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Umberto Iacoviello

Fake News tra realtà e “post-verità”

revolutia-la-timisoaraLa notizia di norma dovrebbe essere nient’altro che il riflesso di un fatto, in un rapporto verticale è il fatto che crea la notizia. Ciò che accade invece, è l’esatto opposto: è la notizia che crea una realtà indipendentemente dal fatto, dalla verità.
Una delle grandi conquiste della democrazia dopo il secolo dei totalitarismi è sicuramente la “libertà di stampa”: con la democrazia terminava il tempo della censura e della propaganda totalitaria, questa convinzione poggiava sul presupposto che dopo il male assoluto è nell’interesse dello stato tenere i cittadini ben informati sulle vicende del mondo. Questo presupposto non solo è falso, ma va ricordato anche – come scrive Marco Tarchi – che chi vuole omologare le masse al proprio modo di pensare dispone oggi di strumenti per controllare le menti ben più raffinati di quelli di cui hanno fatto uso i regimi totalitari del periodo fra le due guerre mondiali, a partire dai mezzi di comunicazione audiovisiva, di cui già Goebbles aveva intuito le straordinarie potenzialità manipolative. (1)
Un caso indicativo sull’uso persuasivo di immagini da parte dei media per condizionare l’opinione pubblica, è sicuramente quello della rivolta di Timisoara. Il 17 dicembre 1989 un anonimo cittadino cecoslovacco denunciò colpi di arma da fuoco sparati a Timisoara per sedare una rivolta, in due giorni la notizia (senza fonte) di un massacro fece il giro del mondo attraverso i più grandi organi di informazione. Il 22 dicembre sugli schermi di tutto il mondo apparvero le immagini del massacro: corpi mutilati e ricuciti di uomini e donne messi in fila appena disseppelliti dalle fosse comuni, l’immagine che colpì di più fu quella del corpo di una bambina appoggiato su di una donna, probabilmente la madre. I morti –secondo i giornali- erano più di 4600 e il responsabile del massacro era ovviamente Ceausescu. I giornalisti “esterni” poterono mettere piede a Timisoara il 22 dicembre, ciò che apparve fu qualcosa di diverso: la città non aveva l’aspetto di un posto assediato e gli ospedali erano stranamente vuoti nonostante i quasi 2000 feriti annunciati dai media (dei medici senza frontiere francesi affermarono di essere subito ritornati in Francia perché non vi era alcun bisogno di loro) ma inizialmente solo pochi di questi cronisti denunciarono la realtà. Cos’era successo a Timisoara? Tra i giornalisti giunti sul posto vi erano due italiani che –a spese proprie- volevano assistere alla rivoluzione romena: Sergio Stingo e Michele Gambino; i due arrivati al cimitero si accorsero che qualcosa non tornava c’è qualcosa di strano… almeno la metà dei cadaveri sono in avanzato stato di decomposizione, non c’è bisogno di essere degli esperti per stabilire che la morte risale a diverse settimane fa; e ancora: la “madre” del bambino ha almeno una sessantina d’anni, e il suo cadavere è peggio conservato di quello di quello del presunto figlio.(2); i due cronisti chiesero spiegazione al custode del cimitero quei corpi, spiegò l’uomo, sono di vagabondi: barboni, ubriaconi, derelitti; questo, aggiunse è il cimitero dei poveri. Non c’era stata tortura, ma autopsia: perciò i cadaveri erano tagliati dal mento all’addome, e ricuciti. I corpi erano stati disseppelliti, illuminati, fotografati, ripresi dalle telecamere. “Ho detto tutta la verità –si dispera il becchino-; l’ho detta ai giornalisti. Ma nessuno mi crede”.(3) Mentre negli stessi giorni gli Stati Uniti d’America erano impegnati nell’invasione del Panama, il mondo aveva gli occhi puntati su Timisoara –o meglio- su ciò che era stato costruito su Timisoara; erano sempre di più i giornalisti che si chiedevano che fine avessero fatto le fosse comuni e tutti i corpi trucidati dagli uomini della Securitate, i conti non tornavano. Si scoprì perfino che la bambina ritrovata sul corpo della presunta madre si chiamava Christina Steleac ed era morta per una congestione il 9 dicembre 1989 e che la “madre” – Zamfira Baintan – era un’alcolizzata morta di cirrosi epatica l’8 novembre 1989. Nessuna tortura. Molti giornali parlarono di un falso massacro, ma la smentita non raggiunse mai i grandi organi di informazione. Senza alcuna fondatezza i morti (inesistenti?) di Ceausescu divennero storia e ciò che restò furono le immagini dei corpi senza vita nella coscienza dei telespettatori. Una “realtà” costruita a tavolino. L’intera faccenda ricorda un po’ le parole di Tomasi di Lampedusa: molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca. (4)
Questo evento calza perfettamente con la definizione di post-verità: “argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende ad essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica” (Treccani). La parola post-verità, è stata eletta parola internazionale dell’anno 2016 a seguito dei risultati della Brexit e delle elezioni presidenziali statunitensi, a causa della vittoria dei fronti dati per sfavoriti dal mainstream. Sebbene il termine risalga ai primi anni novanta, la post-verità è solo un vocabolo per indicare qualcosa che accompagna l’uomo fin dall’antichità; prima ci limitavamo a chiamarla falsità. Non è post-verità quando Pirandello ricorda si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m’avete insegnato, che la storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare (5)? Non è post-verità quando Orwell scrive chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato (6)?
