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Vera Solini

Il Venezuela lascia l’Organizzazione Stati Americani

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Venezuelani in fila per il pane

Il caos regna sovrano nel Paese del Sud America governato da Maduro che ieri ha annunciato di voler avviare le pratiche per ritirarsi dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), un’organizzazione internazionale che comprende 35 stati delle Americhe. Dal 19 aprile, ogni giorno, c’è una manifestazione diversa. Le più grandi sono a Caracas, centro del potere politico del Paese, ma anche in piccoli paesini rurali, altri due giovani sono morti negli scontri di piazza. Le due nuove vittime sono Christian Ochoa, un ventuduenne ferito da spari di arma da fuoco lunedì scorso a Valencia, capitale dello stato di Carabobo (nel centro-nord del Paese) e Juan Pablo Pernalete, un ventenne raggiunto in faccia da un lacrimogeno a Caracas. E mentre nelle strade continuano le proteste contro il Presidente, il capo della diplomazia venezuelana Delcy Rodriguez ha annunciato: “Domani presenteremo una protesta davanti l’Osa e lanceremo un processo che richiederà 24 mesi” per fare uscire il Paese da questo organismo regionale che ha base a Washington. L’Osa, il cui segretario generale Luis Almagro aveva definito Maduro “un dittatore”, si è riunita ieri per convocare un mini-summit dei ministri degli Affari esteri della regione sulla crisi regionale, senza precisarne la data. Rodriguez aveva già minacciato di portare il Venezuela fuori dall’organizzazione nel caso in cui il summit fosse stato convocato. “L’Osa ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria e dunque procederemo a ritirarci da questa organizzazione”, ha detto la ministra degli Esteri del Venezuela Delcy Rodriguez aggiungendo che “la nostra dottrina storica è segnata dalla diplomazia bolivariana della pace, e questo non c’entra niente con l’Osa”.
Ma il Paese è ormai al collasso, se dal punto di vista politico l’opposizione sta cercando di dimostrare la violazione della Costituzione e dei diritti civili, dal punto di vista economico la situazione è degenerata. Le rivolte della popolazione riguardano soprattutto la mancanza di cibo, primo fra tutti il pane e non c’è propaganda governativa che tenga. Per contenere l’inflazione, il governo aveva deciso di imporre un tetto al prezzo di alcuni alimenti di prima necessità, tra cui il pane, ma in questo modo ha messo in difficoltà i panettieri. Molti hanno chiuso e quelli ancora aperti sono stati letteralmente presi d’assalto con file di cinque, sei o sette ore per comprare un massimo di due forme di pane a persona. Ora per risolvere il problema delle code è stato chiuso il rifornimento della farina. Non c’è farina, non c’è pane e non ci sono code. E lo stesso è successo con il latte, con il riso e non solo.

Nel frattempo è arrivata la condanna del Parlamento europeo per la brutale oppressione esercitata dalle forze di sicurezza venezuelane e dai gruppi armati irregolari contro le proteste pacifiche in Venezuela. Circa 30 persone sono morte e molte altre sono state ferite e arrestate mentre protestavano contro il governo del presidente Nicolás Maduro.

In una risoluzione adottata oggi, gli eurodeputati hanno invitato le autorità venezuelane a risolvere urgentemente la questione degli aiuti umanitari nel Paese, carente di alimenti e medicine. “Vediamo giovani studenti uccisi per le strade mentre protestano, persone disperate in cerca di cibo, bambini che muoiono negli ospedali a causa della mancanza di medicine e gli oppositori politici che non possono candidarsi alle elezioni o che vengono mandati in prigione. Vediamo un popolo in ginocchio a causa di un regime che non rispetta la democrazia, lo stato di diritto e, allo stesso tempo, isola il paese dalle organizzazioni internazionali”, ha commentato il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.

