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Tommaso Del Grillo

Rai. Gli editti di Anzaldi:
ora tocca a Giannini

I guai per Matteo Renzi non sembrano finire mai. Agli attacchi e alle trappole degli avversari ora si sommano anche gli squilli di tromba dei super renziani. Il tema è delicatissimo: riguarda la libertà dell’informazione, la Rai. Forse a Michele Anzaldi, deputato renziano del Pd, segretario della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, non è molto simpatico Massimo Giannini, giornalista e conduttore di Ballarò su Rai Tre, ma stavolta ha superato ogni limite.

Massimo Giannini, ex vice direttore di Repubblica oggi  conduttore di Ballarò

Massimo Giannini, ex vice direttore di Repubblica oggi conduttore di Ballarò

Non ha pronunciato la parola licenziamento, ma questa è la richiesta che di fatto ha messo sul tavolo parlando dell’“espulsione” di Antonio Azzalini, il dirigente Rai responsabile della decisione di “anticipare” dagli schermi dell’azienda radiotelevisiva pubblica l’arrivo del Capodanno per gli italiani. Anzaldi ha soavemente commentato: «Il licenziamento di Azzalini? L’ho trovato esagerato. In Rai si vedono cose ben peggiori…». Tipo? «Quello che è successo ieri sera a Ballarò». Ce l’aveva con Giannini, colpevole ai suoi occhi di aver pronunciato osservazioni critiche sul governo Renzi, sulla ministra delle Riforme Maria Elena Boschi, a proposito del crac della Banca Etruria.

È successo il putiferio. C’è stata la rivolta delle opposizioni, ma anche la minoranza di sinistra del Pd è insorta. «A leggere certe dichiarazioni e richieste di licenziamenti, come testimonia la vicenda di Giannini e di Ballarò, viene da domandarsi quale sia la differenza tra la vecchia Rai e la Rai post riforma», hanno sostenuto Federico Fornaro e Miguel Gotor, due senatori della minoranza democratica, componenti della commissione di Vigilanza sulla Rai. Hanno aggiunto allarmati: «Eravamo stati facili profeti nel prevedere che non sarebbero cambiate le vecchie abitudini e le tentazioni di ‘commissari epuratori’».

La protesta si allarga. Roberto Speranza, leader della minoranza democratica, ha attaccato: «Le pagelle ai giornalisti lasciamole fare a Grillo e Berlusconi. Il Pd è e deve restare sempre dalla parte della libertà di informazione». Sotto accusa è la riforma della Rai, che affida pieni poteri al governo sull’azienda, e le pulsioni di censura.

Non è per niente bello lo spettacolo di un Pd, partito cardine della maggioranza di governo, che dà spallate alla libertà d’informazione ed adombra “epurazioni” alla Rai, come fece Silvio Berlusconi quando era presidente del Consiglio.

Il centrodestra, nella Seconda Repubblica, ha aperto la strada agli ostracismi in Rai. Fece epoca il termine “epurator”, la storpiatura maccheronica del latino comparsa oltre vent’anni fa. Francesco Storace fu battezzato “epurator” nel 1994 perché chiese la testa di parecchi giornalisti Rai a lui poco simpatici e comunque critici con il centrodestra, che aveva vinto le elezioni politiche dando vita al primo governo Berlusconi. Allora Storace era nel Msi, poi passò ad An, quindi al Pdl. Nel 2002 toccò al Cavaliere con il cosiddetto “editto bulgaro” perché pronunciato a Sofia. Berlusconi, allora presidente del Consiglio, indossò i panni del censore chiedendo l’allontanamento dalla Rai di Biagi, Santoro e Luttazzi per l’uso “criminoso” dell’azienda radiotelevisiva pubblica. Tutta l’opposizione e, in particolare, il centrosinistra, fece fuoco e fiamme.

Ora la parola passa a Renzi e al nuovo vertice Rai insediatosi lo scorso agosto. Sarebbe interessante sapere cosa pensa il presidente del Consiglio e segretario del Pd della sortita di Anzaldi. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano anche il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto e la presidente Monica Maggioni. Un “Anzaldi epurator” non farebbe bene a Renzi, alla Rai, alla libertà d’informazione e alla democrazia italiana.

Tommaso Del Grillo

Riforma della Rai, ritorno al passato

Rai-rinnovo CdAL’aula del Senato ha approvato, per alzata di mano cioè senza la registrazione dei voti, la riforma della Rai. Nessuno infatti ha chiesto di votare con procedimento elettronico. La votazione è avvenuta immediatamente dopo quella della legge di Stabilità.

