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Ugo Intini

Congresso Nazionale PSI Salerno – L’intervento di Ugo Intini

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L’intervento di Ugo Intini

Oggi parlerò non dell’orgoglio per il passato, ma del futuro. E dirò alcune cose che a me sembrano vere, ma che possono non essere piacevoli da ascoltare.

Il vicepresidente della Banca federale americana Alan Blinder nel 2001 scriveva. “Gli storici diranno che la caratteristica principale di questa epoca è stata lo spostamento senza precedenti di denaro e di potere dal lavoro verso il capitale, dal basso verso l’alto della piramide sociale”. Da allora, è accaduto di peggio e di più. Il liberismo senza freni che aveva prodotto lo “spostamento senza precedenti di denaro e potere” ha causato con la sua arroganza dissennata la catastrofe finanziaria del 2007, dalla quale non ci siamo ancora ripresi. Una catastrofe-calcolano gli economisti-che ha bruciato ricchezza pari a quella distrutta dall’ultima guerra mondiale. E che ha allargato ancor di più in tutto l’Occidente (nel solo Occidente) la distanza tra ricchi e poveri.

Il liberismo è stato senza freni per l’ovvio motivo che i freni sono stati logorarti e distrutti. E i freni si chiamano “politica” con la P maiuscola. Politica solidale, ovvero, in Europa, politica socialdemocratica. Esattamente quella politica socialdemocratica che è profondamente in crisi dappertutto e che solleva pertanto il grande dibattito, oggi in pieno svolgimento, sulla “rosa appassita”. A mio parere, la rosa è appassita (in Europa, attenzione, soltanto in Europa, come ieri ci ha spiegato Luis Ayala) soprattutto per quattro ragioni. Primo. Per combattere il comunismo, occorreva dimostrare che il libero mercato produce non soltanto più efficienza e ricchezza, ma anche, grazie alla politica, democrazia vera e giustizia sociale. Crollato il comunismo, il potere economico non ha più avuto bisogno della politica, anzi, ha puntato, oltre che sullo Stato minimo, sulla “politica minima”. Li sentiamo strepitare nei talk show dove non siamo invitati i politici minimi della politica minima. Secondo. Tutto è diventato globale. L’economia, la cultura, lo spettacolo, lo sport, l’immigrazione, il crimine e soprattutto, infine, il terrorismo. Soltanto la politica è rimasta inchiodata nei confini nazionali ed è diventata perciò ininfluente, anzi, ridicola. Terzo. La politica della sinistra ha perduto una parte del suo appeal verso i ceti popolari perché tutti hanno capito che i governi non sono più in grado di ridistribuire il reddito. Anzi, faticano a tenere in piedi lo Stato sociale. La sinistra ha perduto appeal perché accetta (giustamente, anzi inevitabilmente) l’immigrazione, che però colpisce soprattutto le classi a basso reddito. Il ricco vede infatti l’immigrato come un servitore o un manovale a basso costo. Il povero lo vede come un concorrente nei servizi sociali, nel lavoro e come un vicino di casa scomodo.

D’altronde, la solidarietà è il valore principale della socialdemocrazia. Ma è un valore più difficile da coltivare nelle società multietniche. Si è solidali più facilmente con chi ha la tua stessa origine e tradizione. Ed è anche per questo che negli Stati Uniti socialismo e solidarietà hanno sempre ceduto il passo all’individualismo. L’Europa degli immigrati si va americanizzando.

A tutto questo si aggiunge la crisi della politica democratica in generale, non solo socialdemocratica, ma anche conservatrice. Persino negli Stati Uniti, dove normalmente gli anticorpi sono più forti. Diciamo la verità. Le elezioni americane sono con Trump una fiera dell’orrore. Con la Clinton (che pure è professionale e credibile) sono quella che qualcuno potrebbe definire una fiera delle tangenti. Perché Hillary è la regina di denari in una campagna che costerà dai 3 ai 10 miliardi di dollari. Dollari versati non da filantropi, ma da aziende che pagano per avere qualcosa in cambio. In America si chiamano donazioni. I magistrati italiani li chiamano –appunto- tangenti, o traffico di influenze, o voto di scambio. Io li chiamo investimento lobbista. E in effetti la democrazia americana è sempre più governata dalle lobbies. Esattamente come dice Bernie Sanders il quale ha 74 anni ma è il candidato più seguito dai giovani, a dispetto dei teorici della rottamazione. Il quale ama definirsi socialista, a dispetto di chi in Italia ( e solo in Italia) non osa neppure più pronunciare una parola considerata obsoleta. Il socialismo ha tante vite. La rosa è appassita in Europa, ma forse una nuova rosa è sbocciata in Vermont

