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Vera Solini

Libia. Haftar e Gheddafi Jr contro l’Italia. Ue minimizza

Haftar-Dopo l’ok del Parlamento e l’invio della nave italiana “Comandante Borsini” nelle acque libiche, arriva la prima intimazione da parte di Tobruk. Il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, ha dato infatti ordine alle sue forze di bombardare qualsiasi naviglio militare italiano che entri nelle acque territoriali libiche. “Noi siamo impegnati in prima linea nella lotta contro il terrorismo”, ha detto il generale che ha aggiunto: “Ci stupisce dunque che un Paese amico come l’Italia interferisca tanto indebitamente nelle nostre operazioni. Non posso dunque che confermare che qualsiasi nave militare italiana o di qualsiasi altro Paese che entrerà nelle nostre acque senza la nostra autorizzazione verrà bombardata dalle nostre forze”. Il suo messaggio segue di poche ore una dichiarazione del parlamento di Tobruk, che fa capo alla sua fazione, che aveva espresso la sua opposizione all’operazione navale italiana, contestando al premier di Tripoli, Fayez Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, di aver concluso l’accordo con l’Italia per le operazioni congiunte, in quanto la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica.
Ma a mettersi di traverso e a parlare contro l’intervento italiano anche il secondogenito di Muammar Gheddafi, Saif Gheddafi, che critica la missione italiana nelle acque antistanti la Libia per cercare di arginare il flusso migratorio.
“Gli italiani in Libia ripetono lo scenario della Nato scatenando l’attaccamento dei libici per la loro terra. Con l’invio di navi da guerra violano la sovranità della Libia a causa del comportamento irresponsabile di alcuni funzionari”, afferma il figlio dell’ex leader libico per il quale “l’Italia considera ancora le spiagge di Tripoli come una colonia di Roma”.
Nel frattempo però stanno preoccupando le dichiarazioni di Haftar, anche se giudicate inattendibili dal governo italiano, sulla stessa linea anche l’Europa: “Abbiamo visto i resoconti. Ma per ora sono solo resoconti dei media”. Così Catherine Ray, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna sulle minacce del gen Kalifa Haftar.
In effetti Haftar non ha forze marittime sulle sponde occidentali e le sole navi che controlla sono a est, alle porte del petrolio mediterraneo e a Benghazi. Inoltre con la delegazione Sophia (missione europea per impedire la tratta degli esseri umani) che controlla le acque libiche, Haftar non otrebbe comunque muovere le sue navi.

