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Tobia Desalvo

Moretti e i tagli,
polemiche sterili e riforme serie

La polemica sullo stipendio di Moretti illustra nitidamente l’incapacità del nostro sistema pubblico, politico, imprenditoriale e dei media, di essere azionista di un’impresa pubblica. L’opinione pubblica, ignava, viene catturata da un dibattito vigliacco e surreale, sul quale ognuno riversa le proprie frustrazioni e nessuno fornisce i dati necessari per la normale discussione che in un Paese adulto e sviluppato dovrebbe riguardare il consuntivo della gestione di una grande impresa nazionale. Su questo Renzi, dopo le slide della spending review, può e deve intervenire con un’operazione chiarezza che renda a Moretti merito (se, come credo, ce l’ha) o demerito, nel caso non abbia ottemperato ai compiti assegnatigli.

A chi di noi, proprietario di un’azienda, verrebbe in mente di tagliare lo stipendio alla persona cui abbiamo concesso le chiavi della nostra fiducia a prescindere dai risultati? Come si può cioè accusare una persona, che in base a un contratto di lavoro ha svolto un incarico, quando difende la propria posizione a fronte della richiesta di un taglio lineare del compenso del 75%? Il nostro dibattito pubblico lo fa e l’unico esito possibile è una vendita totale degli asset pubblici: se non vogliamo che l’economia pubblica stia sul mercato, se non vogliamo che assuma manager di levatura e stipendio globale, se non vogliamo investire, ma preferiamo tenerci tutti gli euro sotto il materasso lo zampino dei privatizzatori sarà ben più efficace nell’inforchettare gli asset ancora pubblici.
Lo schema di ragionamento è semplice e già visto: il refrain dell’Italia che va male al di là dell’evidenza (che non viene presa in esame), il solito desiderio malato di tagliarsi un braccio per dimagrire, un dibattito schizoide che dà sui nervi alla gente che guadagna uno stipendio normale e se la prende con i treni che non arrivano in orario, un dibattito opaco che impedisce una seria discussione sulla politica dei trasporti in cui l’attività di Moretti è semplicemente quella di una pedina che esegue le direttive degli azionisti. È questo modo di condurre il dibattito il vero limite di sviluppo dell’economia pubblica e non si può non pensare male dell’ombra del solito zampino di un certo establishment ansioso di metterci le mani (Della Valle prima di fare polemica potrebbe provare a competere sui convogli pendolari invece che “fare concorrenza” dietro la profittevole tratta business Milano Roma)
Ma fin qui siamo alle solite chiacchiere: a conti fatti, ciò che si chiede ora al premier è di bypassare con la scafata noncuranza la sterile polemica quotidiana e avviare un nuovo modello di governance
pubblica. Si preparino le slide sulla politica dei trasporti e si consenta un dibattito pubblico serio sulla gestione: scommetto che l’esito sarebbe che scopriremmo finalmente che i treni italiani sono a livello europeo e se trovassimo qualche baco sarebbe dunque possibile correggerlo e misurare il prossimo mandato per le cose che avrà o non avrà realizzato. Se questa sarà l’occasione per individuare un metodo trasparente da applicare a tutte le nomine in scadenza, altro che riforme sarebbe una rivoluzione!, quest’ultima polemica non sarà stata invano.
Altrimenti si dica quale altra strada imboccare per condurre la sfida del Governo riformista.
Tobia Desalvo

Socialisti, esprimiamo un desiderio!

In vista del congresso del Partito Socialista Europeo, per evitare di perdersi in fumose chiacchiere dal corto respiro elettoralistico, sarebbe bene che il nostro Partito facesse i conti con la realtà storica che sta vivendo il pianeta e il nostro continente, a cent’anni di distanza dallo scoppio del distruttivo primo conflitto mondiale che il nostro Partito, unico nel panorama politico, ha vissuto.

Il riformismo è oggi incastrato nella tenaglia del populismo cialtrone, ignorante ed estremista da una parte, dei nazionalismi e del monetarismo liberista dall’altra e nel suo fronte interno pare intrappolato sotto le macerie del muro di Berlino: la socialdemocrazia nel Novecento si era ritagliata il proprio spazio geo-politico attraverso la realizzazione di sistemi di Welfare nazionali in grado di sconfiggere la sfida del comunismo. Nei tempi della successiva globalizzazione finanziaria, non siamo stati in grado di attrezzarci a portare avanti la missione dei nostri ideali, che non sono diventati altro che il volto “buono” del capitalismo: pensiamo alla deriva che abbiamo assecondato che ha portato alle cessioni di asset pubblici, alla costruzione di un’Europa con una governance a forma di Consiglio di Amministrazione, all’ammissione che il potere del denaro avrebbe infine reso tutto il mondo più libero. In questo quadro, è bene sapere che da più di una ventina d’anni a questa parte non è più possibile distinguere le politiche socialiste da una mera gestione del potere, dall’emendamento a un comma della legge di stabilità o da un semplice storno di fondi da un capitolo di bilancio a un altro.

