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Umberto Piccinini

Mexico 68. Peter Norman, il coraggio di schierarsi

normanOggi di cinquanta anni or sono, il 16 ottobre 1968 a Città del Mexico, con le note iniziali di The Star-Spangled Banner, l’inno degli Stati Uniti, due pugni guantati di cuoio nero si innalzano durante dal podio dei 200 metri piani. Tommie “Jet” Smith e John Carlos, oro e bronzo dei 200 piani, in risposta alla segregazione razziale e l’assenza di diritti per la popolazione nera nel loro Paese, a capo chino, ignorano la bandiera a stelle e strisce ma guardandosi i piedi senza scarpe con i soli calzini neri immortalano con quel rifiuto le XIX Olimpiadi. Una disobbedienza civile e non violenta recepita dall’insegnamento di Martin Luther King, ucciso qualche mese prima delle Olimpiadi, dramma che, unitamente all’assassinio di Bob Kennedy dello stesso anno con la strage di studenti in Piazza delle Tre Culture di Città del Mexico colpevoli di aver manifestato a pochi giorni dall’inaugurazione del grande evento, contro la presidenza Diaz Ordaz. Questi fatti concorsero ulteriormente, in quel momento storico, a contrassegnare nell’anima di ogni afro-americano, sentimenti fra il rancore e la ritorsione per un definitivo riscatto dei diritti umani.

E dire che per l’atletica furono i “Giochi” di epici e perduranti primati. Allo Stadio Olimpico Universitario non più terra rossa ma sull’innovativa pista e pedana in tartan, e a oltre duemila metri sul livello del mare, s’innescarono molte incertezze su quali fossero i reali limiti umani.
Jim Hines scese sotto i dieci secondi correndo i 100 metri in 9,95, Lee Evans bruciò il record nei 400 metri piani mentre il britannico David Hemery, anch’egli migliorando il record del Mondo, mise tutti in fila sulla stessa distanza con ostacoli. Bob Beamon con un balzo di 29 piedi e due pollici e mezzo nel lungo dichiarò che volare era possibile anche senza ali. Un’impresa, quella del saltatore, effettivamente al limite del sovraumano. Otto metri e novanta, ovvero oltre 55 centimetri rispetto al precedente record mondiale, era una misura impensabile tanto che ci vollero ventitré anni e ben altre tecnologie per consentire a Mike Powell di fare meglio di 5 centimetri. Furono le Olimpiadi del ventiquattrenne Dick Fosbury, allora ritenuto un mezzo pazzo, che abiurò la tecnica ventrale giungendo primo nel salto in alto librandosi sull’asticella dandole le spalle. Ma non ci fu gara in cui record del Mondo, olimpico o nazionale venne sbriciolato. Nonostante tutto, l’immagine che ai più rimarrà impressa, di Mexico 68, è una istantanea in “bianco e nero” con l’indelebile saluto sovvertitore di quei due velocisti “negri” “, come si diceva senza le virgolette una volta e qualcuno sta stimolando a ridirlo oggi, mentre in pochi ne ricordano la gara di immenso valore con un atleta straordinario che, per primo, infranse il muro dei 20” . Perché Tommie Smith dovette correre in 19,83 per guadagnarsi l’oro. Record che perdurò undici anni quando Pietro Mennea, sulla stessa pista, fece meglio ottimizzando il tempo in 19,72.
Fu proprio dall’Olimpiade numero diciannove, figlia legittima di quel ‘68 che stravolse lo stato di cose presenti con slogan tipo “la fantasia al potere”, che si sancì un punto di non ritorno, tracciando un solco perenne con le passate edizioni e la stringente mescolanza con la politica divenne una costante. Quei pugni ribelli e quel capo irrispettoso sono stati replicati milioni di volte. T-shirt, poster e ogniqualvolta vi fosse un’ingiustizia a qualsiasi latitudine i due silenti “guanti Black Power “ hanno urlato per mezzo secolo il loro simbolico “no alle sopraffazioni”. Una denuncia in mondovisione non indolore con la cacciata dal Villaggio Olimpico, banditi dalla nazionale e di fatto anticipando la fine della loro stupefacente corsa. Scesi dal podio la vita diventò un inferno con pesantissime ripercussioni e minacce di morte.
Erano i migliori in assoluto e la questione della medaglia aurea era una faccenda privata fra loro divisi da soli due centesimi in semifinale. Ma in finale qualcosa non andò come previsto in quella fantastica cavalcata olimpica.
Un terzo incomodo, lo sconosciuto di turno, fece la gara della vita. Un piccoletto Aussie, 1,78 di altezza contro l’oltre metro e novanta dei due sprinter statunitensi, non si diede per vinto. A meta gara era sesto e negli ultimi cinque metri sorprese Carlos soffiandogli l’argento. Venti e zero sei record australiano ancora in essere.
Peter Norman, questo era il suo nome, ma nessuno si è mai preoccupato di conoscerlo perché è sempre stato il terzo sul podio, quello sulla sinistra. Tra Smith e Carlos una figura impercettibile, quasi sfuocata nella celebre premiazione, un bianco tutto compostino, fuori luogo e quasi insignificante, spesso proposto a mezzo busto nella famosa fotografia che immortalò l’austerità del gesto.
Peter Norman è stato ben di più che il più forte velocista australiano di sempre. Forse il vero eroe nel trio di ribelli. Per comprendere pienamente la grandezza dell’azione si dovrebbe tornare indietro nel tempo e prendere in considerazione il contesto socio politico in Australia di quegli anni. Australia non era propriamente un crogiolo di tolleranza e l’apartheid non aveva nulla da invidiare a quello sudafricano.
L’ostracismo nei confronti dei popoli aborigeni, con “ l’espropriazione” forzata dei loro bambini a favore di famiglie di origini anglosassoni, e la discriminazione contro le razze non bianche era prassi comune.
Norman, insegnante membro dell’Esercito della Salvezza fervente cattolico e oppositore al razzismo della White Australia Policy, si batteva a favore dei diritti civili. E quel 16 ottobre, mentre nello spogliatoio Smith e Carlos “ripassavano” gli ultimi dettagli della protesta, Norman se ne stava silenzioso in un angolo, armeggiava con i lacci delle scarpe, ogni tanto sollevava quella sua faccia da bravo ragazzo che pensa a un buon posto sicuro e tirar su una bella famiglia come massimo traguardo nella vita. Ma prima di andare sul podio i due velocisti americani si resero conto di avere un solo paio di guanti neri. Norman sarebbe potuto rimanere nel suo “anonimo silenzio” ma la passione era vera e d’impeto suggerì “Prendetene uno a testa” ma non si fermò li e fece un passo insospettabile agli occhi dei due “colored” e fu quello fu il punto di non ritorno “Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?” – chiese con estrema sicurezza indicando lo stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza appuntati sul petto degli altri due –“Io sarò con voi così potrò mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”. Smith, in seguito, ammise il suo stupore e di aver pensato: “Ma che c… vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.
E fu un secco no, anche perché non si sarebbe mai privato del proprio stemma. Ma con loro c’era Paul Hoffman, un canottiere americano bianco, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani e, sentito la richiesta di Norman pensò, “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!” e gli allungò la sua spilla che gli valse l’accusa di cospirazione con allontanamento dalla nazionale. e saliti sul podio fecero la storia.
Tornati in Patria se pur per anni oltraggiati, Smith e Carlos, furono riabilitati diventando paladini della lotta per i diritti umani e potendo anche collaborare con la nazionale di atletica, ma nulla in confronto a quanto patì Norman come uomo ancor come atleta. Nella moderna ma becera e conservatrice Australia bianca fu cancellato come individuo, trattato come un emarginato, la famiglia diffamata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo. Per le successive Olimpiadi, Monaco 1972, Norman non fu convocato pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100. Abbondando così l’agonismo per correre a livello amatoriale. Era stato l’australiano più veloce di sempre, l’unico a donare un argento olimpico nello sprint al suo Paese ma non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Peter Norman poteva cambiare le cose ma non lo volle. Salvarsi condannando il gesto dei suoi compagni in cambio di un’indulgenza da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di riprendere a vivere ma lui non mollò e non condannò mai la scelta del 16 ottobre 1968. Peter Norman era a un passo dalla fama con quello che ne consegue e, per indossare una spilla, rinunciò a tutto, per tutta la vita. Una spilla a bianca con due corone di alloro e, nel mezzo, la scritta: “Progetto Olimpico per i Diritti Umani”. Le scuse postume della Federazione e del Governo australiani nel 2012 sei anni dopo la sua morte.
Ma è nel film-documentario “Salute”, girato dal nipote Matt Norman, che si capisce il vero spirito di questo uomo. Senza tanti giri di parole Peter spiegò genuinamente il motivo della sua scelta: “Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco. Era un’ingiustizia sociale per la quale nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo. È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance. Invece è il contrario. Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.