Gabriele Del Grande. Si lavora per un incontro domani

io sto gabrieleL’Italia si unisce attorno al caso del giornalista e blogger arrestato al confine fra Turchia e Siria il 10 aprile, Gabriele Del Grande. Dalle Università, alle associazioni, fino ai frati di Assisi, tutti si sono mobilitati e hanno fatto appello la rilascio del giovane lucchese. Ma dopo la mobilitazione dell’opinione pubblica, adesso tocca alle Istituzioni.
Adesso il capo della Farnesina, Angelino Alfano ha fatto sapere che le autorità turche “ci hanno avvisato per telefono che domani alle 9 ci sarà la possibilità di un incontro” di Gabriele Del Grande con il console italiano in Turchia e con il proprio legale. A darne notizia è proprio il ministro degli Esteri oggi al termine di un incontro con il proprio omologo della Repubblica dell’Azerbaijan Elmar Mammadyarov. Nella giornata di ieri Alfano ha avuto una conversazione telefonica con il il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu in cui ha chiesto il rilascio del giornalista arrestato. “Ho confermato la nostra ferma richiesta di rilasciare immediatamente Gabriele Del Grande” ha detto Alfano ai giornalisti aggiungendo che Cavusoglu ha dichiarato che da parte turca si sarebbero al più presto terminate tutte le procedure necessarie. Alfano ha inoltre sottolineato la necessità di fornire a Del Grande assistenza legale e consolare. Martedì scorso il giornalista ha potuto fare una telefonata per la prima volta da quando è detenuto e ha detto che sta bene promettendo poi di iniziare uno sciopero della fame per protestare contro la violazione dei suoi diritti. Lo stesso giorno la Farnesina ha rilasciato una dichiarazione chiedendo “il rilascio di Del Grande nel pieno rispetto della legge”.
Anche il padre del 35enne da sempre impegnato nel giornalismo di denuncia, Massimo Del Grande, ha fatto sapere che “la Farnesina si sta dando da fare per organizzare l’incontro con Gabriele, che dovrebbe avvenire domani, venerdì”. “Mio figlio lì solo non ce lo lascio – ribadisce Massimo Del Grande – è chiaro che per andare in Turchia c’è una burocrazia che richiede alcuni adempimenti. Noi questa vicenda la viviamo giorno per giorno, momento per momento”.
Nel frattempo attorno all’Italia si schiera anche l’Unione Europea. Da Pechino Federica Mogherini, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera ha fatto sapere che sul caso di Gabriele Del Grande, “ci siamo coordinati con le autorità italiane fin dal primo momento, come facciamo in casi simili in cui la responsabilità principale è dello stato membro. L’Ue, in questo particolare caso, si è attivata per sostenere l’azione dell’ambasciatore italiano ad Ankara, che oltretutto ho sentito nei giorni scorsi, per sostenere l’azione della Farnesina e del governo italiano rispetto alle autorità turche”. “Questo sta già accadendo in modo discreto ma spero produttivo”, aggiunge Lady Pesc.
“L’ambasciata italiana in Turchia sta seguendo da vicino la questione del fermo di Gabriele Del Grande: finora non c’è stata la possibilità di incontrarlo ma ci confermano che sta bene. È sottoposto a una procedura di espulsione anche se i tempi del rimpatrio non sono certi”. Lo ha detto all’ANSA il deputato di Mdp Michele Piras che, con una delegazione italiana di parlamentari tra i quali Arturo Scotto e Franco Bordo, ha incontrato le autorità diplomatiche italiane. “Da quanto abbiamo appreso – aggiunge Piras – Del Grande sarebbe stato fermato perché non in possesso dell’accredito stampa né dell’autorizzazione per stare dove si trovava”. Ora la delegazione si trova nel Parlamento turco per incontrare i rappresentanti del partito di opposizione Hdp (che rappresenta la sinistra filo curda), mentre stasera sarà la volta del faccia a faccia con gli esponenti del Chp.

