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Vera Solini

Raqqa. I Curdi espugnano la capitale dell’Isis

raqqaRaqqa è stata liberata, ad annunciarlo un portavoce dei guerriglieri curdi che ha precisato che la città, ex capitale dello Stato islamico in Siria, è “completamente ripulita”. Dopo un’offensiva iniziata a giugno, domenica c’è stato l’assalto finale da parte dei combattenti dalle Forze democratiche siriane (Fsd), alleanza di milizie curde e arabe appoggiate dagli Usa che si è concluso stamattina.
Gli ultimi combattimenti particolarmente accesi si sono verificati nella zona dell’ospedale e in quella dello stadio, mentre particolare valore simbolico ha avuto l’occupazione del crocevia di Al-Naim, conosciuto come la “Rotonda dell’inferno”, dove i jihadisti eseguivano decapitazioni e crocifissioni.
Dopo Mosul lo Stato Islamico perde l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del suo “Califfato”. Nel marzo del 2013 Raqqa diventa il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei combattenti che si oppongono al regime di Bashar Al Assad, ma nemmeno un anno dopo l’Isis prende il pieno controllo della città, cacciando i combattenti delle altre fazioni. Tuttavia già nel giugno del 2015 i combattenti curdi riescono a strappare al Daesh le prime città nella provincia, tra cui Tal Abyad e Ayn Issa.
Dopo aver ripreso il controllo dello stadio di calcio e dell’ospedale, le ultime due roccaforti dove si erano asserragliati i combattenti stranieri dell’Isis, è stata issata la bandiera curda sulla città, anche restano da stanare alcune sacche di jihadisti ancora a Raqqa, soprattutto combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis.
Centinaia di jihadisti dell’Isis e migliaia di civili erano stati evacuati da Raqqa domenica in base ad un accordo raggiunto tra le cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf) alleate degli Usa e lo Stato islamico con la mediazione di capi tribali locali.
Nonostante tutto però secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la battaglia per la liberazione di Raqqa ha avuto un costo altissimo in termini di vite umane: 3.250 morti, di cui 1.130 civili, senza dimenticare le condizioni in cui versano i civili fuggiti da Raqqa che da giugno sono ancora ospitati nei campi profughi.

Rajoy chiede chiarimenti, Psoe accusa Puigdemont

Pedro SanchezNon è piaciuta a nessuno la dichiarazione d’indipendenza a ‘metà’ del presidente Puigdemont, non ha soddisfatto gli indipendentisti così come non è stata gradita da Madrid. Dopo il discorso ddi Barcellona, ora a rispondere è il premier Mariano Rajoy che chiede chiarimenti a Carles Puigdemont sulla dichiarazione (o meno) dell’indipendenza della Catalogna.
“Il Consiglio dei ministri ha concordato di chiedere formalmente alla Generalitat di confermare se ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna”, è questo il comunicato che arriva alla fine dei lavori del consiglio dei Ministri straordinario convocato mercoledì mattina sulla crisi catalana, il giorno dopo l’atteso discorso del presidente catalano.
In seguito si valuterà come procedere, compreso il ricorso all’articolo 155 della Costituzione, che prevede la sospensione dell’autonomia di una regione e di cui “la richiesta di chiarezza” è il primo passo formale. L’articolo 155 non specifica infatti quali ‘poteri speciali’ possano essere esercitati dal governo spagnolo, che sembra così essere autorizzato a mettere in campo qualunque strumento per porre rimedio alla questione e obbligare la Catalogna “all’adempimento forzato” degli “obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi”.
Attraverso questo specifico articolo della Costituzione, infatti, Rajoy e il suo governo potrebbero, almeno in teoria e previa autorizzazione del Senato, adottare provvedimenti che spazierebbero dalla diminuzione dei poteri ai membri del Parlamento catalano alla sostituzione del presidente della Generalitat de Catalunya, Carles Puigdemont, con un rappresentante nominato dall’esecutivo iberico, fino alla convocazione di nuove elezioni e, addirittura e nel peggiore fra gli scenari possibili, allo scioglimento del Parlamento.
E mentre il leader di Ciudadanos, Albert Rivera, si sta orientando verso la possibile attuazione dell’articolo 155 della Costituzione, che di fatto commissaria la Catalogna, il PSOE accusa Puigdemont di aver abusato della buona fede di chi ha chiesto la mediazione e appoggia pienamente il Governo presieduto da Rajoy. Il primo ministro spagnolo si è incontrato nella notte con il leader del partito socialista Pedro Sanchez che ha ha fatto sapere che il Psoe, il principale partito di opposizione, appoggerà “le misure costituzionali” che prenderà il premier Mariano Rajoy nella crisi catalana se a risposta del presidente Carles Puigdemont al suo ultimatum sarà negativa e dichiarerà quindi ufficialmente l’indipendenza della Catalogna.

