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Valerio Morabito

Legambiente: “Montichiari al collasso”

montichiari«La presenza di cave dette di “fossa” ha consentito a partire dagli anni ’80 l’insediamento di 16 discariche, trasformando un’area consistente, inizialmente destinata ad essere ripristinata a territorio agricolo, in un ricettacolo di rifiuti da 13 milioni di metri cubi autorizzati». È questo ciò che ha scritto Legambiente nella sua relazione annuale sulle cave in Italia, facendo riferimento nello specifico alla situazione del territorio di Montichiari. Al paese della Bassa bresciana, infatti, è dedicato un paragrafo nello studio stilato dalla più nota associazione ecologista italiana. Montichiari, ha messo in evidenza Legambiente, è una sorta di matassa ingarbugliata dove le questioni si intrecciano tra di loro: «Ai problemi di traffico, polveri, inquinamento degli impianti di escavazione delle 12 aziende presenti sul territorio si aggiungono quindi quelli derivanti dalle discariche, nelle quali vengono depositate ogni giorno rifiuti urbani e assimilabili, speciali pericolosi, non pericolosi e tossico-nocivi. Tutto ciò accanto ai campi coltivati ed a soli 500 metri dal centro abitato di 25 mila abitanti», ha descritto Legambiente parlando di Montichiari come di un «territorio al collasso» per «la grande quantità di estrazioni autorizzate dall’ultimo Piano Cave della Provincia, con 10,7 milioni di metri cubi previsti per il decennio di validità del Piano solo per sabbia e ghiaia, ed una estensione complessiva delle aree interessate pari a 2,57 milioni di metri quadrati». Legambiente ha dedicato un paragrafo del suo studio anche a Botticino. «La legge regionale riguardo il piano cave e conseguente rispetto della natura non è quasi mai rispettato», ha ricordato l’associazione green. E il motivo è riconducibile ad una sorta di «corto circuito» tra istituzioni e imprenditori privati: «La lobby dei cavatori si è sempre attivata ad ogni revisione decennale del piano provinciale cave per ottenere sempre maggiori quantitativi da cavare, dall’altra parte gli enti locali continuano a trarre le risorse economiche per incrementare le entrate dei loro bilanci». In un contesto del genere, ha concluso Legambiente, la vittima principale è il «territorio consumato senza nessun criterio».

Valerio Morabito 

Israele, avanguardia
della cannabis medica

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Israele, un paese di pionieri anche per quanto riguarda la cannabis medica. Nella giornata di martedì 13 settembre  si conclude a Tel Aviv l’International Medical Conference Cannabis, dove medici e studiosi israeliani stanno portando avanti nuovi studi clinici per provare ad ampliare l’uso della cannabis per curare altre malattie. La tolleranza nei confronti della marijuana non è una novità in Israele e l’aspetto che sembra lontano dalla politica italiana è che un tema così delicato non è oggetto di strumentalizzazioni politiche. Likud e Socialisti, infatti, sembrano essere d’accordo sul maggior utilizzo della cannabis a fini terapeutici. Proprio a giugno, per esempio, il governo, attraverso il ministro della Salute, Ya’akov Litzman, ha approvato una riforma per estendere e modernizzare l’utilizzo della cannabis in campo medico. Il testo approvato dalla Knesset permette di acquistare la cannabis nelle farmacie autorizzate, sono stati ridotti i limiti per i coltivatori di marijuana e sono aumentati il numero di medici che possono prescrivere la cannabis terapeutica.

Infine è avvenuta una reale deburocratizzazione per accedere al farmaco, che potrà essere ottenuto dai pazienti grazie ad una semplice prescrizione medica e non attraverso i cavilli burocratici previsti dal Ministero della Salute.

La parola d’ordine nel settore della marijuana medica è la ricerca. Nel Paese all’avanguardia dal punto di vista tecnologico e scientifico è quasi una logica conseguenza investire anche in questo ambito. Già, ma la marijuana in Israele non è qualcosa per i radical chic (o quantomeno non solo). I numeri delle persone che necessitano della marijuana a fini medici, infatti, dicono ben altro. Fino ad oggi sono circa 23 mila i cittadini israeliani che si curano attraverso la cannabis medica. Cifre destinate a crescere, soprattutto se la marijuana verrà estesa anche per curare altre malattie. La sperimentazione e le discussioni scientifiche, come dimostra la Conferenza di Tel Aviv, confermano che si sta procedendo in questa direzione. Al momento la cannabis è in fase di sperimentazione clinica e il suo utilizzo è stato approvato per contribuire a curare la colite, il morbo di Crohn, alcuni sintomi di pazienti con paralisi celebrali, epilessia nei bambini, sindrome di Tourette, morbo di Parkinson, alcuni sintomi dell’autismo e qualche effetto collaterale nelle cure per il cancro. Mentre altri studi futuri sostengono che la cannabis potrebbe essere utilizzata per il trattamento dell’artrite, disturbo da stress post traumatico e infiammazione degli occhi.