Rugby oltre lo sport.
Con il Sei Nazioni, arrivano
150 anni di storia

Italia-6-Nazioni-2016-rugby-foto-federugby-twitterDici Sei Nazioni, dici “grande rugby”. Nomini il Sei Nazioni e parli di centocinquant’anni di storia portati con giovanile eleganza che vanno oltre lo sport e riproponendo la tradizione in avveneristiche iconiche arene, sposta masse che gremiscono i centri di Londra, Parigi, Dublino, Edimburgo, Cardiff e, chiaramente, Roma. Nei pub come nei bistrot, nei drinking hole o nelle pizzerie, una stregoneria, che va ben oltre qualsiasi saggio sociologico o antropologico, amalgama inossidabilmente una popolazione eterogenea per lingua, classe sociale e credo religioso, insomma, che nulla accomuna ma legata, fraternamente, dal “cromosoma” ovale. Niente, anche di “quasi simile”, accade in qualsiasi altro sport. Il Sei Nazioni è un grande evento del terzo millenio che non può esimenrsi dall’essere un grande business ed ecco ruotare intorno un dedalo commerciale ad oliare gli ingrannaggi del meccanismo. Dai salatissimi diritti televisi ai ricercatissimi gadget, dalla vendita dei biglietti agli sponsor oltere ai pacchetti turistici “all inclusive”, portano nelle casse dell’organizzazione “Six Nations” svariati milioni di euro e pounds. Cinque milioni si sposterebbero verso la squadra che si aggiudica il “Gran Slam” che tradotto sarebbe rimanere imbattuti nei cinque match. Si vince per la gloria, si vince per l’oro. Insomma il pane e le rose!

La kermesse che prende il via oggi pomeriggio, tutta teletrasmessa in diretta Dmax, non deluderà e sarà foriera di spettacolo.  II Torneo nr 18 parte con il botto. Ad Edimburgo si gioca la partita iniziale con il derby celtico fra Scozia ed Irlanda e subito dopo il big match, al Twickenham Stadium, si scontrano Inghilterra e Francia, un appuntamento mai scontato fra nemici da sempre dove si buttano le basi per la possibile vittoria finale.

Per vedere gli Azzurri si dovrà, invece, attendere il posticipo domenicale.

L’era O’Shea avrà ufficialmente inizio alle 15 all’Olimpico contro il Galles.

Sarà l’ennesimo anno zero per il rugby italiano, quello della profonda, intima, quanto indispensabile trasformazione, del giusto viatico verso un progetto professionistico a trecentosessanta gradi che ottenga l’evoluzione dell’intero movimento. La “rivoluzione” O’Shea ha, quindi, un suo preciso disegno vuole un Italia protagonista. Pre questo chiede “solo” che sia la migliore Italia di sempre con prestazioni superiori che possano tenere in partita gli Azzurri sino alla fine con qualsiasi avversario. Il coach irlandese ha in agenda sia obiettivi a medio lungo termine, vedi i prossimi mondiali che si disputeranno fra due anni, sia a brevissimo come questo Sei Nazioni. Sicuramente il primo match contro un Galles capace di mettere in seria difficoltà chiunque, ricco d’importanti individualità e un immenso gioco di squadra, sarà un test vero e potrà fornire i primi reali responsi sullo stato dell’arte. Ventiquattro gli scontri diretti fra le due compagini con ventuno successi gallesi, due azzurre e un entusiasmante pareggio a cardiff nel 2006. La scelta del XV è stata attenta proponendo, in pratica, un mix tecnico-tattico dove per i primi quaranta minuti ci saranno gli uomini che più hanno giocato fra loro negli ultimi test novembrini tenendo in serbo per la seconda partedell’incontro l’esperienza e le qualità di unomini importanti come Ghiraldini, Minto, Campagnaro. Ma arginare le offensive di Halfpenny, Webb e compagni sarà cosa ardua. Infatti, rispetto alle prestazioni dello scorso novembre, servirà qualcosa di più concreto. Dovrà essere una squadra sempre concentrata e compatta, dalla difesa massiccia e predisposta a repentini capovolgomenti di fronte.

Le aspettattive, per l’ennesima volta, sono tante e dopo tante delusioni servirà un XV competitivo, dalla mentalità vincente e pronto all’abnegazione fintanto l’ovale saltella sul manto erboso.

Insomma quello di cui si ha necessità è di una vera squadra di rugby … fusse che fusse la vorta bona?

ITALIA 15 Padovani; 14 Bisegni, 13 Benvenuti, 12 McLean, 11 Venditti; 10 Canna, 9 Gori; 8 Parisse (c),

7 Mbandà, 6 Steyn; 5 Biagi, 4 Fuser; 3 Cittadini, 2 Gega, 1 Lovotti. CT Conor O’Shea

A disposizione: 16 Ghiraldini, 17 Panico, 18 Ceccarelli, 19 Furno, 20 Minto, 21 Bronzini, 22 Allan, 23 Campagnaro

GALLES 15 Leigh Halfpenny; 14 George North, 13 Jonathan Davies, 12 Scott Williams, 11 Liam Williams; 10 Dan Biggar, 9 Rhys Webb; 8 Ross Moriarty, 7 Justin Tipuric, 6 Sam Warburton; 5 Alun-Wyn Jones (capitano), 4 Jake Ball; 3 Samson Lee, 2 Ken Owens, 1 Nicky Smith. CT Rob Howley

A disposizione: 16 Scott Baldwin, 17 Rob Evans, 18 Tomas Francis, 19 Cory Hill, 20 James King, 21 Gareth Davies, 22 Sam Davies, 23 Jamie Roberts.