Oggi se da un lato l’élite che controlla le notizie possiede mezzi sofisticati per persuadere i telespettatori, dall’altro cresce lo scetticismo nei confronti di questi mezzi, grazie alla diffusione del web in cui il rapporto tra chi scrive e chi legge è orizzontale e non verticale come in tv. Ciò nonostante l’élite con la volontà di sopprimere le cosiddette fake news (7) trova sempre il modo per screditare le posizioni non allineate. Su questo punto occorre ricordare le dichiarazioni del segretario di stato degli USA Colin Powel che il 5 febbraio 2003 dichiarò “Il fatto che l’Iraq smentisca ogni appoggio al terrorismo vale quanto le smentite sul possesso di armi di distruzione di massa. E’ una trama di menzogne.” Mentre nemmeno un anno dopo rimangiò le sue parole affermando il 3 febbraio 2004 “Adesso lo posso dire. Se avessi saputo ciò che so ora, e cioè che non esistevano in Iraq armi di distruzione di massa, non credo che mi sarei espresso a favore di quella guerra.”(8) Morti a parte, la notizia dell’esistenza di armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein (rivelatasi falsa) venne pubblicata sulle più importanti testate giornalistiche e da tutti i TG. Non è forse anche questa una fake news? Chi decide ciò che è vero e ciò che non lo è? Sembra di trovarsi di fronte ad un decreto del Ministero della Verità di cui parlava Orwell. Ciò che conta nella diffusione delle notizie è la forma, il contenuto è relativo: una storia falsa ben raccontata colpisce di più di una storia vera raccontata male: scriveva Schopenhauer per dare forma con chiarezza alla Dialettica si deve, senza preoccuparsi della verità oggettiva (la qual cosa compete alla Logica) considerarla semplicemente come l’arte di ottenere ragione (9). In altre parole la “verità” dipende dalla forza di chi la sostiene.
Per concludere possiamo affermare che la post-verità è sempre esista e che –anzi- oggi più che mai, nell’era del digitale, è più facile scrostare i miti della realtà artificiale che l’élite vorrebbe imporre. Nonostante “la guerra” tra mainstream e web sia ancora ad armi impari, il risultato della brexit e l’elezione di Trump, che hanno portato alla ribalta la parola post-verità, dimostrano come la diffidenza nei confronti dei media tradizionali cresce. L’informazione sta subendo un processo di “orizzontalizzazione” che se da una parte decostruisce l’autorità e il monopolio del mainstream trascina con se il problema del “Todos Caballeros”
in cui se tutti fanno informazione, nessuno fa informazione.

Umberto Iacoviello

Note
(1)Nazismo e Comunismo, Alain de Benoist (Controcorrente edizioni, 2005) prefazione di Marco Tarchi.
(2)Sotto la notizia niente, Claudio Fracassi (Libera informazione editrice, 1994).
(3)Ibidem.
(4)Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
(5)Il fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello.
(6)1984, George Orwell.
(7)Spesso il termine fake news viene utilizzato per screditare chi si ribella al pensiero unico, ma non tutto è oro quel che luccica, anche sul web circolano tante bufale.