Valerio Morabito 

Socialisti e dem per i 60 anni della Casa del Popolo

carpenedolo casa del popoloUn 2016 importante per la Casa del Popolo di Carpenedolo. In questo anno, infatti, lo storico punto di riferimento della sinistra del paese e delle zone limitrofe ha spento 60 candeline. Dal 1956 al 2006 ne è passata di acqua sotto i ponti, quasi tutto è cambiato nel panorama politico internazionale. Eppure questa Casa rimane là, al suo posto. La banda musicale di Calvisano ha intonato l’Inno d’Italia, Bella Ciao e altri canti legati alla tradizione della sinistra. Le bandiere del Partito socialista italiano e quelle del Partito democratico hanno fatto da contorno all’evento che si è svolto nella cittadina della bassa bresciana.

Le note dei musicisti hanno fatto radunare diverse persone in piazza Europa. Tra di loro c’era anche l’ex sindaco di Brescia, Paolo Corsini. Poi è arrivato lo storico esponente della Cgil e membro della Casa del Popolo Giuseppe Bosio, gli altri membri Carlo Lugana e Massimiliano Bellini. Poi c’era l’ex sindaco di Acquafredda Fulvio Rosa, i membri della sezione del Partito socialista di Carpenedolo e diversi simpatizzanti. Il discorso finale, dopo un piccolo aperitivo, è stato tenuto dal senatore Corsini che ha sottolineato il proprio legame con la comunità carpenedolese: «Frequento spesso la comunità di Carpenedolo dai tempi in cui ero grande amico dell’ex sindaco Stefano Boselli».

Ma Corsini si è soffermato sul valore della Casa del Popolo, tirata a lucido per l’occasione: «È un patrimonio condiviso che serve per trovare nuove motivazioni. Deve essere un luogo di confronto e dibattito politico, centro di riferimento per le realtà associative del territorio e punto cruciale che può supplire all’assenza dei partiti». Il segretario del Pd Carpenedolo, Massimiliano Bellini, ha ricordato il valore storico della Casa del Popolo per il paese: «Si tratta di un luogo carico di storia, dove sono nate intese, sindaci e amministratori di Carpenedolo». Commovente anche il discorso di Giuseppe Bosio, che ha ripercorso le tappe che hanno portato ai 60 anni della Casa, «con la speranza che non debbano trascorrere altri decenni per organizzare un’altra festa».

Valerio Morabito

Dai Simpson alla filosofia di Gandalf, un viandante che guarda all’Altro

gandalfQuanta filosofia c’è nel Signore degli Anelli? Una domanda sorta dopo aver letto, qualche anno fa, il libro I Simpson e la filosofia di William Irwin, Mark Conard, Aeon Skoble. Aver compreso come il piccolo Bart incarna l’idea nichilista di Friedrich Nietzsche, oppure come il comportamento di Marge è la realizzazione della classificazione aristotelica delle virtù, non può non far sorgere, per i cosiddetti nerd o appassionati, nuovi interrogativi su altre sitcom animate o film fantasy. Per adesso soffermiamoci sul secondo contesto. Nell’insieme di questo genere può essere inserita la trilogia fantasy ispirata alla saga dello scrittore britannico John Tolkien. Il Signore degli Anelli, infatti, custodisce diversi spunti filosofici sui quali riflettere. In particolar modo sono alcuni suoi personaggi a farsi portatori di simili pensieri. In prima fila c’è Gandalf, lo stregone che nel Signore degli Anelli e nello Hobbit assume il ruolo di guida per Frodo e Bilbo Beggins, mentre nel primo capitolo della trilogia, La compagnia dell’anello, è il capo di questa compagine che inizia un viaggio per distruggere l’anello. Già in questa breve descrizione emerge il ruolo filosofico di Gandalf. Una guida, un punto di riferimento per i suoi compagni di viaggio e per chi gli sta intorno. Dietro le sue massime c’è qualcosa di più. È custodito un articolato pensiero filosofico, il quale emerge pagina dopo pagina, oppure scena dopo scena del film. Gandalf il grigio o Gandalf il bianco veste anche i panni del pensatore, del filosofo inteso nel senso originale del termine. Uno dei personaggi principali del Signore degli Anelli, infatti, incarna il filosofo considerato come viandante, come uomo sempre in cammino, come personalità che non si fa imprigionare dalla torre d’avorio in cui si trova gran parte della filosofia accademica dei nostri giorni.