Italrugby vecchi difetti
e circoscritte nuove virtù.
Azzurri battuti da Tonga

italia-tongaFa riflettere ed stuzzica il fatto che l’Italia, più di una volta, abbia perso le gare contro Tonga agli ultimi secondi di gioco. La singolare peculiarità si è ripetuta nell’ultimo test Cariparma, disputato sabato a Padova, dove un preciso “penalty” calciato all’ottantesimo assorbe totalmente il risicatissimo vantaggio azzurro, un punticino, e consegna la vittoria ai tongani. Siamo di fronte alla classica occasione buttata alle ortiche tanto da essere motivo di grande frustrazione, come la hanno definità, nello staff italiano.

Le aspettative era altre dopo la sensazionale vittoria di sette giorni prima, con il Sudafrica, ed il lungo viaggio azzurro, come definisce questa nuova esperienza il Ct azzurro O’Shea, è già fermo al pit-stop. Vivono ancora diverse contraddizioni e vecchie certezze riaffiorano. All’Euganeo, se marginalmente non è mancato il fattore sfortuna, sotto osservazione sono un paio di ataviche insufficienze che pretendono di essere annullate definitivamente se si vorrà realmente entrare nel grande giro internazionale. Hanno avuto un peso determinante, nell’economia del risultato finale, la scarsa concretezza nel realizzare latitante la fondamentale “spiettatezza” e lucidità negli ultimi cinque/dieci metri, la riccorrente indisciplina in momenti e luoghi inopportuni, imprecisione delle giocate causate da da limiti gestuali e poca attenzione mentale. Si è partiti con grande spinta ma il piano di gioco, produttivo per metà del primo periodo di gioco, ha poi intanagliato la stessa mediana italiana che con il passare del tempo è passata ad una stanca guida “conservativa”. E’ affiorata, forse, anche una punta di boria o si è trascurata la necessaria umiltà. Scrollarsi le “aquile di mare” dalla distanza di break era di primaria importanza. E’ andata in senso contrario l’atteggiamento italiano che ha optato, troppe volte, per la sterile scelta della touche, pensando solo al bersaglio grosso, tralasciando punti pià probabili dalla facile alternativa dalla piazzola. Questo ha imposto un altro disegno all partita non riuscendo, anche nei periodi di vantaggio numerico, a distanziare i ringhiosi avverari. Non si tratta della semplice considerazione con il fatidico “senno del poi”, bensì di carattere pragmatico. Muovere costantemente “il pallottoliere” fa parte dell’abecedario. Dimenticare quanto sia decisivo è un errore di valutazione che pagano, sempre, anche i primi della classe. Un peccato mortale. Nel computo numerico non sono, infatti, state sufficienti le due mete italiane (Cittadini e Allan) contro la sola di Piutaiu per vincere la partita. Tonga si è rivelata meno “naif” di quanto qualcuno ha creduto e la poca confidenza del collettivo ha esaltato la grande individualità degli “isolani” che con il passare dei minuti ha dato consapevolezza alla possibilità  di portare a casa il match, ormai inaspettato, grazie all’ennesima infrazione al regolamento degli azzurri già rimasti in quattoridici per la precedente espulsione momentanea di Allan. Forse qui abbiamo anche una risposta al quesito iniziale. A questi livelli non mollano mai!
Un passo avanti e diversi indietro in questo autunno di rugby azzurro.

Prossimo appuntamento il Sei Nazioni da qui a febbraio tre mesi d’intenso lavoro e ripetizioni …nessuna pressione ma con la netta consapevolezza di quanto l’esame sia  importante per tutto il movimento ovale italiano.

Rugbying Class
di Umberto Piccinini

Dopo gli All Blacks il rugby italiano in cerca
di una conferma

italy-rugbySi chiude all’Euganeo di Padova il trittico Cariparma test match 2016 degli Azzurri (calcio d’inizio ore 15 e diretta televisiva DMAX a partire dalle 14,15). Dopo una rovinosa caduta contro gli All Blacks, un’esaltante vittoria con il Sudafrica sarà Tonga, l’avversaria da battere per decretare il coronamento o no di un novembre particolarmente positivo e che permetterebbe di sfumare il “grigiore” del recente passato e riguadagnare la necessaria fiducia. E’ quindi una partita dl “bivio”.
Scenderà in campo, in pratica, “quasi” la stessa formazione della scorsa settimana. Squadra che vince non si cambia … dicono. Si rivede, se pur in panchina, Michele Campagnaro ma non sarà della partita Sergio Parisse, fermato dalla commissione disciplinare francese per tre settimane per una citazione in Top 14 (il campionato francese in cui milita). Quest’ultima  è sicuramente la notizia, anche solo per la presenza da stacanovista del capitano. La maglia numero 8 la vestirà il recuperato Andries Van Schalkwyk, il realizzatore della prima meta contro gli Springbok e costretto a lasciare il campo anzitempo per una forte contusione, mentre per la fascia da capitano non ci sono stati dubbi a consegnarla a Simone Favaro. Il generoso “terza linea” dei Glasgow Warriors è sicuramente il più indicato a guidare la compagine azzurra, per la “dedizione” alla maglia e lo spirito che mette negli ottanta minuti di gioco. Uscito da vero trionfatore dalla vittoriosa partita con il Sudafrica di sette giorni or sono, qualcuno dagli spalti gli urlava “santo subito!”. Ma non facciamoci delle idee errate. Sebbene Tonga sia al quindicesimo della classifica mondiale (World Rugby Ranking), due posizioni sotto rispetto all’Italia, nonostante siano rarissimi i ritrovi collegiali della nazionale essendo tutti migranti dell’ovale vestendo colori societari in diversi Continenti, non è  mai una facile passeggiata. Pacchetti di mischia proveniente dai rudi campionati Transalpini, i trequarti dalla Premiership inglese, dal Top14, il massimo campionato giapponese e quello neozelandese, fanno delle Ikale Tahi (aquila di mare) dei clienti scomodissimi.

Le caratteristiche, sia in positivo, sia in negativo, sono quelle tipiche del rugby del Pacifico (Figi e Samoa sono le altre due). Fisicamente fortissimi, impavidi, veloci, aggressivi, fallosi al limite della vera scorrettezza (la cravatta o placcaggio al collo è metodica per bloccare l’avversario). Certo, probabilmente, non siamo più ai tempi della mastodontica rissa che s’incendiò nel 1986, in occasione del tour del Galles di una squadra europea, dopo una serie di falli che furono definiti “criminali” e diede la nomea infamante ai giocatori tongani. Per i più datati appassionati del rugby azzurro dici Tonga ed alla mente riaffiora il nome di Sateki Tuipulotu. 10 ottobre 1999 Welford Road di Leicester, si disputano gli ottavi della quarta edizione della Coppa del Mondo. Un girone da incubo con Nuova Zelanda ed Inghilterra ma passano ai quarti anche le migliori terze. L’Italia potrebbe giocarsela. Una sfida dove le due squadre di affrontano a viso aperto replicando colpo su colpo. All’ultimo secondo giocato il risultato è 25 a 25 ed l’irlandese David McHugh ha ormai il fischietto in bocca. La palla “avvelenata” arriva nelle mani dell’estremo tongano che, da metà campo, per follia o persuasione, la calcia. Una bordata micidiale che per diversi secondi zittisce lo stadio fino al fragore quando s’infila in mezzo ai pali. E’ il drop che beffa il XV italiano sancendo il risultato finale sul 25 a 28 per gli isolani. Ma quella era la parabola discendente di una grandissima nazionale italiana. Tornando al presente troviamo diverse analogie, soprattutto nelle motivazioni, con la gestione O’Shea. Quello che affiora è la chiarezza del progetto, non sempre scontato nel rugby italiano, e la serenità del gruppo a partire dai coraggiosi giovani buttati nella mischia, territorio non casuale visto che i debuttanti sono soprattutto “avanti”, nel duro scenario internazionale. Il leitmotiv di O’Shea è lavorare, lavorare, lavorare ma divertendosi.