Venezuela nel sangue. Ucciso leader opposizione

venezuela 6Venezuela ancora nel sangue. Il giorno dopo il voto per l’Assemblea Costituente il Paese si ritrova ancora di più sull’orlo della guerra civile, ma il governo ha evitato di fornire bilanci delle vittime, mentre per l’opposizione negli ultimi due giorni ci sono stati 16 morti e la procura ha parlato di 10 persone uccise solo ieri, tra queste due minori e un candidato all’assemblea costituente.
Elezioni indette da Maduro dopo il referendum simbolico che ha organizzato l’opposizione venezuelana a metà luglio.
Tra i membri eletti figurano la moglie del presidente Nicolás Maduro, Cilia Flores, e il secondo uomo del chavismo, Diosdado Cabello. Fonti ufficiali parlano di un’affluenza superiore al 41 per cento, mentre per le opposizioni, che avevano chiesto ai cittadini di boicottare la tornata, i dati reali sull’affluenza di ieri sono il sintomo della fine dello chavismo. Secondo l’opposizione hanno votato 2.252.250 votanti, pari a non più del 12 per cento del registro elettorale: e c’era almeno il 25 di schede bianche e nulle, corrispondenti a dipendenti pubblici che sono stati costretti a votare sotto la minaccia del licenziamento o a anziani cui era stato prospettato addirittura di perdere la pensione.
Per il deputato Henry Ramos Allup del tavolo dell’unità democratica (Mud) ben l’88 per cento degli elettori ha deciso di asternersi. Lo stesso deputato riferisce, supportato dalle autorità giudiziarie, che Ricardo Campos, 30 anni, leader dell’opposizione, è rimasto ucciso durante una manifestazione a Cumana, nel nordest del Paese. Ma non è il solo: “Un gruppo ha fatto irruzione” nell’abitazione del 39enne José Felix Pineda, avvocato, a Ciudad Bolivar, “e gli ha esploso numerosi colpi d’arma da fuoco”. Pineda è il secondo candidato assassinato in Venezuela: prima di lui, il 10 luglio scorso, era stato ucciso José Luis Rivas, mentre faceva campagna elettorale nella città di Macaray.
Ma a morire è anche la popolazione civile: una ragazza di 15 anni che era rimasta ferita ieri da uno sparo di arma da fuoco al torace è morta oggi a San Cristobal, capitale dello stato Tachira, nell’ovest del Venezuela. Secondo il fidanzato, la ragazza non stava partecipando ad alcuna protesta, ma è passata accanto a un corteo dell’opposizione proprio mentre un gruppo di chavisti ha iniziato a sparare contro i manifestanti. I cecchini dell’esercito hanno infatti iniziato a sparare sulla folla nel giorno del voto durante le proteste contro Maduro.
Ma il presidente Maduro nel suo primo discorso pubblico ha detto che “si tratta del voto più importante che la rivoluzione abbia mai avuto in 18 anni di storia”. In un discorso in Plaza Bolivar, a Caracas, dopo i risultati, Maduro ha detto che la Costituente è nata con “grande legittimazione” popolare e ha salutato i membri dell’organismo che nelle prossime ore prenderanno il “comando” del Venezuela con pieni poteri. Inoltre, il presidente venezuelano, avvertendo che non tollererà più “la cospirazione dei media”, ha assicurato che se l’opposizione seguirà nella sua “pazzia”, con le sue proteste contro il governo, alcuni dei suoi dirigenti “finiranno in una cella e altri in un manicomio”.
Nel suo primo discorso pubblico il presidente venezuelano ha annunciato che l’organismo servirà per prendere misure contro il Parlamento, la Procuratrice Generale, i dirigenti dell’opposizione e la stampa indipendente. Il leader dell’opposizione Henrique Capriles ha parlato di un “giorno nero” e ha accusato il presidente per quella che definisce un'”ambiziosa malattia”.
Dura condanna è arrivata dagli Stati Uniti che hanno bollato l’Assemblea costituente appena votata come un organismo concepito “per rimpiazzare l’Assemblea Nazionale legittimamente eletta e per minare il diritto del popolo venezuelano all’autodeterminazione”.
I tentativi di mediazione dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) come pure del Vaticano sono falliti, e la decisione di convocare le elezioni per la Costituente, di fatto per esautorare il parlamento, hanno chiuso anche la disponibilità dell’opposizione al dialogo, per cui la situazione potrebbe precipitare drasticamente da un momento all’altro e sfociare nella guerra civile.
Comunque a parte l’Osa, hanno annunciato di non riconoscere la Costituente i governi di Brasile, Argentina, Perù, Colombia, Messico, Spagna, Stati Uniti, Panama, Canada, Cile, Costa Rica e Paraguay, oltre al Parlamento Europeo. Il Mercour sta per deliberare l’espulsione del Venezuela. L’opposizione annuncia nuove proteste, già da oggi.