La riforma introduce novità in materia di governance della Rai: viene istituita la figura dell’Amministratore delegato, ma in un primo momento e nella fase transitoria, sarà il Direttore generale ad avere ampi poteri, tanto da essere stato definito il ‘Super Dg’. Il Cda sarà più snello e non verrà più eletto dalla commissione di Vigilanza. Infine, il presidente sarà di garanzia. Resta la delega sul riassetto normativo di settore. Ecco i punti essenziali della riforma:

AMMINISTRATORE DELEGATO: L’Ad è nominato dal Cda su proposta dell’assemblea dei soci, e quindi dal Ministero dell’Economia, e resta in carica per tre anni. Ma può essere revocato dallo stesso consiglio di amministrazione. L’Ad può nominare i dirigenti, ma per le nomine editoriali deve avere il parere del Cda che, se ha la maggioranza dei due terzi diventa vincolante.
Vi è poi l’incompatibilità a ricoprire la carica di Ad della Rai per i membri del governo, fino a dodici mesi precedenti alla data della nomina

PRESIDENTE DI GARANZIA: Viene introdotta la figura del presidente di garanzia. Il presidente viene nominato dal Cda tra i suoi membri, ma deve anche ottenere il parere favorevole della commissione di Vigilanza con i due terzi dei voti.

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE: Diminuisce il numero dei componenti del Cda, che passano da nove a sette, quattro dei quali vengono eletti dal Parlamento, due sono nominati dal governo e uno viene designato dall’assemblea dei dipendenti.

DIRETTORE GENERALE: Le nuove norme sul Cda si applicheranno solo a partire dal primo rinnovo. Fino a quel momento, e nella prima fase transitoria, sarà il Direttore Generale ad avere maggiori poteri, tanto da aver fatto discutere durante l’iter parlamentare sulla figura del ‘super Dg’, che svolgerà di
fatto il ruolo di Ad.

TRASPARENZA CONTRATTI SOPRA 200MILA EURO: Saranno resi pubblici gli stipendi dei “soggetti, diversi dai titolari di contratti di natura artistica, che ricevano un trattamento economico annuo omnicomprensivo a arico della società pari o superiore a 200mila euro”.

CONTRATTO DI SERVIZIO: Passano da tre a cinque gli anni di durata dei contratti nazionali per lo svolgimento del servizio pubblico. Acquista un potere maggiore il governo, che prima di ogni rinnovo dei contratti deve indicare gli indirizzi.

CONSULTAZIONE PUBBLICA: “Il ministero dello Sviluppo economico, in vista dell’affidamento della concessione del servizio pubblico (che scade nel maggio 2016), avvia una consultazione pubblica sugli obblighi del servizio medesimo, garantendo la più ampia partecipazione”.
Il Mise, inoltre, trasmette alla Commissione di Vigilanza per il prescritto parere “lo schema di contratto di servizio almeno sei mesi prima della scadenza del contratto vigente”. In sede di prima applicazione della legge tale schema è trasmesso entro sei mesi dall’affidamento della concessione.

DELEGA PER IL RIASSETTO NORMATIVO: Il ddl affida al governo la delega ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge, un decreto legislativo per la modifica del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, seguendo alcuni criteri direttivi. La portata della delega è
stata ‘ridotta’ durante l’esame al Senato. Sempre a palazzo Madama, è stata eliminata invece – con i voti della minoranza Pd – la delega al governo sul canone. L’esecutivo non ha riproposto la norma in sede di seconda lettura a Montecitorio.

 


Arriva il prefetto

di Tommaso Del Grillo

Luglio 2014, Matteo Renzi: “La Rai va tolta ai partiti per ridarla al Paese”. La riforma della Rai, approvata dalle Camere, alla fine non è andata come assicurava il presidente del Consiglio. La nuova Rai, targata Matteo Renzi, mette quasi alla porta il Parlamento e dà il volante al governo, cioè a lui stesso, presidente del Consiglio e segretario del Pd.

La bussola della riforma è l’accentramento del potere. Sparisce la figura del direttore generale sostituita da quella dell’amministratore delegato. Traduzione: il potere nell’azienda radiotelevisiva pubblica è nelle mani del potentissimo amministratore delegato, nominato su indicazione dell’azionista, cioè il ministero dell’Economia, quindi Renzi. Il consiglio di amministrazione, eletto in parte dal Parlamento e in parte dal Consiglio dei ministri, ha una funzione ancillare rispetto al Super amministratore delegato: ha pochi poteri, marginali, non condizionanti.

