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Maria Teresa Olivieri

Skripal. La crisi diplomatica che non spaventa Mosca

lavrovLa Russia torna al centro dello scontro internazionale come ai tempi della guerra fredda. Da un lato i Paesi occidentali capeggiati da Gran Bretagna, Francia e Germania con il supporto degli Stati Uniti e la Nato, dall’altro la Russia e in mezzo un caso che ricorda i film di spionaggio o fatti di un Kgb di prima della Caduta del Muro di Berlino.
L’ex spia russa Sergei Skripal e sua figlia Yulia sono in fin di vita dopo aver mangiato in un ristorante italiano a Salisbury. Tra le ipotesi più accreditate è che l’avvelenamento sia avvenuto vaporizzando l’agente nervino nelle loro vicinanze oppure inserendolo nel cibo o nelle bevande che hanno ingerito. Un’altra pista, anche’essa al vaglio degli inquirenti, è collegata al viaggio della figlia di Skripal, arrivata nel Regno Unito da Mosca la scorsa settimana portando un “regalo offerto da alcuni amici”, che potrebbe essere stato il vettore con il quale l’agente nervino è stato introdotto nel Paese.
I due sarebbero stati avvelenati da un agente nervino, sostanza chimica che agisce sul sistema nervoso e che è stata utilizzata per assassinare il fratellastro di Kim Jong-Un all’aeroporto di Kuala Lumpur in Malesia a febbraio del 2017.
La premier britannica, Theresa May, è arrivata oggi a Salisbury per incontrare le autorità e la cittadinanza e visitare i luoghi dell’attacco con agente nervino condotto il 4 marzo contro l’ex spia russa Serghei Skripal e sua figlia Yulia per la prima volta dopo l’accaduto. La vicenda ha sconvolto il Regno Unito, al fianco del quale si sono schierati Usa, Francia e Germania che con Londra hanno sottoscritto una dichiarazione a quattro che punta il dito contro Mosca per l’attacco chimico di Salisbury contro l’ex spia russa. I leader alleati, aggiornati da Londra, condividono il punto di vista secondo cui “la mancata risposta della Russia alle legittime richieste del Regno ne sottolinea la responsabilità”. I 4 condannano poi quello che definiscono “il primo attacco con agente nervino in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”. Gli alleati sollecitano quindi Mosca a “fornire una piena e completa illustrazione del programma Novichok all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac)”. Denunciano infine più in generale come “irresponsabile” il comportamento recente del Cremlino, ma si appellano comunque alle “responsabilità della Russia come membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu per garantire la pace e la sicurezza internazionali”.
Mosca non sembra affatto turbata e dopo la risposta del ministro Lavrov che ha rigettato le accuse e ha ricordato con piglio a Londra: “Bisognerebbe ricordarsi che l’era del colonialismo è da molto tempo una cosa del passato”, arriva la risposta anche della portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova che ha commentato con parole di fuoco le dichiarazioni della premier britannica Teresa May, che ha detto che il capo della diplomazia russa Sergey Lavrov “non è all’altezza del suo incarico”. “Theresa, Lavrov è un ministro russo, non britannico. E i giudizi su di lui li può esprimere soltanto il presidente della Russia. Io capisco che le piacerebbe pensare altrimenti. Ma il suo ministro è Boris Johnson” ha dichiarato Zakharova su Facebook. Per tutta risposta l’Inghilterra ha decretato l’espulsione entro una settimana di 23 diplomatici russi dal Regno; restrizioni per funzionari e cittadini sospetti di uno Stato ormai bollato come “ostile”; controlli più stringenti e potenziali sanzioni sui patrimoni trasferiti oltre Manica da politici “corrotti” od oligarchi del business considerati vicini a Vladimir Putin; interruzione dei rapporti governativi d’alto livello; boicottaggio dei Mondiali di Russia 2018 da parte di delegazioni ufficiali e principi reali. Di rimando il ministro degli esteri Lavrov fa sapere che espellerà presto diplomatici britannici.
Non è la prima volta che la Gran Bretagna è protagonista di una ritorsione e di un avvelenamento contro ex agenti di quella che era la Gran Madre Russia. Anche Aleksandr Litvinenko 43enne ex-collonnello del Kgb fu avvelenato e morì in un ospedale londinese in cui era ricoverato da una settimana. Allora nessun colpevole fu riconosciuto, come anche il veleno che venne utilizzato. Anche se l’ex-agente del Kgb, Oleg Gordievksij dichiarò: “Soltanto i servizi segreti sono in possesso di veleni così micidiali e così difficili non solo da curare ma anche da individuare. Questa è la fine che fanno i nemici di Putin”.
Ma stavolta Londra sembra sicura e al suo fianco si è anche schierata la Nato, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg afferma: “L’attacco con l’agente nervino è uno dei più tossici mai sviluppati” dalla Russia, è “l’uso più offensivo mai fatto sul territorio di un Paese dell’Alleanza dalla fondazione della Nato”. Per la Casa Bianca quest’ultima azione “rientra in un quadro di comportamento in cui la Russia disprezza l’ordine internazionale, mina la sovranità e la sicurezza di altri Paesi e tenta di sovvertire e screditare le istituzioni e il processo democratico occidentale”.
Sia la Nato sia Washington concordano nel sostenere che questa sia solo un altro limite violato da Mosca che continua a sovvertire l’ordine internazionale dopo l’annessione della Crimea.
Il ministro degli Esteri minimizza sulle conseguenza e anzi afferma che le mosse di Londra contro la Russia possono essere spiegate dalla “complicata situazione” in cui si trova il governo britannico, che “non è in grado” di mantenere le promesse sulla Brexit. “Mi pare ovvio” che le scelte di Londra “riflettono la disperazione del governo britannico poiché non è in grado di rispettare le promesse fatte sull’uscita dall’Unione Europea”, dice Serghei Lavrov citato dalla Tass.
Lo stesso presidente Putin non ha cercato di conciliare un’intesa con il Regno di Sua Maestà, nonostante incombano nuove sanzioni per la Crimea e ci siano tutte le premesse per una ritorsione americana dopo il Russiagate.
In realtà Mosca sa che può ancora tirare per la sua strada, così come aveva fatto dopo le sanzioni europee, anche perché la May non ha annunciato restrizioni all’import di gas russo né accennato all’intenzione di chiedere l’esclusione delle banche russe dal sistema Swift che lega i trasferimenti internazionali. Così come sono stati risparmiati Abramovich proprietario e principale azionista del Chelsea, Usmanov dell’Arsenal e Shuvalov vice primo ministro. Oligarchi che se venissero sanzionati risponderebbero all’interesse russo di far tornare in patria numerosi capitali e investimenti, cosa che è riuscita grazie alle sanzioni. Inoltre il Presidente sempre popolare e amato dai russi si ritrova davanti alle prossime elezioni e un nuovo caso in cui “il capro espiatorio è sempre la Russia” può solo far comodo.