La crisi delle democrazie- ché di questo si tratta- è anche una crisi di idee e di personalità, avvertita in Italia prima e peggio che altrove. Non per caso. L’Italia è stata – non dimentichiamolo- il Paese occidentale inventore del fascismo. L’Italia è stata l’unico Paese occidentale dove il comunismo si sia sviluppato e sia diventato culturalmente egemone con un consenso popolare spontaneo. L’Italia è storicamente il ventre molle delle democrazie. Anche per questo stiamo peggio di tutti.

Diciamo la verità. Le unicità italiane non riguardano solo il passato. Riguardano il presente, condizionano il futuro e sono tante. L’Italia è l’unico Paese occidentale dove un sistema democratico è stato cancellato dall’azione della magistratura. È stato cancellato nel 1993, ormai 23 anni fa, Per passare dalla prima alla seconda Repubblica. Che però non è mai arrivata. Non mi stancherò mai di dire che per oltre un ventennio (l’intera durata del regime fascista) abbiamo avuto non un regime, ma il nulla. La Repubblica del nulla e del ventennio perduto. L’Italia è di conseguenza, ed eccoci al presente, l’Italia dei casi unici. Siamo l’unico Paese occidentale dove manca la certezza del diritto. L’unico dove un cosiddetto conflitto tra poteri dello Stato (legislativo e esecutivo contro potere giudiziario) si trascina irrisolto. Il film è incredibilmente sempre lo stesso. Rispunta persino, con Davigo presidente dell’Associazione Magistrati, un primo attore di 23 anni fa’. Ricordo un solo caso in cui una tecnocrazia autoritaria ha tenuto sotto occhiuta tutela le istituzioni democratiche per decenni: il caso dei generali turchi. Ma anche quello è finito. Per la verità, la tutela italiana non ha funzionato. Siamo infatti l’unico Paese occidentale dove almeno tre regioni sono inquinate da tre reti del crimine organizzato: mafia, ndrangheta e camorra. L’unico dove l’evasione fiscale abbia superato i 120 miliardi di euro all’anno, raggiungendo livelli percentuali messicani. L’unico (andate a vedere a Washington il museo delle News ospitato in un grattacielo) dove la piena libertà di informazione sia messa in dubbio dalle organizzazioni internazionali di controllo. Siamo l’unico Paese occidentale dove le stesse organizzazioni internazionali denuncino una corruzione a livello africano. Ma sostanzialmente impunita, nonostante la retorica. Perché l’Italia non è certo più virtuosa della Germania, ma ha un numero di detenuti per reati economici che è 35 volte inferiore a quello delle carceri tedesche.

Ho già elencato sei casi indiscutibilmente unici. Ma si aggiungono almeno tre unicità del nostro sistema democratico, che comincia a scricchiolare. Siamo l’unico Paese dove le leggi elettorali si cambiano non ogni mezzo secolo ma quasi a ogni legislatura. Portando i cittadini a pensare che chi può vuole vincere cambiando le regole del gioco mentre la partita è in corso. Siamo l’unico Paese dove la maggioranza assoluta della Camera è detenuta da un partito che è stato votato dal 18, 47 percento degli aventi diritto. 9.122.000 voti in meno degli italiani che votarono nel 1992 per il quadripartito guidato da Craxi e Forlani. L’unico Paese dove i cittadini antisistema (estrema sinistra, più Grillo, più Salvini) sono ormai la quasi maggioranza degli elettori e (se si conta l’astensionismo dal voto) la stragrande maggioranza della popolazione. C’è da essere allarmati per il livello di rappresentatività delle nostre istituzioni democratiche.