Del Grande, delegazione italiana respinta da Ankara

gabriele-del-grande2Desta molta preoccupazione la situazione del giovane reporter italiano trattenuto in Turchia in un centro di detenzione. Dopo le rassicurazioni del ministro Alfano ora si è saputo che le autorità turche hanno impedito alla delegazione italiana di vedere il giornalista Gabriele Del Grande nel carcere dove è detenuto.  “Il vice console italiano ad Ankara e il legale turco di Gabriele Del Grande sono andati nel carcere dov’é detenuto il giornalista italiano, ma le autorità turche gli hanno impedito di vederlo”, ha riferito durante una conferenza stampa al Senato il presidente della Commissione per i Diritti umani Luigi Manconi dopo un colloquio telefonico con l’avvocato di Del Grande.
Dopo la notizia il ministro degli Esteri Angelino Alfano rispondendo ad una domanda sulla vicenda ha detto: “Ho ribadito la nostra ferma richiesta per il rilascio immediato di Gabriele Del Grande nel corso di una telefonata con il collega turco” Mevlut Cavusoglu.
Alfano ha aggiunto di aver ricevuto il “massimo impegno” dal governo turco sul fatto che “le procedure verranno concluse al più presto”.

La telefonata dopo sette giorni alla famiglia
“Sto bene, non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio cellulare e le mie cose, sebbene non mi venga contestato nessun reato”. Lo ha detto al telefono Gabriele Del Grande, il giornalista italiano fermato in Turchia durante un controllo dalle autorità al confine con la Siria e trattenuto da alcuni giorni in un centro di detenzione amministrativa, riuscendo a chiamare in Italia dal telefono del Centro dove è detenuto. “Inizio lo sciopero della fame e invito tutti a mobilitarsi per chiedere che vengano rispettati i miei diritti”, ha annunciato chiamando la sua compagna, Alexandra D’Onofrio e alcuni amici. Finalmente dopo sette giorni di silenzio i familiari del giornalista sono tornati a sentire la sua voce.
“I miei documenti sono in regola, ma non mi è permesso di nominare un avvocato, né mi è dato sapere quando finirà questo fermo – ha aggiunto nella telefonata – La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta”. E mentre telefonava ha raccontato di essere circondato da quattro poliziotti, aggiungendo anche che “non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me”.
il 35enne reporter toscano è stato fermato il 9 aprile ed è stato trasferito a Mugla dopo essere stato inizialmente trattenuto in un altro centro di detenzione nella provincia di Hatay, al confine turco-siriano. Sulla vicenda, da giorni sono al lavoro le autorità italiane. Ma ancora, dopo le iniziali rassicurazioni date dalle autorità turche, non è stata fornita una data certa per il suo rimpatrio, che dovrebbe avvenire dopo il completamento di alcune procedure giudiziarie relative all’espulsione dal Paese.
La Farnesina ha chiesto che il giornalista, fermato in Turchia, “sia rimesso in libertà, nel pieno rispetto della legge”. “Il ministro Alfano – si legge in una nota – ha disposto l’invio a Mugla, dove Del Grande è detenuto, del console d’Italia a Smirne per rendere visita al connazionale” mentre “l’ambasciatore d’Italia ad Ankara ha trasmesso alle autorità turche la richiesta di visita consolare, come previsto dalla Convenzione di Vienna del 1963”.
Ad auspicare che “al più presto siano noti i tempi e le modalità di rimpatrio” sono stati oggi il legale della famiglia di Del Grande, Alessandra Ballerini, e Luigi Manconi, presidente della commissione per la Tutela dei Diritti Umani del Senato. “Nella serata di ieri – scrivono Ballerini e Manconi – abbiamo ricevuto la conferma che la Farnesina mantiene la massima attenzione sulla sorte di Del Grande, trattenuto in un centro di detenzione amministrativa in Turchia, dove si trovava per scrivere il suo nuovo libro. Sempre ieri – proseguono – l’Ambasciatore italiano ad Ankara ha avuto incontri con il ministro degli Esteri e il Direttore generale del ministero dell’Interno della Turchia, che hanno confermato lo stato di buona salute di Del Grande e la sua imminente espulsione dal Paese. Lo stesso ministro degli Esteri si è impegnato a inviare una nota all’ambasciatore italiano sui tempi e le modalità del rimpatrio. Auspichiamo – concludono – che accada al più presto”.