LO SBANDO

mattarella“Non c’è vento favorevole per chi non sa dove andare”. Il Partito Democratico che da decenni ha avuto le redini del Paese si ritrova completamente nel caos e senza nessuna linea chiara da seguire. Uno sbando che sta portando alla resa dei conti nel Nazareno, i primi ad alzare i toni sono i dem della minoranza. Discutere se fare o no l’accordo con Cinque stelle, accusa Andrea Orlando, è stata una trovata mediatica di Renzi “per discutere di un’altra cosa invece di quello di cui bisognava parlare: cosa fare dopo una disfatta storica. Si prova a parlare di questo per evitare una discussione su un risultato che è stato drammatico. È come buttare la palla il tribuna”.
“Non considero i Cinque stelle il diavolo – dice ancora Orlando, rispondendo ad un’altra domanda – hanno preso qualche qualche milione di voti nostri, ovvero di persone che votavano a sinistra, e non li regalerei al diavolo. Il problema sta nelle differenze politiche programmatiche con loro. Alcuni dicono: “ci hanno insultato”, ma anche quando fu fatto l’accordo col centrodestra non venivamo da uno scambio di cortesie in campagna elettorale. “Non si tratta neppure di dare delle colpe della sconfitta – ha proseguito – io spero che le dimissioni di Renzi e del gruppo dirigente segnino l’avvio di una fase che dia un nuovo assetto, anche se questo non sarà risolutivo di per sé: bisogna riaprire un confronto coi nostri iscritti, con i militanti e provare a recuperare chi se ne è andato; poi discutiamo delle scelte istituzionali da fare”. Il ministro dello Sport e fedelissimo di Renzi, Luca Lotti, affida a Facebook un lungo post in cui punta il dito contro Andrea Orlando: “Se vogliamo aprire un dibattito interno facciamolo. Perché sentire pontificare di risultati elettorali persone che non hanno mai vinto un’elezione in vita propria sta diventando imbarazzante”.
Sulle dimissioni ‘inevitabili’ del segretario si pronuncia stavolta anche la maggioranza. C’è infatti una lettera di dimissioni firmata da Matteo Renzi all’indomani della debacle elettorale. Lo rivela, tre giorni dopo, il presidente del Pd Matteo Orfini per stoppare il pressing di maggioranza e minoranza del partito, con tanto di documenti di esponenti locali, sulla necessità di un passo indietro “vero” del segretario.
“Matteo Renzi si è formalmente dimesso lunedì. Come da lui richiesto nella lettera di dimissioni, e come previsto dallo statuto, ho immediatamente annunciato la convocazione dell’assemblea nazionale per gli adempimenti conseguenti”. Lo afferma in una nota il presidente Pd Matteo Orfini. “Contestualmente ho convocato la direzione nazionale che sarà aperta dalla relazione del vicesegretario Martina. Nella direzione discuteremo le scelte politiche che il Pd dovrà assumere nelle prossime settimane”.
L’estromissione del segretario dalle decisioni del futuro del Pd è ormai chiara. “Renzi non parteciperà alle prossime primarie del partito. Lo farà Calenda? Si è appena iscritto”. Lo si legge su twitter che riporta uno stralcio dell’intervista al capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato di questa mattina a Omnibus. Rosato, che dunque esclude la possibilità che Calenda corra alle primarie Pd, afferma poi con forza l’intenzione del suo partito di non voler dar vita ad un governo ne con il centrodestra ne con il M5s. “Chi ha ricevuto dagli italiani il mandato a governare lo faccia e dimostri le proprie capacità”.
Se le questioni interne del Pd pesano sul Paese, ancora di più a portare sconforto è il rebus sul Governo della XVIII legislatura. La prima carica dello Stato invita al “senso di responsabilità” e pensare al bene generale dei cittadini. “Abbiamo ancora – e questo riguarda tutti – avremo sempre bisogno di questa attitudine: del senso di responsabilità di saper collocare al centro l’interesse generale del Paese e dei suoi cittadini”, ha sottolineato Mattarella in un passaggio del suo discorso in occasione della cerimonia della giornata internazionale della donna. A fare eco alle parole del Presidente della Repubblica, anche Napolitano che a margine della cerimonia al Quirinale per l’8 marzo, afferma: “Questa è una crisi difficilissima” e bisogna pensare “all’interesse generale” e mostrare “senso di responsabilità”. Ma mentre il Capo del Quirinale non fa nessun riferimento particolare, il Presidente emerito si spinge più in là e parla del disastro della sinistra nelle