Il campione Djokovic apre ristorante con pasti gratis per i poveri

novak“Il denaro non è un problema per me. Ho guadagnato abbastanza per sfamare tutta la Serbia, penso che meritino questo dopo tutto il sostegno che mi stanno dando”, con questa dichiarazione l’ex numero 1 al mondo sul campo da tennis, Novak Djokovic, annuncia che aprirà un ristorante nel suo Paese dove distribuirà pasti gratuiti ai bisognosi.
‘Nole’, diventato nel 2015 il primo tennista nella storia a guadagnare più di 20 milioni di dollari di montepremi in una sola stagione. In realtà si tratta del terzo ristorante aperto dal tennista serbo: il suo primo ristorante è stato aperto a Belgrado nel 2009, vicino al palazzo dello sport, con il nome “Novak”, il secondo, l’anno scorso, vegano col nome di “Equità” a Montecarlo.
Al momento non è ancora chiaro se le persone dovranno dimostrare di avere un reddito basso e non sufficiente per seguire un’alimentazione adeguata o se l’ingresso sarà aperto a tutti. Quel che è certo è che il ristorante sarà aperto solo di sera, e non chiederà nulla in cambio dai propri clienti.

Catalogna chiede aiuto del Psoe per sfiduciare Governo

ada colauMadrid continua con il pugno duro verso una Barcellona che non vuole chinare il capo. “A ogni azione illegale seguirà una risposta legale”, hanno dichiarato fonti governative, che hanno poi precisato che un dialogo con i catalani sarà possibile “solo dopo nuove elezioni”. Il governo di Rajoy ha anche fatto sapere di considerare “fuori discussione” una possibile mediazione internazionale nella crisi tra Madrid e Barcellona. Nel frattempo si continua a buttare benzina sul fuoco da parte catalana: la Candidatura d’Unitat Popular (Cup), il partito della sinistra indipendentista catalana, sostiene che alla plenaria del Parlament di Barcellona lunedì, si “proclamerà l’indipendenza e la Repubblica catalana”. È quanto afferma la deputata Mireia Boya ma riconoscendo che non c’è accordo tra i partiti indipendentisti su questo punto. Per il momento però dal Parlamento catalano sembrano tutti concordare su un punto: il discorso del re Felipe VI alla nazione è stato insoddisfacente e di chiusura. Secondo il sovrano, in Catalogna “c’è stata una slealtà inaccettabile verso lo Stato” e, rivolto direttamente alle autorità indipendentiste, ha scandito: “C’è l’impegno della corona nei confronti della Costituzione e della democrazia e il mio impegno per l’unità della Spagna”. Ma per i catalani si tratta di un affronto. “Per come si stanno mettendo le cose adesso la questione è repubblica o repubblica”. Nel suo discorso sulla situazione in Catalogna, il sovrano si è fatto “portavoce della strategia di Soraya Saenz Santamaria e di Mariano Rajoy”, ha dichiarato il portavoce del governo catalano Jordi Turull. I catalani dimenticano che se continuano ad aizzare la Corona potrebbe scattare l’intervento del re e ciò potrebbe aprire la strada all’applicazione, da parte del governo di Madrid, dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che consente, in caso di via libera da parte del senato, la sospensione parziale o totale delle competenze del governo catalano. Il governo spagnolo potrebbe così prendere il controllo della polizia regionale catalana, convocare elezioni anticipate e anche esautorare il presidente.
Nel frattempo il Psoe continua a tentare una mediazione, vista da alcuni come un temporeggiamento di comodo, e a chiedere al Governo un dialogo tra Madrid e Barcellona. I socialisti non vogliono l’applicazione dell’articolo 155, ma allo stesso tempo si richiamano alla legalità e alla Costituzione spagnola. Pressato da Rajoy e Pablo Iglesias per il momento Pedro Sanchez sostiene ciò che ha fatto la capogruppo del Psoe al Congresso dei deputati di Madrid, Margarita Robles, ha chiesto che il parlamento censuri la vicepremier spagnola, Soraya de Santamaria, considerata la responsabile della strategia del governo in Catalogna e delle violenze della polizia domenica. Ma anche su questo punto non tutti i socialisti del Psoe sembrano concordare. Alcuni deputati hanno lamentato che la questione non era stata discussa nel gruppo parlamentare. Da parte catalana invece si punta proprio sui socialisti: Ada Colau, sindaca di Barcellona, sta cercando di sfiduciare il Governo dei popolari. Un nuovo governo potrebbe trattare con la Catalogna le condizioni per un referendum concordato nella legalità, la sindaca ha infatti fatto “un appello alla responsabilità” del Partito socialista. Ha invitato personalmente Pedro Sánchez, leader del Psoe, il quale ha risposto: “Non posso, per ora”.