Macron ci anticipa ancora e annuncia hotspot libici

macron 2Dopo l’accordo che ha fatto storcere il naso all’Italia, Parigi prende ancora iniziativa sulla Libia. Il presidente Emmanuel Macron a margine di una visita al centro d’accoglienza per rifugiati di Orléans, ha annunciato: “Quest’estate la Francia creerà degli hotspot in Libia” per esaminare la candidature dei richiedenti asilo. L’idea è di istituire centri per richiedenti asilo “in modo da evitare che la gente si prenda dei rischi folli, quando non tutti hanno le caratteristiche per ottenere l’asilo”. I centri, ha aggiunto il presidente, saranno allestiti “in tempi brevissimi. La gente, andiamo noi a prenderla”. E ha proseguito annunciando: “Voglio inviare missioni dell’Ofpra (l’ufficio francese di protezione dei rifugiati e degli apolidi) negli hotspot italiani e sono pronto a inviarli in Libia”, evocando anche la possibilità di creare centri in Niger.
La decisione francese è stata subito commentata da Palazzo Chigi. “Sinceramente noi stiamo alla nostra agenda che ci impegna sul piano dell’accoglienza a cui non rinunciamo, che ci vede impegnati a discutere con le Ong una serie di regole e che ci vedrà nei prossimi giorni impegnati con un passo ulteriore di assistenza alle autorità libiche per il controllo del loro territorio”, ha affermato Paolo Gentiloni. Mentre dalla Farnesina arriva subito il commento stizzito di Angelino Alfano: “Non si può anche da parte della Francia andare avanti con battute improvvisate. I campi là vanno gestiti dalle organizzazioni internazionali come l’Unhcr. Non è una materia che si può affrontare con battute improvvisate”.
Ma l’iniziativa francese va oltre, tentando di superare anche l’Europa. “La Francia si muoverà con o senza l’Europa”, ha dichiarato Macron spiegando il suo piano: “Entro la fine dell’anno non voglio più vedere nessuno per le strade, o nei boschi. La prima battaglia: alloggiare tutti in modo degno”. “Vedo dappertutto degli alloggi di fortuna: non voglio più donne e bambini per le strade”, ha ribadito il presidente auspicando “sin dal primo minuto” l’avvio dell’iter amministrativo per ciascun migrante.
Ma la Commissione Ue preferisce per il momento non commentare le dichiarazioni di Macron sulla possibilità di creare centri per esaminare le richieste d’asilo dei migranti in Libia, poiché sono “troppo recenti” e preferisce prima approfondire meglio i “contorni della proposta”. Lo ha riferito Natasha Bertaud, portavoce per migrazione e affari interni. Mentre Antonio Tajani,  presidente del Parlamento europeo, ha commentato la scelta unilaterale di Parigi: “La sfida contro l’immigrazione illegale si risolve con scelte europee. L’Europa deve parlare con una voce sola, muoversi insieme. Iniziative unilaterali possono essere anche iniziative di buona volontà ma non sono utili alla soluzione del problema”.
Nel frattempo però l’iniziativa di Macron sull’accordo del cessate il fuoco va già a rotoli. Neanche 48 ore dopo la stretta di mano con il premier libico, il generale Haftar ha accusato al-Sarraj di non “avere alcuna autorità a Tripoli” e di essere un “fanfarone”, poiché “non controlla la città, se non a parole. Tripoli è la capitale di tutti i libici, e non appartiene a nessuno. Sarraj a Tripoli non ha alcuna autorità. È un ingegnere. Farebbe meglio a dire cose concrete e attinenti ai fatti e a lasciar perdere le fanfaronate”.