ultime consultazioni: “Si tratta di un evento annunciato”, anzi “era un destino quasi compiuto”. Questo il commento di Giorgio Napolitano ai giornalisti che gli chiedevano se si aspettasse un crollo del Pd di queste proporzioni. “Non sono stato sorpreso, forse è stato peggio di quanto annunciato ma tutto faceva prevedere questo risultato”, ha aggiunto. Più fiducioso è invece Romano Prodi: “Il Pd è finito? No, non c’è nulla di irrimediabile in politica, c’è sempre un futuro. Non tutto è irrimediabilmente compromesso”. Così l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi in un colloquio con Repubblica, in cui sottolinea il “momento difficile”. “Io alla vigilia ero il più pessimista, ne avevo parlato con tutti. Purtroppo i dati hanno dimostrato che sono stato comunque infinitamente più ottimista del dovuto”, commenta Prodi. Al popolo di centrosinistra “dico che ci sono, nel senso che seguo con tanta attenzione e partecipazione questo momento così difficile”.
E mentre a sinistra si aspetta a lunedì per avere un quadro chiaro della situazione, a destra si vuole evitare di essere messi da parte nel prossimo Governo, ma nello stesso tempo si cerca di mettere da parte la figura dell’ex Cavaliere.
Prima della formazione del governo, “ci sono i presidenti di Camera e Senato da eleggere, noi avremo le nostre proposte e vediamo chi ci sta”: così ha risposto il segretario della Lega, Matteo Salvini, al termine di una visita a un mercato rionale di Milano. “Siamo la prima coalizione, siamo il primo partito della coalizione – ha sottolineato Salvini – e non ci hanno chiesto di stare alla finestra a guardare quello che succede”. Mentre su Berlusconi afferma che si va “d’amore e d’accordo”. Più esplicito sulle alleanze è invece il Vicesegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti. “Un governo di scopo con il Pd? Si potrebbe fare, e poi subito al voto. Un governo di scopo con il Pd per realizzare la legge elettorale e la manovra? Per la legge elettorale sì, per la manovra no. Ma la palla è nelle mani del presidente della Repubblica. Ci tengo a sottolineare però che ha vinto il centrodestra, non il M5S come i media dicono. Rispetto al 2013 abbiamo preso 8% in più”. Ma dal quartier generale degli azzurri, però, spiegano categoricamente e senza alcun dubbio che “Silvio Berlusconi non vuole nelle maniera più assoluta tornare subito al voto” (nonostante più volte in campagna elettorale avesse affermato che senza maggioranza nuove elezioni sarebbero stata l’unica strada percorribile).
A mettere i puntini sulle ‘i’ il governatore di Forza Italia, Giovanni Toti. “La Lega è cresciuta innegabilmente anche per i meriti del suo leader, e lo spazio per noi era oggettivamente stretto. In più il centrodestra ha pagato la sua geometria di gioco a più punte che si rivelata vecchia. È come aver giocato col catenaccio anni 70 nel 2018”. Per il governatore della Liguria Giovanni Toti, intervistato dal Corriere della Sera, “adesso si aprono questioni strutturali nel centrodestra che devono vederci protagonisti, perché c’è uno spazio gigantesco per un’area moderata, con o senza un partito unico. Io da sempre sono fautore di una forza unitaria, ma se gli alleati non fossero d’accordo dovremo comunque organizzarci e costruire noi una nuova forza moderata”. “La Lega era meglio posizionata con il suo messaggio, avendo individuato da tempo i temi caldi. Ma ha anche valorizzato la propria classe dirigente locale”, riconosce Toti ribadendo “lealtà” verso Salvini. Invece “noi non abbiamo fatto lo stesso percorso. Ci sono state troppe rese dei conti, si è ristretto ancor di più il circolo dei decisori politici, non c’è stato alcun coinvolgimento del territorio”, osserva Toti, secondo cui occorre cambiare “dicendo basta a operazione dall’alto come quella della quarta gamba. Poi certamente ripartendo dal basso, aprendo i luoghi di discussioni, facendo entrare aria nuova e facce nuove. Basta con i caminetti, con le decisioni prese in quattro”. Sull’opportunità che Berlusconi faccia un passo indietro, “deve decidere lui, perché questo è il suo partito, perché la storia di Forza Italia è la sua. Nessuno vuole fare golpe o strappargli lo scettro”, assicura Toti. “Io mi aspetto proprio da lui, che è stato un grande visionario della politica, la visione di una nuova politica e il rigetto di operazioni di palazzo, di élite, in difesa, che non guardano al futuro”.