Psoe accusa Vicepremier per violenze ai catalani

margherita roblesOggi, tutta la Catalogna, compresa la squadra del Barça, si ferma per uno sciopero generale in risposta alle violenze ai seggi che hanno sconvolto l’opinione pubblica. Migliaia di persone si sono concentrate pacificamente a Barcellona davanti al commissariato della Policia Nacional spagnola in Via Laietana per protestare contro le brutalità di domenica. La folla ha chiesto la partenza delle “forze straniere” dalla Catalogna e cantato l’inno catalano Els Segadors. Diverse altre manifestazioni sono in corso in tutta la Catalogna.
Nel frattempo la vera incognita è al Governo che se da un lato resta inamovibile sulla questione catalana, dall’altro comincia a tentennare sulle alleanze. L’alleato al Governo Rajoy più a rischio rottura è proprio il Partito socialista, oggi la capogruppo del Psoe al Congresso dei deputati di Madrid, Margarita Robles, ha chiesto che il parlamento censuri la vicepremier spagnola, Soraya de Santamaria, considerata la responsabile della strategia del governo in Catalogna e delle violenze della polizia domenica. Robles ha detto che Santamaria è responsabile delle “istruzioni politiche” date alla polizia spagnola.
I dubbi ora iniziano a saltare fuori in tutto il Partito socialista spagnolo, ora anche il sindaco di Valladolid, Óscar Puente, ha chiesto al PSOE di “sedersi tutti” per provare “un’uscita” da un Governo in cui ormai il Partito non crede più. Il portavoce socialista, ha bollato come “assurda” la situazione vissuta in Catalogna, in cui comunque “Non c’era bisogno di usare la forza”. Aldilà di tutto però ha sottolineato come questo referendum fosse in ogni caso illegale e dannoso per l’intero Paese.
Il leader del Psoe, Pedro Sanchez, ha chiesto al premier Mariano Rajoy di avviare un dialogo immediato con il presidente catalano Carles Puigdemont. Il Presidente catalano forte dei risultati ottenuti passa sopra la testa di Madrid e chiede all’Ue un’intermediazione. L’obiettivo dell’indipendenza rimane, in pratica, ma si può trattare. “Non dichiaro l’indipendenza, chiedo una mediazione – ha detto Puigdemont -. Si deve creare un clima di distensione che la favorisca”. Il tutto mentre l’Onu chiede al governo di Madrid di aprire un’inchiesta sulle violenze ai seggi e il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, chiede a “tutti gli attori rilevanti di muoversi rapidamente dallo scontro verso il dialogo”.