Se lo sviluppo economico è da anni la metà di quello (già miserabile) dell’Europa, lo si deve alle troppe unicità italiane prima ricordate. Causa ed effetto l’una dell’altra. Non certo al fatto che il ministro –appunto- dello sviluppo economico sia stato sino a ieri una statista come la Guidi. La farsa ha avuto se mai un valore simbolico. Perché la Guidi ministro non era nient’altro che un messaggio simbolico. Il messaggio caro al nuovismo e alla antipartitocrazia. Caro ai media (di proprietà dei loro papà) che hanno costruito per l’Associazione dei Giovani Industriali l’immagine del brillante futuro e per il sindacato quella del grigio passato. Dicono che l’Associazione dei Giovani industriali e la Confindustria da una parte, il sindacato dall’altra, sono entrambi delle lobbies. Può darsi. Ma i socialisti continuano a preferire il sindacato.

Da tempo, cerco di usare gli insegnamenti della tradizione socialista per definire con uno slogan, corrispondente al titolo di un libro, le novità del nostro tempo. Con il titolo “la democrazia virtuale”, ricordavo nel 1995 che la democrazia (da Berlusconi in poi) si basa ormai non sulla realtà vera, ma sulla realtà virtuale, ovvero sulla immagine deformata della realtà creata dai media. Temo sia accaduto. Con il titolo “la privatizzazione della politica”, osservavo nel 2001 che, crollato il comunismo, al potere economico non bastava più privatizzare l’economia: voleva privatizzare anche la politica, assumendone il controllo diretto. Temo proprio che sia accaduto. Con il titolo “la politica globale”, insistevo nel 2006 sulla necessità che la politica diventasse globale come tutte le attività del mondo, pena la sua sostanziale sparizione. E pena il trionfo dei paradisi fiscali. I Panama papers non dicono niente di nuovo. Nel libro del 2001, scrivevo. Il risultato dell’accoppiata globalizzazione- concorrenza fiscale tra gli Stati consiste in imposte sempre più leggere per i fortunati che possono spostare i profitti in giro per il mondo, sempre più pesanti per i disgraziati che rimangono intrappolati all’interno dei confini nazionali. Il vertice della FIAT (non era ancora arrivato Marchionne a spostare addirittura la sede ad Amsterdam) sa come sfuggire alle imposte nella legalità. Mentre le multinazionali stanno al di sopra, le persone fisiche, vengono spinte nell’infermo fiscale, ma anche qui esistono gironi diversi. In alto stanno i professionisti che dispiegano ( o fingono di dispiegare) il proprio talento nel mondo: dal famoso attore allo sportivo di successo, spesso riparati, tra l’altro, da ombrelli societari. Più in basso, stanno i professionisti e imprenditori irrimediabilmente legati al proprio Paese. Ancor più in basso, si dibattono gli artigiani e i piccoli commercianti. In fondo alla piramide, più indifesi di tutti, i lavoratori dipendenti”.

Ed ecco i Panama papers che confermano tutto e di più. Ma sono soltanto la punta dell’iceberg. Quella illegale. Sotto sta la montagna dell’evasione legale. Che la politica diventata minima e provinciale neppure vede. La montagna che è pari al prodotto nazionale lordo di Stati Uniti e Giappone messi insieme. Ne ha parlato ieri Nencini con efficacia. Il “fiscal divide” (la divisione tra chi paga le tasse e chi no) è il primo problema.

In questi giorni, sta per uscire il mio nuovo libro, pubblicato con la prefazione di Giuseppe de Rita. Con un nuovo slogan. Le unicità prima ricordate non sono le sole. Se ne aggiunge un’ultima, più grave (temo) di tutte le precedenti messe insieme: l’Italia ha un record di vecchiaia nel mondo. Lo slogan (e il titolo) del libro è “dalla lotta di classe alla lotta di classi di età?”. Si. In Italia prima che altrove c’è il rischio che la tradizionale, obsoleta lotta di classe, sia sostituita dalla lotta di classi. Di classi di età: giovani contro vecchi e viceversa. I primi segnali sono le polemiche sulla rottamazione, sulle pensioni, sul lavoro conteso tra le generazioni. Il record di vecchiaia può diventare una chiave di lettura che spiega molto di quanto accade in Italia. Cominciando dall’economia, si può osservare che certo la vecchiaia non è mai stata un motore per l’innovazione, i consumi e lo sviluppo. Noi siamo cresciuti nella continuità e nell’affetto tra le generazioni. Non nella lotta tra generazioni. Il socialismo è sempre stato una staffetta. Una staffetta tra anziani e giovani.