Carlo Giuliani. Urbisaglia non si dimette dal consiglio comunale

placanica_giuliani-300x198Genova, il G8 e la morte di Carlo Giuliani continuano a dividere, ma Diego Urbisaglia ha esagerato e lo ha fatto pubblicamente scrivendo una frase choc su Facebook: “Se in quella camionetta ci fosse stato mio figlio, gli avrei detto di prendere bene la mira e sparare”.
Perdipiù Urbisaglia è un consigliere comunale e provinciale Pd di Ancona. La frase ha scatenato le polemiche dell’opinione pubblica e lo stesso Partito democratico ne ha deciso l’espulsione, anche se il consigliere sostiene di essersi autosospeso. Tuttavia Diego Urbisaglia non si dimette dall’assise cittadina ed entra nel gruppo misto. “Chiedo scusa – ha detto oggi in aula – del disagio causato alla mia famiglia, dell’imbarazzo creato al partito e a tutti coloro che si sono sentiti toccati dalle mie dichiarazioni, ai familiari di Giuliani che di tutto hanno bisogno tranne che di una querelle con uno dei tanti consiglieri comunali”, e aggiunge: “Mi dispiace, ma non mi dimetto per uno scivolone, anche perché non trovo alcun nesso con la mia attività di consigliere. Non ritengo giusto e rispettoso nei confronti dei miei elettori rassegnare le dimissioni. Continuerò ad esercitare il mio ruolo, sostenendo la maggioranza“. Urbisaglia ha ricordato le battaglie da lui portate avanti “per mobilità sostenibile, sociale, manutenzioni”.
Urbisaglia ha anche fatto sapere a margine dei lavori di non essere interessato alle offerte di adesione che gli stanno arrivando da altri partiti, tutti di centrodestra. Per una volta però il Partito Democratico si è visto schierato e compatto contro un’affermazione a dir poco offensiva nei confronti di un ragazzo morto.

Venezuela. 98% contro Maduro, due morti in un seggio

Venezuela_referendum_AfpRisultati che impressionano e fanno riflettere, il Venezuela va al voto portando dei numeri impressionanti: il 98,4% dei votanti al referendum simbolico indetto in Venezuela, 6.387.854 persone, hanno respinto il piano del presidente Nicolas Maduro di riscrivere la costituzione. Lo riferisce l’agenzia spagnola Efe citando i dati forniti dalla Commissione dei garanti che, insieme con le forze di opposizione, ha organizzato la consultazione contro il progetto di Assemblea Costituente, una consultazione puramente simbolica che si è tenuta nel Paese e in varie città del mondo che è servita soprattutto all’opposizione, accusata di essere divisa, per contarsi. In totale oltre 7,1 milioni di persone hanno votato al referendum informale, il dato è inferiore ai 7,7 milioni che hanno votato per i candidati dell’opposizione alle elezioni legislative del 2015, che hanno dato all’opposizione il controllo del parlamento. Ma alla buona notizia di un Paese che continua ad opporsi al totalitarismo di Maduro ce n’è stata un’altra che ha richiamato il sangue dei violenti scontri delle manifestazioni precedenti. Due persone sarebbero rimaste uccise e almeno quattro gravemente ferite dopo l’attacco di “gruppi paramilitari” in uno dei seggi elettorali a Caracas durante il voto per respingere il progetto di Nicolas Maduro sulla Costituente. Lo afferma il dirigente dell’opposizione, Carlos Ocariz, in una situazione di caos e tensione che rende difficile operare dei riscontri. Altre fonti parlano di una sola persona deceduta, la vittima accertata è una donna, Xiomara Escot, un’infermiera di 61 anni.  I media locali riferiscono che durante l’attacco circa 500 persone hanno trovato riparo all’interno della chiesa, mentre a bordo di motociclette, il gruppo “colectivos”, le milizie paramilitari pro governative, sparava indiscriminatamente contro le persone in coda per votare.
Nel Paese, fra mille difficoltà, sono arrivati anche diversi ex presidenti di stati latinoamericani per monitorare la correttezza della consultazione voluta dall’opposizione, fra di loro anche l’ex presidente colombiano Andres Pastrana e il suo omologo messicano Vicente Fox.
Nel frattempo il Paese continua a vivere un’emergenza umanitaria con numeri da seconda guerra mondiale. La Caritas Italiana ha pubblicato un dossier sull’emergenza nel paese, che dura ormai da almeno quattro anni ma che oggi ha raggiunto vette di gravità assoluta: il 53% dei bambini monitorati dall’organizzazione è gravemente malnutrito. Una povertà estrema che colpisce soprattutto i più giovani, ragazzi che non hanno da mangiare, né possono acquistare medicine e altri generi di prima necessità.