Catalogna. Ue con Madrid: “Rispettare Costituzione”

rajoy-juncker-deficit-elezioni-640x342Alla fine il ‘verdetto’ europeo è arrivato, Bruxelles si schiera dalla parte del Governo di Rajoy e quindi contro la richiesta degli indipendentisti di Barcellona. Non poteva essere altrimenti, visto che l’obiettivo primario dell’Ue è sempre stato quello dell’Unione in Europa. La portavoce della Commissione europea ha ribadito che Bruxelles ‘rispetta l’ordine costituzionale della Spagna come con tutti gli stati membri ed è ‘in seno a questo che tutte queste questioni dovranno o potranno essere affrontate’. Anche Parigi si schiera ‘per una Spagna forte e unita’.
La portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas ha infatti precisato: “Abbiamo già espresso più volte la posizione della Commissione” sulle questioni degli indipendentismi nazionali e, anche alla luce di un possibile ruolo di mediazione tra Madrid e Barcellona, questa “non ha che le competenze attribuitele”.
Il vicepresidente catalano Junqueras ammette intanto che dopo il blitz di ieri della Guardia civil l’organizzazione della consultazione del 1 ottobre è più complicata, ma va avanti. Junqueras ha chiamato i catalani a mobilitarsi per difendere pacificamente “i diritti fondamentali civili, sociali e politici: solo il popolo può salvare il popolo”.
Così la popolazione catalana è scesa di nuovo in strada: nuove proteste si sono registrate a Barcellona, dove migliaia di persone si sono riunite davanti la Corte di Giustizia. L’attacco al cuore delle istituzioni dell’autogoverno catalano ha creato una situazione incandescente a Barcellona.
Nel frattempo il Psoe ammette la ‘malgestione’ della situazione da parte del Governo di Rajoy e si dice pronto a dialogare con gli indipendenti se rinunceranno al referendum del 1° ottobre o subito dopo quella data.
“Chiediamo a Puigdemont di annullare il referendum. In modo da poter garantire che il dialogo politico si apra immediatamente” ha detto l’economista e presidente del PSOE, Cristina Narbona. La presidente socialista ha chiarito che il partito supporterà lo Stato contro ogni tipo di illegalità. Nello stesso tempo invitano il PP a dare maggiore spazio di dialogo prima di agire e irritare ulteriormente l’opinione pubblica catalana, spagnola e… internazionale.