(8)Non è la prima volta nella storia degli Stati Uniti d’America che viene costruito ad hoc un casus belli: già nel 1898 nel porto dell’Havana saltò in aria per cause mai chiarite la nave da guerra americana Maine, che convinse l’opinione pubblica –attraverso una curata propaganda antispagnola- alla guerra contro la Spagna; nel 1917 gli USA ripescarono l’affondamento della Lusitania (avvenuto due anni prima) come propaganda “pro guerra” facendo leva sui civili statunitensi morti, quella nave trasportava oltre 2700 tonnellate di munizioni per l’Inghilterra e oltretutto –scrive Gary Allen- il trasporto di civili passeggeri, cittadini di uno Stato, allora neutrale, a bordo di una nave che trasportava munizioni alle nazioni in guerra, era assolutamente illegale, inoltre i viaggiatori erano avvisati che tra la Germania e la Gran Bretagna “esiste uno stato di guerra” e che quindi le “imbarcazioni battenti la bandiera della Gran Bretagna o di uno qualsiasi dei suoi alleati sono passabili di distruzione una volta entrati in quelle stesse acque”; per la seconda guerra mondiale il casus belli fu quello di Pearl Harbor descritto in un mio precedente articolo (“Pearl Harbor: noi sappiamo che loro sanno!” pubblicato su Ereticamente il 29/03/2017); similmente a quello del 1898 nel 1964 venne utilizzato l’incidente di Tonchino per intensificare l’intervento USA in Vietnam; solo per fare qualche esempio.
(9)L’arte di ottenere ragione, Arthur Schopenhauer .

Impero Coca-Cola: libero mercato e soprusi

Enjoy coca cola (1)Coca Cola è la parola più conosciuta al mondo dopo ok ma come ha fatto una ricetta scopiazzata di un farmacista a diventare un impero commerciale? Mentre “la Coca-Cola uccide” potrebbe sembrare un buon slogan seppur banale contro la bibita a stelle e strisce, sarebbe più corretto dire “la Coca-Cola uccide chi non la beve”, vediamo perché partendo dall’inizio.
John Pemberton (1831-1888) è stato un farmacista e colonello della guerra di secessione americana, finita la guerra si trasferì ad Atlanta: cercava un modo facile per fare soldi e in quegli anni erano molto in voga i cosiddetti “patent medicines”(farmaci con patente). Dopo la guerra di secessione intere zone degli Stati Uniti si ritrovarono isolate e malsane, tanto che la cura dei malati era affidata ad improbabili chimici che si dilettavano ad elaborare medicinali che spesso non erano altro che semplici lassativi o emetici. Non era difficile trovare per strada venditori di “caramelle alla cocaina per la cura del mal di denti” ad esempio, ma il “farmaco patentato” più celebre all’epoca era il Vin Mariani, ottenuto miscelando vino rosso Bordeaux con un po’ di cocaina. Nel 1884 Pemberton ebbe la geniale idea di copiare (aggiungendo appena qualche ingrediente) la ricetta di Angelo Mariani, nacque così il “Pemberton’s French Wine Coca” (il padre biologico della Coca-Cola), tra gli ingredienti aggiunti vi erano le noci di cola con un contenuto di caffeina superiore al caffè. Il farmacista tuttavia ebbe la sfortuna di trovarsi ad Atlanta che proibì la vendita di bevande alcoliche a partire dal luglio 1886. Fu costretto a modificare la sua ricetta rendendola analcolica, aggiunse qualche acido, sostituì le noci di cola con caffeina sintetica (1) e cosa più importante aggiunse anidride carbonica che da quel tocco frizzante per cui la bevanda è famosa. Pemberton non visse abbastanza per raccogliere i frutti della “sua ricetta”, morì di tumore allo stomaco nell’agosto del 1888 dopo aver venduto nel primo anno di commercializzazione meno di cento litri della bevanda, però fece in tempo a vendere la ricetta alla modica cifra di 2.300 dollari ad un altro farmacista: Asa Candler.(2) La Coke venduta come neurotonico per il mal di testa ci mise qualche anno per affermarsi come bibita rinfrescante tanto che nel 1898 il governo americano per finanziare la guerra di Cuba promulgò un’imposta sull’industria farmaceutica, Coca-Cola compresa, nel 1901 Candler portò la questione in tribunale negando che la sua formula fosse un farmaco, vinse la causa perché il governo “non poteva dimostrare la quantità di coca presente nella bevanda”.