Calenda detta la linea, dietrofront se alleanza con M5S

calenda nazarenoIl ministro più popolare del Governo Gentiloni si iscrive al Partito democratico e già detta legge. Carlo Calenda annuncia il suo no a un’alleanza con i pentastellati e nello stesso tempo incorona il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. “Si può ripartire solo se lo si fa insieme. Ultima cosa di cui abbiamo bisogno è arrocco da un lato e desiderio di resa dei conti dall’altro. Ridefinire il nostro messaggio al paese, riaprire iscrizioni e tenersi lontano da M5S. Leader c’è e fa il PDC (Presidente del Consiglio, ndr)“. Così scrive su Twitter Carlo Calenda che ieri aveva annunciato l’iscrivezione al Pd. Il ministro dello Sviluppo economico uscendo dalla sede del Partito democratico al Nazareno mostra la tessera di iscrizione al Pd e annuncia che lunedì sarà presente alla Direzione Dem. “Non parlerò però dato che è la prima volta”, dice conversando con i cronisti.
“Presa di coscienza sul futuro del PD non resa dei conti su passato. Ho sempre parlato chiaro con Renzi ma mi rifiuto di partecipare ora alla rimozione collettiva di un percorso che ha avuto anche tantissimi elementi positivi. Se cercano anti-Renzi non sono io”, chiarisce su Twitter e infine il suo primo veto:


La dirigenza Pd glissa sul suo commento e si concentra a fare tutti gli onori di casa al nuovo arrivato. Dal Vice Martina alla Finocchiaro tutti plaudono all’iniziativa del ministro che è riuscito a farsi amare in un momento in cui il Pd boccheggia e non riesce più a parlare ai lavoratori. Ieri il ministro ha raggiunto gli operai dell’Embraco, accolto dagli applausi. Con lui il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, l’assessora regionale al Lavoro, Gianna Pentenero, l’ad di Invitalia, Domenico Arcuri, e Giampiero Castano, capo dell’Unità Vertenze del Mise. “Vi ringrazio per la determinazione e l’intelligenza dimostrata in questa vicenda, avete fatto una battaglia per voi e il vostro futuro, ma anche per noi, ci avete fatto aprire gli occhi su situazioni che spesso passano sotto silenzio, magari per dimensioni più ridotte”, ha detto il ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda incontrando i lavoratori in assemblea a Riva di Chieti.

Quello che non ho. Il volo pindarico di Marcorè sull’Italia contemporanea

neri marcorèA poco più di un mese dalle elezioni, Neri Marcorè mostra l’Italia orfana di due intellettuali che meglio hanno saputo raccontarla e profetizzarla: Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De Andrè, nello spettacolo “Quello che non ho” al Teatro Brancaccio di Roma.
Attraverso le canzoni di Faber e i versi di Pasolini l’artista ci mostra quanto questo Paese sia stato ben osservato in tutto il suo divenire ‘mostruoso’ e scettico, fatto di maschere e bisogni illusori e con una politica che non ne è causa ma “conseguenza” dello stato attuale della coscienza degli italiani, ma non solo. L’umanità sembra aver perso la bussola dei veri valori in un mondo dove “tutti avremo più cellulari che bagni”. Una satira amara sul disinteresse occidentale verso chi vive ‘al Sud del mondo’ in balia del consumismo altrui.

Nello spaccato di questa italia contemporanea, ma anche del nostro stesso pianeta, la politica non poteva infatti che essere al centro del biasimo dei due intellettuali e di conseguenza anche di Neri Marcorè. Con un volo pindarico fatto di poesie musicali del cantautore e fatti di cronaca di questa Italia sempre più fiacca, si arriva persino a prevedere un futuro in cui il ‘pianeta sarà una favola di topi’ i soli sopravvissuti.

Tuttavia lo spettacolo ci restituisce un po’ di speranza: «Stiamo producendo orrori e miserie, ma anche un tempo fatto di opere meravigliose, quadri, musica, libri, parole. Eredità e testimonianza della civiltà umana sono le frasi di Leonardo: “Seguiamo la fantasia esatta”, di Mozart “siamo allievi del mondo”, di Rameau “trovo sacro il disordine che è in me”, di Monet  “voglio un colore che tutti li contenga” , di Fabrizio De Andrè “vado alla ricerca di una goccia di splendore”, fino alle utopiche provocazioni di Pasolini “è venuta ormai l’ora di trasformarsi in contestazione vivente”».

L’Italia che sembra vivere in uno stato vegetativo tra un’eterna attesa di un passato che non ritorna e un futuro che non arriva, può ancora stupirci. Anche se le profezie di De Andrè e Pasolini sembrano essersi avverate, “per fortuna anche i profeti a volte sbagliano” e Marcorè ci porta come esempio finale le lucciole che “secondo Faber si sarebbero estinte e invece ci restituiscono l’ultima scintilla di speranza”.

