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Valentina Bombardieri

La morte di Buozzi: giallo con tre interrogativi

buozzi

Su quel che determinò il doloroso epilogo del 4 giugno 1944, cioè l’eccidio della Storta, l’uccisione da parte dei nazisti in fuga di Bruno Buozzi e altri tredici antifascisti, incombono ancora tre interrogativi a settantatré anni di distanza. Per carità, della vicenda si sa più o meno tutto però al quadro mancano alcuni dettagli. Tanto per cominciare, bisogna dire che a quella strage si può tranquillamente applicare la teoria sulla banalità del male elaborata da Hannah Arendt in occasione del processo ad Adolf Eichmann. Perché se per la terribile carneficina delle Fosse Ardeatine può essere, strumentalmente, evocato l’odioso e spietato rapporto di causa-effetto con l’attentato di via Rasella, per La Storta il medesimo rapporto non può essere richiamato per il semplice fatto che non esiste. Fu una strage gratuita. Una gratuità a dir poco inquietante.

La sera del 3 giugno 1944 da via Tasso, la famigerata prigione nazista, partirono diversi camion. Uno solo, però, interruppe la sua corsa nella tenuta Grazioli, facendo “scendere” vivo il suo carico umano, per ripartire poi dopo averlo lasciato senza vita in un fosso, vittima di una esecuzione nella “tecnica” simile a quella adottata alle Ardeatine (il camion era comandato proprio da un “Ss” che in quella occasione si era distinto nel ruolo di carnefice, facendo evidentemente tesoro della crudele lezione lì mandata a memoria). Proprio il camion che ospitava Buozzi e gli altri tredici antifascisti era quello più di altri atteso al nord per volere di Benito Mussolini che sperava di convincere Buozzi, per riconquistare consensi nelle fabbriche ribollenti di rabbia anti-nazista e anti-fascista, a dare lustro e copertura politica alla “conversione” sociale (il “ritorno alle origini”) della Repubblica di Salò. Non solo: probabilmente, ormai rassegnato alla sconfitta, il duce puntava a costruirsi degli interlocutori “comprensivi” ben sapendo che di lì a poco l’Italia gli avrebbe presentato il conto. Conosceva Buozzi, vecchio compagno di partito dei tempi socialisti (lo aveva pure violentemente contestato da sinistra per poi blandirlo anni dopo, come capo del nascente fascismo, in occasione dell’occupazione delle fabbriche).

Tre interrogativi, dunque. Il primo: perché Buozzi non cercò un “asilo” più sicuro? Molti leader di primo piano (tra i quali Pietro Nenni) erano stati ospitati in Laterano. Lui preferì affidare la sua salvezza a case “amiche”. Visto che era in corso la trattativa sulla ricostituzione del sindacato unitario, voleva godere di maggiore libertà di azione? Si sa, ad esempio, che respinse l’idea di trasferirsi al Sud, oltre le linee, nell’Italia liberata. Certo è che la sua scelta ha avuto un epilogo drammatico. Quelli successivi a via Rasella e alle Fosse Ardeatine furono giorni terribili, diversi sindacalisti vennero arrestati, tra i quali anche Giulio Pastore.

Il secondo: chi lo tradì? Perché è evidente che è stato tradito. Sul tema sono state elaborate diverse teorie, alcune anche di carattere strumentale. Erich Priebke, ad esempio, nella sua autobiografia ha parlato di una persona vicina a Buozzi, un sindacalista insospettabile. Illazioni di provenienza americana hanno provato a indirizzare la ricerca verso gli ambienti comunisti e, addirittura,  verso Di Vittorio. Era un periodo di acque torbide, in cui nuotavano personaggi non sempre cristallini come, ad esempio, Ulisse Ducci, antifascista ma con frequentazioni solide con gli ambienti dell’Ovra (dietro pagamento si dichiarò pronto a “consegnare” Buozzi e Nenni). Ma alla fine l’interesse si è concentrato su due personaggi: il ragionier Domenico De Ritiis, uomo piuttosto addentro agli ambienti socialisti, il cui nome fu poi ritrovato negli elenchi dell’Ovra e al quale Mauro Canali, che ha studiato la materia in maniera approfondita, ha dedicato una certa attenzione, e la staffetta Franz Muller, molto attiva nella zona di Trastevere.

Terzo interrogativo: chi comandò la strage? Tanto per cominciare bisogna ricostruire il carattere convulso di quelle ore. Il 3 giugno le truppe alleate sono ormai a un tiro di schioppo da Roma. I generali nazisti, a quel punto, rendono operativi i piani di una fuga che può avere una sola direttrice: il nord. Ma non si possono prendere tutte le strade a disposizione perché quelle che costeggiano il mare sono più esposte ai bombardamenti. Risultato: via Cassia diventa l’arteria preferita, trafficata più della Cristoforo Colombo dopo la chiusura degli uffici dell’Eur. Su quella strada i nazisti sistemarono il quartier generale che gestiva una fuga molto disordinata. È stato sostenuto che Priebke fosse presente nel momento in cui i due “Ss” che “gestivano” il camion, Kahrau e Pustowka, fecero fuoco su Buozzi e i suoi tredici compagni. Dunque, l’eccidio sarebbe stato ordinato da lui. Ma l’accusato si è sempre difeso sostenendo che in quei giorni era a Dachau. Rimandare la responsabilità della decisione a Priebke e a Kappler è inevitabile: d’altro canto, se non furono responsabili materialmente lo furono moralmente. Certo è che quel camion era il più malandato tra quelli che partirono da via Tasso, tanto malandato da far sollevare l’ipotesi che la “banalità del male” abbia trovato alimento proprio nella necessità di accelerare la fuga liberandosi di un carico “ingombrante”. Nel processo per le Fosse Ardeatine, Kappler sostenne che a un certo punto di quel mezzo vennero perse le tracce e che Kahrau che lo comandava si fece vivo soltanto cinque, sei giorni dopo da Firenze dove era arrivato solo a bordo di un’auto. Il camion non c’era più.