Il “presidente di garanzia” indicato dai due terzi della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai di fatto sarà espressione della maggioranza di governo perché l’Italicum, la nuova legge elettorale, poggia su un meccanismo fortemente maggioritaria. Risultato: chi vince le elezioni vince anche la Rai. Il partito che vincerà alle elezioni politiche conquisterà insieme Palazzo Chigi e Viale Mazzini. Anzi, già ora il presidente del Consiglio diventa il “dominus” della Rai. Una norma della riforma, infatti, affida da subito all’attuale direttore generale Antonio Campo Dall’Orto i poteri previsti per l’amministratore delegato.
Si ritorna al lontano passato democristiano, agli anni Cinquanta e Sessanta, all’era della Rai di Amintore Fanfani e di Ettore Bernabei. Allora l’azienda era dominata dal governo ed era un “latifondo” della Dc. Solo con la riforma del 1976 la gestione passò al Parlamento. Accanto al Tg1 (Dc) nacquero anche il Tg2 (Psi) e il Tg3 (Pci). Con la vituperata “lottizzazione” dei partiti (allargata anche alle forze laiche con le vice direzioni dei Tg) crebbe la rappresentanza culturale e politica della Rai, la qualità e la competitività. Difatti le testate giornalistiche e le reti Rai sconfissero sul piano degli ascolti la concorrenza di Mediaset, il gruppo televisivo fondato da Silvio Berlusconi.

Ma anche la Rai degli ultimi anni, con tutti i suoi difetti, non va male. Garantisce il servizio pubblico e ha visto crescere le testate (Rainews 24 assicura l’informazione continua in tempo reale). Resta la più grande azienda culturale e informativa del panorama televisivo italiano. Ottiene quasi il 40% di ascolti e batte la concorrenza di Mediaset, Sky e La7. Ha 12 mila dipendenti (1.600 giornalisti) ed oltre 10 mila collaboratori. Conta su circa 2,5 miliardi di euro di entrate (per tre quarti frutto del canone e per il resto della pubblicità). Non solo. La manovra economica del governo, approvata dal Parlamento, stabilisce dal 2016 il pagamento del canone radiotelevisivo attraverso il saldo delle bollette elettriche. Così verrà ridotta l’evasione del canone e aumenteranno gli introiti della Rai (secondo uno studio di Mediobanca i ricavi saliranno di circa 420 milioni di euro).
Ma ora il Parlamento, prima espressione della volontà popolare, è messo in un canto in favore del governo. L’amministratore delegato potrebbe assumere le vesti di un “prefetto tv”.

Tommaso Del Grillo

Per capire la lottizzazione leggete RAI 643111

AlbertoLaVolpe-RAI643111Pacato, simpatico, sorridente, deciso. Alberto La Volpe, 82 anni, una lunga vita di giornalista sulle spalle, socialista convinto, dal 1987 al 1993 direttore del Tg2, guarda il pubblico e dice: “I giornali non si fanno senza le redazioni. Quella del Tg2 era multicolore e burrascosa, ma sapeva splendidamente rispondere ad ogni prova. La qualità dei giornalisti era alta”. Si leva un applauso.

Già l’esordio è strano, controcorrente. Parla di redazioni e di giornalisti in un mondo nel quale gli editori e i direttori, grazie anche alla crisi dell’informazione, sarebbero ben lieti di confezionare giornali senza giornalisti, il paradosso è audace, ma calzante. La parola d’ordine al vertice delle testate è risparmiare ulteriormente ed evitare di discutere con quei giornalisti ancora legati all’amore per il proprio lavoro svolto in piena autonomia e libertà. La valanga di giornalisti disoccupati, precari, con contratti a termine, sottopagati aumenta i poteri di ricatto di editori e direttori.

Mentre parla, La Volpe dà un’occhiata alla copertina rossa del suo nuovo libro posto sul tavolo al quale è seduto. Il titolo è sibillino: “Rai 643111. Il taccuino di un giornalista lottizzato”. L’autore svela: “Non è un numero di un centralino telefonico, ma una cifra irriverente usata da Bettino Craxi per capire la lottizzazione”. In sintesi: ai vertici della Rai nella Prima Repubblica 6 persone erano della Dc, 4 del Pci, 3 del Psi e uno, rispettivamente, di socialdemocratici, repubblicani e liberali. C’era poi la “zebratura”, un termine mutuato dal cavallino africano a strisce bianco-nere: nel Tg1 democristiano, nel Tg2 socialista, nel Tg3 comunista lavoravano “ad incastro” giornalisti di altre ispirazioni politiche.