Corea del Nord. Putin invita gli Usa alla calma

trump bandieraSi scaldano gli animi sul Pacifico. La Corea del Nord riparte in offensiva e sgancia un nuovo missile che anche stavolta, come appena tre settimane fa, sorvola il Giappone. Milioni di giapponesi sono stati svegliati dalle sirene di emergenza e da messaggi di testo d’allarme dopo che il missile è stato lanciato. I programmi televisivi del mattino hanno lanciato allarmi del tipo: “Precipitatevi in un edificio o in una cantina”. Subito dopo il premier nipponico Shinzo Abe ha affermato che il Giappone “non tollererà mai” questa “azione provocatoria che minaccia la pace nel mondo”. Il missile balistico lanciato stanotte dalla zona di Sunan è caduto a 2.000 km ad est da capo Arakura sull’isola giapponese di Hokkaido.
Da parte si Seul invece si risponde minacciando Pyongyang. Come in tempo di guerra l’esercito sudcoreano sei minuti dopo il test di Pyongyang ha lanciato due missili in un’esercitazione che ha simulato una rappresaglia contro il Nord. Uno dei due ordigni sudcoreani del tipo Hyunmoo-2 ha volato sul mare per 250 km, la distanza esatta per colpire la base di Sunan accanto a Pyongyang, ha informato un comunicato della Difesa di Seul. Il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in assicura che il suo Paese ha la capacità di distruggere la Corea del Nord “in modo irrecuperabile”. Il dialogo con Kim Jong-un è “impossibile in una situazione come questa”, ha affermato Moon Jae-in dopo il nuovo test missilistico balistico di Pyongyang, il 19esimo quest’anno citato dall’agenzia di stampa Yonhap. “Nel caso la Corea del Nord lanci provocazioni contro di noi o i nostri alleati, abbiamo il potere di distruggere (chi le fa, ndr) in modo irrecuperabile. In situazioni come questa, il dialogo è impossibile. Sanzioni internazionali e pressioni spingeranno ancora di più la Corea del Nord a scegliere null’altro che la sua uscita dal percorso di un dialogo sincero”, ha dichiarato.
In risposta alla nuova provocazione di Pyongyang, Moon ha ordinato ai suoi militari di dare il via a test di missili balistici.
Subito dopo è stata convocata una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questo lunedì il Consiglio di Sicurezza aveva approvato all’unanimità nuove stringenti sanzioni contro la Corea del Nord, imponendo anche un tetto all’import di petrolio e mettendo al bando le esportazioni di tessile da Pyongyang. Un deterrente con cui non concorda molto Mosca, il Presidente Putin, già durante il forum economico di Vladivostok, ha confermato che Mosca non riconosce lo status di potenza nucleare alla Nord Corea. Putin respinge così la richiesta del collega sudcoreano Moon Jae-in di sostegno al taglio dell’export di petrolio verso la Corea del Nord al fine di spingere Pyongyang a tornare ai negoziati.
Dopo i fatti di oggi la Russia si dice profondamente preoccupata per le ulteriori azioni provocatorie della Corea del Nord e le condanna con forza perché possono portare a una escalation. Ciò detto, però, il portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova accusa gli Stati Uniti: “Purtroppo da Washington viene solo retorica aggressiva, noi desideriamo risolvere la situazione nella penisola coreana”. Tuttavia Washington sembra allarmato dal fatto che Pyongyang ha già l’arma nucleare e cerca solo di affinare i missili per poter provare di essere capace di colpire in ogni momento.
All’inasprimento dell’embargo (che però non ha tagliato le forniture di petrolio, unica misura che potrebbe paralizzare l’economia del Nord), Pyongyang aveva risposto ieri minacciando di “affondare con i missili nucleari le isole giapponesi” e di “ridurre in cenere e all’oscurità” gli Stati Uniti. Il missile che ha sorvolato Hokkaido questa mattina appare evidentemente come una nuova prova di quanto sia seria purtroppo la minaccia. Il vero obiettivo di Kim Jong-un è infatti Washington, non a caso quest’ultimo missile è stato sganciato quando il presidente Donald Trump ha reso noto parlando con i giornalisti sull’Air Force One, tornando a Washington dalla Florida che a novembre visiterà Corea del Sud, Giappone e Cina. Si tratta di Paesi tutti direttamente coinvolti nella crisi con la Corea del Nord

Catalogna. Rajoy ferma referendum, è incostituzionale

epa05003851 Spanish Prime Minister, Mariano Rajoy gives a press conference after his meeting with Podemos' party leader Pablo Iglesias and Ciudadanos' leader (not pictured), at La Moncloa palace in Madrid, Spain, 30 October 2015. Rajoy is meeting with the leaders of the main Spanish political parties after Catalonian pro-independence parties Junts pel Si (JxS) and the CUP, announced an agreement to issue a parliamentary resolution to start a process in order to create a Republic in Catalonia despite any future resolution of the Constitutional Court. EPA/BALLESTEROS