Valentina Bombardieri
(Fondazione Nenni)

Di Battista evoca i ‘bivacchi’ parlamentari

di battistaSe il Movimento Cinque Stelle in questi due mesi, nella disperata speranza di formare un governo, si è dimostrato tendenzialmente moderato negli ultimi giorni sembra aver perso la pazienza. E il lume della ragione.

Ieri dopo il discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scritto su Facebook: «Chi, dopo aver detto no al Movimento 5 Stelle, voterà la fiducia ad un governo tecnico è semplicemente un traditore della Patria. In un Paese che intende ancora mostrarsi minimamente democratico le opzioni sono due: o un governo portato avanti da chi ha vinto le elezioni o nuove votazioni il prima possibile». Per concludere si è lasciato andare a un: «Bivaccare è ignobile!».

Terribile l’assonanza con il “discorso del bivacco” tenuto da Benito Mussolini il 16 novembre 1922, dopo la Marcia su Roma. “Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”.

Tutti ormai sanno che il padre di Dibba, Vittorio, soprannominato Littorio, ha un busto di Mussolini all’ingresso di casa e rivendica con orgoglio di essere fascista. Mentre per Alessandro, come dichiarò nel 2016, il fascismo e l’antifascismo sono “come guelfi e ghibellini”, superati dalla storia.

Le parole sono pietre, e per questo vanno pronunciate con prudenza e cognizione di causa. Il 16 novembre 1922 da quel discorso conosciuto ai più come “il discorso del bivacco” è iniziata la lunga dittatura che ha distrutto il nostro Paese. Alessandro Di Battista poteva evitare un termine così connotato politicamente in senso fascista. Così come avrebbe dovuto evitare un intervento contro la lettera e lo spirito della Costituzione. Per Dibba, 96 anni fa come oggi, tutto è autorizzato dall’idea che per spazzare le istituzioni basta un po’ di violenza (verbale) sorretta dall’idea che il popolo è d’accordo perché è stanco e non ne può più. Che il popolo ha finito la pazienza. 96 anni dopo rimane un brutto sapore di allusione.

Inoltre obbligare gli eletti dei 5 Stelle a votare la fiducia a prescindere come vincolo assoluto, questo è contro la Costituzione, ma anche contro la democrazia, contro la logica della democrazia parlamentare. È una logica autoritaria che trasforma gli eletti in automi. Siamo per i grillini al Parlamento come “bivacco per i miei manipoli” di mussoliniana memoria. Rimane solo la speranza che Di Battista rimanga in esilio (volontario) in America.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Roma: buche, spazzatura e lunghe attese

fila

Vivere a Roma è già un grande atto di coraggio. Buche, spazzatura, autobus inesistenti. Come se non bastasse a mettere a dura prova la pazienza dei cittadini della Capitale ci si è messo anche il nuovo sistema informatico di prenotazione “Tupassi”. Ne avevamo già parlato in questo articolo. Il sistema è sempre lo stesso, di certo non migliorato. Prendi l’appuntamento e vai al Municipio. Tutti i servizi vengono svolti solo se prendi l’appuntamento o tramite il totem elettronico o il sito internet del Municipio o un’applicazione sullo smartphone.

Ipotizziamo che un malcapitato cittadino oggi debba fare la carta d’identità elettronica. Si registra sul sito internet. Ipotizziamo che oggi si provi a consultare il calendario degli appuntamenti. Si scoprirà con stupore che il primo appuntamento disponibile in alcuni municipi (III e IV o XIV per esempio) non è disponibile. Mentre in altri, come per esempio il XV il primo appuntamento è tra tre mesi (il 26 luglio) o tra tre mesi e mezzo (il 16 agosto) al II Municipio. Una volta ottenuto l’appuntamento ci si reca al Municipio con una foto si pagano 16,79 euro e 5,42 euro di diritti di segreteria, se la carta d’identità non è ancora scaduta. Dopo di che si ritorna dopo 6-7 giorni lavorativi per ritirare il documento. Roba da far rimpiangere il vecchio sistema dove la carta d’identità era cartacea, la fila al massimo era di un paio d’ore e la spesa di 4,50 euro.

I dipendenti allo sportello sono pochi, sotto organico, senza salario accessorio e naturalmente non riescono a smaltire il grande numero di appuntamenti e la produzione e stampa del documento avviene solo a Roma presso l’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, non solo per i documenti richiesti dai cittadini romani ma anche per le richieste provenienti dalle altre 350 amministrazioni locali. Risultato? Il solito vecchio caos.