Tralasciando gli intrighi sui passaggi di proprietà dell’azienda, è curioso notare come negli Stati Uniti, dove il liberalismo economico è quasi un dogma di fede, un’azienda che produce bibite si sia riuscita ad imporre sul governo durante la seconda guerra mondiale. Durante la Grande Guerra la Coke (come tutte le altre aziende che facevano uso di zucchero) dovette subire il razionamento dello zucchero, tanto da dimezzare la produzione. Durante il secondo conflitto mondiale, la Coca-Cola fece di tutto per non subire il razionamento dello zucchero e dopo aver prodotto un opuscolo in cui si spiegava “scientificamente” che il rendimento degli operai e dei soldati aumentava quando erano riposati e dopo aver raccolto testimonianze “sulla capacità della Coca-Cola di tenere alto il morale dei soldati”, non si sa per quale strano rituale magico, uno dei dirigenti della Coca-Cola entrò a far parte del comitato per i razionamenti e non solo riuscì ad evitare il razionamento dello zucchero per la sua azienda(le altre aziende che usavano zucchero ridussero del 20% la produzione), riuscì addirittura con un ordine firmato direttamente dal generale G.C. Marshall a spedire sul fronte, dove richiesto, macchinari per l’imbottigliamento della Coca-Cola, tutto a spese dello stato.(3)
Sarà sicuramente un caso se il tasso di obesità negli Stati Uniti è raddoppiato nello stesso periodo in cui sono raddoppiate le vendite di bibite (Coca-Cola e Pepsi in prima fila) e sarà a causa di sbadataggine se nella Coca-Cola è stato trovato un quantitativo di benzene cinque volte superiore ai limiti consentiti, sta di fatto che il piano Marshall facilitò l’ingresso di multinazionali nel continente europeo. Con la rivoluzione nelle vene e la ghigliottina stipata in cantina, i francesi non tardarono ad alzare la voce. Un’improbabile alleanza tra comunisti e vinicoltori conservatori, temendo il calo del consumo di prodotti francesi, cercarono di far approvare dal governo una legge che avrebbe bandito la Coca-Cola dal suolo nazionale. James Farley, direttore Coca-Cola Export rispose con la solita retorica “la Coca-Cola non ha certo danneggiato la salute dei soldati americani che hanno liberato la Francia dai nazisti”, dimenticandosi che la Coca Cola ha fatto affari anche con la Germania Nazionalsocialista. Il dipartimento di stato degli Stati Uniti, avvertì la Francia che in caso di approvazione di quella legge, ci sarebbero state gravi ripercussioni, un parlamentare statunitense “minacciò di avviare una guerra commerciale contro il vino, i formaggi e lo champagne francesi.”(4) La Francia è solo uno dei paesi in cui si trovò a combattere la Coke.
In un’ottica in cui il profitto è l’unico obiettivo ed ogni mezzo è lecito per raggiungerlo l’etica soccombe sotto i piedi della “essenza del capitalismo” (così è stata definita la bevanda da un suo stesso dirigente, Robert W. Woodruff). Un altro soldato della bibita frizzante, Douglas Ivester ebbe perfino l’idea di testare in Brasile un distributore automatico che con l’aumento della temperatura, aumentava il prezzo della bibita. Ci può stare che la Coca-Cola sia un prodotto non proprio salutare, in fondo nessuno ci costringe a comprarlo(5) ma che per produrre una bevanda si privi a delle persone l’accesso ad una fonte naturale di acqua, dovrebbe suscitare quanto meno indignazione. E’ quello che accade alle pendici dello Huitepec in Messico, dove durante le stagioni secche si patisce la scarsità d’acqua, gli abitanti raccontano che questo non avveniva prima della costruzione di uno stabilimento Coca-Cola che a quanto pare consuma enormi quantità d’acqua. Accade che in prossimità di una delle falde acquifere più ricche del Messico, gli abitanti sono costretti a comprare l’acqua dall’esterno. Questo accade in tutta legalità, visto che l’azienda per 29.000 dollari ha ottenuto le licenze per estrarre acqua, privando le popolazioni che vi abitano in prossimità e guadagnando 650.000.000 di dollari l’anno solo in Messico. Vicente Fox, dirigente della Coca-Cola che si diede da fare per far passare la legge che consentiva l’instaurazione degli stabilimenti, divenne magicamente presidente del Messico.
In India la situazione è ancora più grave, gli stabilimenti Coca-Cola oltre a lasciare con poca acqua i villaggi nei pressi di Varanasi, rilasciano acqua di scarico che raggiunge il terreno rendendolo improduttivo, gli animali che bevono quell’acqua muoiono e le persone che vengono a contatto con il liquido si riempiono di vesciche. C’è di più, in alcuni stabilimenti indiani della Coca-Cola veniva distribuita ai contadini una cenere bianca che spacciavano come fertilizzante, dopo aver sparso questa cenere, la terra non dava più frutti. Quando venne analizzato il “fertilizzante” della Coca-Cola dall’università di Exeter, risultò non solo che il materiale era inutile come fertilizzante ma conteneva anche livelli alti di metalli come piombo e cadmio. Nello stato del Kerala l’opposizione della popolazione nei confronti degli stabilimenti rossi e bianchi fu così pressante e coesa che la Coca-Cola dovette chiudere i battenti nel 2004.