Un disastro? Un danno? Un bene? I pareri sono diversi. Alla presentazione di “Rai 643111” partecipano Luigi Gubitosi, direttore generale della Rai, il professor Mario Morcellini e Paolo Franchi, commentatore politico del “Corriere della Sera”. La sala delle conferenze della libreria Feltrinelli nella galleria Alberto Sordi a Roma è piena di un pubblico appassionato e attento.

Franchi ricorda quando finì nella metà degli anni Settanta il monopolio democristiano sulla Rai con la nascita del Tg2: “Fu un fatto incredibile. C’era il congresso Dc che discuteva del compromesso storico con il Pci. Il Tg2 dava tutte le notizie comprese le quasi risse e il Tg1 alla fine abbandonò le prudenze e partì la concorrenza. Io lavoravo a ‘Rinascita’, il settimanale teorico del Pci. Tutti fummo sorpresi e io, in quasi assoluta minoranza, giudicai un vantaggio e non un danno per la Dc mettere in chiaro i suoi fortissimi contrasti interni. Mostrò di essere un partito democratico”.

Il pomo della discordia è la lottizzazione. Gubitosi, arrivato in Rai con il governo tecnico di Mario Monti, picchia duro contro la lottizzazione: “E’ un male da eliminare. I giornalisti rispondono non all’azienda, ma a un partito. Servono giornalisti bravi e preparati in grado di affrontare la concorrenza del mercato televisivo”. Ettore Bernabei per oltre 10 anni direttore generale potentissimo del “latifondo” democristiano Rai di rito fanfaniano si alza dalla platea, prende il microfono e va a parlare dal tavolo degli oratori: “I partiti mettevano in Rai gli uomini migliori, era nel loro interesse. E ha funzionato. La Rai oggi come nella Prima Repubblica regge bene alla sfida del mercato”.

Informazione, spettacoli, film, ballerine: fu una miscela vincente. Le gambe delle gemelle Kessler, gli sceneggiati tv, le inchieste giornalistiche fecero la fortuna del servizio pubblico. Ancora oggi, nonostante tutto, la Rai “tiene botta”: mantiene circa il 40% degli ascolti televisivi. Il servizio pubblico radiotelevisivo, ora allargatosi al web e ai canali digitali tematici, riesce a rispondere, pur con tutti i suoi difetti, alla concorrenza di Mediaset, di Sky e di La7. L’azienda radiotelevisiva pubblica continua a vincere la sfida del telecomando con i concorrenti privati.

La Politica con la P maiuscola dirigeva i partiti e produceva progetti e riforme di alto livello della società. “Da oggi ciascuno è più libero” titolò l’“Avanti!” alla nascita del primo governo di centrosinistra con Aldo Moro presidente del Consiglio e Pietro Nenni vicepresidente.

Nella Prima Repubblica i partiti storici di grande radicamento popolare, grazie anche alla Rai, riuscirono nell’impresa di sviluppare e democratizzare l’Italia sul fronte economico e culturale. Nella Seconda Repubblica con i partiti leaderistici, in qualche caso padronali, molte cose sono cambiate. C’è stato un degrado, che però vale per tutta la società italiana e non solo per la Rai.

Alle volte più che i partiti o i poteri forti rischiano di contare di più le lobby e le cordate. Basta vedere cosa succede nelle tv private e nei giornali, anche quelli più prestigiosi, della carta stampata. La libertà d’informazione è sempre più in pericolo. I quotidiani in 8 anni hanno perso oltre la metà delle copie vendute. Picchia duro la Grande Recessione, ma anche l’abbassamento della qualità dell’informazione, con giornali sempre più uguali ed omologati. Il braccio di ferro tra i vari proprietari del ‘Corriere della Sera’ per cambiare direttore è durato mesi. I tanti diversi azionisti del Corsera hanno importanti interessi da difendere nei più diversi settori manifatturieri e finanziari italiani. Chi tocca i giornali rischia. La Volpe ricorda “i vergognosi attacchi subiti da ‘Repubblica’ e dal ‘Messaggero’ per i servizi giornalistici che facemmo sugli interessi dei loro editori”. Rivendica: “Sono orgoglioso di essere del partito Rai. Abbiamo sempre lavorato con grande autonomia e libertà. Alle volte abbiamo dato un po’ troppo Craxi, ma non so se poi gli ha giovato”. Conclude con una battuta: “Leggete il libro. Chiamate il 643111. Vi divertirete!”.

Tommaso Del Grillo

Rai 643111
IL TACCUINO DI UN GIORNALISTA LOTTIZZATO
EIR – Euro 16,90

Per capire la lottizzazione leggete RAI 643111

AlbertoLaVolpe-RAI643111Pacato, simpatico, sorridente, deciso. Alberto La Volpe, 82 anni, una lunga vita di giornalista sulle spalle, socialista convinto, dal 1987 al 1993 direttore del Tg2, guarda il pubblico e dice: “I giornali non si fanno senza le redazioni. Quella del Tg2 era multicolore e burrascosa, ma sapeva splendidamente rispondere ad ogni prova. La qualità dei giornalisti era alta”. Si leva un applauso.