Cattivi ‘ministri’. Ancora una gaffe per la Fedeli sugli Esami di Stato

fedeliL’insediamento del Ministro Valeria Fedeli non è certo nato sotto una buona stella, nemmeno arrivata al Ministero di Viale Trastevere è stata subito attaccata per aver mentito sui suoi titoli di studio, ma un bravo ministro si giudica dal suo operato, così alla vigilia del giorno di inizio della Maturità, arriva un refuso che non solo fa discutere, ma indigna l’opinione pubblica. Sul sito il Ministero scrive “traccie” con la i, corregge e poi si scusa.
Scoppia un altro caso di errore rilevato in occasione della seconda prova dell’esame di Stato, nella traccia dell’indirizzo alberghiero ed enogastronomico sia stato sbagliato un singolare, quello di batterio: il “battere” che doveva essere invece “batterio”. “Con riferimento alle buone pratiche di produzione e igiene, il candidato spieghi un comportamento non corretto che può causare la contaminazione batterica di un alimento e un altro comportamento che può favorire la riproduzione di un battere”.
Infine l’ultimo caso quello che ha riguardato i diplomandi del Conservatorio che si sono ritrovati a dover affrontare la stessa identica prova due volte. La terza prova scritta dell’esame di diploma di Composizione nei Conservatori di musica, secondo i programmi del vecchio ordinamento che attualmente coesiste con i più recenti diplomi accademici di primo e di secondo livello scaturiti dalla riforma del 1999 riportava la stessa traccia già svolta precedentemente pochi giorni prima su un altro tema.
Un’altra imperdonabile gaffe che però rispecchia bene il Bel Paese e l’opinione strisciante, sempre più imperitura e indicata dall’alto “con la cultura non si mangia”.

Francia, vince l’astensionismo. La débâcle socialista

psfUna vera e propria disfatta per i socialisti francesi che perdono l’80 percento dei loro seggi, precipitando a poche decine di presenze, ed aprono ufficialmente la crisi del partito.
Il referto medico lo stila il segretario, Jean-Christophe Cambadelis che annuncia le sue dimissioni: “La sconfitta è bruciante e senza appello”, ammette di fronte alle telecamere, “la sinistra deve cambiare radicalmente nella forma e nella sostanza ed aprire una nuova fase per combattere il nazionalismo ed il neoliberismo”. “Il partito sarà gestito da una segreteria collettiva, io mi assumo le mie responsabilità”, spiega ancora l’ormai ex segretario.
Ma se il socialismo perde una delle sue roccaforti, la nuova Francia di Macron non ride. Anche se in pochi mesi En Marche! ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblée Nationale (insieme agli alleati di MoDem avrà 351 seggi su 577), tuttavia a vincere è l’astensionismo. Un francese su due resta a casa e il primo partito di Francia è quello dell’astensione che tocca il livello record del 56%.
Tanto che il capo dell’Eliseo non si mostra alle telecamere manda il suo primo ministro Edouard Philippe a dire che è stata una “vittoria chiara che ci rende felici”, non viene aggiunto altro.
Ma a preoccupare è anche l’arrivo per la prima volta tra gli scranni del Parlamento francese di frange estremiste: è la prima volta per la leader dell’estrema destra Marine Le Pen con il Front National, otto seggi che non permetteranno neppure la formazione di un gruppo parlamentare, ma resta un dato. Avrà invece il gruppo la sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon che si aggiudica 17 di scranni. Altri 10 seggi vanno al Partito Comunista.
Insomma la Francia è in marcia…. ma non si sa verso cosa.