Abbiamo un record di vecchiaia nel mondo e per di più i giovani, che sono troppo pochi, hanno a loro volta un record europeo in Europa e nell’Occidente avanzato: quello della disoccupazione. Oltre il 40%, contro ad esempio il 7,6% della Germania. Sciupiamo la nostra risorsa più scarsa e potenzialmente più preziosa. Ma la sciupiamo ancor prima che i giovani cerchino lavoro. La sciupiamo mentre sono a scuola. Perché i nostri giovani detengono in Europa e nell’ Occidente avanzato un altro record. Hanno la più bassa percentuale di istruzione superiore: meno della metà che in Gran Bretagna e Francia. Sciupiamo la risorsa dei giovani e anche quella delle donne. Perché l’occupazione femminile in Italia è ormai inferiore a quella dell’America Latina (23,5 punti percentuali in meno che in Germania). Le donne italiane sono quelle che  al tempo stesso lavorano meno e fanno meno figli. E questa è una emergenza nazionale.

Vogliamo parlare di tutto questo? Penso di sì, perché da sempre i socialisti hanno affrontato con meno ipocrisia degli altri i temi scomodi.

E qui torniamo ai socialisti. Anche, inevitabilmente, al che fare per i socialisti. Abbiamo sempre detto. Primum vivere, poi filosofare. Io faccio il militante leale e seguo qualunque scelta il partito compia. Mi fido. E non so suggerire alternative tattiche, anche perché non frequento gli addetti ai lavori e, come si suol dire, “non sono in palla”. Come ho fatto anche in questo intervento, mi occupo del “filosofare”, che anche ha la sua importanza. Ma posso farlo, ad esempio davanti a questa platea di compagni, perché i dirigenti del PSI l’hanno radunata qui, perché hanno assicurato il primo vivere. Perché il PSI nonostante tutto c’è, nelle istituzioni e in Parlamento. E ci lavora al meglio. Del primum vivere, vi sono grato. Fate tutto quello che è tatticamente utile e possibile perché la vita del PSI continui.

Non è facile. E tuttavia il PSI deve vivere. Ignazio Silone scriveva sull’Avanti! della Roma appena liberata, nel 1943. “Il popolo italiano ha più bisogno di verità che di dollari e sterline”. Anche oggi. Veniamo da un disastro non materiale, come allora, ma politico e morale. Per uscirne l’Italia ha bisogno innanzitutto di verità. Anche le verità che ho appena elencato, che nessuno dice e vuole sentire. Dire la verità, se necessario da soli, se necessario a futura memoria, è il primo compito dei socialisti. Dobbiamo dire la verità anche sul passato, perché un grande compito per il PSI è quello di preservare per le future generazioni una storia gloriosa. Dobbiamo trarre da questa storia insegnamenti che sono oggi di straordinaria attualità. Se Turati chiedeva nel 1896 l’unità politica dell’Europa, come spesso ricordiamo, essa è proprio in questo momento la prima delle necessità. Nel 2050, gli europei saranno il 5% della popolazione mondiale, gli italiani lo 0,5%. Soltanto un mentecatto può immaginare che una singola Nazione europea possa contare qualcosa a livello globale senza l’unità politica dell’Europa. Turati chiedeva anche, per un futuro più lontano, gli Stati Uniti del mondo. E il tempo si avvicina. Perché il terrorismo ci ha dato la sveglia. Non c’è sicurezza per nessuno, senza una difesa che non può essere più nazionale e neppure europea, ma mondiale.

Concludo. Gli europei –si diceva- saranno il 5%. Ma è dunque davvero importante che continuino a contare? È’ proprio importante che si parli ancora della storia socialista? Una semplice domanda. Dove vengono applicati, contestualmente, i principi di libertà individuale e solidarietà sociale? In Europa e nella sola Europa. Un’altra domanda. Grazie a chi si sono realizzati, contestualmente, questi principi? Grazie ai socialisti europei. Grazie ai nostri padri e nonni socialisti. Se lo ricorderemo con chiarezza, basterà questo per dare al primum vivere dei socialisti un significato profondo. E per preparare la battaglia decisiva. Perché i casi sono soltanto due. O renderemo universali i diritti conquistati dai socialisti in Europa. O l’Europa smetterà di essere economicamente competitiva e li perderemo anche noi. Globalizzata l’economia, bisogna globalizzare anche i diritti individuali e sociali. Una nuova generazione di socialisti ha il suo compito. Ed è un compito urgente. Perché, come dice lo slogan congressuale, “il futuro è adesso”.