Contro Tonga ci sarà da lavorare parecchio… speriamo possano anche divertirsi.

 

ITALIA

15 Edoardo PADOVANI (Zebre Rugby, 5 caps)*
14 Giulio BISEGNI (Zebre Rugby, 4 caps)
13 Tommaso BENVENUTI (Benetton Treviso, 36 caps)*
12 Luke MCLEAN (Benetton Treviso, 83 caps)
11 Giovanbattista VENDITTI (Zebre Rugby, 37 caps)*
10 Carlo CANNA (Zebre Rugby, 14 caps)
9 Giorgio BRONZINI (Benetton Treviso, 2 caps)
8 Andries VAN SCHALKWYK (Zebre Rugby, 7 caps)
7 Simone FAVARO (Glasgow Warriors, 32 caps)* – capitano
6 Francesco MINTO (Benetton Treviso, 30 caps)
5 Marco FUSER (Benetton Treviso, 15 caps)*
4 Quintin GELDENHUYS (Zebre Rugby, 66 caps)
3 Lorenzo CITTADINI (Bayonne, 52 caps)
2 Ornel GEGA (Benetton Treviso, 7 caps)
1 Sami PANICO (Patarò Calvisano, 5 caps)*

CT CONOR O’SHEA

a disposizione

16 Tommaso D’APICE (Zebre Rugby, 11 caps)*
17 Nicola QUAGLIO (Benetton Treviso, 1 cap)*
18 Simone FERRARI (Benetton Treviso, 1 cap)
19 George BIAGI (Zebre Rugby, 13 caps)
20 Abraham STEYN (Benetton Treviso, 5 caps)
21 Edoardo GORI (Benetton Treviso, 55 caps)*
22 Tommaso ALLAN (Benetton Treviso, 26 caps)
23 Michele CAMPAGNARO (Exeter Chiefs, 25 caps)*

 TONGA

15 David HALAIFONUA (Gloucester Rugby, 20 caps)
14 Nafi TU’ITAVAKE (Northampton Saints, 3 caps)
13 Siale PIUTAU (Yahama Jubilo, 26 caps) –  capitano
12 Latiume FOSITA (Auckland Mitre 10, 20 caps)
11 Fetu’u VAINIKOLO (Oyonnax, 27 caps)
10 Kali HALA (Steelers Wider, 4 caps)
9 Sonatane TAKULUA (Newcastle Falcons, 18 caps)
8 Tevita KOLOAMATANGI (Waikato Chiefs, 2 caps)
7 Jack RAM (Auckland Blues, 10 caps)
6 Dan FALEAFA (Albi, 9 caps)
5 Jon TU’INEAU (Dax, 27 caps)
4 Steve MAFI (Castres, 19 caps)
3 Siua HALANUKONUKA (Otago Highlanders, 3 caps)
2 Paula NGAUAMO (Mont de Marsan, 9 caps)
1 Tevita MAILAU (Perpignan, 20 caps)

CT TUTAI KEFU

a disposizione
16 Elvis TAIONE (Exeter Chiefs, 26 caps)
17 Paea FA’ANUNU (Dax, 4 caps)
18 Sila PUAFISI (Glasgow Warriors, 25 caps)
19 Valentino MAPAPALANGI (Manawatu Turbos, 1 cap)
20 Kotoni ALE (Manly Marlins, 2 caps)
21 Tomasi PALU (Lions Mitre 10, 12 caps)
22 Tevita TAUFUI (Waikato Mitre 10, 11 caps)
23 Cooper VUNA (Worcester Warriors, 3 caps)

Umberto Piccinini

L’italia delle meraviglie. Battuti i forti springbok
per 20 a 18

rugby italia sudafricaIl Sudafrica è una delle tre “grandi” del rugby dell’emisfero sud, Australia e Nuova Zelanda sono le altre, dove dire “ovale” va ben oltre ad una forma geometrica. Pensare d’incontrare gli Springbok rende le notti insonni. Abrasivi, pesanti, prepotenti…cattivi come nessun’altro. Nei precedenti dodici incontri fra Italia e Sudafrica, ovunque si siano giocati, la memoria ci concede solo durissimi ottanta minuti, con al massimo sorpassi momentanei e tante grosse disfatte con in archivio un 101 a zero nel 1999 che rimane il peggior risultato assoluto del rugby italiano e causa del siluramento di Georges Coste, il tecnico più illuminato avuto dalle nostre nazionali. Ma il rugby è un gioco strano, non sai mai come rimbalzi quella palla pazza, e può succedere che l’Italia, la tredicesima del ranking, una squadra nel pieno di una profonda ricostruzione con fuori dalla porta il cartello “work in progress”, ritrovi l’anima e batta i quarti al mondo. Proprio così 20 a 18 è il risultato finale al Franchi di Firenze a favore dei giovani Azzurri che al tredicesimo tentativo scrivono la fatidica pagina di storia sportiva. Un risultato giusto in una partita ben governata e finita in crescita con i sudafricani in chiara défaillance. Certo non tutto è stato perfetto. Pur godendoci la grande vittoria dopo tante delusioni e consci di essere di fronte ad una vera esaltante impresa, in tutta franchezza e come chiede Sergio Parisse, rimaniamo con i piedi per terra perchè il lavoro è ancora lungo e tante cose sono da vedere e provare sia nei gesti, sia nella mente. Troppi inutili falli per dei professionisti, il giallo rimediato da Fuser è imbarazzante visto i risvolti che ha avrebbe potuto dare al match, troppi pericolosi svarioni e amnesie tecniche in occasione delle mete e non solo, ma si è visto finalmente un gruppo unito con la voglia di vincere aspetto indispensabile nel rugby. In questa Italia coraggiosa e operaia, a partire da capitan Parisi che rimane perennemente il punto di riferimento ed il fulcro del gioco soprattutto quando ricorda di essere una terza linea e abbandona le movenze da tre-quarti, nessuno si è risparmiato. Un match di sacrificio era chiesto, un match di sacrificio si è ottenuto. Un Italia dura e determinata affronta gli Springbok sullo stesso piano di battaglia e ne ha la meglio. Simone Favaro un gigante ed il resto della squadra, giovani e veterani, a fornire una prova maiuscola caica di orgoglio e priva di qualsiasi timore reverenziale. E’ chiaro come il sistema rugbistico sudafricano sia nel bel mezzo di una “crisi di nervi”, problemi finanziari e politica delle quote nere stanno minando certezze secolari, ma questo non impoverisce l’impresa italiana perché i vari Habana, Le Roux, Lambie, Albert, Mtawarira, Strauss, Kock & C rimangono, individualmente, il meglio mondiale e danno lustro alle società europee in cui militano con grassi contratti.