Attentato Londra. Roma segnalò il terrorista agli inglesi

Youssef ZaghbaÈ italo-marocchino uno degli autori della strage di questo sabato a Londra, si tratta di Youssef Zaghba, 22enne nato a Fez da padre marocchino e da madre italiana. La coppia, che viveva in Marocco, si era poi separata e la donna era tornata a vivere in provincia di Bologna, dove il figlio era passato più volte a trovarla, fino all’anno scorso quando nel marzo 2016 è stato fermato all’aeroporto Marconi mentre cercava di raggiungere la Siria e denunciato per terrorismo internazionale. Sul suo cellulare erano stati infatti trovati inni allo Stato islamico. Prosciolto dall’accusa era stato comunque inserito nelle liste dei foreign fighter e l’intelligence italiana aveva segnalato la sua presenza e i suoi frequenti spostamenti sia alle autorità marocchine, sia a quelle britanniche.
Il giovane lavorava a Londra dove ha conosciuto gli altri due autori della strage: Khuram Shazad Butt, 27enne inglese con genitori pachistani e Rashid Redouane, 30enne londinese di origini libico-marocchine. Anche su Khuram sono state evidenziate le falle di Scotland Yard: Il giovane era già stato segnalato alle autorità da un vicino di casa perché “stava cercando di fare il lavaggio del cervello ai miei due figli, corrompendoli con piccole somme di denaro e ricariche per il telefonino. Non era mentalmente stabile, soprattutto da quando aveva perso il padre”. Era inoltre conosciuto dai servizi di sicurezza britannici: inoltre era apparso in un documentario dell’emittente Channel 4 sui fondamentalisti islamici legati ad Anjem Choudary, un predicatore in carcere. Delle bandiere nere dell’Isis Khuram ne andava così fiero da passeggiare per Regent’s Park in occhiali da sole e farsi riprendere mentre srotolava sull’erba un grande drappo dello Stato islamico, esortando alla lapidazione di gay, adulteri e venditori d’alcol.

Brasile, l’assalto ai ministeri e l’ira contro Temer

brasilia 2Dietrofront del presidente brasiliano che ha revocato il decreto con il quale veniva autorizzato l’uso dell’esercito per difendere gli edifici pubblici a Brasilia contro le violenti proteste anti-governative scoppiate nella capitale federale, dopo le accuse dell’opposizione, l’opinione pubblica contro e una popolazione inferocita in piazza. Sul varo del decreto ci sono state anche un rimpallo di responsabilità: Temer aveva fatto sapere che l’aveva sollecitato il sindaco di Brasilia, che però ha fatto sapere aveva detto di essersi solo consultato con il Capo dello Stato e aveva a sua volta giudicato “eccessiva” la misura. Temer a sua volta aveva scaricato tutto sul ministro della Difesa in una girandola di accuse e controaccuse.
Tutto è iniziato dopo che ieri Brasilia dopo l’imponente manifestazione contro il governo Temer, iniziata in maniera pacifica e alla quale avrebbero partecipato 200 mila persone, si è trasformata in una violenta battaglia tra 200 mila manifestanti e 5 mila poliziotti e con almeno 5 persone colpite da armi da fuoco. Scontri che hanno provocato un morto, 49 feriti e 7 arrestati. Il presidente del Brasile, vista l’insufficienza delle risorse di polizia, ha deciso di utilizzare, sulla base dell’articolo 142 della Costituzione federale, i “membri delle forze armate”, come spiegato in un comunicato della Segreteria di comunicazione sociale. Da qui, il dispiegamento di 1.300 soldati e 200 fucilieri navali nelle strade della capitale brasiliana.
Secondo i media e alcune testimonianze proprio la notizia dell’esercito ha aizzato la folla già furibonda con il presidente per gli ultimi scandali. Così molti manifestanti sono andati nella zona dove ci sono i ministeri e il Congresso e divisi in gruppi sono entrati e hanno devastato gli interni, in alcuni di questi hanno anche appiccato degli incendi. Persino la cattedrale è andata a fuoco ma con danni contenuti.
Secondo il giornale “Folha de Sao Paulo” i dimostranti, che chiedevano le dimissioni del presidente Michel Temer, hanno dato fuoco alla sede del dicastero dell’agricoltura e assaltato edifici dei ministeri della pianificazione, della sanità, della finanza, della cultura, del lavoro e della scienza.
Dopo la richiesta di impeachment, la coalizione governativa rischia di sfaldarsi, in particolare sulle due grandi riforme proposte dall’esecutivo conservatore sul lavoro – con un aumento delle ore di occupazione e una riduzione dei poteri dei sindacati – e sulle pensioni.