Valentina Bombardieri

(Blog Fondazione Nenni)

 

Roberto Fico e le buone vecchie abitudini (del taxi)

La buona notizia non è che Fico è andato alla Camera in autobus. La buona notizia è che l’autobus è passato, ha evitato le buche ed è arrivato in orario. Ma ancora più sconvolgente è che Roberto Fico è riuscito a trovare un posto seduto durante l’ora di punta senza essere costretto ad essere ridotto come una sardina.

roberto ficoL’altra buona notizia è che la curiosità che ci ha sempre contraddistinto ci permette di non essere presi in giro. Perché gli strumenti per smentirli li forniscono loro stessi sul sito tirendiconto.it (fermo a dicembre 2017). A novembre 2016 Roberto Fico spende 16, 50 € di autobus e 164,20 € di taxi. A dicembre 10 € di autobus e 264,20 € di taxi. A gennaio e febbraio 2017 il nuovo Presidente della Camera non ha mai preso un autobus spendendo invece 525,30 € di taxi (rispettivamente 250,10 € a gennaio e 275,20 € a febbraio). A marzo chiede il rimborso di una sola corsa per un totale di 1,50 € prendendo il taxi per un totale di 290,55 €. Ad aprile compra cinque biglietti per un totale di 7,50 € utilizzando il taxi per 212,80 €. A maggio tre biglietti dell’autobus per 4,50 € e il taxi per 188,40 €. A giugno Roberto Fico spende 6 € di autobus (prendendolo quindi 4 volte) e 269,40 € di taxi. A luglio solo due corse con l’autobus (3 €) e 223,35 € di taxi. Ad agosto, settembre ottobre, novembre e dicembre 2017 l’Onorevole non sale mai su un autobus spendendo in taxi ben 776,44 € (rispettivamente 108,80 € ad agosto, 276,80 € a settembre, 146,20 € a ottobre, 94,04 € a novembre e 150,60 a dicembre). Da novembre 2016 a dicembre 2017 il nuovo Presidente della Camera dei Deputati si è fatto rimborsare ben 2914,64 € di taxi a fronte di 49,50 € di biglietti dell’autobus.

Mentre una parte del web lo osanna e una parte lo prende in giro lanciando l’hashtag #RobertoFicoSantoSubito. C’è chi parla di “vecchia abitudine” e numeri alla mano non sembra proprio essere un’abitudine. Una bellissima trovata di marketing. Solo di questo si tratta. Anche perché la terza carica dello Stato è un obiettivo a rischio dal punto di vista della sicurezza. Ma il primo giorno non si può arrivare con l’auto blu, almeno non subito. Mentre diventano virali post del neo-Presidente che rinuncerà alla scorta molti ignorano che la legge 2/2002 stabilisce che è il Ministero dell’Interno ad assegnare i servizi di scorta e che non è facoltà del Presidente potervici rinunciare. Insomma la scorta è un obbligo. E nel caso in cui l’autobus dovesse diventare veramente un’abitudine non temessero gli autisti e gli uomini della scorta: c’è il reddito di cittadinanza.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Il fondo per il Micro-credito non lo ha inventato il M5S

A pochi giorni dalle politiche impazza la bufera sul Movimento Cinque stelle che della trasparenza aveva fatto il suo fiore all’occhiello. Si allarga lo scandalo dei finti rimborsi del Movimento Cinque Stelle, e dei finti bonifici di alcuni parlamentari che solo all’apparenza hanno detto di restituire indietro parte dei compensi ottenuti, e invece hanno fatto ben altro. Un ‘buco’ per il tanto osannato microcredito… Ma vediamo cos’è il fondo per il microcredito e come funziona


microcreditoCosa è il fondo per il microcredito?

È semplicemente un idea venuta ad un banchiere bengalese, Muhammad Yunus. Vincitore del premio Nobel nel 2006. Un fondo concepito come un sistema di prestiti per imprenditori che si trovavano in situazioni disagiate per poter chiedere i soldi alle banche. Quindi senza garanzie. In sostanza i Cinque Stelle non si sono inventati proprio un bel niente.

Sui siti ufficiali del Movimento Cinque Stelle, non sui canali istituzionali, perché sia mai che vengano utilizzati, troviamo scritto così: “Il microcredito nasce grazie ad un fondo creato dai parlamentari 5stelle che si sono dimezzati gli stipendi”. Tralasciamo volutamente le polemiche degli ultimi giorni.

Quando è nato?

In Italia il fondo per il microcredito è stato approvato con il D.lgs. 141/2010 e modificato successivamente con il D.lg. 169/2012. In questi due anni grazie al fondo sono stati erogati più di 7 mila prestiti per una cifra superiore ai 60 milioni di euro. Qui le informazioni ufficiali, per chi volesse disertare il Blog Pentastellato e saperne di più.

Inoltre, per amore della verità, il fondo dove i parlamentari versano il residuo del loro stipendio è il fondo di garanzia. Nasce nel 1996 sotto il Governo Prodi. Quando Grillo a occhio e croce faceva ancora ufficialmente il comico, per lavoro e non sotto mentite spoglie. Fondo operativo dal 2000 e gestito dal Ministero dello Sviluppo Economico.

E i cinque stelle che dicono di versarci parte del loro stipendio?

“Alla sezione dedicata alla garanzia del micro-credito il Ministero dello Sviluppo Economico ha destinato per l’anno passato trenta milioni di euro, cui si aggiungono i versamenti volontari effettuati da enti, associazioni, società o singoli cittadini”. Anche questa notizia facilmente reperibile su un sito istituzionale non su un blog qualunque. Per quanto possiamo credere, nonostante facciamo molta fatica, alla verità del Sacro Graal grillino.

Se ancora non vi sembra abbastanza, vi servirà sapere che lo Stato Italiano corrisponde al suddetto fondo circa 13 miliardi, il Movimento Cinque Stelle con poco più di 10 milioni. Tralasciando i bonifici annullati. A occhio e croce lo 0,076% del Fondo.

Ma è vero che il fondo è senza garanzie reali come dice Di Maio?

