi dai media, è altamente improbabile poter desumere un’affidabile identificazione come Rolex (e ancor più come Rolex autentico) dell’orologio indossato dai facinorosi che stavano commettendo evidenti reati” continua nella lettera Marini “credo che il dettaglio dell’essere – o non essere – quest’ultimo di marca Rolex, sia obiettivamente cosa marginale rispetto al ‘cuore’ delle vostre dichiarazioni. Tuttavia, visto che l’eco è stata “straordinariamente vasta” “ho preso la libertà di pubblicare la presente a doverosa autodifesa, nell’immediato, della reputazione del marchio e dell’immagine di Rolex”.

Stefano Lanzano

Baltimora. Rivolta per la morte di un afroamericano

BaltimoraQuindici agenti di polizia feriti e ventisette persone in arresto. E’ questo il temporaneo bilancio di una giornata ad altissima tensione a Baltimora, nel Maryland, durante i funerali di Freddie Gay, ragazzo afroamericano di 25 anni morto il 19 aprile dopo gravi lesioni riportate alla spina dorsale in seguito al suo arresto. La tensione era alle stelle già prima dell’inizio dei funerali, tanti afroamericani hanno poi iniziato a lanciare pietre alla polizia e alle loro vetture, scatenando in poco tempo una vera e propria guerriglia urbana.

Durante gli scontri sono state distrutte vetrine di alcuni esercizi commerciali, incendiate automobili e saccheggiato un supermercato. Sarebbero rimasti feriti quindici agenti, di cui due in modo grave. Il governatore del Maryland, Larry Hogan, ha decretato lo stato di emergenza predisponendo l’intervento di 5.000 uomini della Guardia Nazionale e il generale Linda Singh ha dichiarato in merito: “Saremo presenti per le strade, pattugliandole a sostegno della polizia di Baltimora”.

La protesta intanto corre anche su Twitter: alcuni ragazzi hanno lanciato un appello alla rivolta sul social, a cui ha risposto anche la polizia invitando i genitori a riportare a casa i ragazzi. Il sindaco di Baltimora, l’afroamericana Stephanie Rawlings-Blake, ha definito “criminali” quei manifestanti che vogliono usare la violenza “per distruggere la città”. A sottolineare la gravità della situazione è la decisione di stabilire il coprifuoco da stasera fino alle cinque del mattino, chiudendo le scuole della città.

Stefano Lanzano

 

Usa, pena di morte. Nello
Utah torna la fucilazione

Il governatore dello Utah Gary Herbert

Il governatore dello Utah Gary Herbert

I condannati a morte nello stato dello Utah potranno essere fucilati, nel caso in cui l’iniezione letale non dovesse essere possibile. La legge è stata firmata dal governatore repubblicano Gary Herbert, e prevede il ritorno del plotone di esecuzione, dopo circa dieci anni dalla sua sospensione. Le ragioni di questa decisione sono riconducibili probabilmente alla carente disponibilità dei farmaci che servono per l’iniezione letale.

L’ultima volta che lo stato americano dello Utah ha somministrato le sostanze chimiche mortali a un detenuto è stato nel 1999. Attualmente sono otto gli uomini nel braccio della morte e la difficoltà nel reperire quei farmaci da iniettare avrebbe spinto il governatore a firmare la legge e a spingere lo Utah a diventare il primo stato degli USA ad aver ripristinato la fucilazione.

Negli Stati Uniti oggi sono in tutto 32 su 50 gli stati in cui è attuata la pena di morte. Il numero delle condanne inflitte ogni anno è inferiore solo a quello della Cina. L’iniezione letale è il metodo di esecuzione più utilizzato, nell’80% dei casi, anche se ne esistono altri che impiegano l’impiccagione, camere a gas e sedia elettrica.

La difficoltà a reperire il ‘Penthothal’, il barbiturico che serve a sedare i condannati prima dell’iniezione letale, avrebbe spinto il governatore a firmare la legge. La società che lo produceva, l’unica negli Stati Uniti, ha cessato infatti la sua produzione dopo le pressioni delle campagne contro la pena di morte. Attualmente viene prodotto in India e Gran Bretagna, anche se di recente Londra avrebbe deciso di bloccare le esportazioni in alcuni stati americani.

Stefano Lanzano

Un detenuto si suicida,
commenti choc degli agenti

polemicheLa notizia del suicidio di un detenuto ha scatenato una serie di commenti choc sulla pagina Facebook del Giornale della Polizia Penitenziaria. Il 15 febbraio l’Alsippe (Alleanza Sindacale Polizia penitenziaria) ha pubblicato sulla propria pagina Facebook una notizia relativa al suicidio di un detenuto, Ioan Gabriel Barbuta 39enne rumeno, nel carcere di Opera a Milano.

L’uomo era stato condannato nel 2013 all’ergastolo dalla Corte di Assise d’Appello di Venezia per aver ucciso un anziano nel 2007 e, come ha informato l’Alsippe in una nota, si è impiccato nella sua cella, nonostante il pronto intervento della Polizia penitenziaria. Quella stessa notizia è stata successivamente condivisa anche sulla pagina Facebook del Giornale della Polizia Penitenziaria ed è stata commentata con frasi tipo: “Uno in meno”, “Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone”, “Ottimo speriamo abbia sofferto” “Giustizia fu fatta. Ora ci sarà la giustizia Divina a fare il resto” e “Oh. Come sono dispiaciuto.” Pare che alcuni di quei commenti siano stati scritti da agenti della Polizia Penitenziaria.