Spanish Prime Minister, Mariano Rajoy EPA/BALLESTEROS

Sale la tensione in Spagna dopo la decisione del Parlamento catalano di convocare il referendum “secessionista” il 1° ottobre prossimo. Nel braccio di ferro a tenere duro è ancora una volta Madrid che rigetta la decisione della Generalitat catalana e nega così la possibilità di una secessione per Barcellona. Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato che il Governo, riunito in sessione straordinaria, ha dato ordine all’avvocatura dello stato di presentare un “immediato ricorso di incostituzionalità” davanti alla Corte Costituzionale contro il decreto di convocazione del referendum del 1 ottobre, che ha definito “illegale”, firmato dal Governo catalano e contro la legge sul referendum adottata la notte scorsa dal parlamento di Barcellona.
Mariano Rajoy ha dichiarato che il referendum di autodeterminazione catalano “non ci sarà. Questo voto non si celebrerà in alcun caso”. Lo ha affermato nel corso di una conferenza stampa dopo la riunione straordinaria del Governo. La convocazione del referendum da parte del presidente Carles Puigdemont, ha aggiunto, è “un chiaro e intollerabile atto di disobbedienza alle nostre istituzioni democratiche”.
I partiti indipendentisti catalani hanno però presentato la legge di “rottura” dalla Spagna alla plenaria dell’assemblea di Barcellona di questo pomeriggio, chiedendo che venga esaminata e approvata oggi, modificando l’ordine del giorno. La presidente del parlamento catalano, Carme Forcadell, si è vista costretta a sospendere la seduta per via delle contestazioni dell’opposizione e ha convocato l’ufficio di presidenza. Poco prima il procuratore generale spagnolo ha annunciato denunce penali contro Carles Puigdemont, presidente catalano, e contro tutti i membri del parlamento che hanno firmato il decreto di convocazione del referendum.

Libia. Minniti incontra Haftar, ma si teme attacco Isis

Una foto tratta dal profilo Facebook del 'Media office of lybian army' mostra Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, con il generale Khalifa Haftar durante il loro incontro a Bengasi, 5 Settembre 2017. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

L’Italia corteggiava da tempo l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, ma ora a ufficializzare l’intesa tra Roma e Tobruk è stato l’incontro in via riservata tra il generale e il ministro degli Interni Marco Minniti. Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha incontrato nel suo ufficio a Bengasi, in Libia, il generale Khalifa Haftar. Lo si apprende dalla pagina Facebook dell’ufficio stampa del comando generale delle forze armate arabe libiche che posta anche la foto di Minniti e Haftar che si stringono la mano e si viene anche a sapere che l’incontro è avvenuto la settimana scorsa. Il ministro degli Interni italiano, si legge sul quotidiano libico Alwasat, ha affermato che l’Algeria e Roma sono interessati alla stabilità della Libia, perché è importante per combattere il terrorismo e il traffico di esseri umani. La pacificazione è fondamentale per il capo del Viminale soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione e il suo piano di accordo con la Libia, le milizie del generale controllano infatti il 70% della costa. L’accordo è importante non solo sul piano politico, ma anche economico. Solo oggi è stato riaperto il giacimento petrolifero di al Sharara, in Libia, dopo uno stop di due settimane e dopo la diffusione di notizie sull’evacuazione del personale straniero per la presenza di una milizia armata al suo interno. Da giorni infatti gruppi armati provenienti dalla città di Zintan (situata nel Nord-Ovest del Paese) hanno preso il controllo e bloccato il flusso di un oleodotto, imponendo l’interruzione delle attività produttive dei due giacimenti petroliferi El Sharara ed El Feel. Quest’ultimo, anche noto come Elephant Field, situato nel deserto del Murzuk (nell’area sudoccidentale della Libia), è operato da una joint-venture costituita da NOC e dall’Eni.
Tuttavia a preoccupare sono anche le notizie dell’arrivo nel territorio libico di miliziani del Sedicente Stato islamico. Un anno dopo la cacciata da Sirte, gli jihadisti in fuga hanno però trovato rifugio nelle zone desertiche dell’entroterra e ora stanno facendo ritorno circa 300 miliziani dell’Isis che si muovono liberamente a sud della valle di Sirte e nelle aree ancora più meridionali. Avrebbero anche stabilito un check Point a Wadi Al-Hamar, 90 km ad est della città portuale.
Nel frattempo oggi a il fondatore di Emergency Gino Strada a Milano ha attaccato il ministro dell’Interno Marco Minniti e gli accordi con la Libia del Governo Gentiloni che ha affermato: “Minniti ha una storia da sbirro e va avanti su quella strada lì. Per lui ributtare in mare o riconsegnare bambini, donne incinte, poveracci a quelli in Libia e farli finire nelle carceri ammazzati o torturati è una cosa compatibile con i suoi valori. Con i miei no”.