Colpisce molto la scenografia spoglia, ma artificiosa, fatta di sedie di legno e decorata come carta velina stropicciata, inoltre a ogni cambiamento di storia ci sono dei tubi al neon che scendono dall’alto. Oltre alla bravura del protagonista, da segnalare la maestria dei tre musicisti-attori che lo accompagnano con virtuosismi musicali e canti a cappella.

Canzoni di Fabrizio De Andrè

Drammaturgia e Regia Giorgio Gallione

Con Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini (Voci e Chitarre)

Arrangiamenti Musicali Paolo Silvestri
Collaborazione alla Drammaturgia Giulio Costa
Scene e Costumi Guido Fiorato
Luci Aldo Mantovani

Dedicato a Pier Paolo Pasolini

Le canzoni di Fabrizio De Andrè presenti nello spettacolo sono
Se ti tagliassero a pezzetti (De Andrè _ Bubola)
Una storia sbagliata (De Andrè – Bubola)
Ottocento (De Andrè – Pagani)
Don Raffaè (De Andrè – Pagani- Bubola)
Quello che non ho (De Andrè – Bubola)
Khorakhanè (A forza di essere vento) (De Andrè – Fossati)
Smisurata preghiera (De Andrè – Fossati)
Dolcenera (De Andrè – Fossati)
Volta la carta (De Andrè – Bubola)
Canzone per l’estate (De Andrè – De Gregori)

Siria. Negoziati di Sochi senza curdi

negoziati di sochiI negoziati di Sochi per la pace siriana, le cui delegazioni arriveranno oggi, per ripartire il 31 gennaio, più che affrontare la questione siriana, sembrano voler dare una revanche tutta turca.
A mancare sono proprio la fetta più importante per la pace siriana, la lista di delegati curdi che avrebbero dovuto partecipare ai negoziati sponsorizzati dalla Russia, come voluto dal presidente Erdogan non ci saranno. I curdi di Rojava, ha fatto sapere una fonte siriana conversando con la russa Interfax, non sono mai stati formalmente invitati alla conferenza di Sochi.
Nel frattempo continua l’offensiva di Ankara contro i curdi in Siria giunta ormai al decimo giorno e secondo l’esercito turco, sono stati “almeno 597 i membri delle organizzazioni terroristiche” curde Pkk e Ypg e dell’Isis “neutralizzati”. Lo stato maggiore di Ankara fa sapere che negli scontri della notte sono anche rimasti feriti altri 4 miliziani “dell’Esercito siriano libero che sostengono” l’esercito turco, i quali non sarebbero in pericolo di vita. Nella notte, prosegue il bollettino dei militari sull’operazione ‘Ramoscello d’ulivo’, nuovi raid sono stati compiuti da 25 cacciabombardieri, distruggendo 44 obiettivi tra rifugi e depositi di armi. Per il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, l’operazione ad Afrin, poi estesa ad Azaz e comprendente anche Manbij, mira a impedire la formazione di un “corridoio del terrore” utilizzato da Pkk, Pyd e Ypg al confine tra Turchia e Siria.
Un macello che mostra le vere intenzioni sia di Ankara che teme di ritrovarsi ai confini un territorio controllato dai curdi molto ben organizzati e con il vessillo di veri vincitori contro il sedicente Stato islamico, sia delle altre forze in campo quali la Russia e gli stessi Stati Uniti. Questi ultimi strizzano l’occhio al predominio turco per non inimicarsi un altro attore in campo siriano dopo la Russia e l’Iran. Ufficialmente la linea di Trump, espressa in queste ore da Tillerson, è che dopo l’Isis il vero nemico da fermare nella regione sia l’Iran.
Ma gli accordi per la rimettere pace in Siria si faranno a discapito proprio del vero protagonista delle battaglie contro l’Isis, i curdi che finora hanno sgominato le altre formazioni e controllano una buona fetta del territorio. Il governo di Damasco ha denunciato la “violazione della sovranità” siriana ma non ha finora reagito a livello militare, anche se si è detta disposta a “riprendere il controllo” del cantone di Afrin, che dalla fine del 2012 è governato di fatto dal Pyd, secondo la Turchia la “costola siriana” del Pkk. Nel cantone di Afrin vivono circa 200 mila curdi, più decine di migliaia di rifugiati da altre zone della Siria, civili in fuga dai combattimenti fra governativi e ribelli islamisti, che ora si trovano di nuovo sotto il fuoco.
Nonostante la sponsorizzazione e l’aiuto ai curdi da parte di Mosca, soprattutto dopo il gelo con Ankara per l’abbattimento del cacciabombardiere russo, ora la Russia continua a distanziarsi sempre di più dalla linea di sostegno curdo in nome dei propri interessi. In cambio del silenzio di Mosca sugli attacchi di Ankara ad Afrin, la Turchia avrebbe dato carta bianca alle forze di Mosca per annientare i gruppi sunniti ribelli concentrati nell’area di Idlib, città del Nord della Siria ritenuta fondamentale per gli interessi russi nel Paese mediorientale. In gioco non c’è solo il controllo di un’area strategica della devastata Siria ma la spartizione del territorio in prospettiva, non troppo lontana nel tempo del dopo-Assad.
I negoziati che inizieranno formalmente domani a Sochi anche se vantano la presenza di Staffan de Mistura, inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria e mandato in Russia dal segretario generale Guterres, non apriranno nessun dialogo praticabile in quanto mancano le principali forze di opposizione e soprattutto manca ancora, a sette anni dall’inizio della guerra civile, una definizione comune di “opposizione legittima”. Inoltre dopo sette anni di guerra civile anche una forza moderata come l’Esercito Libero Siriano si è schierata con la Turchia, contribuendo alla guerra ai curdi nell’operazione ‘ramoscello d’Ulivo’.