Già l’esordio è strano, controcorrente. Parla di redazioni e di giornalisti in un mondo nel quale gli editori e i direttori, grazie anche alla crisi dell’informazione, sarebbero ben lieti di confezionare giornali senza giornalisti, il paradosso è audace, ma calzante. La parola d’ordine al vertice delle testate è risparmiare ulteriormente ed evitare di discutere con quei giornalisti ancora legati all’amore per il proprio lavoro svolto in piena autonomia e libertà. La valanga di giornalisti disoccupati, precari, con contratti a termine, sottopagati aumenta i poteri di ricatto di editori e direttori.

Mentre parla, La Volpe dà un’occhiata alla copertina rossa del suo nuovo libro posto sul tavolo al quale è seduto. Il titolo è sibillino: “Rai 643111. Il taccuino di un giornalista lottizzato”. L’autore svela: “Non è un numero di un centralino telefonico, ma una cifra irriverente usata da Bettino Craxi per capire la lottizzazione”. In sintesi: ai vertici della Rai nella Prima Repubblica 6 persone erano della Dc, 4 del Pci, 3 del Psi e uno, rispettivamente, di socialdemocratici, repubblicani e liberali. C’era poi la “zebratura”, un termine mutuato dal cavallino africano a strisce bianco-nere: nel Tg1 democristiano, nel Tg2 socialista, nel Tg3 comunista lavoravano “ad incastro” giornalisti di altre ispirazioni politiche.

Un disastro? Un danno? Un bene? I pareri sono diversi. Alla presentazione di “Rai 643111” partecipano Luigi Gubitosi, direttore generale della Rai, il professor Mario Morcellini e Paolo Franchi, commentatore politico del “Corriere della Sera”. La sala delle conferenze della libreria Feltrinelli nella galleria Alberto Sordi a Roma è

piena di un pubblico appassionato e attento.

Franchi ricorda quando finì nella metà degli anni Settanta il monopolio democristiano sulla Rai con la nascita del Tg2: “Fu un fatto incredibile. C’era il congresso Dc che discuteva del compromesso storico con il Pci. Il Tg2 dava tutte le notizie comprese le quasi risse e il Tg1 alla fine abbandonò le prudenze e partì la concorrenza. Io lavoravo a ‘Rinascita’, il settimanale teorico del Pci. Tutti fummo sorpresi e io, in quasi assoluta minoranza, giudicai un vantaggio e non un danno per la Dc mettere in chiaro i suoi fortissimi contrasti interni. Mostrò di essere un partito democratico”.

Il pomo della discordia è la lottizzazione. Gubitosi, arrivato in Rai con il governo tecnico di Mario Monti, picchia duro contro la lottizzazione: “E’ un male da eliminare. I giornalisti rispondono non all’azienda, ma a un partito. Servono giornalisti bravi e preparati in grado di affrontare la concorrenza del mercato televisivo”. Ettore Bernabei per oltre 10 anni direttore generale potentissimo del “latifondo” democristiano Rai di rito fanfaniano si alza dalla platea, prende il microfono e va a parlare dal tavolo degli oratori: “I partiti mettevano in Rai gli uomini migliori, era nel loro interesse. E ha funzionato. La Rai oggi come nella Prima Repubblica regge bene alla sfida del mercato”.

Informazione, spettacoli, film, ballerine: fu una miscela vincente. Le gambe delle gemelle Kessler, gli sceneggiati tv, le inchieste giornalistiche fecero la fortuna del servizio pubblico. Ancora oggi, nonostante tutto, la Rai “tiene botta”: mantiene circa il 40% degli ascolti televisivi. Il servizio pubblico radiotelevisivo, ora allargatosi al web e ai canali digitali tematici, riesce a rispondere, pur con tutti i suoi difetti, alla concorrenza di Mediaset, di Sky e di La7. L’azienda radiotelevisiva pubblica continua a vincere la sfida del telecomando con i concorrenti privati.

La Politica con la P maiuscola dirigeva i partiti e produceva progetti e riforme di alto livello della società. “Da oggi ciascuno è più libero” titolò l’“Avanti!” alla nascita del primo governo di centrosinistra con Aldo Moro presidente del Consiglio e Pietro Nenni vicepresidente.