Qualcosa è scattato dall’arrivo dell’irlandese Conor O’Shea, nuovo Head Coach degli Azzurri, e una serenità insolita, la gioia di giocare hanno permeato l’ambiente azzurro. Ha capito da subito lo stato dell’arte del rugby nostrano. Con le sue esperienze da giocatore e allenatore cariche di talento, progettualità e umanità, detta tempi diversi, senza pressioni e nessuna pretesa di risultati immediati purchè impegno serio e continuo siano una costante. Il lavoro è sempre in team allargato e la fiducia nei giocatori è una prerogativa indispensabile. Si dice sicuro che l’Italia sarà una protagonista del grande rugby con una identità precisa. Le pozioni magiche spesso sono in “gaelico”.

Non sarà un caso che Conor O’Shea abbia la fisionimia di un elfo e sia di lingua gaelica? Se la sua miscela miracolosa sarà veramente vincente lo diranno i risultati ma il buon giorno si può vedere anche da pomeriggi come quelli di Firenze.

Nigel Owens, l’estroso arbitro scelto
per Italia Nuova Zelanda

all-blacksE’ molto arduo essere l’attrazione in campo quando sullo stesso terreno vanno in scena le gesta e la tradizione dei mitici All Blacks. E’ quasi impossibile essere una “stella” quando s’indossa la casacca da arbitro.
Anche nel rugby, non sempre popolarissimi se pur più ossequiati rispetto ad altri sport. Per riuscire si deve essere un autentico personaggio, capace d’incorporare l’insieme di tante prerogative, come Nigel Owens, l’autorevole, ed estroso giudice di gara dell’imminente Cariparma test-match fra Italia Nuova Zelanda che si disputerà sabato 12 novembre alla Stadio Olimpico di Roma (videocronaca in chiaro DMAX dalle 14,15).
Nigel Owens è un gallese doc, è infatti nato il 28 giugno 1971 nel villaggio di Mynydd Cerrig, sud-ovest del Paese, ad oltre un’ora da Cardiff, dove la gente ha vissuto per secoli di carbone e rugby ed in pochi, ancora oggi, parlano la lingua dell’oppressore inglese (se non costretti). Normale costume anche per lo stesso Owens che fino all’età della scuola dell’obbligo si è espresso solo in ostico gaelico. Da queste parti la palla ovale è pezzo integrante della struttura del DNA. Avere la dipendenza per il rugby ma con la consapevolezza di essere uno scarso giocatore, anche su puntualizzazione di uno dei suoi allenatori, ha spinto ad Owen alla direzione delle gare. Già ufficiale di polizia, nel 2001 l’esordio in ambito europeo e nel 2005 comincia a calcare la scena internazionale.

Nigel Owens

Nigel Owens

Ora ritenuto il miglior arbitro del Mondo, detiene il record di presenze nel Sei Nazioni e ben tre Coppe del Mondo, vede l’apoteosi nel 2015 con la direzione della finale della campionato mondiale fra All Blacks e Australia, l’attribuzione del Rugby World Award, la laurea Honoris Causa come Dottore in Legge alla Swansea University e la presenze Birthday Honours. per i novant’anni della Regina Elisabetta. Decori e gloria.

Ma il cammino della vita non è sempre stato in discesa. Subito dopo la prima designazione alla Coppa del Mondo del 2007, quindi già affermatosi ampiamente sui campi di tutto il globo, rilascia una lunga e aperta intervista al Wales On Sunday, il più diffuso del Galles, ed in una trasmissione televisiva di S4C, un noto canale televisivo sempre gallese, con il suo coming out omosessuale. Con la sua autobiografia Hanner Amser (intervallo in lingua cymru) scritta interamente in gallese e solo in seguito tradotta in inglese, va oltre ammettendo in uno straziante “non volevo essere gay” di aver avuto problemi di bulimia, dipendenza da steroidi e, per la grande depressione, di aver tentato
il suicidio quando aveva 26 anni al momento della rivelazione ai suoi genitori con una lettera, e di considerare seriamente la castrazione chimica, la risposta a quello cha ha sempre considerato il vero “problema”.

Un atto, la confessione, sicuramente coraggioso perché non convenzionale, a prescindere, ancora di più in un mondo notoriamente muscolo e machista. Ma le cose possono anche riservare piacevoli sorprese ed il rugby dimostra di superare gli altri sport in tutto il mondo in materia di accettazione delle stelle che sono gay. Anche se dovette affrontare una frangia d’’ignoranza e il pregiudizio di una minoranza che lo bersagliò i primi tempi su Internet, le reazioni all’outing furono comunque positive, subito negli spalti che nella alte sfere, prevalendo la reputazione come arbitro. Non si stanca di affermare “Alcune persone hanno detto che il rugby non è sicuro, ma penso che il rugby abbia dimostrato che è sicuro di essere chi sei.Non è solo la migliore squadra sportiva in tutto il mondo nel campo ma, a mio parere, è anche il miglior sport di squadra fuori il campo”.

La liberazione dal “fardello” fuori da tutte le ipocrisie ha ridato alla luce un uomo nuovo saldando ancora di più, mai fosse possibile, l’attaccamento per questo sport. La direzione delle partite diventa più disinvolta e spiritosa con simpatici “siparietti” con i giocatori dove, chiamandoli confidenzialmente per nome li riprende soprattutto per le simulazioni con sarcasmo e senza autoritarismi, non ha mezzi termini nell’attestare l’avversione per il calcio. Ad Hogg, forte estremo della Scozia, ricorda “Se vuoi tuffarti in questo modo torna qui tra due settimane che c’è una partita di calcio”. I sui ricorrenti “L’arbitro sono io. Tu fai il tuo mestiere, io faccio il mio questo non è calcio “ o il secco “this is not soccer”, un’icona stampata anche sulle TShirt andate a ruba fra gli appassionati. Capace, ora, anche di ironizzare su se stesso come quando entrò nello spogliatoio degli Ospreys per parlare con il capitano. Ryan Jones che spogliato gli disse; “Aspetti prima mi copro” e si sentì rispondere: “Guarda che sei comunque troppo brutto per i miei gusti”.
Popolare, quindi, non per essere gay ma per la sua grande capacità di gestire giocatori e gioco sabato sarà ancora una volta lo spettacolo nello spettacolo.

Umberto Piccinini

Cassius Clay. La leggenda torna nel Kentucky

muhammadali94A Louisville i funerali di Mohamed Alì che tengono collegato il mondo intero in visione con l’arena nel Kentucky dove si tengono le esequie e il momento di preghiera per il grande campione pugile morto per il Parkinson. Moltissime persone comuni per manifestare l’affetto che ancora oggi Mohamed Ali che suscita nei tifosi dentro o fuori dal ring. La città in in omaggio al suo campione ha liberato tantissime farfalle per ricordare le sue parole famose in tutto il mondo, “vola come una farfalla e pungi come un’ape”.