“QUATTRO IMBECILLI” Il vicedirettore del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) Luigi Pagano in un’intervista di Antonio Iovane su Radio Capital, ha giudicato “inaudito” quanto successo aggiungendo: “Stiamo prendendo provvedimenti e potranno esserci conseguenze estreme. facebook commenti polemiche
Dobbiamo tutelare il personale che lavora lì dentro e che ne salva ogni giorno sacrificando la propria incolumità fisica”. Per Pagano coloro che hanno commentato usando quelle parole sono “quattro imbecilli, gettano fango su uomini che lavorano in condizioni estreme”. Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe ha dichiarato che “Esultare per la morte di un detenuto è cosa ignobile e vergognosa. Il suicidio in carcere è sempre, oltre che una tragedia personale, una sconfitta per lo Stato. E ci vuole rispetto umano e cristiano ancor prima di quello istituzionale“.

I COMMENTI CANCELLATI  Pronta la risposta della segreteria generale Aslippe che ha rimosso i commenti dal post sulla pagina Facebook. “Non e’ nostra abitudine censurare i commenti dei nostri followers pubblicati sul nostro profilo di Facebook”, si legge nella nota “ma visto il contenuto e fermo restanti le responsabilità personali per quanto si afferma scrivendolo su Facebook alcune frasi riportate, hanno ingenerato una strumentalizzazione tale da comportare un possibile danno di immagine al Corpo di Polizia penitenziaria. Oltre a non essere assolutamente condivisibili da parte del nostro sindacato, pertanto abbiamo ritenuto opportuno cancellarli.”

ORLANDO: NON GENERALIZZARE – Oggi il ministro della giustizia Andrea Orlando ha incontrato il capo del Dap, Santi Consolo e ha invitato a “non generalizzare: non credo – ha dichiarato Orlando – che le opinioni emerse corrispondano al sentire comune della polizia penitenziaria, impegnata quotidianamente per impedire i suicidi in carcere, non per esultare quando avvengono”. Il Guardasigilli ha reso noto che nei prossimi giorni convocherà anche le sigle sindacali della polizia penitenziaria.  Durante la conferenza stampa con il responsabile del dicastero di via Arenula, il capo del Dap ha dichiarato di aver già firmato “16 provvedimenti cautelari di sospensione e concordato con il direttore generale del personale l’avvio di procedimenti disciplinari a carico”. Questo avvio – ha spiegato Consolo – “è determinato da una circostanza: tutti sono liberi di manifestare il proprio pensiero, ma in questa libertà vi sono dei limiti, dei limiti che discendono dalle funzioni che si svolgono”.

Stefano Lanzano

Charlie Hebdo, la libertà
è più forte del terrorismo

Charlie-nuovo numeroCresce l’attesa per il prossimo numero del magazine satirico Charlie Hebdo, in edicola mercoledì 14 gennaio. I giornalisti e i vignettisti, dopo il terribile attacco subìto e la tragica scomparsa di 12 colleghi, attualmente lavorano nella sede del quotidiano Libération a Parigi. Le prime novità trapelate riguardano la tiratura della rivista e la sua diffusione in tutto il mondo. Prima dell’attentato compiuto dai fratelli Kouachi, “Charlie Hebdo” era stampato in 60mila copie. Per il prossimo numero la tiratura sarà incrementata fino a raggiungere il numero straordinario di 1 milione di copie.

Uscirà tradotto in 16 lingue e sarà disponibile anche nelle edicole italiane. Il Fatto Quotidiano lo pubblicherà per raccogliere fondi da destinare proprio al settimanale, che nel frattempo ha ricevuto donazioni per una somma pari a 500 mila euro da Google e dal fondo “Stampa e pluralismo” degli editori di stampa francesi.

Charlie-vignette-ParigiLa notizia più importante è quella che riguarda i contenuti del nuovo numero della rivista: stando a quanto dichiarato dal direttore Gerard Biard questo non sarà un “numero necrologio” e nemmeno “dai toni piagnucolosi”.
Molto probabilmente verrà pubblicata una nuova vignetta con protagonista Maometto, un segnale forte, che dimostra l’intenzione dei giornalisti a non arrendersi, restando fedeli alla loro linea editoriale.

A France info il legale del magazine francese Richard Malka ha dichiarato che “JeSuisCharlie” significa “diritto alla blasfemia”.
La satira tagliente di Charlie Hebdo non è morta e dimostra come la libertà è più forte del terrorismo.

Stefano Lanzano

 

 

Accordo sul clima, 195 sì
per un primo passo

Clima-accordo-LimaE’ stato raggiunto un accordo fondamentale che apre spiragli positivi per la difesa dell’ambiente. Nel corso della Conferenza Onu che si è tenuta a Lima sul cambiamento climatico (Cop20), 195 Paesi del mondo, compresa Cina e India, si sono detti pronti a impegnarsi per limitare le emissioni di gas serra.
Il primo passo verso un accordo che di fatto mira a salvaguardare il clima è di buon auspicio, in vista dell’accordo definitivo che i Paesi coinvolti dovrebbero raggiungere (si spera) a dicembre del 2015 nel vertice previsto a Parigi.

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