Il glorioso Avanti! fucilato, come ai tempi di B. Beccaris

Avanti-n1del25-dicembre-1896Mauro del Bue ha fatto un parallelismo inevitabile tra le triste vicenda dell’Unità e la scomparsa dell’Avanti!, nel tragico 1993. Tragico per il partito socialista, per il suo quotidiano, ma anche per la democrazia. Credo che questo parallelismo sia balzato alla mente (e al cuore) immediatamente a tutti i militanti socialisti di quel periodo. Continua a leggere

Enrico Berlinguer
e le strane amnesie di Scalfari

A partire dal film di Walter Veltroni che sta per uscire nelle sale cinematografiche, si parlerà a lungo, nel trentennale della morte, di Enrico Berlinguer e del suo mito. Sarà un gran bene se servirà, come credo, a ricordare a generazioni, che purtroppo non lo sanno, cosa sono stati la Politica e i Partiti con la P maiuscola.

È lo stesso obbiettivo che mi sono posto con il libro sulla storia dell’Avanti! Lo si raggiungerà se sarà reso chiaro che Berlinguer fu un grande leader, degno dell’amore dei militanti comunisti e del rispetto degli avversari: un gigante a confronto delle miserie politiche attuali. Ma se sarà reso altrettanto chiaro che il carisma straordinario gli derivava anche, e forse soprattutto, dall’immenso valore morale, culturale, emotivo del Partito con la P – appunto – maiuscola, che gli stava alle spalle e del quale era fedele espressione. Un Partito (ma lo stesso si può dire del Partito socialista e di altri) alla cui autorevolezza avevano concorso il sacrificio, l’intelligenza, la dedizione di generazioni. Anche Berlinguer può servire a ricordare che, senza i partiti, non c’è la politica. La distruzione dei partiti, la ridicolizzazione e addirittura criminalizzazione, sono tra le cause del vuoto politico che, nello sciagurato ventennio seguito al crollo della prima Repubblica, ha risucchiato l’Italia sempre più lontano dalle democrazie europee, verso le sponde del populismo e del leaderismo di stampo sudamericano.

Berlinguer è stato innanzitutto un uomo di partito. Mitizzare la sua persona al di là e al di fuori di quello che fu il partito comunista sarebbe ingeneroso verso una storia al tempo stesso collettiva e gloriosa. Sarebbe incompatibile con la mentalità dello stesso Berlinguer.

Il leader comunista, nel trentennale, sarà ricordato con l’affetto che merita. Ma approfittare delle emozioni per cancellare la storia o, peggio, per santificarlo demonizzando i suoi avversari leali, a cominciare da Craxi, sarebbe una operazione cinica. Il fondo di Eugenio Scalfari su La Repubblica di domenica è un incipit allarmante. Berlinguer non è come Papa Francesco. Ammesso e non concesso che il Papa voglia rivoluzionare davvero la Chiesa, è certo che Berlinguer non rivoluzionò o capovolse la natura del PCI. Berlinguer compì passi importanti verso la rottura con l’URSS e con la tradizione leninista. Ma non, come sostiene Scalfari, definitivi.

Facciamo un flash prima sugli avvenimenti determinanti e poi sulla “ prova del nove” giunta nel 1989: a posteriori.

Nell’agosto 1978, Craxi lanciò la svolta culturale del partito socialista contestando frontalmente, per la prima volta, il marxismo leninismo. Poiché allora, nella Politica con la P maiuscola, l’elaborazione culturale veniva prima (in ordine di tempo e di importanza), Berlinguer (e persino una parte del PSI) reagirono furiosamente cogliendo l’importanza decisiva del passaggio. Si gridò al tradimento degli ideali della sinistra. Berlinguer prima contrastò la svolta di Craxi in una famosa intervista a Scalfari, nella quale il direttore di Repubblica gli faceva generosamente da spalla, poi, rafforzato, cercò di chiudere il discorso al festival dell’Unità di Genova, dove ribadì la fedeltà “alla ricca lezione di Marx e di Lenin”, “alla elaborazione e alle innovazioni ideali e politiche di Gramsci e di Togliatti”. Dove respinse le argomentazioni di Craxi con queste parole: “L’attacco di cui siamo bersaglio sta irrobustendo la coscienza di classe e lo spirito internazionalista, anticapitalistico e anti imperialista dei comunisti”. E dove passò all’offensiva reiterando la scomunica della socialdemocrazia, verso la quale, a suo parere, Craxi si avviava rinunciando al meglio della peculiare tradizione socialista italiana. “Deve restare ben ferma – sillabò tra le ovazioni dei militanti – la consapevolezza che storicamente ciò che ha contraddistinto la socialdemocrazia rispetto ai movimenti comunisti e rivoluzionari è che essa persegue non una vera politica trasformatrice e innovatrice, ma una politica riformistica, rivolta ad attenuare le più stridenti ingiustizie e contraddizioni del capitalismo, ma sempre all’interno del sistema capitalistico”.