Non vuole essere, ne ingiuria, ne affronto, ma con la massima riverenza per la scelta fatta, a chi ha prestato fede e dato tutto per una nobile causa religiosa e civile, mi ostinerò a chiamarlo confidenzialmente Clay.
Sì Clay, neanche per nome ma con il cognome abiurato, perché per la mia generazione che è quella di chi ha visto in un “voxson” in bianco e nero, magari comprato a cambiali proprio in occasione dei Giochi Olimpici, o si è accontentato di sentito in diretta in una radiolina a transistor l’oro vinto a Roma nel sessanta che al rientro in patria butta in un fiume perché si rende contro di aver servito ancora una volta il padrone bianco. Nei bar, nelle officine, a tavola e nelle scuole come nelle palestre di pugilato lo conoscevamo così. In pochi proferivano di Muhammad Alì, fino almeno alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 quando ultimo tedoforo, percosso dal Parkinson e l’immutata grande luminosità nei suoi occhi commosse tutto il Mondo.cassius clay

Parlarne solo con Alì suonava male, pareva poco da pugile e non c’è nessuna forma razzista ma utilizzando l’intero nome ricevuto con la conversione all’islam c’era il rischio di perdere la prontezza della battuta. Chiamarlo Clay era immediato. Quasi onomatopeico, simmetrico alla rapidità dei suoi piedi quando spocchiosamente a “guardia bassa” danzava circolarmente ai suoi avversari posti al centro del “quadrato” o quando attaccando nel difendersi scivolava via dall’angolo con una serie di contorsioni del busto e gioco di corde, mettendo in moto un’imprevedibile girandola di destri e sinistri capovolgendo il contesto. Era il suo marchio di fabbrica e infervoriva le folle. Demoliva gli avversari psicologicamente fuori e dentro il ring. Il suo Trash-talking era più piccante del suo lungo jab sinistro.

L’ha fatto a soli ventidue anni, da “under-dog nonostante la medaglia d’oro alle Olimpiadi Capitolina , contro un macigno smaliziato come Sonny Liston conquistò la prima “cintura” dei pesi massimi confermata nella rivincita del 1965. Ma è ormai risaputo come l’esito dei due match, che per molti hanno consacrato l’astro nascente di Louisville alla grande boxe, fu imposta dalle richieste degli allibratori dei clan di “Cosa Nostra” che fino almeno ai primi anni Settanta ruotavano intorno ai grandi introiti dati dal frenetico giro di scommesse sui match truccati. Se il “pugno fantasma” che sdraiò Liston nel 1965 fu realmente un “pugno fantasma” non è dato a sapersi ma certo è che Liston era da sempre nel “taschino” di Frankie «the Grey» Carbo, “soldato” di Lucky Luciano e figlioccio di Vito Genovese, che per oltre un ventennio dai bordi eleganti delle piscine di Miami come dal carcere si spartiva con Josep Pep Barone le più importanti “borse” pugilistiche, come fu proprio una società dello stesso Carbo, la Intercontinental Promotions, a gestire i due discussi incontri per il titolo mondiale. Fu proprio fra il primo ed il secondo match la decisione per i «musulmani neri» di Elijah Muhammad e Malcom X. Clay non potevi ignorarlo, usava il “circo mediatico” come nessun altro in quel periodo e sapeva sempre attirare l’attenzione su di se quel simpatico smargiasso. Difese il titolo per nove volte fino al marzo 1967 quando, legittimando quasi più un dovere che un diritto, disse “no” alla chiamata alle armi e la possibilità di essere spedito in Vietnam. Si dichiarò obiettore di coscienza per motivi religiosi perché “la guerra va contro gli insegnamenti del corano e non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”. Era un’epoca molto turbolenta sul piano sociale, a causa dell’estremizzazione del movimento per i diritti civili e delle proteste studentesche, sia contro la guerra, sia per la consapevolezza degli afroamericani che rivendicavano i pieni diritti. L’Amministrazione dell’allora Presidente Lyndon Johnson aveva dato la spallata decisiva potenziando l’impegno del Paese nella catastrofica guerra in Vietnam. Lui nero, mussulmano e obiettore di coscienza. Fu caduta libera. Perse la corona e la licenza, per quattro anni non poté boxare. Per aver marciato nei cortei delle Pantere Nere, è stato picchiato da poliziotti bianchi e arrestato. Clay ebbe il coraggio di farlo stando in cima al “sistema”. In Italia ci arrabattavamo con il caso SIFAR, il presunto “golpe” Segni ma anche con un Paese in ebollizione, si buttavano le basi del ’68 e dell’autunno caldo del 1969, e Clay diventò un simbolo extra-sportivo. Poi la Corte Suprema riconosce lo “status” di obiettore.

Torna sul quadrato e dimostra di essere un pugile vero che tradotto vuol dire di quelli che picchiano ma sanno incassare.
Tanti gli incontri ed epiche le sfide contro “Smokin Joe” Frazier ma il capolavoro porta la data del 30 ottobre 1974. Stade Tata Raphaël di Kinshasa, (Repubblica Democratica del Congo) di fronte l’indistruttibile e più giovane George Foreman, detentore dei titoli WBC e WBA. Borsa in palio cinque milioni di dollari per entrambi. Fra gli sponsor e ospitante il cleptocrate presidente Mobutu Sese Seko. L’incontro, per questione di fuso orario con gli USA e diretta e diritti televisivi si disputa alle 4 del mattino ora locale le nostre 5 di un lavorativo mercoledì mattino. Nessuna programmazione Rai, che chiudeva le trasmissioni alla mezzanotte, ma in nostro soccorso arriva l’emittente “Titina” in lingua italiana Sudio Koper Capodistria, visibile in Italia nord orientale dagli anni settanta, con una prodigiosa diretta. Nessuna possibilità per lo sfidante. Ma Clay ha in serbo l’ennesimo “colpo da teatro”. Una tattica che chiamerà Rope-a-dope. Per sette interminabili round Foreman lo cannoneggia furiosamente tanto da sfinirsi mentre Clay si chiude a riccio per parare le bordate.
All’angolo non usa mai lo sgabello ma, in piedi, a pugno levato aizza la “folla” contro il campione del mondo. Si prende gioco di lui, lo provoca. È il Clay che ci aspettiamo.
Poi, all’ottavo round, doppia un destro ad un sinistro in pieno volto. Foreman è a terra, lo contano, non riuscirà ad alzarsi è Knock out.

Oggi Clay, nella tua Louisville, il mondo della boxe ti darà l’ultimo saluto sapendo che nell’aldilà ti aspetta un tuo grande amico il cubano Teófilo Stevenson l’unico che poteva stare al tuo pari, sia come uomo, sia come atleta. Il campione e l’idealista che avrebbe potuto incontrarti e forse batterti ma che rifiutò il professionismo e 5 milioni di dollari: “Cos’è un milione in confronto all’amore di otto milioni di cubani?”.

Anche lui come te era intelligente, forte e bello… qualità che tutte insieme hanno solo i predestinati.