La tenaglia che ci schiaccia la spezzeremo connettendo da una parte l’affacciarsi sulla scena di miliardi di persone che hanno bisogno e voglia di vivere e progredire e dall’altra l’insediamento delle nostre forze nelle stanze dei bottoni della politica europea: è un’occasione irripetibile, conquistata grazie alle vittorie del Novecento, che non cogliere equivarrà a perdere perché la Storia non finisce e farà ricadere su di noi la colpa storica di avere fallito, sulle nostre coscienze il rimpianto di non averci neanche provato e sulla nostra ultracentenaria storia politica l’oblio.

E’ tempo che il Partito Socialista Europeo ingaggi la sua battaglia con determinazione, coerenza e serietà: l’obiettivo di costruire nella prossima legislatura l’Europa sovrana e democratica, individuandola come compimento degli ideali risorgimentali, come strumento di riforma e innovazione e come metodo democratico di partecipazione non è utopia ma si possono individuare le politiche che nitidamente portano in quella direzione.

  1. Il PSE oggi non esiste, ovvero ha gli stessi difetti che contestiamo all’Europa. Non è presente nella vita quotidiana della politica, che è ancora svolta a quell’inutile e obsoleto livello nazionale non in grado di proteggere chi ha bisogno né di premiare chi ha merito: il capitalismo moderno, metabolizzata la lezione di civilizzazione del riformismo, svolge entrambi  questi compiti ben meglio di noi.
  2. Internazionalismo: è questa la risposta alla globalizzazione capitalista. Internazionalismo significa che i successi raggiunti qui in termini di qualità di vita, infrastrutture essenziali e diritti del lavoro vanno conquistati laddove non ci sono. E’ l’occasione storica di connettere lo sviluppo dei nostri territori con le esigenze dei mercati in via di sviluppo, che dopo secoli coloniali sono ancora ostaggio delle grandi multinazionali: competere su quei mercati è possibile investendo nell’internazionalizzazione attiva delle nostre migliori imprese pubbliche che in partnership pubblico-privata con le imprese del territorio possono riconnettere il nostro sistema economico alla crescita dell’umanità.
  3. Soviet in inglese si dice council: subiamo ancora gli effetti malati del leninismo che ha usato i Soviet per costruire una dittatura, mentre i consigli di fabbrica sono uno strumento dell’economia liberale. Sono il luogo dove ricostruire la rappresentanza del mondo del lavoro per evitare la deriva di un sindacato ente-redistributore che perde di vista le esigenze della produzione.

Gli ideali socialisti sono ancora clamorosamente moderni e interpretano meglio di altri le esigenze del secolo nuovo ma, purtroppo, la strada intrapresa dalle organizzazioni partitiche ci sta conducendo nella direzione opposta. Nella nostra cultura il Congresso è la massima espressione di democrazia, perché mira a coinvolgere la partecipazione non sui meri numeri maggioritari di una democrazia plutocratica e mediatizzata che si sarebbe in altri tempi definita “borghese”, ma sull’adesione e la partecipazione dei militanti ai contenuti reali delle proposte. Invece il congresso del PSE è una convention, il congresso del PD un plebiscito, il congresso del PSI una piramide che parte dalla punta e che mostra un completo disinteresse per la costruzione di un partito vero e proprio, per il quale sarebbe invece necessario un lavoro certosino di raccolta di idee e costruzione di proposte, di contaminazione tra vertice e base in grado di innovare l’uno e formare l’altra, avvalendosi delle nuove tecnologie come mezzo e non come fine. Non esiste democrazia senza partiti, ma non è nemmeno immaginabile riproporre la militanza full-time come unica forma di partecipazione: occorre accettare la sfida di rendere il partito un luogo di confronto di esperienze che si sviluppano anche altrove mantenendo però centrale il ruolo di sintesi e direzione politica, per così vincere la sfida della cosiddetta società civile che alla prova del Governo ha mostrato e mostra tutte le lacune e l’inconcludenza di chi per semplicismo o malafede ritiene possibile governare senza ragionare politicamente e in virtù di meri tecnicismi gestionali.

Se i novelli giovanilisti intendono continuare a ignorare la necessità dei corpi reali intermedi anche nel mondo digitale, un partito ultracentenario come il nostro non può piegarsi alle diatribe oltre le quali, come diceva Turati, sta l’immanente realtà pratica dell’impegno riformista.

La domanda che oggi volenti o nolenti spetta al PSI e al PSE è se diventare un club di reduci asserragliato nella ridotta di sempre più fragili spazi di una malinconica democrazia in ritirata o se raccogliere la propria eredità senza beneficio d’inventario, guardare alla nostra patria il mondo intero e raccogliere le tante forze capaci che, anche nei nostri territori, intendono ingaggiare la battaglia del governo del pianeta.

Tobia Desalvo