Per usare una metafora cara agli appassionati del Signore degli Anelli, Gandalf non si rinchiude nella fortezza di Isengard o nella sua torre centrale chiamata Orthanc come fa, invece, l’altro stregone antagonista Saruman, il quale, in un contesto del genere, potrebbe rappresentare il pensiero filosofico che crede di bastare a se stesso, che non si confronta con la quotidianità della vita e rimane rinchiuso nelle proprie stanze. Gandalf, invece, cavalcando Ombromanto, stupendo cavallo bianco donatogli da Re Theoden, attraversa la Terra di Mezzo, il Reame Boscoso degli elfi e la Contea abitata dagli Hobbit. Gandalf non è certo quel tipo di stregone che ama crogiolarsi in se stesso e nei suoi saperi. Gandalf si pone al di là della caverna, nel senso platonico del termine, perché il ruolo dello stregone proprio come quello del filosofo è far comprendere agli altri che sono imprigionati in una visione ristretta e superficiale e devono uscire alla luce del sole per partecipare a una realtà più grande. Del resto come interpretare diversamente l’affermazione di Gandalf nel primo capitolo del Signore degli Anelli, ovvero la Compagnia dell’anello: «Anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro». La fiducia di Gandalf, in questo caso, è riposta nell’Hobbit Frodo Beggins e dal punto di vista filosofico il riferimento è all’Altro, inteso come colui che ci sta dinanzi, che «è sempre oltre i miei orizzonti», per citare una considerazione del pensatore francese Emmanuel Levinas riportata nel libro Alterità e trascendenza.

Lo sguardo di Gandalf è rivolto verso l’Altro, ma lo stregone, a differenza dei filosofi che hanno parlato nelle loro speculazioni dell’Altro, non perde la bussola, il suo mondo non si disgrega quando si trova dinanzi una realtà differente. Gandalf non perde alcuna certezza, ma sembra un filosofo ellenico che ha come obiettivo quello di educare le persone. «Bilbo Baggins! Non prendermi per uno squallido stregone da quattro soldi, non cerco di derubarti, cerco di aiutarti», afferma Gandalf nella Compagnia dell’anello. Una citazione che è una conferma di questa funzione sociale che una volta veniva ricoperta dai filosofi. Gandalf, per certi versi, sembra un vero e proprio consulente filosofico che si contrappone alla figura del filosofo accademico, come descritto da uno dei principali teorici della consulenza filosofica, l’israeliano Ran Lahav: «Il filosofo accademico teorizza, scrive articoli e libri, tiene conferenze, discute e produce teorie generali e astratte. Invece il praticante filosofico cerca di impregnare la vita di riflessione filosofica e perciò ha un grande interesse per la situazione e le preoccupazioni concrete del singolo. Qualche volta il consulente può teorizzare in astratto, ma per lui è solo un mezzo per qualcos’altro: aiutare le persone a vivere la vita con una maggiore comprensione di se stesse» (Ran Lahav, Oltre la filosofia, Milano 2007, p. 27). Ma uno dei personaggi principali del Signore degli Anelli non è soltanto un motivo per parlare di pratica filosofica. Quando sostiene che «possiamo solo decidere cosa fare con il tempo che ci è stato concesso», apre un altro fronte e invita il lettore e il pubblico in generale a riflettere sul concetto di tempo.

Se, dunque, il tempo ci viene concesso, questo vuol dire che viene inserito in un contesto umano e dunque mortale. Gandalf sembra riprendere il pensiero filosofico di Martin Heidegger. Secondo il filosofo tedesco il tempo rappresenta l’essenza stessa della vita umana. La vita di ognuno di noi è legata al suo tempo e nel momento in cui cesseremo di vivere, anche il nostro tempo svanirà. Tutto questo concetto filosofico trova la sua sintesi nella frase di Heidegger tratta da Essere e Tempo: «L’esserci, l’essere umano, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo». Tra gli svariati concetti messi in luce da Gandalf c’è anche quello della morte. In un dialogo con lo Hobbit Peregrino Tuc, ovvero Pipino, lo stregone afferma: «Finita? No, il viaggio non finisce qui. La morte è soltanto un’altra via. Dovremo prenderla tutti. La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato». Sembra quasi sentire una lezione di Edgar Morin. Il pensatore francese, ossessionato nel corso della sua vita dal pensiero della morte, infatti, la considera come qualcosa di negativo, ma hegelianamente come un qualcosa che può rivelarsi proficua. Di fronte alla morte, sostiene Morin, si deve assumere il giusto atteggiamento, proprio come suggerisce Gandalf: «Ovvero guardare alla morte come a qualcosa che permette all’uomo di crescere, di maturare nella sua realtà storica» (Giuseppe Gembillo e Giuseppe Giordano, Epistemologi del Novecento, Armando Siciliano Editore, Messina 2004, p. 349). È questa, in estrema sintesi, l’altra grande magia di Gandalf. La sua saggezza è impregnata di filosofia. Non potrebbe essere altrimenti per un viandante in costante cammino, che non si lascia imprigionare da sterili torri e non teme di confrontarsi con l’Altro, chiunque esso sia.