Umberto Piccinini

Rugby, una sconfitta
che reclama un rilancio

Un match con dieci mete è uno spettacolo, meno se otto le subisci e due le realizzi come ha fatto ieri l’Italia a Dublino.
Rugby Italia IrlandaAnche una Irlanda mediocre ce le suona e un pesantissimo 58 a 15 liquida il penultimo turno del Sei Nazioni di rugby e proclama la sconfitta numero quattro della compagine azzurra nel Torneo numero diciassette.
Se un’istantanea del match si può fare i fotogrammi sono: la punta del piede di Garcia che a 2 minuti dall’inizio, sullo zero a zero, lambisce millimetricamente la linea laterale annullando la meta realizzata e, 5 minuti dopo, lo schiaffetto all’indietro di Sarto che nei “22” azzurri , sullo zero a zero, regala un ovale inaspettato a Trimble che schiaccia in meta portando in vantaggi i “Verdi”.
La lettura è facile. Gli irlandesi, vincendo sistematicamente “l’uno contro uno”, invadono il territorio italiano e affondano come una lama calda nel burro trovano “buchi” in una Italia senza difesa e hanno gioco facile a rifilare le otto mete totali.
Il rugby è lo sport di squadra per eccellenza ma che non può prescindere dalle capacità individuali.
a Dublino ancora una volta un’Italia, improduttiva e prevedibile, mai veramente in partita perché scesa in campo con un approccio tattico mentale sbagliato ha giocato esattamente come i padroni di casa volevano diventando preda degli avversari ha confermato tutti i problemi, in primis di qualità, occultando l’opacità di una Irlanda che sta perdendo tutto il carattere cinico conosciuto ma non tanto da non sfruttare così ghiotte occasioni.
A, parziale giustificazione Azzurra la perdita nei primi 35 minuti di gioco delle due seconde linee in un settore nevralgica soprattutto nel match di ieri. A questo punto l’Italia fatica veramente, i placcaggi latitano, gli irlandesi trovano facili spazi e chiudono la pratica nel primo tempo con un alto sonante 40 a 3.
La seconda parte del match diventa quasi imbarazzante con gli Azzurri che continuano a perdere sulla linea di collisione e assolutamente incapaci di fermare subiscono gli arrembaggi irlandesi che dettano le regole ed in tredici minuti fanno tre mete delle quattro dell’ultimo periodo.
C’è un colpo di coda italiano con le due mete, ma ormai la stanchezza è nelle gambe di tutti e qualcuno pensa già ad una calda doccia.
Il movimento tutto, paga le conseguenza di una politica che continua a non rispondere alla gravosa questione di un serio rilancio a partire dal settore giovanile.
Sul banco degli imputati la gestione dell’attuale presidente della Federazione Gavazzi che non pare avere idee se non quelle legate alla sua rielezione nelle imminenti elezioni presidenziali.
Non si vede luce in fondo al tunnel e la questione si fa sempre più difficile

Umberto Piccinini

Irlanda divisa su tutto
ma unita dal rugby

Gli irlandesi si sgoleranno prima con Amhrán na bhFiann, l’inno della Repubblica, poi con Ireland’s Call, il canto della nazionale di rugby. Dopo di che sarà battaglia.
Rugby Italia IrlandaIl rugby, rúbby nell’accento locale, è the foreign game (il gioco straniero), ma proprio lo sport imposto dai sempre nemici inglesi, è riuscito dove giochi del GAA come il calcio gaelico (da non confondere con il calcio nostrano), l’hurling, il camogie, non sono riusciti, riunire le 32 Contee.
Unionisti e repubblicani, cattolici e protestanti, fianco a fianco, in campo e sugli spalti, accomunati dalla stessa causa e vestendo lo stesso color “smeraldo. Una “unica” Irlanda ed è tutto dire, nonostante siano lontani i tempi delle vittime e degli attentati, poiché negli irlandesi la memoria è robusta quanto la capacità di reggere l’alcol e la predisposizione alle scazzottate.
Quindi domani pomeriggio, sabato, contro l’Irlanda, fischio d’inizio alle ore 13.30 locali, le 14.30 in Italia, e trasmesso in diretta da DMAX, si chiede alla nazionale italiana una prova d’orgoglio definitiva. Certo, per recuperare piena fiducia e inalare una boccata d’ossigeno, sarebbe stato meglio un test meno ostico che non incontrare Sexton e compagni che, se pur non perfetti in questa edizione del Torneo, è pur sempre una squadra orgogliosa dimostrando di valere ancora l’ottavo posto nel ranking mondiale (contro il quattordicesimo degli Azzurri). Chiaramente si attende gentile smentita. Ma questo è il Sei Nazioni e non si fanno prigionieri. Se si vuole stare a questi livelli, volenti o nolenti, bisogna dimostrare di avere aspirazioni alte, progetti ambiziosi e, soprattutto, tanta, tanta, qualità vera con l’ovale in mano. La domanda sorge spontanea: Quale manifestazione possiamo candidarci ad ospitare fintanto che non manifestiamo sul campo di avere una solida squadra che nella stessa kermesse non figuri come la “cenerentola”? Se il futuro è adesso e non a “babbo morto”, oggi dev’essere riscatto vero, un urlo fiero nel silenzio di questi ultimi mesi grigi che superi qualsiasi più ottimistica previsione.
All’Aviva Stadium, sempre saturo in ogni ordine di posti, si aspettano una prestazione della squadra locale che vada ben oltre lo striminzito “sei” nel compitino all’esame di riparazione perché l’ego irlandese è forte ed il “mondo” li osserva, sponsor compresi. Per gli Azzurri Il pericolo incombente sarà contenere, anche psicologicamente, le continue pressioni provenienti dagli spalti che esalteranno i giocatori irlandesi. Per entrambe le compagini, visto il peso delle aspettative in gioco, il rischio sarà essere percossi da “ansia” da prestazione. La tenuta del gruppo farà la differenza che è l’esatto contrario del cercare la rivalsa personale varcando la sottile linea dello strafare. Eccedere porterebbe al suicidio di massa contro una formazione, come quella del Trifoglio, pronta ad incunearsi nella più piccola smagliatura della rete. L’Italia è ferita ma, pare, non rassegnata. Il ct azzurro Brunel deve inventare facendo i  conti con l’infermeria. Ancora fuori Ghiraldini, che finisce il Torneo con una sola apparizione, dentro dal primo minuto Davide Giazzon a tallonare in mischia. Una ventata “new age” in mediana data dall’indisponibilità di Gori e Canna.
Alla prova di fuoco, avendo a che fare contro due marpioni quali e Sexton e Murray, Guglielmo Palazzani come mediano di mischia,  al cap numero diciannove, e Edoardo Padovani, 23enne mediano d’apertura alla prima uscita in azzurro dal primo minuto. Ci sarà così una linea mediana azzurra acerba ma che farà affidamento sull’affiatamento  poiché abitualmente consona nel club di appartenenza essendo la cerniera titolare delle Zebre. Terza linea immutata con Minto, Zanni e Parissse (al 118 cap) e seconda con il rientro di George Biagi in coppia con Fuser ed il “vecchio” Geldenhuys, pronto a dare il suo contributo dalla panchina.

Nota di servizio: Spettatore di lusso Conor O’Shea, estremo della grande Irlanda anni ’90  ed attuale “Director of Rugby” degli  Harlequins  nonchè  “ selezionatore” Azzurro dal  prossimo giugno.
Sicuramente il più importante banco di prova per il suo imminente futuro e, magari, ripensarci

Umberto Piccinini


 

ITALIA 15 David Odiete, 14 Leonardo Sarto, 13 Michele Campagnaro, 12 Gonzalo Garcia, 11 Mattia Bellini, 10 Edoardo Padovani, 9 Guglielmo Palazzani, 8 Sergio Parisse, 7 Alessandro Zanni, 6 Francesco Minto, 5 Marco Fuser, 4 George Biagi, 3 Lorenzo Cittadini, 2 Davide Giazzon, 1 Andrea Lovotti  CT Jaques Brunel

In panchina: 16 Oliviero Fabiani, 17 Matteo Zanusso, 18 Dario Chistolini, 19 Quintin Geldenhuys, 20 Abraham Steyn, 21 Alberto Lucchese, 22 Kelly Haimona, 23 Luke McLean