Nella Prima Repubblica i partiti storici di grande radicamento popolare, grazie anche alla Rai, riuscirono nell’impresa di sviluppare e democratizzare l’Italia sul fronte economico e culturale. Nella Seconda Repubblica con i partiti leaderistici, in qualche caso padronali, molte cose sono cambiate. C’è stato un degrado, che però vale per tutta la società italiana e non solo per la Rai.

Alle volte più che i partiti o i poteri forti rischiano di contare di più le lobby e le cordate. Basta vedere cosa succede nelle tv private e nei giornali, anche quelli più prestigiosi, della carta stampata. La libertà d’informazione è sempre più in pericolo. I quotidiani in 8 anni hanno perso oltre la metà delle copie vendute. Picchia duro la Grande Recessione, ma anche l’abbassamento della qualità dell’informazione, con giornali sempre più uguali ed omologati. Il braccio di ferro tra i vari proprietari del ‘Corriere della Sera’ per cambiare direttore è durato mesi. I tanti diversi azionisti del Corsera hanno importanti interessi da difendere nei più diversi settori manifatturieri e finanziari italiani. Chi tocca i giornali rischia. La Volpe ricorda “i vergognosi attacchi subiti da ‘Repubblica’ e dal ‘Messaggero’ per i servizi giornalistici che facemmo sugli interessi dei loro editori”. Rivendica: “Sono orgoglioso di essere del partito Rai. Abbiamo sempre lavorato con grande autonomia e libertà. Alle volte abbiamo dato un po’ troppo Craxi, ma non so se poi gli ha giovato”. Conclude con una battuta: “Leggete il libro. Chiamate il 643111. Vi divertirete!”.

Tommaso Del Grillo

Rai 643111
IL TACCUINO DI UN GIORNALISTA LOTTIZZATO
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Riforme. La Rai rischia un ritorno al passato

Rai-RiformeCalo della pubblicità, degli ascolti, della credibilità dell’informazione. Tanti difetti. Tuttavia la Rai regge bene alle sfide della concorrenza, della crisi economica, del rinnovamento tecnologico. Le televisioni del servizio pubblico, nonostante tutto, hanno ancora l’egemonia degli ascolti: nel 2014 hanno ottenuto il 37,5% di share. Un risultato da far invidia agli altri servizi pubblici europei; quello tedesco si è perfino messo a studiare il “mistero” del successo e ha concluso: la ragione è nel pluralismo delle tre reti tv generaliste: Rai1, Rai2, Rai3 centrate su Tg1, Tg2, Tg3 e, da qualche anno, anche da Rainews24. Questa larga differenziazione di reti, è l’analisi, riesce a raccogliere il pubblico di diverso orientamento culturale e politico. Adesso tutto potrebbe cambiare.

Matteo Renzi ha presentato un disegno di legge di riforma della Rai: la parola chiave è “amministratore delegato” e «se – ha avvertito – non porta risultati viene cacciato via, ma deve poter decidere come fanno tutti i manager». Il progetto del governo da aprile è all’esame del Senato e, finora, è rimasto al palo. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd in questi mesi è stato impegnato su ben altri infuocati fronti: riforma del mercato del lavoro, del bicameralismo perfetto, della scuola, elezioni amministrative del 31 maggio, gli arresti di Mafia Capitale che hanno coinvolto anche il Pd. Ha affrontato avversari esterni, le opposizioni, ed interni, le minoranze di sinistra del Pd. Così la riforma della Rai è passata in secondo piano e difficilmente potrà diventare legge entro luglio, secondo i piani. Renzi tuttavia ha già previsto questa eventualità: «Faremo le nomine con la Gasparri se non ci sarà la riforma della Rai a luglio».

Già, in realtà, cambierebbe poco per la Rai. Un deputato della maggioranza spiega nel Transatlantico della Camera mentre nell’aula sono in corso delle votazioni: «Per Renzi non cambia niente. Se non passa la riforma, rinnova il consiglio di amministrazione con la Gasparri, la legge sulle tv di Berlusconi. La riforma assegna la nomina dell’amministratore delegato al governo e la Gasparri attribuisce la scelta del direttore generale sempre all’esecutivo». Non solo. Il nuovo consiglio di amministrazione del servizio pubblico radio televisivo potrebbe, secondo una scuola di pensiero, decidere di sostituire la figura del direttore generale con quella dell’amministratore delegato. Tutte e due le nomine competono al governo, ma la seconda ha un potere decisionale molto più forte ed indipendente dal consiglio di amministrazione espressione del Parlamento e, quindi dei vari schieramenti politici e dei diversi partiti.