Tobagi. Buemi, l’Avanti! lanciò la campagna di verità

tobagiÈ di questi giorni l’indiscrezione secondo la quale Walter Tobagi, il giornalista ucciso dalle Br, in realtà poteva salvarsi.
“Prima dell’omicidio, i carabinieri avevano avuto segnali precisi del fatto che fosse diventato di nuovo un obiettivo» del gruppo terroristico che da qualche mese si faceva chiamare ‘Brigata XXVIII marzo’, un gruppo che voleva fare “il salto di qualità e entrare a pieno titolo nelle Brigate Rosse”. Fa sapere il giudice Guido Salvini, inoltre “i vertici della Procura e dei carabinieri sapevano che Tobagi era tornato nel mirino dei terroristi, ma sottovalutarono le informazioni ricevute”.
Ma dopo la morte del giornalista “quelle informative – ha detto Salvini – sono state fatte sparire per coprire un errore”. A tal proposito è intervenuto il senatore socialista, Enrico Buemi, per chiarire alcune questioni sulla caso Tobagi.
“Per quanti sostengono l’inutilità della Commissione bicamerale sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, oggi compaiono sul Corriere della Sera e su altri giornali articoli in cui si spiega, per una tragica vicenda da molti ritenuta connessa, che Walter Tobagi si poteva salvare e che ciò si ricava da una informativa ‘recuperata dal giudice Salvini’.” Così il Senatore socialista Enrico Buemi, membro della Commissione Moro, ha commentato le notizie sull’uccisione di Tobagi apparse oggi su organi di stampa, a margine dell’Ufficio di Presidenza della Commissione stessa. “Il giudice Salvini, oggi consulente della Commissione Moro, finalmente riconosce che si sono commessi gravi errori e che si è poi cercato di nasconderli, fornendo su questo molti e gravissimi particolari. L’informativa, in verità, fu l’oggetto di una campagna lanciata dall’Avanti! durante il processo contro Barbone e gli assassini di Walter Tobagi e fu scoperta non dal giudice Salvini ma da Craxi che la diede a Ugo Intini, suo portavoce e direttore dell’Avanti!, che la pubblicò dopo che l’allora ministro dell’interno Scalfaro ne accertò l’autenticità”, ha spiegato Buemi. “L’informativa di cui diede notizia l’Avanti!, all’epoca del processo contro gli assassini, fu trascurata inspiegabilmente dai magistrati che non la tennero in alcun conto e dai cui nacque uno scontro senza precedenti tra magistratura e socialisti”, ha ricordato il senatore socialista. “Per questa campagna di verità, il CSM tentò di fare una seduta straordinaria con l’obiettivo di condannare la presunta ingerenza di Craxi e dei socialisti sull’attività della magistratura ma l’allora presidente della Repubblica Cossiga vietò tale seduta, provocando un grave conflitto istituzionale”, ha continuato Buemi. “Contro questa campagna di verità, i giornalisti e direttore dell’Avanti! furono condannati per diffamazione con pesanti pene pecuniarie e quelli che erano parlamentari furono condannati dopo che il Parlamento diede nei loro confronti l’autorizzazione a procedere, usando il solito metodo di due pesi e due misure, vizio atavico delle Giunte per le Autorizzazioni a procedere”, ha commentato Buemi. “L’autorizzazione a procedere, come è evidente, era per un reato di opinione coperto dalle guarentigie di cui all’articolo 68 della Costituzione”, ha concluso il senatore socialista.