Aspettando Gabriele Del Grande dalla Turchia

Gabriele-Del-GrandeSono stati giorni di apprensione per Gabriele Del Grande, giornalista e documentarista, ma adesso il padre, Massimo Del Grande, ha fatto sapere che il figlio sarà a casa entro oggi: “È stato fermato e verrà espulso nelle prossime ore”. Le autorità turche infatti hanno detto alla Farnesina e ai famigliari che verrà rispedito a casa entro oggi. “Ringraziamo le autorità locali, e in particolare il sindaco Alessandro Tambellini, per l’interessamento che hanno mostrato alla vicenda, interfacciandosi direttamente con la Farnesina”, ha detto il padre del giovane documentarista giunto in Turchia qualche giorno fa per realizzare alcune interviste.

Del Grande ha sempre fatto giornalismo d’inchiesta e di denuncia e scrive da anni di migrazioni e naufragi nel Mediterraneo sul suo blog Fortress Europe. Già nel 2007 il suo libro “Mamadou va a morire” raccontando la traversata dei profughi in arrivo sulle nostre coste, mentre nel 2013 si è occupato della crisi siriana in un reportage pubblicato da Internazionale e nel 2014 ha realizzato, insieme ad Antonio Augugliaro e Khaled Solimna Al Nassiry, “Io sto con la sposa”, documentario che racconta del viaggio di cinque migranti che attraversano l’Europa per raggiungere la Svezia. Il giornalista 35enne è stato fermato lunedì nella provincia sudorientale di Hatay, dove era stato bloccato dalla polizia locale per ragioni ancora non chiarite ufficialmente, probabilmente è stato trattenuto dalle autorità turche, perché privo del permesso stampa che si deve chiedere prima di arrivare in Turchia per poter svolgere il proprio lavoro nel Paese. Ma fonti della Farnesina affermano di non conoscere i motivi del fermo, ed è già il quinto giornalista espulso dall’inizio dell’anno.

Pronta la solidarietà della Federazione nazionale della stampa italiana che ha annunciato per il 2 maggio una manifestazione davanti all’ambasciata turca a Roma.
“Questo episodio – affermano il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti – conferma una volta di più le condizioni insostenibili in cui sono costretti i giornalisti e la libertà di stampa in Turchia. Per tornare a denunciare questa situazione, il 2 maggio la Federazione della Stampa, insieme con Articolo21, Amnesty International Italia, Usigrai, Ordine dei giornalisti del Lazio, Pressing NoBavaglio e altre associazioni, sarà davanti all’ambasciata turca a Roma per un sit-in nel corso del quale saranno letti i 149 nomi dei giornalisti rinchiusi nelle carceri del Paese”.
Del Grande di trovava lì perché a settembre 2016 aveva lanciato un nuovo progetto di crowfunding: “Un partigiano mi disse”. Si tratta di un libro sulla guerra in Siria e la nascita dell’Isis, fenomeni raccontati attraverso l’epica della gente comune in un intreccio di geopolitica e storytelling. Per il progetto Del Grande aveva avviato una raccolta fondi sulla piattaforma di crowfunding produzionidalbasso.com. Si era dato l’obiettivo di 38.000 euro ma ne ha ottenuti 47.918, con 1342 sostenitori e da novembre sta raccogliendo tutto il materiale necessario per questo suo nuovo progetto.

Al momento però ancora nessuna notizia del rilascio.
“Voglio ringraziare di cuore tutte le persone che mi hanno contattato in queste ore, siete stati moltissimi – ha scritto su Facebook la moglie di Del Grande, Alexandra D’Onofrio – Grazie dell’affetto, la stima, la preoccupazione, e quel prezioso senso di protezione fornitori da tutta la rete di famigliari, amici e colleghi. Gab, noi tutti ti aspettiamo. E siamo in tanti, più dei papaveri che ieri abbiamo colto pensando a te”.