Il fondo non è propriamente senza garanzie reali. Leggendo l’art.3 del D.M. è precisato che “la garanzia diretta del Fondo sui finanziamenti di cui all’articolo 3 è concessa su richiesta del soggetto finanziatore fino alla misura massima dell’80 percento dell’ammontare del finanziamento da questi concesso”. Le banche, tanto nemiche dei grillini, chiedono per quel 20% le stesse identiche garanzie che chiederebbero per un prestito normale, ovvero garanzie necessarie a coprire l’intero importo del finanziamento.

Ai Cinque Stelle va il merito di aver incrementato il Fondo (certo, non tutti), non di averlo inventato. Sono però in difetto su una cosa: alla votazione per convertire in legge il decreto riguardo il fondo di garanzia hanno votato contro. Qui le prove.

Ancora una volta, alla faccia della tanto decantata “honestà”.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

L’Italia che “dimentica” di investire sulla Sanità

crisi-sanitaEra il 1978 quando nasceva il Servizio Sanitario Nazionale. Esattamente quarant’anni fa Tina Anselmi allora Ministro della Sanità pensò e introdusse con la legge 23 dicembre 1978, n. 833, con decorrenza dal 1 luglio 1980, un sistema in grado di garantire il diritto alla salute in maniera gratuita. Triste anniversario perché l’OMS ha lanciato l’allarme sulla sostenibilità del SSN. Meno 70 mila posti letto, meno 175 ospedali, meno 10.000 professionisti, macchinari nell’83% dei casi obsoleti. La spesa sanitaria sul PIL non è di certo rassicurante. I dati pubblicati dal Consiglio dei Ministri annunciano una vera e propria apocalisse. Nel 2018 il rapporto tra spesa sanitaria e ricchezza prodotta dal Paese scenderà al 6,5%, soglia limite, al di sotto della quale non è più possibile garantire l’accesso alle cure. Nel 2019 calerà al 6,4% mentre nel 2020 al 6,3%. Secondo i dati Istat il 6,5% della popolazione ritarda o non si cura più.

Nell’Unione Europea cinquecentosettantasettemila decessi si sarebbero potuti evitare se la sanità avesse funzionato nel migliore dei modi possibili. Numeri da capogiro. Detiene lo scettro la Romania con il 49,4 % di morti evitabili, sul podio poi la Lettonia (48,5%), seguita dalla Lituania (45,4%). In coda la Slovacchia (44,6%). I meno peggio in questa classifica delle lacune di sistema e della superficialità professionale la Francia (23,8%) e la Danimarca (27,1%).

In Italia si sarebbero potuti evitare il 33% di morti. È quanto rileva Eurostat spiegando che “il concetto di mortalità evitabile – si basa sull’idea che alcuni decessi (per specifici gruppi di età e per malattie specifiche) potrebbero essere ‘evitati’ – nel senso che non si sarebbero verificati – se ci fosse stata l’assistenza sanitaria tempestiva ed efficace”. Sarebbe bastata solo la cura giusta al momento giusto. Non è poco. Quei numeri non sono solo numeri, dietro c’è tanto altro. Sono numeri che fanno riflettere. In Italia nel 2015 abbiamo avuto più morti di quanti non ne abbiamo avuti nel 1918, anno di guerra. Potremmo farci qualche domanda: colpa dei tagli? Colpa dello scadimento della qualità della sanità pubblica? colpa di un welfare che va sempre più scarnificandosi? Colpa di una società che non è stata ancora tarata sule necessità derivanti dall’invecchiamento della popolazione? Colpa della crisi che ci ha impoverito?

La tutela della nostra salute si scontra quindi con i continui tagli dei finanziamenti destinati alla sanità, ma anche con politiche tese a privilegiare i forti interessi privati presenti nel campo della salute e certamente più attenti a dispensare cure a caro prezzo a chi può permettersele piuttosto che a garantire una vita sana a tutti. Le risorse destinate alla sanità sono diminuite quest’anno dell’1%. Blocco del turn-over, chiusura dei pronto soccorso, posti letto inferiori a quelli previsti per legge. La sanità è nel caos e a farne le spese sempre i cittadini. Gli stessi cittadini parcheggiati sulle barelle nei corridoi dei reparti di pronto intervento, attendendo ore e ore prima di ricevere le cure.

Non è necessario essere medici per comprendere che il modo migliore per spendere meno in sanità è fare di tutto per diminuire il numero di coloro che si ammalano. Puntare sulla prevenzione è quanto mai un obbligo. Se per fare una mammografia è necessario attendere mesi e per l’intervento, se necessario, ancora altri mesi non è complicato comprendere come ne risenta la diagnosi precoce in un ambito nel quale il tempo incide fortemente sull’evoluzione della malattia. A meno che non ci si affidi a strutture private. Nelle statistiche infatti la condizione economica torna a essere determinante per la salute. Il divario tra ricchi e poveri per poter accedere alle cure e quindi per godere di buona salute, che si era ristretto grazie alla conquista nel 1978 del Servizio Sanitario Nazionale universale, ha rincominciato ad allargarsi significativamente. Non possiamo e non dobbiamo accettare che la salute e la prevenzione siano solo cose da ricchi.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Lavoro, la galassia dei nuovi schiavi della gig economy

foodoraC’è una sottile linea nera tra lavoro e sfruttamento. Una linea sottile e che sembra sbiadirsi con il passare del tempo. L’ultima linea cancellata è quella nella società tedesca Foodora, che ha inventato un sistema di consegna a domicilio, in bicicletta, delle pietanze cucinate in una rete di 6500 ristoranti in dieci Paesi. In Italia il servizio è operativo a Milano e Torino Bologna Roma, Firenze e Verona.