Perché, allora, la riforma? Al presidente del Consiglio serve di apporre “il timbro del cambiamento renziano” anche sul capitolo dell’azienda pubblica radio televisiva. È una mossa, insieme, di immagine e di ampliamento dei poteri dell’esecutivo. Le accuse sono fioccate e il giovane “rottamatore fiorentino ha smentito la volontà di “mettere le mani” sulla Rai. Tuttavia l’assicurazione è stata poco convincente. Non a caso ha insistito sulla necessità «di affidare a un amministratore delegato la responsabilità di guidare l’azienda senza mediare continuamente con il consiglio di amministrazione sulle scelte operative». Il manager del governo alla guida del servizio pubblico deve avere dunque «le mani libere» dal Parlamento e dai vari schieramenti politici e partitici.

Non sarebbe, del resto, un fatto inedito. La Rai, fino alla riforma del 1976, fu strettamente controllata dal governo; più esattamente, dalla Democrazia cristiana; più specificatamente, dalla Dc di rito fanfaniano. Poi, 40 anni fa, finì “il latifondo democristiano”: fu il Parlamento e non più l’esecutivo il “supervisore” della Rai. S’impose il pluralismo culturale e politico con la comparsa di reti e tg non solo d’impostazione scudocrociata, ma anche d’ispirazione socialista, comunista e laica. Nella Prima come nella Seconda Repubblica ci fu e c’è stata, in alcuni casi, anche una degenerazione nella famigerata “lottizzazione”, tuttavia nel servizio pubblico è cresciuta la libertà e la democrazia culturale e politica. Nacque anche la capacità di reggere alla concorrenza nel libero mercato delle televisioni commerciali.

Dal 1976 ad oggi la Rai non ha più avuto il monopolio della programmazione radio-televisiva ed informativa e ha dovuto confrontarsi con il mercato. Finora è stata una sfida vinta. “Mamma Rai” è riuscita a combattere prima contro le tv Mediaset di Silvio Berlusconi e poi con le altre scese in campo, fino ai più recenti arrivi di Sky e di La7.

La Rai è una delle ultime grandi aziende italiane, ha segnato la storia del Belpaese, contribuendo a rinsaldare l’unità nazionale, diffondendo la stessa lingua italiana in una popolazione un tempo scarsamente alfabetizzata. La “galassia” Rai è una realtà culturale, industriale ed informativa imponente: 15 reti tv tra generaliste e tematiche, 11 canali radio, 19 portali web, centrati da un anno su Rainews.it, la scommessa per l’informazione on line. E ancora: quasi tre miliardi di euro di entrate l’anno (oltre 1,7 dal canone e il resto dalla pubblicità), circa 12 mila dipendenti (1.600 giornalisti), oltre 10 mila collaboratori, 9 centri di produzione (a Roma, Milano, Torino, Napoli), 21 sedi regionali. “Tagli” e risparmi degli ultimi anni hanno cancellato il deficit e riportato i conti a posto: l’utile netto nel 2014 è stato di 57,9 milioni di euro, grazie anche alla vendita del 35% di Rai Way (la società delle torri di trasmissione). L’evasione del canone è enorme: circa il 30%, la più alta in Europa.

Il governo ha indicato per “la nuova Rai” l’obiettivo di “informare, educare, divertire”. Intanto ha chiesto e ottenuto l’anno scorso dall’azienda pubblica 150 milioni di euro come “contributo” per risanare le finanze del Paese. Luigi Gubitosi, il direttore generale giunto a fine mandato, ha tagliato costi ed organico, ed ha proposto una riorganizzazione dell’informazione televisiva abolendo i vari tg e unificando tutto in “due Newsroom” con risparmi stimati di 80-100 milioni di euro.

Più che una riforma c’è chi teme un ridimensionamento di programmi e d’informazione con un taglio pesante del personale, per aprire la strada alla vendita-svendita di una rete televisiva ai concorrenti privati. L’esperienza dell’unificazione di Gr1, Gr2, Gr3 in un solo Gr Rai, avvenuta nei primi anni Novanta, non ha portato bene. Gli ascolti sono caduti a picco. Radio private come Rtl e Rds hanno surclassato i canali radio dell’azienda pubblica. Un vecchio spot per invitare a pagare il canone diceva: “Rai, di tutto di più”. Ora sembra una corsa verso “di tutto, di meno”.

Tommaso Del Grillo

Repubblica docet

Prima colleziona 3-4 fallimenti, alla fine riesce a far decollare un piccolo drone. Aldo Fontanarosa tira un sospiro di sollievo e canta le lodi delle potenzialità giornalistiche di un drone dotato di telecamera per effettuare riprese dall’alto. Piero Schiavazzi, invece, cita Papa Francesco e la novità dell’impatto del suo inedito linguaggio mediatico, tipo la minaccia di “un pugno” contro chi dovesse offendere la madre. I due giornalisti riescono a farsi seguire con attenzione dal pubblico assiepato al Teatro Argentina di Roma.