Vecchie nostalgie e nuovi scenari. Arrivano i Comunisti

ferrandoSi avvicinano le elezioni e come sempre arrivano le sorprese. In un Paese dove la crisi politica si fa sentire forte, il primo sintomo è la radicalizzazione politica unita a una buona dose di nostalgia: è avvenuto nelle ultime tornate elettorali europee, sta avvenendo anche in Italia. Insieme al ritorno di partiti xenofobi e apertamente neofascisti, come Casapound, ad affacciarsi sulla scena elettorale è l’altra faccia della medaglia ideologica: i comunisti.
Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori e referente italiano del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale ha annunciato il nome della lista e del simbolo che il Partito comunista dei lavoratori (Pcl) lancia assieme a Sinistra classe rivoluzione (Scr) alle prossime politiche. Si chiamerà “Per una sinistra rivoluzionaria” e presenta la falce e il martello nel simbolo rimosso da Occhetto.
sinistra rivoluzionariaNonostante la poca risonanza nelle ultime elezioni il partito di Ferrando ottenne lo 0,26% alla Camera e lo 0,37% al Senato, anche se non è riuscito a conquistare nessun seggio. Tuttavia oggi con la sinistra sempre più spaccata e con i malumori della base di Sinistra Italiana, questa costola trotzkista di Rifondazione comunista, potrebbe attrarre più lettori di quanto si pensi. Non a caso l’appello di Ferrando è rivolto proprio a chi non condivide la scelta di Frantoianni e co. di costituire un’alleanza con a capo Grasso: “Quella lista comprende un personale dirigente che non solo ha distrutto la sinistra politica in Italia, a partire dallo scioglimento del Pci, ma ha diretto le gigantesche privatizzazioni degli anni ’90, ha precarizzato il lavoro (a partire dal pacchetto Treu), ha infine votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, inclusa la soppressione dell’articolo 18. In poche parole ha picconato la libertà e l’uguaglianza a danno di chi lavora. Il fatto che si chiamino ‘Liberi e Uguali’ dimostra solamente che il trasformismo non ha confini, la faccia tosta neppure”. Non mancano poi le critiche alla lista civica della Falcone e di Montanari, per Ferrando si tratta solo di
“un sipario, una mascheratura civica dietro cui si lavorava per ricomporre tasselli della cosiddetta sinistra riformista, subordinata agli interessi delle classi dominanti”.
L’appello del leader del Pcl è quindi verso ‘i duri e puri’ del vecchio stampo comunista, ma precisa: “L’obiettivo centrale è quello di usare anche la tribuna elettorale per ricostruire una coscienza politica di classe e anticapitalistica tra i lavoratori e gli sfruttati”.
Tuttavia per la ‘rivoluzione’ manca il tassello istituzionale: per la legge elettorale servono almeno 50mila firme, un obbligo per tutte le formazioni che non sono già in Parlamento.

I socialisti tedeschi sono l’ultima chance per la Merkel

merkelSmentite le voci sulle dimissioni di Martin Schulz, finito sotto pressione per la velocità con cui aveva escluso di sedersi al tavolo con Angela Merkel dopo il fallimento della trattativa con i liberali e i verdi, arriva la dichiarazione dell’ex Presidente del Parlamento europeo che rimette voce alla base della SPD per l’entrata al Governo. “Non c’è alcun automatismo in nessuna direzione, solo una cosa è chiara: se i colloqui portassero alla circostanza che noi partecipiamo in qualche forma o costellazione a un governo, i membri del partito dovranno votare”. Lo ha detto il capo della Spd Martin Schulz in uno statement alla Willya Brandt Haus.
Dopo il fallimento dei negoziati per un governo CDU, liberali e verdi la cosiddetta coalizione Giamaica è arrivata nella notte l’apertura dei socialdemocratici tedeschi ai colloqui per il governo. Il segretario Spd, Hubertus Heil, ieri sera dopo il dibattito dei socialdemocratici sulla questione se accettare una nuova Grande coalizione con Angela Merkel, ha confermato: “La Spd è fermamente convinta che il dialogo sia importante. La Spd non chiude al negoziato”.
Se all’inizio Schulz ha risposto ‘picche’ alle richieste della CDU tenendo fede agli animi dei socialdemocratici che vedono nell’alleanza con la Merkel la causa dell’eclissi del Partito, ora però si ritrova a dover fare i conti con una realtà. Per l’Spd infatti nuove elezioni potrebbero portare a un nuovo crollo del partito che due mesi fa ha incassato meno del 20%, il peggior risultato per i socialisti dal dopoguerra. La partita per il quarto Governo della cancelliera Merkel è ancora aperta e il futuro politico della Germania potrebbe non essere diverso dal recente passato, ossia dalla Grosse Koalition.

Brexit. Davis avverte: “Possiamo uscire senza accordo”

david davisDopo mesi di stallo e di frustrazioni per il divorzio tra l’Europa e la Gran Bretagna ora a smuovere le acque ci pensa il ministro britannico per la Brexit, David Davis, che pur restando fiducioso sull’intesa con Bruxelles ribadisce la determinazione di Londra a lasciare il blocco dei 28. “Raggiungere un accordo con l‘Unione europea è di gran lunga l‘esito più probabile e il migliore per il nostro Paese”, ha detto Davis, ma ha aggiunto: “Non penso sarebbe nell‘interesse di entrambe le parti non raggiungere un accordo. Ma è giusto che un governo responsabile faccia dei piani per ogni eventualità”. L’avvertimento di Davis arriva dopo che il governo di Theresa May avrebbe accettato anche di mettere una cifra più alta del previsto (circa 40 miliardi di sterline) sul piatto dei negoziati con Bruxelles per la Brexit.
Il punto di disaccordo è ancora una volta ‘la buona uscita’ che i 28 vogliono dal Regno Unito che da parte sua vuole garanzie sul piano commerciale: la Gran Bretagna vuole che i colloqui affrontino il tema delle future relazioni commerciali con l‘Ue mentre quest‘ultima non intende valutare la questione fin quando Londra non accetterà di regolare le cifre dovute a Bruxelles. La Gran Bretagna ha precedentemente offerto circa 20 miliardi di euro (18 miliardi di sterline), ma l’UE vuole almeno 60 miliardi di euro (53 miliardi di sterline).
E mentre Davis sostiene di essere “inequivocabilmente” alla ricerca di un accordo, fa sapere che la Gran Bretagna è anche pronta a far fallire i colloqui. Da parte del negoziatore europeo Michel Barnier si sente l’esigenza di sbloccare una situazione ai limiti della sopportazione. Tanto che Barnier ha anche canzonato la May, lunedì, sullo slogan con cui la Premier inglese aveva chiarito la sua posizione sull’uscita: “Brexit means Brexit”. Così ha ripetuto Barnier: “Proprio quelli che vogliono ‘liberare’ il Regno Unito ora sostengono che dovrebbe conservare un ruolo in alcune delle agenzie europee. […] L’Europa a 27 continuerà a portare avanti il lavoro di queste agenzie, insieme, condividendo i costi di mantenimento. Le nostre imprese continueranno a trarre beneficio dalle competenze create. Il loro lavoro è interamente basato su quei trattati europei che il Regno Unito ha deciso di abbandonare”.