Paura a San Pietroburgo. Esplosioni in un palazzo

san pietroburgo palazzoDue esplosioni a San Pietroburgo hanno fatto rinascere il terrore del terrorismo, ma si tratterebbe di una fuga di gas causata da un uomo che stava svolgendo riparazioni in un appartamento. Le esplosioni hanno danneggiato un palazzo di Solidarnosti Prospekt, a San Pietroburgo, e per fortuna non ci sono feriti. Lo dice un portavoce del ministero delle Emergenze citato da Interfax. L’edificio poi è a 700 metri da quello in cui stamattina i servizi di sicurezza russi hanno arrestato tre uomini con il sospetto di legami con il presunto terrorista dell’attentato alla metropolitana della città.
Nel frattempo a Mosca migliaia persone in centro hanno manifestato per ricordare le vittime dell’attentato a San Pietroburgo.
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Intanto arrivano nuovi sviluppi sulle indagini nell’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo, in Russia, avvenuto il 3 aprile. Gli investigatori stanno esaminando la versione secondo cui Akbarzhon Jalilov, il presunto autore dell’attentato alla metro di San Pietroburgo, non intendeva farsi esplodere ma al contrario è stato ridotto a bomba ambulante dai suoi complici, “kamikaze a sua insaputa”. Lo riporta Interfax che cita una fonte vicina alle indagini. “Molti indizi indicano che avrebbe dovuto solo piazzare gli ordigni, innescati poi da una telefonata”, spiega l’Agenzia russa.
Il piano dei criminali prevedeva che Jalilov piazzasse una bomba alla stazione che sarebbe poi dovuta esplodere dopo quella del vagone. L’idea era che dopo l’esplosione nel treno i passeggeri sarebbero sprofondati nel panico e questo avrebbe aumentato il numero delle vittime.

Arresto Navalny. Cremlino schiera la Guardia nazionale

navalnyEra iniziato tutto con una manifestazione, ma nessuno si aspettava che questa potesse rappresentare la scintilla che avesse portato in piazza tutta la Russia. La lotta contro la corruzione si è dimostrata un ottimo catalizzatore, tra i diversi motivi di scontento. Ieri in migliaia, giovani, anziani, coppie e famiglie avevano aderito all’appello dell’oppositore Aleksey Navalny in una manifestazione pacifica, ma non autorizzata, per protestare contro la corruzione nel Paese percorrendo in senso antiorario i marciapiedi della centralissima via Tsverskaja, che taglia il centro di Mosca sino alla Piazza Rossa.
Il blogger ‘anti-Putin’, Navalny, appena si è unito alla protesta è arrestato. Stamattina il leader dell’opposizione russa, già finito altre volte in carcere, appena comparso in Tribunale dopo aver trascorso la notte in carcere, ha twittato un selfie dagli uffici della Corte in cui scrive: “Verrà il giorno in cui noi giudicheremo loro, ma quel giorno lo faremo in maniera onesta”. Il leader della protesta è stato arrestato con centinaia di manifestanti e deve rispondere tra l’altro dell’accusa di corteo non autorizzato, per cui è stato condannato a quindici giorni di reclusione.

Aleksej Navalny dalle sue inchieste ha portato alla luce un’impero di corruzione in cui ad essere imputato è il premier russo, Dmitrij Medvedev. Il giornalista ha spulciato i registri pubblici per ottenere informazioni su quello che ha definito il patrimonio nascosto del primo ministro Dmitrij Medvedev: 1,2 miliardi di dollari. Attraverso i droni ha filmato le impenetrabili ville e dacie guardate dagli uomini dei servizi segreti. Nulla riconducibile direttamente al premier, ma intestato a amici fidati, molti dei quali ex compagni di scuola divenuti misteriosamente ricchissimi. Dalla dacia con piscina, tre eliporti, pista da sci privata e stagno pieno di papere, a vigneti in Russia e a una tenuta in Toscana. In questo caso si tratta di una rinomata villa e azienda vinicola nel Chianti, l’Aiola. I 36 ettari di vigneti furono un tempo di proprietà del segretario del Pli, Giovanni Malagodi. Poi, nel 2012, gli eredi la cedettero a dei misteriosi russi che in zona non si vedono quasi mai.