Valerio Morabito

“I nazisti della porta accanto”, libro inchiesta sull’appoggio degli Usa

hooverLaszlo Agh, nazista accusato di aver costretto gli ebrei di un campo di lavoro d’Ungheria a gettarsi sulle baionette che spuntavano dal terreno e a mangiare le proprie feci, venne difeso dal Presidente Hoover in persona

“E’ tutto dimenticato, è tutto finito”, è la frase pronunciata da Jakob Reimer, ex ufficiale delle SS residente vicino a New York. Una dichiarazione che la dice lunga su come gli Stati Uniti, e non solo il Sud America, siano stati un vero e proprio rifugio per i gerarchi nazisti in fuga dall’Europa e da Israele. A raccontare questa storia, in un libro inchiesta, è stato Eric Lichtblau, giornalista e Premio Pulitzer nel 2006 grazie a una serie di articoli dedicati alle registrazioni telefoniche illegali autorizzate da George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Dopo il crollo del Terzo Reich molti gerarchi nazisti trovarono rifugio in Sud America. Riuscirono a fuggire indisturbati tramite la meticolosa organizzazione di un’associazione misteriosa ed efficiente, nome in codice Odessa, che ha operato in Europa anche con l’aiuto di autorità ecclesiastiche e della Croce Rossa. Il sospetto, dopo la guerra, era che molti criminali nazisti si fossero rifugiati anche negli States. A sorpresa, molti di loro, anche se erano stati riconosciuti criminali di guerra, erano stati assoldati dall’Fbi e dalla Cia e utilizzati come informatori nei decenni della Guerra fredda.
Eric Lichtblau, a distanza di anni, nel suo libro “I nazisti della porta accanto, come l’America divenne un porto sicuro per gli uomini di Hitler”, svela nei dettagli la vita e i lavori svolti dagli ex esponenti del regime nazista tedesco negli Stati Uniti. Molti li hanno coperti, troppi li hanno difesi anche tra le istituzioni di quella che viene definita la più grande democrazia del mondo occidentale. Un esempio? Lichtblau parla di Laszlo Agh, che venne identificato dagli investigatori dell’immigrazione i quali cercarono di avviare la procedura per espellerlo. Ma, incredibilmente, in sua difesa era intervenuto il Presidente Herbert Hoover. Sta di fatto che in seguito a decine di testimonianze oculari, Agh era stato accusato di aver costretto gli ebrei di un campo di lavoro d’Ungheria a gettarsi sulle baionette che spuntavano dal terreno e a mangiare le proprie feci, “e lui stesso fece un’ammissione incriminante ad un agente dell’Fbi sulla propria militanza nel partito delle Croci frecciate, allineato al Nazionalsocialismo”, si legge nel libro di Lichtblau.
Un curriculum difficile da occultare, da nascondere, ma il Presidente Hoover aveva osato e aveva vietato al suo agente di testimoniare sulle ammissioni di Agh, di fatto facendo naufragare il processo. Così Agh riuscì a rimanere a Newark e Hovver, come se non bastasse, fece chiudere un’indagine sul gruppo politico di destra ungherese-americano guidato, guarda caso, da Agh. L’ex militante nazista, insieme al proprio gruppo di fedelissimi, era molto utile ad Hoover in quanto fornivano informazioni antisovietiche all’Fbi. Agh non è che uno dei tantissimi esponenti del vecchio regime hitleriano che trovarono una seconda vita negli Stati Uniti d’America. Un qualcosa di “sconvolgente”, come aveva scritto in una recensione il New York Times, che il giornalista Eric Lichtblau è riuscito a documentare con ricerche di prima mano.

Valerio Morabito

I NAZISTI DELLA PORTA ACCANTO. COME L’AMERICA DIVENNE UN PORTO SICURO PER GLI UOMINI DI HITLER
di Erich Lichtblau
Traduzione di Susanna Bourlot
Anno 2015, Bollati Boringheri Editore, Prezzo €23,00. 324 Pagine