La retribuzione oraria netta è di 3,60 euro per ogni consegna (più o meno 4 euro netti). È il mondo della “gig economy” che si ribella. Questo è il mondo dei cosiddetti “lavoretti”. Un modello economico sempre più diffuso dove non esistono più le prestazioni lavorative continuative (il posto fisso, con contratto a tempo indeterminato) ma si lavora solo a richiesta.

Quando è scoppiata la protesta a Torino, i vertici italiani di Foodora hanno tentato di far passare l’idea che quei ragazzi amano andare in bici e non fanno nient’altro che unire l’utile al dilettevole. Gianluca Cocco, il co-managing director, ha dichiarato che la sua azienda non offre un “primo” ma un “secondo lavoro”, un modo per impegnare il tempo libero e guadagnare qualche soldo. Il problema è che i ragazzi non l’hanno capito. Affermazione coraggiosa nel paese dei record per quanto riguarda la disoccupazione giovanile. Oggi per i giovani è difficile addirittura trovare il primo lavoro, figuriamoci se pensano a trovare il secondo (o se cse sono obbligati a pensarci è perché il primo offre una retribuzione al di sotto dei minimi livelli di sostentamento). Inoltre è tornato il cottimo, e soprattutto sta tornando l’idea tra i giovani che il cottimo sia una cosa giusta ed equa.

La berlinese Foodora non fornisce numeri sul fatturato, ma la sua “mamma” Delivery Hero (che ha creato brand come Foodpanda e Hungryhouse) ha chiuso i primi sei mesi del 2017 con un fatturato di 253,2 milioni di euro, in rialzo del 94,3% rispetto allo stesso periodo del 2016. Solo l’Europa ha visto i ricavi crescere del 41,3%, a 95,5 milioni di euro, spinta da un rialzo di quasi il 40% negli ordini. Il reddito operativo è in rosso di 134,5 milioni di euro, ma a pesare sembrano essere soprattutto i 155,8 milioni di euro spesi in marketing e gli investimenti per l’ampliamento del gruppo.

La britannica Deliveroo dispiega il suo servizio di consegne con 30mila fattorini in 12 paesi, circa 1.300 dei quali attivi in Italia. Ha chiuso il 2016 con ricavi per 129 milioni di sterline, in rialzo del 611% rispetto ai 18 milioni del 2015, e perdite dello stesso valore: 129 milioni, aumentate del 300% rispetto ai 30,1 milioni del 2015. I suoi corrieri vengono contrattualizzati come collaboratori fino a che le entrate non superano i 5mila euro l’anno, soglia oltre la quale scatta l’obbligo di partita Iva. La retribuzione lorda è di 7 euro l’ora per chi si muove in bici, con un contributo aggiuntivo di 1,5 euro, per salire a 8 euro l’ora nel caso dei fattorini che si muovono in scooter (con rimborso di benzina annesso).

Niente ferie, né malattie, figuriamoci la tredicesima. I fattorini di Foodora hanno contratti di collaborazione coordinata e continuativa. Devono attenersi a un orario e devono presentarsi in un luogo di lavoro.

Foodora si starebbe avvalendo di un vuoto creato dal Jobs Act: l’abolizione del punto della riforma Fornero in cui veniva stabilito che il compenso dei co.co.co a progetto non potesse essere inferiore alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali del settore; in fondo un vero primato politico per un governo che immaginava di avere una veste un po’ più socialmente corretta del devastante esecutivo al servizio di Bruxelles guidato dal tecnocrate Mario Monti. Anche se qualcosa si potrebbe fare, come sostiene Giuseppe Garesio, vicepresidente nazionale di Assolavoro, l’associazione che riunisce le agenzie interinali, che aveva proposto di ricorrere al monte ore garantito (Mog): una tipologia di contratto di somministrazione che prevede un minimo di ore garantite da distribuire nella settimana, a seconda dei picchi di lavoro previsti. Una sorta di “evoluzione” del lavoro a chiamata che però garantisce al lavoratore la retribuzione, oltre naturalmente agli oneri previdenziali.

Un mondo di lavoretti e di precarietà, un tunnel dove la luce sembra ancora molto lontana. Foodora è solo la punta dell’iceberg in una galassia dove non sembra esserci spazio per i giovani, una somma di pianeti abitati da nuovi schiavi. Nel mondo 45,8 milioni di persone vive in stato di schiavitù, di cui 129.600 in Italia. Di queste, 1.243.400 (2,7%) si trovano in Europa. Sono le conclusioni dell’ultimo rapporto della Walk Free Foundation: secondo l’Indice globale della schiavitù 2016, la stima del 28% rispetto all’ultimo rapporto, che tradotto vuol dire 10 milioni di persone in più. Ovviamente la stima è decisamente più selettiva e riguarda condizioni di reale schiavitù pur considerando, in parte, anche quelle legate a situazioni lavorative di particolare “sottomissione”.

Se decidi di non voler fare consegne in bicicletta puoi trovare lavoro in un call center. Due euro l’ora è la retribuzione media di un operatore per un part time da 20 ore settimanali. Una media di 400/500 euro al mese. Sempre se riesci a superare il periodo di prova, naturalmente non retribuito. Giovani che vengono incantati dalla provvigione che riceveranno con ogni contratto. In realtà, vista la diffidenza sempre maggiore nei confronti di chi riceve le chiamate dai call center, riuscirci è col tempo diventato sempre più difficile. E così l’operatore si ritrova a doversi accontentare dell’esiguo fisso mensile. Va inoltre sottolineato che parliamo di rapporti lavorativi per la stragrande maggioranza dei casi creati al di fuori del contratto collettivo di telecomunicazione.