Regeni, la Realpolitik e i dubbi su Cambridge

Giulio-RegeniIl ministro degli Esteri ha parlato alle commissioni riunite di Camera e Senato tornando sul caso del giovane ricercatore ucciso in Egitto, Giulio Regeni. “L’Egitto – ha detto alle commissioni riunite Angelino Alfano – è un partner ineludibile dell’Italia, così come l’Italia è imprescindibile per l’Egitto”.
“Nonostante questo, il giorno del ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni i rapporti bilaterali hanno subito un duro colpo, l’omicidio Regeni è una grave ferita per le nostre coscienze, per tutti noi e per un intero paese”, ha aggiunto.
Tuttavia Alfano non torna indietro sulla decisione di riprendere i ‘normali’ rapporti con l’Egitto, già dallo scorso 14 agosto la Farnesina aveva annunciato il ritorno dell’ambasciatore al Cairo, richiamato nell’aprile del 2016 a causa della mancata collaborazione sul caso di Giulio Regeni. “Durante tutti questi mesi” è stato mantenuto “costante il livello di interlocuzione con i genitori di Giulio”, ha detto il ministro che ha sottolineato un punto: “È impossibile per i nostri Paesi non avere un’interlocuzione politico-diplomatica di alto livello”. “Il nostro obiettivo – ha aggiunto Alfano – è giungere alla verità sulle circostanze che hanno portato alla morte di Giulio Regeni. Una verità vera e non di comodo”. “Gli ultimi sviluppi segnano ulteriori passo avanti nella collaborazione” tra Italia ed Egitto. “Il governo italiano ha sostenuto con passo politico-diplomatico il lavoro investigativo della procura di Roma. Continueremo a sostenere la Procura di Roma nella ricerca della verità”.
“Inviando al Cairo un diplomatico di comprovato livello come l’ambasciatore Giampaolo Cantini, il governo intende rafforzare l’impegno politico e morale per la ricerca della verità sulla scomparsa di Giulio” Regeni. “Cantini ha ricevuto istruzioni precise – ha aggiunto – dovrà seguire in via prioritaria le indagini sul caso”.
La decisione del Ministro degli Esteri è stata accolta con favore dalla presidente del Comitato Diritti umani della Camera, Pia Locatelli che ha affermato: “I diritti umani non si difendono ritirando senza scadenza l’ambasciatore. Seguendo questa scuola di pensiero, probabilmente verrebbero chiuse le ambasciate in quasi tutto il mondo fatta eccezione per l’Europa e pochi altri Paesi”. Ha detto la deputata Psi, a margine dell’Audizione del Ministro Alfano in Commissione Esteri. “Il rinvio del nostro ambasciatore può, al contrario servire proprio a stimolare gli organismi competenti per ricercare la verità e a impedire che tutto finisca pian piano nel dimenticatoio. Purtroppo su questa vicenda è stata fatta una polemica tanto sterile, quanto strumentale che può danneggiare non solo il Governo e la maggioranza, ma anche il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo”.
Ma se sui rapporti tra Egitto e Italia, Roma sembra aver trovato una soluzione, restano invece ancora forti dubbi sull’operato inglese nella faccenda. Sull’intricato caso che ha portato alla tortura e alla morte del giovane ricercatore resta tutt’ora l’opacità che riguarda il mandato che l’Università di Cambridge affidò a Regeni. Il presidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, durante l’intervento alle commissioni Esteri di Camera e Senato ha infatti chiesto al riguardo: “Giulio Regeni era un cittadino italiano. Ma quando è stato assassinato era in Egitto per incarico dell’università inglese di Cambridge per conto della quale svolgeva un lavoro che gli era stato commissionato per obiettivi che, sino a prova contraria, dobbiamo ritenere di esclusivo interesse scientifico. Questo è un punto delicatissimo che va chiarito in profondità e con la massima sollecitudine”, ha spiegato Zanda. “Non c’è ancora la necessaria chiarezza sulla strategia e sul costume didattico dell’Università di Cambridge nel commissionare ai suoi studenti ricerche con profili politici così delicati”, ha poi sottolineato il senatore dem. “Non sappiamo quale fosse sino in fondo il mandato di ricerca di Giulio Regeni che però era tale da mettere a rischio la sua stessa incolumità”.