Dopo l’arresto di Navalny sono iniziate subito le tensioni, la folla ha provato a bloccare il cellulare su cui l’avevano caricato. Le forze di polizia – dai corpi speciali Omon alle squadre antisommossa – hanno risposto creando dei cordoni umani per spingere i manifestanti da via Tsverskaja e dalle piazze Triumfalnaja e Puskinskaja verso le vie laterali. Centinaia i fermi, almeno 700 secondo le prime ricostruzioni. A ognuno la folla gridava “Pozor”, “Vergogna”. La crisi economica si trascina da tre anni e stavolta al centro c’è il disagio sociale che cresce, e a cui il governo ha risposto con i drastici tagli al welfare. Nei giorni scorsi i comunisti alla Duma, fatto senza precedenti, hanno chiesto un’inchiesta parlamentare sulle accuse avanzategli da Navalny.

“Non era mai successo che scendessero in piazza i ragazzi delle scuole”, scrive sul suo blog l’economista Sergey Aleksashenko, ragazzi nati quando Putin era già al potere, sono rimasti lì anche quando hanno saputo che Navalny era stato preso dalla polizia e non sarebbe intervenuto. La dimostrazione che si protesta non contro ‘qualcuno’, ma contro ‘qualcosa’ che non piace della Russia: la corruzione dilagante.

Ma adesso Putin si ritrova per la prima volta davanti a una protesta che coinvolge non solo le principali città di Mosca e San Pietroburgo ma la maggioranza delle grandi città russe (60 mila persone in 82 città secondo la Radio Eco di Mosca), dagli Urali alla Siberia a Murmansk a Vladivostok sul Pacifico, persino il Daghestan nel Caucaso musulmano, con 150 fermi. Manifestazioni sono avvenute in tutto il Paese da Vladivostok nell’Estremo Oriente a Novosibirsk, Tomsk e Krasnojarsk nella più grande dimostrazione di massa in Russia dal 2012 a oggi.
Tanto che il Cremlino ha schierato anche la nuova Guardia Nazionale creata da Vladimir Putin nel 2016 contro il rischio «Maidan» e che fa capo direttamente a lui.

“L’arresto di Alexei Navalny a Mosca mette in evidenza l’organico autoritarismo che caratterizza il regime russo guidato con mano ferrea da Putin. Autoritarismo all’interno e insidiosa iniziativa di destabilizzazione nei confronti dell’Europa con rapporti molto stretti con la Le Pen la Lega di Salvini e il M5S”. Lo dice il presidente della commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto (Alternativa Popolare). “Coloro che affermano – dice ancora – che l’unico problema è quello delle sanzioni offrono una visione mistificata della realtà. Per parte sua Kissinger ormai da molti anni ripropone sempre il suo cinismo realista. Ma esso non è servito nel passato e non serve neanche adesso per fare i conti con l’iniziativa russa. Se nel passato gli Usa gli avessero dato davvero retta, in Russia ci sarebbero ancora Brezbev e il Pcus. In effetti al di là delle analisi di Kissinger a suo tempo l’Urss è implosa per le sue contraddizioni interne”.

Trattati di Roma, la Polonia minaccia di non firmare

merkel_sydloTutto pronto per sabato 25 marzo per la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati e per firmare la dichiarazione di Roma, ma Varsavia si mette di traverso.
Oggi la premier polacca Beata Szydlo alla Tvn24 ha infatti fatto sapere che la Polonia potrebbe “non firmare” la dichiarazione dell’Ue adottata per i 60 anni dei Trattati di Roma, se questa non comprenderà le richieste di Varsavia, che riguardano quattro priorità. Si tratta dell’unità dell’Ue, la collaborazione fra Ue e Nato, il rafforzamento del ruolo dei parlamenti nazionali e una maggior coesione del mercato comune dell’Ue. Alla domanda se la dichiarazione di Roma potrebbe non essere firmata, Szydlo ha risposto: “Certo, se non ci sarà il consenso”.
La dichiarazione dovrebbe esporre una visione del futuro dell’Unione europea dopo la Brexit. “L’unità dell’Unione europea, la difesa di una stretta cooperazione con la Nato, il rafforzamento del ruolo dei parlamenti nazionali e, infine, i principi del mercato comune, che non deve dividere ma unire. Questi sono i quattro principi che sono una priorità per Polonia”, ha detto la Szydlo, secondo cui questi temi devono essere inclusi nella Dichiarazione di Roma in modo che questa “non diventi solo un documento vuoto che suona bene ma che non contribuirà assolutamente a un cambiamento nella politica in Europa”.
“Mi pare che ci sia da parte della Polonia dopo la rielezione di Tusk un atteggiamento problematico nei confronti dell’Unione ma, ancora in queste ore, si sta lavorando per avere unità e unanimità”. Cosi il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, a margine del seminario “A 60 anni dai Trattati di Roma: l’Unione Europea è ancora possibile?”, ha commentato la dichiarazione della premier polacca.
A tentare di calmare le acque la portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, confermando il programma del presidente Jean Claude Juncker per la celebrazione del 60/o anniversario dei Trattati, ha affermato senza esitazioni che “sabato i 27 capi di stato e di governo ed i presidenti delle istituzioni europee firmeranno la Dichiarazione di Roma nella stessa sala in cui fu firmato il Trattato originale”. Anche la Polonia, secondo la portavoce di Juncker, firmerà la dichiarazione finale.