Ulteriore problema dei call center è la delocalizzazione e gli appalti e sub appalti al massimo ribasso. I sindacati denunciano in particolare il mancato rispetto della clausola sociale contenuta nel “Ddl Appalti” approvato dal Parlamento. E cita l’esempio emblematico di Poste Italiane ed Enel, aziende controllate dallo Stato italiano che, assegnando le attività di call center a esterni scelgono in base al prezzo più economico. Un tempo si diceva che lo Stato siamo noi: non era indicata una postilla che escludeva quei lavoratori “telefonici”. Cinquecento addetti ai call center fra Roma e Napoli delle aziende Gepin Contract e Uptime (che gestiscono il servizio per Poste italiane) sono stati licenziati. L’appalto se lo sarebbero aggiudicato altre imprese dai prezzi ancora più competitivi. Del resto, il decreto appalti lo permette: chi propone il prezzo più basso si accaparra il lavoro. Mentre la clausola sociale che impone a chi vince l’appalto di non licenziare i vecchi operatori garantendo la continuità lavorativa sarebbe del tutto ignorata. E disattesa secondo il sindacato sarebbe anche la norma (articolo 24 bis della legge 134/2012) sulle delocalizzazioni. Moltissimi call center hanno traslocato in Paesi con costi del lavoro bassissimi (l’Albania, ad esempio) e dove non esiste garanzia per il trattamento dei dati personali e sensibili.

Ma tra gli sfortunati e gli sfruttati esiste addirittura una classifica dove gli ultimi non saranno mai i primi. Una sorta di sciacallesca legge di Murphy in base alla quale chi sta male può sempre attendersi di stare anche peggio. Incredibile la storia di Taranto, dove è stato scoperto un call center con lavoratori in nero e costretti a operare in un garage.

C’è poi il popolo dei voucher. Sette euro e 50 l’ora per prestazioni occasionali, che poi occasionali non sono. Il lavoro a voucher non prevede alcuna forma di welfare (ferie, malattia, gravidanza etc) ed è in larghissima espansione in Italia: lavoro liquido e super precario, sostanzialmente braccia e cervelli in affitto, all’ora, usa-e-getta. Sono nati con una filosofia di emersione del lavoro nero soprattutto nel settore dell’agricoltura. Ora il Jobs Act ne ha ampliato i confini. I settori di maggior impiego del voucher sono il commercio (18 %), il turismo (13,7%) e i servizi (13%) mentre solo il 6 % ormai è venduto nel settore agricolo e appena il 3 % nei servizi domestici, le tipologie per le quali era nato e che, in termini assoluti, si mantengono costanti. Vendita di voucher in aumento del 40% anno in un anno. Nel primo semestre 2016, infatti, sono stati venduti 69,9 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio. Cifra pari al 40,1% in più rispetto al primo semestre 2015.

C’è un mondo diviso. Un mondo dove da una parte ci sono i contrattualizzati, chi ha un lavoro stabile con ferie contribuiti, Inail, le ferie e i festivi e uno stipendio “prosciugato” negli anni ma che in alcuni casi permette “addirittura” di sopravvivere. Dall’altra parte i nuovi schiavi. Sono disoccupati cui si dà una parvenza di occupazione (funziona per le statistiche dell’Istat che poi Renzi esibisce davanti a Obama) al prezzo della cessione di ogni diritto: al contratto, alle ferie, ai festivi, alla maternità, agli straordinari. Nuovi schiavi che sono costretti ad accettare un lavoro perché rifiutarlo è un lusso che oggi nessuno può permettersi. O così o niente. Poco è meglio di niente. Ma quel poco resta pur sempre un insulto.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Ikea Corsico. L’Italia non è un Paese per mamme

ikeaMarica Ricutti, 39 anni. Una donna che da 17 anni lavora nello stabilimento Ikea a Corsico, in provincia di Milano. Una donna separata, con due figli di 10 e 5 anni, di cui l’ultimo disabile. Successivamente ad un cambio di mansioni Marica aveva fatto presente all’azienda che non avrebbe potuto rispettare gli orari imposti proprio a causa del bimbo piccolo, per cui la donna usufruiva dei permessi connessi alla legge 104. Sarebbe stato impossibile coordinare l’ingresso al lavoro alle 7 con le cure necessarie al piccolo. Il responsabile dell’azienda, preso atto della necessità della lavoratrice le aveva detto che non ci sarebbero stati problemi. La donna poi, come ha raccontato al quotidiano “La Repubblica” è stata rimandata da un referente all’altro, senza ottenere alcuna risposta in merito alla sua richiesta. Fino a che Marika ha deciso di osservare gli stessi orari che faceva prima del cambio di mansione, dalle 9 del mattino fino a fine turno. La settimana scorsa l’azienda l’ha licenziata. Le ha inviato una lettera comunicandole il licenziamento in tronco perché “venuto meno il rapporto fiducia con la dipendente, che in due occasioni si sarebbe presentata in orari diversi da quelli concordati”.

L’Italia si sa, non è un Paese per donne. L’occupazione femminile a giugno ha toccato la percentuale record del 48,9% è ancora molto inferiore alla media europea del 62,5%. Ma non è neanche un Paese per mamme. Nel 2016 secondo l’Ispettorato nazionale del lavoro il 78% delle richieste di dimissioni ha riguardato lavoratrici madri e nel 40% dei casi la motivazione è dettata da tre ragioni: assenza di parenti di supporto, mancato accoglimento al nido ed elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato.