Questo fu lo scontro clamoroso tra Craxi e Berlinguer. Cui seguirono le prove di forza sull’installazione dei missili occidentali (che il PCI cercò di bloccare, aiutando in tal modo la politica di intimidazione militare sovietica verso l’Europa). E quello sulla scala mobile.

Non credo che Ugo La Malfa pensasse, come con dubbio gusto racconta Scalfari, che Craxi fosse un “miserabile” nell’incalzare culturalmente e ideologicamente Berlinguer affinché si avviasse lungo la strada della socialdemocrazia. Il segretario repubblicano può averlo detto in un momento di rabbia, ma conosceva benissimo le ragioni dei socialisti. Credo invece, al contrario, che una riflessione sulle proprie colpe storiche debbano farla Scalfari e chi come lui rappresentava, almeno in teoria, valori borghesi e imprenditoriali. Un intellettuale liberale e occidentale avrebbe dovuto appoggiare la battaglia culturale dei socialisti contro l’ideologia marxista leninista, pungolare e stimolare il PCI a cambiare profondamente. Invece, Scalfari fece esattamente il contrario. Appoggiò Berlinguer contro Craxi sin dallo scontro decisivo dell’estate 1978. Insinuò sprezzantemente, allora, che Craxi volesse “tagliare la barba di Lenin” per obbiettivi di potere.

La barba di Lenin fu tagliata dalla storia e dal crollo del muro di Berlino. Allora, e solo allora, finiti il comunismo e l’URSS, il PCI compì il passo decisivo, cambiando nome, recidendo definitivamente il legame con la tradizione leninista e il Cremlino. Facile dopo che il Palazzo dell’impero comunista si era svuotato di ogni potere! Facile ma ancora intollerabile per molti militanti. Tant’è che Cossutta e i futuri leader di Rifondazione Comunista lasciarono il partito allora, allora, e non ai tempi di Berlinguer.

Tutti applaudirono la scelta di Occhetto nel 1989: Scalfari per primo. Ma se questi passi decisivi li aveva già compiuti Berlinguer tanti anni prima, dove stava la novità? Perché quella del 1989 fu chiamata svolta? Perché mai si doveva applaudire unanimemente come un gesto di coraggio e di rottura ciò che era già stato fatto?

Il semplice buon senso e la logica rimettono la storia con i piedi per terra. D’altronde, tanto è stata radicata nell’opinione pubblica italiana la convinzione che i comunisti, compresi quelli guidati da Berlinguer, fossero, con buona pace di Scalfari, improponibili come guida di un Paese occidentale, che persino cambiati il nome e l’ideologia, persino a decenni di distanza, mai nessun leader con un passato di dirigente comunista è riuscito a vincere le elezioni: una maledizione che adesso si pensa di esorcizzare con Renzi, buttando però purtroppo nel contempo alle ortiche, ciò che c’è di alto e nobile nella tradizione del popolo comunista.

La riscrittura della storia compiuta da Scalfari è così lontana dalla realtà che la sua contestazione è facile. Più difficile invece è rispondere a questa domanda: perché mai una parte dell’élite liberale, dell’imprenditoria e della borghesia moderna avallarono con tanti anni di anticipo rispetto alla svolta del 1989, già ai tempi di Berlinguer, la tesi che il PCI fosse ormai diventato un moderno partito socialdemocratico europeo? Il processo perenne a Craxi e ai socialisti, dispiace dirlo, qui diventa un processo allo “scalfarismo”. Le possibili risposte sono tante e non necessariamente si escludono l’una con l’altra.

C’era forse un “whishfull thinking”: il desiderio cioè di vedere come reali le proprie speranze.