IRLANDA 15 Simon Zebo, 14 Andrew Trimble, 13 Jared Payne, 12 Robbie Henshaw, 11 Keith Earls, 10 Jonathan Sexton, 9 Conor Murray, 8 Jamie Heaslip, 7 Josh Van Der Flier, 6 CJ Stander, 5 Devin Toner, 4 Donnacha Ryan, 3 Mike Ross, 2 Rory Best, 1 Jack McGrath  CT Joe Schmidt

In panchina: 16 Sean Cronin, 17 Cian Healy, 18 Nathan White, 19 Ultan Dillane, 20 Rhys Ruddock, 21 Kieran Marmion, 22 Ian Madigan, 23 Fergus McFadden

 

Squadra G V N P P+ P- PT
 Inghilterra 3 3 0 0 76 28 48 6
 Galles 3 2 1 0 62 49 13 5
 Francia 3 2 0 1 43 49 -6 4
 Scozia 3 1 0 2 68 62 6 2
 Irlanda 3 0 1 2 35 47 -12 1
 Italia 3 0 0 3 50 99 -49 0

 

 

Rugby. Italia-Scozia
il giorno della verità

Rugby Italia ScoziaSiamo arrivati al giorno della verità. Si potrebbe obbiettare che tutti lo sono ma, nella fattispecie, oggi pomeriggio l’Italia della palla ovale dovrà superare una articolata quanto rognosa pratica Scozia.

Se le basi del thriller, dall’inglese to thrill, rabbrividire, sono la suspense, la tensione, l’eccitazione, dalle 15,25 davanti ai 73.000 dello Stadio Olimpico (diretta in chiaro da DMAX) ci saranno tutti gli ingredienti

In palio l’investitura di “ultima della classe” che nel torneo più vecchio del Mondo si traduce sinteticamente in “Cucchiaio di legno”, se arrivi ultimo pur vincendo un match, o il più disonorevole Whitewash (il nostro “andare in bianco”) con zero vittorie a fine torneo. In entrambi i casi la “nomination”, per l’ennesima volta, è prerogativa di Azzurri e scozzesi.

Nel 6 Nazioni di rugby, sin dalla sua nascita nel 2000, mentre Irlanda, Galles, Francia ed Inghilterra pianificano sulle possibilità di vittoria, con o senza Gran Slam, l’Italia e la Scozia giocano una sorta di ” torneo nel torneo”, un 2 Nazioni dell’onore. La matematica conclama il motivo. Dopo diciassette scontri diretti nel 6 Nazioni il bilancio è pressoché equilibrato con nove vittorie scozzesi e sette italiane mentre il “Palmares” è a favore dei “cardi” con quattro “cucchiai” contro ben dieci “azzurri” di cui la metà senza vittorie.

Il match è talmente intrinsecamente “delicato” che i due “coach”, a differenza delle esternazioni dei loro giocatori, usano solo complimenti nei confronti degli avversari. Se per Vern Cotter “”L’Italia ha dimostrato di essere una squadra di talento, soprattutto con la loro prestazione esterna con la Francia, ma anche nel primo tempo con l’Inghilterra. Hanno sorpreso entrambe le avversarie con la loro fisicità, intensità e qualità, tutti fattori cui dobbiamo essere preparati per, almeno, eguagliarli se vogliamo vincere a Roma questo weekend”, Jacques Brunel  a sua volta dichiara “”Per noi sarà una partita molto difficile, non possiamo permetterci il lusso di pensare che non lo sia. Personalmente trovo che la Scozia sia una delle squadre più difficili da affrontare, è quella che mi ha fatto la migliore impressione in questi ultimi mesi”.

Cortesie a parte Brunel ha “studiato” attentamente il match contro la Scozia confermando pressochè l’ossatura della squadra che a Parigi ha, finalmente, riproposto un buon rugby  capace di sfiorare la vittoria contro la Francia e, quindici giorni or sono, ha ingabbiato gli inglesi per quasi un’ora. Rientrano l’estremo titolare David Odiete ed il tallonatore Leonardo Ghiraldini, alla sua ottantunesima apparizione, dopo l’infortunio al bicipite femorale riportato alla Coppa del Mondo, si devono fare i conti con due importanti defezioni. Non saranno, infatti, della partita Carlo Canna e George Biagi, i due giocatori più in evidenza della formazione azzurra come sottolineato anche dalla stampa estera, mancanze “aggiustate” con i sostituti Kelly Haimona all’apertura e Joshua Furno in seconda linea.

Nel rugby vince sempre la squadra migliore che è la più affamata di vittoria. Solo una performance attenta e pragmatica può portare ad una vittoria contro la Scozia, che se pur sconfitta ha “graffiato” profondamente, sia l’Inghilterra, sia Il Galles. Un trionfo riuscirebbe sì a recuperare parzialmente la gestione Brunel, ma non modificherebbe la valutazione finale visto che comunque non lascerà l’iniziale sperata impronta con tre 6 Nazioni in “chiaro-curo” e un mediocre mondiale alle spalle.

 Poco è cambiato. Ancora la discontinuità impera e troppe volte cose egregie sì perdono in un “mare magnum” di lacune anche grossolane. Siamo ancora lontani dall’avere un gioco ottimale e rimaniamo una squadra “cardiaca” che fatica ad ostentare il giusto atteggiamento in campo.  In questo diciassettesimo Torneo tutto sembrerebbe avverso per gli Azzurri. Il calendario Gregoriano è bisestile, quello degli incontri vede tre match su due in trasferta. L’occasione di avere la Scozia a Roma è ghiotta, i successivi incontri sono da incubo con l’Irlanda a Dublino che deve rimontare quanto perso per strada, 1 punto in due match, e i gallesi nel fortino di Cardiff che nell’ultima partita potrebbe essere in lizza per la vittoria finale.
Ma siamo latini, tutto può essere arduo quanto possibile.
Umberto Piccinini


ITALIA 15 David ODIETE , 14 Leonardo SARTO, 13 Michele CAMPAGNARO, 12 Gonzalo GARCIA, 11 Mattia BELLINI, 10 Kelly HAIMONA, 9 Edoardo GORI, 8 Sergio PARISSE, 7 Alessandro ZANNI, 6 Francesco MINTO, 5 Joshua FURNO, 4 Marco FUSER, 3 Lorenzo CITTADINI, 2 Leonardo GHIRALDINI, 1 Andrea LOVOTTI
a disposizione 16 Davide GIAZZON, 17 Matteo ZANUSSO, 18 Martin CASTROGIOVANNI, 19 Valerio BERNABO’, 20 Andries VAN SCHALKWYK, 21 Guglielmo PALAZZANI, 22 Edoardo PADOVANI, 23 Andrea PRATICHETTI, ALL. Jacques BRUNEL

SCOZIA 15 Stuart HOGG, 14. Tommy SEYMOUR, 13 Mark BENNETT, 12. Duncan TAYLOR, 11 Tim VISSER, 10 Finn RUSSELL, 9. Greig LAIDLAW, 8. David DENTON, 7John HARDIE,  6 John BARCLAY, 5. Jonny GRAY, 4 Richie GRAY, 3 Willem NEL, 2 Ross FORD, 1 Alasdair DICKINSON.
a disposizione: 16 Stuart McLNALLY, 17 Rory SUTHERLAND, 18 Moray LOW, 19 Tim SWINSON, 20 Ryan WILSON, 21 Sam HIDALGO-CLYNE, 22 Peter HORNE, 23 Sean LAMONT, ALL. Vern COTTER