In Colombia la situazione è più complessa, dopo una serie di uccisioni di sindacalisti del Sinaltrainal (sindacato dei lavoratori Coca-Cola) l’azienda è stata accusata di essere complice delle uccisioni fatte dai gruppi di paramilitari che stroncano ogni tentativo di miglioramento delle condizioni di lavoro, sebbene in tribunale non siano mai giunte prove a sufficienza a sostegno di questa tesi, una cosa è certa: la Coke non ha mai fatto nulla per salvaguardare la sicurezza dei “propri” lavoratori. Isidro Gil, uno dei sindacalisti uccisi dai paramilitari è diventato uno dei simboli principali della campagna Killer Coke, che ha come scopo la sensibilizzazione, il boicottaggio e la denuncia dei crimini della Coca-Cola.
Il Guatemala venne appoggiato dagli USA nell’instaurazione di una dittatura militare che causò 30 anni di guerra civile. Gli operai della Coca-Cola in Città del Guatemala, stanchi di turni di 12 ore e di essere pagati 2 dollari al giorno, quando cercarono di organizzare un sindacato, ricevettero una chiara risposta: 154 licenziamenti. Furono riassunti “tutelati” dalla legge, ma prima che il sindacato si formasse per scendere a patti con lo stabilimento, dovettero morire prima otto operai.
Anche in Turchia gli operai della Coke hanno avuto problemi ad organizzarsi in un sindacato, ma come ultimo caso ci spostiamo in Africa, precisamente in Sudafrica. L’azienda investì anche nello stato governato dall’apartheid (alla faccia delle pubblicità multirazziali) e ci volle l’intervento di Martin Luther King Jr, per spostare la fabbrica in Swaziland. Non passò molto tempo che la Coca-Cola tornò in Sudafrica finanziando la campagna elettorale di Nelson Mandela, una volta instaurato il nuovo governo, la Coca-Cola riprese i lavori.
E’ difficile riassumere la vastità di un tale fenomeno in poche righe(6), Coca-Cola è solo uno dei grandi marchi che si sono radicati nella nostra vita, un’invasione progressiva che passa quasi inosservata perché agisce sul piano del costume entrando a far parte di una “cultura globale” autoreferenziale che si propone come l’innovazione (nei centri urbani dell’India non è raro trovare cartelli che raffigurano lo stile di vita statunitense con scritto “come dovrebbe essere”) nascondendo sotto la sua ombra inquietanti retroscena. Globalizzazione e capitalismo sono parole che spaventano ma sotto la falsa luce della “libera scelta” siamo noi stessi che ogni giorno continuiamo (magari ignaramente) a favorire l’espandersi di questa infiltrazione.

Umberto Iacoviello

Note
(1)La Coca-Cola (battezzata così dal collaboratore di Pemberton, Frank Robinson) tra il 1906 e il 1911 non contenne né estratti dalla pianta di coca né noci di cola. Nel 1911 il chimico Harvey W. Wiley portò davanti un giudice la Coca-Cola ritenendola dannosa per la salute per l’eccessivo quantitativo di caffeina e per avere un nome fuorviante, proprio perché non conteneva né coca né cola. Dopo una magra figura dell’azienda (gli ispettori governativi verificarono una precaria condizione igienica trovando perfino tracce di insetti nella bibita) la Coca-Cola si impegnò a dimezzare la quantità di caffeina e ad aggiungere nuovamente le foglie di coca e le noci di cola.
(2)Candeler nel 1904 avrebbe guadagnato dalla vendita della bevanda 1.500.000 dollari.
(3)L’allora generale Dwight Eisenhower chiese 6.000.000 di bottigliette di Coca-Cola al mese durante la campagna d’Africa del 1943.
(4)Coca-Cola, Michael Blanding pag.165(Egea editore)
(5)La libertà di scelta è opinabile nel momento in cui questa bevanda ha lottato per entrare nelle scuole con i suoi distributori, spesso con contratti in esclusiva.” Alcune ricerche mostrano che i bambini di sei mesi sono già in grado di riconoscere un brand e quelli di tre anni, sanno espressamente richiederlo”( Coca-Cola, Michael Blanding pag. 102)
(6)Per chi volesse approfondire: Coca-Cola, Michael Blanding (Egea editore).