Scozia: May nega il referendum, non è il momento

theresa-may-an103106230epa05433683Theresa May ha respinto al mittente, la premier scozzese Nicola Sturgeon, la richiesta di un referendum per l’indipendenza della Scozia. Ospite di Itv News, il primo ministro britannico ha escluso che una nuova consultazione, dopo quella del 2014 nella quale prevalsero i no alla separazione, possa essere tenuta nei prossimi due anni.
“Non è ora il momento” ha dichiarato la May richiamando l’unità del Paese in un momento in cui “tutte le energie dovrebbero essere concentrate nelle negoziazioni sulle future relazioni con l’Unione europea”. Durante la settimana la sua omologa scozzese, Nicola Sturgeon, aveva evocato l’attivazione dell’iter per un secondo referendum sull’indipendenza, dopo quello del 2014.
Alla notizia quindi la Sturgeon ha criticato il primo ministro britannico Theresa May. “Non stiamo proponendo di farlo ora. Ma di essere messi in condizioni di celebrarlo quando saranno chiari i termini della Brexit e prima che sia troppo tardi per avere una alternativa” ha replicato Sturgeon via twitter. Il Parlamento scozzese voterà la settimana prossima sulla necessità (o meno) di una richiesta di autorizzazione al Parlamento del Regno Unito per tenere una seconda consultazione. “La questione va discussa e concordata. Se i conservatori si rifiutassero di farlo, bloccherebbero il diritto della Scozia di scegliere. E ciò sarebbe antidemocratico oltre che la prova che temono il verdetto del popolo scozzese”. Nel 2014, la Scozia ha votato per rimanere parte del Regno Unito. Tuttavia gli scozzesi si sono espressi in larga maggioranza per il no all’uscita del regno Unito dall’Ue.
Nel frattempo è arrivata la formale via libera alla Brexit dalla regina Elisabetta, e così la May può avviare i negoziati.
L’autorizzazione della sovrana autorizza il governo britannico a comunicare a Bruxelles la richiesta di attivare le procedure per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La firma della Regina, nota come “Royal assent”, interviene a tre giorni dalla definitiva approvazione del Parlamento britannico, che lunedì aveva autorizzato Downing Street ad avviare le procedure per l’attivazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona.
Ma più che la Brexit ora è la questione scozzese ad essere in primo piano sulla stampa del Regno Unito, dopo la richiesta del governo di Edimburgo di un secondo referendum per l’indipendenza. Gli ultimi rilevamenti dell’istituto ScotCen Social Research, in evidenza su diversi quotidiani, mostrano che il sostegno alla causa indipendentista ha raggiunto un livello record, il 46 per cento, ma che lo stesso vale per l’euroscetticismo: due terzi degli elettori sono critici rispetto all’Unione Europea; il 25 per cento è favorevole all’uscita e il 42 per cento a una riduzione dei poteri di Bruxelles. Ciò pone la prima ministra della Scozia, Nicola Sturgeon, di fronte al dilemma di legare o meno il dibattito sulla secessione alla Brexit. Un altro sondaggio, di YouGov per “The Times”, escludendo gli incerti, attribuisce agli indipendentisti una quota del 43 per cento, contro il 57 degli unionisti. In un’intervista a “The Guardian”, Angus Robertson, il più esperto deputato del Partito nazionale scozzese (Snp) alla Camera dei Comuni, afferma che la priorità è proteggere l’appartenenza al mercato unico e che c’è ancora la possibilità, anche se il tempo stringe, di raggiungere un compromesso tra Edimburgo e Londra. Fiona Hill e Nick Timothy, due stretti collaboratori della premier, Theresa May, saranno in Scozia domani, per incontrare parlamentari dell’assemblea scozzese. Downing Street potrebbe programmare visite anche nelle altre nazioni costitutive prima di invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Scozia, si chiederà il voto per restare in Europa