In Svezia la situazione è ben diversa. Il congedo di maternità o paternità ammonta a 480 giorni a stipendio intero; sono previsti permessi retribuiti per accudire i figli malati fino ai 12 anni per un totale di 120 giorni in un anno; per ogni figlio fino ai 16 anni è previsto un assegno mensile di 100 euro; l’istruzione scolastica è gratuita fino ai 19 anni. Nel nostro Paese invece alle neo mamme spettano cinque mesi di congedo obbligatorio retribuiti totalmente, a cui si possono aggiungere, su richiesta ed entro i 12 anni di età del figlio, ulteriori sei mesi retribuiti al 30%.

Qualche mese fa alcune Manager Ikea raccontavano alla rivista Marie Claire quanto fosse facile lavorare nell’azienda svedese e conciliare la loro vita da mamma. Le intervistate raccontavano di promozioni ottenute dopo la maternità, di orari flessibili ed elastici e di una amministrazione entusiasta del loro doppio ruolo. Sulla carta di una rivista una realtà che appare ben lontana da quella stessa azienda che ha licenziato una dipendente madre per non aver rispettato gli orari del turno.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Irpinia 1980, una ferita non rimarginata

In un Paese che viene scosso quotidianamente nelle sue viscere da migliaia di terremoti (la stragrande maggioranza dei quali non li avvertiamo nemmeno) il 23 novembre 1980 rimarrà per sempre impresso nella memoria collettiva.

Fu una tragedia: grandissima, prima con quei 2.735 morti, novemila feriti e trecentomila sfollati; inaccettabile dal punto di vista morale dopo, nonostante i severi moniti del Presidente Sandro Pertini, il suo dito accusatorio puntato contro chi nei terremoti del passato (si riferiva in particolare al Belice) si era arricchito sulle disgrazie altrui.

All’indignazione ha fatto seguito la rassegnazione e, infine, l’oblio. Il terremoto dell’Irpinia ha aggiunto alle pagine tragiche scritte nei novanta interminabili secondi cominciati esattamente alle 19,34, pagine vergognose che nessuno è stato in grado di cancellare. Non ci riuscì Pertini che per quella sua denuncia contro i ritardi nei soccorsi finì nel mirino dei partiti. Il ministro dell’Interno responsabile dell’emergenza, Virginio Rognoni, presentò le dimissioni ma il presidente del consiglio dell’epoca, Arnaldo Forlani, lo invitò a soprassedere.

Poi ci provò un altro presidente, in quel momento ancora parlamentare: Oscar Luigi Scalfaro, ex magistrato, nominato alla guida della commissione d’inchiesta (fu ribattezzata “Mani sul terremoto”, riecheggiando il titolo di un famoso film di Francesco Rosi sulle spregiudicate imprese speculative di un parlamentare-imprenditore edilizio) la cui costituzione venne stabilita da una legge del 1989. Cominciò a indagare nel 1990 e terminò i suoi lavori il 27 gennaio dell’anno successivo spiegando con estrema chiarezza che i 58 mila e seicento miliardi di vecchie lire spesi nei dieci anni successivi al sisma di magnitudo 6.9 e del decimo grado della scala Mercalli, si erano praticamente volatilizzati, finiti nel nulla, senza dare alcun sollievo né conforto a coloro che avevano subito lutti e danni. Nel 1990, d’altro canto, 28.572 persone vivevano ancora nelle roulotte o nei container mentre 4.405 erano ospitate negli alberghi.

Quindi ci provò la magistratura. Nel mirino finirono esponenti di primo piano della politica italiana dell’epoca: Ciriaco De Mita, Paolo Cirino Pomicino, Vincenzo Scotti, Antonio Gava, Francesco De Lorenzo e Giulio Di Donato. Tutti uscirono indenni perché assolti con formula piena o per sopraggiunta prescrizione. Pagò solo il presidente della regione Campania, Antonio Fantini. Ma la realtà è che il terremoto si trasformò in una grande slot machine con la complicità della politica. Perché se è vero che l’area colpita fu piuttosto vasta, è anche vero che in tanti si prodigarono per allargarla sempre di più. Infatti se all’inizio, nei giorni immediatamente successivi alla scossa, i paesi ufficialmente colpiti erano appena trentasei, sei mesi dopo per decreto del governo presieduto da Arnaldo Forlani erano già saliti a 280. Alla fine ci si fermò a 687, cioè l’8,5 per cento dei comuni italiani. Evidentemente una enormità.

Gli stanziamenti statali per ricostruire un’area di 17 mila chilometri quadrati che si estendeva dall’Irpinia al Vulture coinvolgendo province di Avellino, Salerno e Potenza (i comuni maggiormente colpiti furono Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Senerchia, Calabritto e Santomenna), continueranno sino al 2023. Nel frattempo l’ufficio studi di Montecitorio nel 2009 ha stabilito che lo Stato aveva sino a quel momento speso qualcosa come 47,5 miliardi di euro. Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri, a sua volta, in un rapporto sui costi dei terremoti in Italia ha spiegato che in valori nominali i finanziamenti sono stati 23,5 miliardi che, però, dopo l’inevitabile rivalutazione, salgono a 52 miliardi (nel complesso l’Italia negli ultimi 45 anni, sino al sisma emiliano del 2012, per riparare i danni delle numerose tragedie prodotte dalle bizzose faglie e aggravati dall’incuria degli umani, ha speso qualcosa come 122 miliardi).