C’era l’idea che la forza dell’establishment e la tradizione trasformista italiana, così come assorbirono e utilizzarono il fascismo nell’ambito del vecchio sistema economico di potere, avrebbero assorbito anche il comunismo. Le grandi famiglie imprenditoriali, in fondo, avevano prosperato tra i fascisti e potevano sperare di continuare a prosperare tra i comunisti (comunisti sì, ma pur sempre italiani e addolcibili con il potere).

Una intesa con il PCI dava vantaggi pratici, come dimostra la Torino della Fiat e de La Stampa. Il PCI infatti poteva garantire pace sociali e accordi lucrosi con l’URSS, come quello di Togliattigrad, che aprì agli Agnelli la straordinaria opportunità di “motorizzare” l’Europa dell’Est. La Stampa (e anche il Corriere della Sera) potevano ben trattare con i guanti Berlinguer, persino contribuendo con i loro opinionisti, alla costruzione dell’egemonia culturale comunista negli anni ’70.

Il PCI aveva la lunga coda di paglia costituita dalla sua storia. Aveva quindi continuo bisogno di una legittimazione democratica che poteva essere data esattamente dagli opinion leader come Scalfari, dagli imprenditori come De Benedetti e dai politici come La Malfa. Ciò conferiva a tutti loro, indipendentemente dalla inesistenza o pochezza del consenso elettorale, un ruolo politico e di guida enorme.

Nonostante Scalfari stesso fosse stato eletto consigliere comunale prima e deputato poi nelle liste socialiste a Milano con i voti della corrente autonomista e di Craxi, esisteva tra i due un’incomprensione personale profonda.

Ci sarà molto da riflettere su tutto ciò. Purché la riscrittura della storia non cancelli la realtà su cui discutere. Scalfari lo fa sino a rendere un cattivo servizio alla stessa memoria di ciò che fu il PCI. Nel suo articolo, ricorda che la “questione morale “ sollevata da Berlinguer era la denuncia della “occupazione delle istituzioni da parte dei partiti”. E che Berlinguer sognava partiti i quali non occupassero persino le istituzioni minori: dalle unità sanitarie alla televisione. Giusto. E giustissimo soprattutto alla luce della sensibilità oggi prevalente. Ma diciamo la verità: il PCI era il più “partito” di qualunque altro. La prevalenza del partito sulle Istituzioni, e la loro conseguente occupazione, era nel DNA dei comunisti ed era stata teorizzata con efficacia da Gramsci stesso.

Dalle Regioni rosse alla televisione, hanno occupato tutto ciò che hanno potuto, in modo pianificato e scientifico. Tuttavia, dalle Regioni rosse alla televisione, hanno occupato le Istituzioni con un personale politicamente militante sì, ma onesto, efficiente e di altissimo livello professionale. Veltroni stesso lo sa, almeno per quanto riguarda la televisione, e ne va dato merito anche a lui.

Infine, il tema decisivo. Che viene stranamente ignorato dal dibattito di questi giorni ed è già implicito nella citazione sopra ricordata del famoso discorso del segretario comunista a Genova. Si impiegano colonne per commentare la conflittualità tra Craxi e Berlinguer. Ci si spinge a spiegazioni tutte personali, psicologiche, sociologiche e persino antropologiche. Ma si dimentica l’essenziale, ovvero la politica o, più semplicemente, il potere. Entrambi volevano in prospettiva una sinistra unita, alternativa alla DC e alle destre, elettoralmente vincente. Ma Craxi la voleva a egemonia socialista e guidata pertanto da lui. Berlinguer, specularmente, la voleva a egemonia comunista e, altrettanto conseguentemente, guidata da lui. La conflittualità tra Craxi e Berlinguer aveva dunque una radice quasi ovvia e ineliminabile. Craxi immaginava lo schema francese di Mitterrand, sognava un’Italia europea e socialdemocratica. Berlinguer mai e poi mai si sarebbe definito socialdemocratico. Era un comunista diverso da quelli dei Paesi dell’Est, sì. Ma, proprio per non cadere nella tradizione socialdemocratica europea, si inventò il cosiddetto “eurocomunismo”: una araba fenice, un ircocervo del quale mai nessun osservatore imparziale ha capito la natura o individuato l’effettiva esistenza. Se su questo, ovvero sull’essenziale, avesse ragione Craxi oppure Berlinguer, lo ha detto la storia.

Ugo Intini