A Taranto non si respira, ma città esclusa da trattativa

ilva cimiteroSi riapre il caso Ilva tra il problema occupazionale della nuova gestione Am InvestCo e la salute dei cittadini di Taranto. Nel frattempo arriva il rammarico del Primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci per la trattativa sul colosso siderurgico dalla quale sarebbero esclusi dal tavolo al Mise gli enti locali, malgrado le loro richieste. Per Rinaldo Melucci, eletto lo scorso giugno con una coalizione di centrosinistra “la realtà dei fatti è che senza il Comune di Taranto e la Regione Puglia semplicemente non si potrà dare compiuta attuazione ad ogni qualsivoglia programma per la riqualificazione degli esuberi, per l’avvio delle bonifiche, per la salvaguardia dell’indotto, per il monitoraggio del piano ambientale. Questo atteggiamento del Governo continua a ferire una comunità che ha dato troppo e ormai non accetta scelte calate dall’alto o ricatti volti a separare tutte le articolazioni della vicenda, occupazionali ed ambientali”.
Dopo lo stop dello scorso 9 ottobre il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha convocato Am InvestCo e sindacati di categoria per lunedì 31 ottobre, alle ore 11, al ministero dello Sviluppo economico. Il ministro aveva sospeso il confronto giudicando “irricevibile” la proposta dell’azienda su salario e inquadramento dei lavoratori della nuova Ilva. Il negoziato, dunque, riprende e un’intesa è vincolante per completare l’acquisizione dell’azienda da parte di Am Investco, ma resta il nodo dei 4mila esuberi. Nel frattempo è stato annunciato che il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, incontrerà il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, a margine dell’incontro del 31 ottobre al Mise relativo alla ripresa del negoziato su Ilva tra Am Investco Italy (Arcelor Mittal e Marcegaglia) e i sindacati metalmeccanici, presenti alla trattativa il Governo e i commissari straordinari di Ilva.
E mentre i sindacati si preparano per il tavolo di martedì, a Taranto i bambini non possono frequentare la scuola perché le polveri dell’Ilva sollevate dal vento al rione Tamburi sono micidiali. Finora l’Asl, in concomitanza con queste giornate ventose, s’era limitata a consigliare di tenere le finestre chiuse, di non praticare attività sportiva all’aperto nelle ore centrali della giornata e di ridurre il ricorso ai mezzi di trasporto privati. Ma ora per tutelare la salute dei più piccoli dal Municipio – d’accordo con la Regione Puglia – è stato deciso di chiudere anche le scuole nel quartiere Tamburi nei cosiddetti “Wind-day”: quelli cioè che col vento forte sono una vera e propria trappola mortale, per chi è costretto a respirarne le folate cariche di polveri d’ogni tipo.
Il sindaco di Taranto inoltre ieri ha impugnato al Tar del Lazio il Dpcm con cui il Governo, il 29 settembre, ha approvato il nuovo piano ambientale dell’Ilva. Melucci annuncia che il Comune di Taranto “ha dato mandato ai propri uffici legali di impugnare nella sede competente il Dpcm dello scorso 29 settembre”. Con quel decreto, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni aveva fissato i paletti del nuovo piano ambientale dell’Ilva, in procinto di passare alla cordata Am Investco composta da Arcelor Mittal e Gruppo Marcegaglia con il supporto di Banca Intesa.
Ieri sera sia il ministro Calenda sia il titolare dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, hanno contestato l’impugnazione decisa dal sindaco di Taranto osservando che proprio il Dpcm in questione – approvato dal Governo lo scorso 29 settembre – contiene le misure di risanamento ambientale dell’Ilva tra le quali la copertura dei parchi minerali, l’area del siderurgico da cui si genera il sollevamento delle polveri che colpiscono il vicino rione Tamburi.
“La Regione intende impugnare il Dpcm per l’Aia – afferma il Governatore della Puglia, Michele Emiliano – Faremo fronte comune con l’amministrazione comunale di Taranto. Ancora una volta il Governo ha ignorato le criticità rappresentate dagli enti locali, dall’Arpa e dalla Regione Puglia, calpestando le aspettative e gli interessi delle popolazioni locali”. Ma nei giorni scorsi Calenda aveva già risposto ad Emiliano dichiarando che la presenza degli enti locali al negoziato, che attiene aspetti occupazionali e industriali, non è prevista dalla procedura.