Questa storia e questo anniversario possono essere utilizzate come un monito: mai più una pagina vergognosa come quella scritta col sangue e i sacrifici della povera gente e per l’arricchimento di un ceto politico famelico e di una criminalità (i maggiori sprechi si sono avuti nelle aree dominate dalla camorra) che non avendo rispetto per i vivi a maggior ragione non riesce ad averlo per i morti.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Berlusconi e il ministero per la terza età

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 09-01-2013 Roma Politica Rai - trasmissione porta a porta  Nella foto: Silvio Berlusconi Photo Mauro Scrobogna /LaPresse 09-01-2013 Rome Politics Rai -  porta a porta tv show - In the picture: Silvio Berlusconi

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
09-01-2013 

«Se vinceremo le elezioni nel nostro prossimo governo ci sarà una novità importante, quella di un ministero della terza età». Lo ha annunciato Silvio Berlusconi in un videomessaggio inviato al Congresso Nazionale di Federanziani. Dopo aver cavalcato il suo storico cavallo di battaglia sul tema delle pensioni: “Ritengo moralmente doveroso aumentare i minimi pensionistici a 1000 euro al mese per tredici mensilità” naturalmente ciò deve valer anche “per le nostre mamme che hanno lavorato tutti i giorni a casa e che devono poter avere la possibilità di trascorrere una vecchiaia serena e dignitosa”. Misure che, secondo il leader di Forza Italia, si rendono necessarie anche perché avendo “promosso alcuni studi universitari al San Raffaele, secondo i ricercatori l’obiettivo a portata di mano è quello di accrescere la prospettiva di vita fino a 125 anni. Tutto questo è positivo, apre prospettive affascinanti ma anche diversi problemi perché le persone devono poter invecchiare in salute ma anche in sicurezza economica. Invece nel 2016 tre milioni di anziani hanno dovuto rinunciare alle cure perché troppo costose. Oggi nessuno anziano può vivere con una pensione minima di 500 euro: oggi è doveroso e indispensabile aumentare i minimi pensionistici”.

Ora su modalità e coperture nessuna parola ma in campagna elettorale ci siamo abituati. La domanda che sorge spontanea sulle pensioni però è lecita. Porsi come obiettivo di dare mille euro di pensione a chi magari non ha versato mai un contributo non rende poi necessario magari aumentare la pensione anche a chi, per esempio, ha rimpolpato la cassa previdenziale per quarant’anni? Inoltre, mille euro a chi non ha mai versato non corrisponde esattamente a una misura previdenziale bensì configura un intervento assistenziale e dato che sull’Inps gravano già una serie di compiti che nulla hanno a che vedere con il dna originario dell’Ente (da acronimo: Istituto nazionale per la previdenza sociale, cioè riscossione dei contributi e pagamento delle relative pensioni), non sarebbe l’ora di mettere mano alla divisione tra previdenza e assistenza che avrebbe anche il merito di fornirci un quadro più veritiero della nostra spesa previdenziale? In fondo, lo dice anche il presidente dell’Inps Tito Boeri che avendo sviluppato nel tempo uno sconosciuto attaccamento al potere, pensa di poter risolvere la questione cambiando il nome dell’Istituto, cioè l’acronimo ma non il contenuto del suo servizio. Peraltro una operazione verità dovrebbe prevedere anche altri interventi come, ad esempio, provvedere al calcolo della spesa al netto delle imposte e non al lordo come avviene in altri civilissimi paesi europei e anche al netto della liquidazione dei Tfr che con la previdenza non hanno nulla a che spartire trattandosi di salari differiti. Ma si sa che il Cavaliere è bravo a far promesse da marinaio. Il che significa che in fondo le parole volando non obbligano a realizzare alcuna vera riforma strutturale.

Ma veniamo all’idea annunciata con una certa enfasi: la creazione di un “Ministero della Terza età”. Roba da sobbalzare sulla sedia. L’idea se fosse il periodo delle chiacchiere (quelle dolci non quelle parolaie) e delle castagnole farebbe anche ridere. Ma presa sul serio fa piangere. Un ministero per la terza età avrebbe il sapore della creazione di una sorta di riserva indiana. I ministeri esistenti coprono in abbondanza, anche se sicuramente in maniera non sempre efficace, i problemi che riguardano gli anziani e non solo. Solitamente i ministeri così specifici si creano per affrontare problemi endemici, basti pensare al Ministero per gli interventi straordinari per i Mezzogiorno frutto di una passione e di una pressione meridionalistica che considerava irrisolta la questione di una equilibrata unificazione del Paese, con una sua parte (da Pomezia in giù) oggettivamente dimenticata e spesso derubricata a problema di ordine pubblico da trattare a suon di schioppettate in piazza.

Gli anziani però non sono un problema ma, semmai, una risorsa e proprio i riferimenti dell’ex cavaliere ai processi sempre più rallentati di invecchiamento obbligano a meditare sui modi in cui utilizzare quella risorsa a vantaggio del bene comune. Un problema gli anziani lo diventano solo quando la società, semmai incentivata da una classe politica che “gioca” per motivi elettorali sulla guerra generazionale, li considera tali, indipendentemente dall’esistenza o meno di un ministero ad hoc. Ma soprattutto gli anziani non sono abitanti di un universo parallelo; sono parte della società italiana come i giovani, i quarantenni e gli esponenti della mezza età. Quella di anziano è una condizione naturale come tutte le altre. È il ciclo della vita che non dipende da un ministero che per la qualità dell’idea su cui si basa è decisamente più vecchia e malandata di coloro a cui dovrebbe dedicarsi.

Valentina Bombardieri
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