Venerdì 20 marzo il corso di aggiornamento professionale organizzato dall’Ordine dei giornalisti del Lazio è stato interessante e con qualche sorpresa. La platea e i palchi dell’Argentina erano affollati di giornalisti di tutte le età: dai ventenni ai sessantenni. “Deontologia e new media. Uso giornalistico delle app gratuite e low cost”: il titolo del corso non era certo conturbante, ma ha permesso di ottenere gratuitamente ai giornalisti in ansia 10 agognati “crediti” (ne occorrono 60 nel triennio 2014-2016 per rispettare la legge sull’aggiornamento professionale continuo).

Diversi gli interventi, ma due sono state le relazioni, le colonne della giornata: Aldo Fontanarosa, giornalista di la Repubblica, e il vaticanista Piero Schiavazzi, analista dell’Hunffington Post, un quotidiano on line con una finestra su Repubblica.it, un giornale pubblicato “in collaborazione con il Gruppo Espresso”, come è scritto sotto la testata.

Sono state due brillanti relazioni, delle “lectio magistralis”, lezioni da maestro, come vengono definite quelle di alto livello nelle università. Fontanarosa ha sezionato le capacità di droni, telefonini digitali, tavolette elettroniche, programmi informatici, mini telecamere, occhiali con micro telecamera “tipo agenti 007” per effettuare interviste televisive, scattare foto e mandare pezzi scritti in redazione. Ha elencato marche, modelli, prodotti e prezzi per tutte le necessità. Ha delineato uno spaccato delle nuove tecnologie multimediali utilizzabili sia dai professionisti dei grandi quotidiani (tipo il suo, la Repubblica, ampiamente citato) e sia dai giovani che “vogliano sperimentarsi” (sono chiamati liberi professionisti, ma in genere sono dei precari appesi alla speranza di entrare in un giornale).

Schiavazzi, invece, ha parlato del tornado Francesco, del radicale cambiamento del linguaggio della Chiesa cattolica introdotto dal pontefice argentino. Racconti, esempi, aneddoti su come Papa Bergoglio in più occasioni abbia utilizzato la stampa per avviare un cambiamento profondo di contenuti cominciando dal linguaggio. Il vaticanista ha usato come metafora i computer: «L’hardware, i contenuti dottrinali della Chiesa non sono cambiati, ma il software, l’immagine sì». Ha citato il caso degli omosessuali. Nel luglio 2013 il Papa fece scalpore rispondendo ai giornalisti sul volo che lo riportava a Roma da Rio De Janeiro: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla». Schiavazzi ha ricordato i titoli dei giornali: «Chi sono io per giudicare un gay?». In questo caso il nuovo linguaggio usato con i giornalisti al di fuori della tradizionale conferenza stampa è stato anche la premessa di un importante cambiamento di contenuti.

Difesa delle libertà e dell’autonomia della stampa. Racconti, analisi, episodi interessanti esposti anche in modo accattivante, ma c’è un ma. Tutti e due i relatori sono o gravitano nell’orbita di Repubblica. Esiste solo questo giornale in Italia? O meglio: esiste solo il gruppo Espresso-Repubblica? Esiste solo la galassia del gruppo editoriale multimediale (Repubblica, Repubblica.it, Repubblica tv, Espresso, Agl, quotidiani locali su carta e on line, radio) di proprietà di Carlo De Benedetti? Non ci sono anche i giornalisti del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera e della Stampa (editi dalla famiglia Agnelli), delle tv Mediaset e del Giornale (proprietà della famiglia Berlusconi), di Sky Tg24 (televisione del gruppo multinazionale del magnate Rupert Murdoch), della Rai (azionista il ministero dell’Economia)?

E ancora: non esistono anche i giornalisti del Messaggero e del Mattino (editi da Francesco Gaetano Caltagirone) e del Giorno, Resto del Carlino e Nazione (proprietà della famiglia Monti-Riffeser)? E gli altri giornalisti italiani al lavoro nelle agenzie di stampa, nei quotidiani regionali e cittadini, nelle testate d’informazione on line, nelle tv e nelle radio locali esistono o no?

Bononia docet, l’Università di Bologna insegna, si diceva in latino nel Medioevo in riferimento all’ateneo più antico e migliore d’Europa. La Repubblica, Carlo De Benedetti, l’Ingegnere, docet?

Tommaso Del Grillo