Odissea Grecia, l’Eurogruppo decide per il prestito

Greek prime minister Alexis Tsipras looks on during a session at the Greek parliament prior to the vote in Athens on July 22, 2015. Prime Minister Alexis Tsipras faced a new test of his authority in parliament on July 22, where MPs were to vote on a second batch of reforms to help unlock a bailout for Greece's stricken economy. The embattled premier last week faced a revolt by a fifth of the lawmakers in his radical-left Syriza party over changes to taxes, pensions and labour rules demanded by EU-IMF creditors. AFP PHOTO/ LOUISA GOULIAMAKI (Photo credit should read LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

AFP PHOTO/ LOUISA GOULIAMAKI

Si riapre la questione del debito greco e la palla resta in mano ancora una volta all’Eurogruppo che oggi probabilmente darà il via libera al prestito. Nel frattempo governo greco, creditori, FMI, Unione europea e BCE hanno trovato un accordo su un pacchetto di misure fiscali e strutturali per sbloccare l’erogazione di una nuova rata per circa 7,4 miliardi di euro che la Grecia userà per rimborsare circa 6 miliardi di euro di debiti in scadenza. Si tratta di misure di austerità che valgono 2 punti percentuali di PIL che prevedono i tagli alle pensioni e l’aumento del limite di esenzione fiscale ridotto a 6.000 euro da 8.636 euro attuali. L’accordo permetterà anche ai negozi e centri commerciali di poter lavorare la domenica in vari settori del paese.

Se da un lato Tsipras tira un respiro di sollievo, dall’altro a rischiare è il suo governo, la popolazione è di nuovo scesa in piazza Syntagma: lacrimogeni e lanci di pietre, molotov e proteste per un nuovo piano lacrime e sangue. Per la quarta volta vengono tagliate le pensioni (in media del 9%) e aumentate le tasse, mentre galoppa la recessione (primo trimestre del 2017 riduzione dello 0,5% su base annua dell’economia ellenica). Syriza ha approvato le nuove misure di austerity il 18 maggio e ora in ballo c’è un intero Paese che inizia a non riconoscersi più in Tsipras.
“Il Parlamento greco ha votato un pacchetto di misure estremamente difficili che chiedono ai greci un nuovo sforzo”, dimostrando che “hanno intenzione di rispettare gli impegni” e di “prendersi le proprie responsabilità”, e ora “è importante che i suoi partner prendano le loro”: lo ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici entrando all’Eurogruppo. Moscovici si è detto “ragionevolmente ottimista” su un accordo che comprenda sia la fine della seconda revisione del programma, e quindi apra la strada alla nuova tranche di aiuti, sia alla ristrutturazione del debito, che consenta al Fmi di entrare nel salvataggio. “L’accordo è a portata di mano, è importante che facciamo tutti gli sforzi per arrivare a questo, o lì vicino, perché possiamo aprire pagina più ottimista per la Grecia e l’Eurozona intera. I greci hanno bisogno di sapere che i loro sforzi hanno un ritorno”, ha aggiunto.
Un altro francese ha dato spalla a Tsipras. Emmanuel Macron ha detto oggi che la sua amministrazione spingerà per un alleggerimento del debito della Grecia, la dichiarazione è avvenuta nel corso di un colloquio telefonico avvenuto oggi tra Macron e il premier ellenico Alexis Tsipras, nel giorno in cui l’Eurogruppo discute a Bruxelles sulla conclusione della seconda revisione del programma di salvataggio della Grecia. L’ufficio del presidente francese, scrive la stampa di Atene, ha fatto sapere che Macron ha assicurato Tsipras sulla volontà di Parigi di sostenere la Grecia sottolineando “la determinazione per trovare un accordo presto, al fine di alleggerire il peso del debito greco nel lungo termine”.