sturgeonSi riaccendono i fari sulla Scozia. Il Primo Ministro Nicola Sturgeon ha detto che la Scozia può tenere un voto sull’indipendenza alla fine del 2018, poco prima della data in cui il Regno Unito dovrebbe abbandonare l’Unione europea, sebbene la sua omologa britannica Theresa May abbia ribadito che la consultazione non sia necessaria. E ad anticipare la notizia un’discrezione del ‘Financial Times‘.
A confermare però la richiesta della Sturgeon, Tasmina Ahmed Sheikh, deputata e portavoce del Partito scozzese Trade and Investment spokesperson che alla BBC che ha sostenuto l’idea della Sturgeon e che quindi si potrebbe andare a votare per l’autunno del prossimo anno.
La deputata ha affermato che la Sturgeon “ha il mandato di chiedere un altro referendum per l’indipendenza” soprattutto “se dovessimo essere messi fuori dell’UE contro la nostra volontà”, ha detto Ahmed Sheikh. “Il popolo della Scozia ha votato per rimanere nell’Unione Europea”, ha aggiunto.
La prospettiva di una consultazione sull’indipendenza della Scozia che potrebbe spaccare il Regno Unito qualche mese prima dell’uscita dalla Ue rappresenterebbe uno scenario inatteso della Brexit con conseguenze del tutto imprevedibili per la quinta economia mondiale. Per questo secondo il ‘Ft’ il governo britannico cercherà di posticipare il voto a dopo l’uscita dall’Unione europea.

Gazprom inaugura il progetto Turkish Stream

turkish_streamMentre l’Europa resta a guardare, lasciando nello stallo il progetto del gasdotto Nord Stream 2 dall’altra parte Gazprom, il colosso energetico russo annuncia l’inizio della costruzione del tratto offshore del gasdotto Turkish Stream nei prossimi mesi. Lo ha annunciato oggi un membro del Cda di Gazprom, Oleg Aksyutin, a Mosca, aggiungendo che la rete di distribuzione del gas in Russia, che sarà collegata al Turkish Stream, è quasi completa. Lo scorso 10 febbraio South Stream Transport, sussidiaria di Gazprom con sede ad Amsterdam, ha firmato un contratto con il gruppo svizzero Allseas per la costruzione della seconda sezione della parte offshore del gasdotto Turkish Stream. Lo ha annunciato Gazprom in un comunicato. “La società South Stream Transport B.V. e il gruppo Allseas hanno firmato un contratto ad Amsterdam per la costruzione della seconda sezione offshore del gasdotto Turkish Stream”, si legge nel comunicato. “Il documento è stato firmato come opzione prevista dal contratto per la costruzione della prima sezione offshore del gasdotto firmato nel 2016”, prosegue la nota. Secondo la dichiarazione, Allseas impiegherà nella costruzione una delle navi più grandi al mondo, la Pioneering Spirit, per posare circa 900 chilometri di tubi sul fondo del Mar Nero.
La società Turkish Stream ha ereditato la ragione sociale del congelato South Stream, ha in appalto la realizzazione del gasdotto ed è pronta a partire nel mese di maggio con la posa della prima linea del sea line di 900 km che è destinato a collegare le sponde russe e turche del Mar Nero.
Il presidente russo Vladimir Putin ha presentato il progetto del gasdotto nel corso della sua visita di stato in Turchia alla fine del 2014. Successivamente, a ottobre del 2016, è stato firmato un accordo Mosca-Ankara per la costruzioni di due sezioni subacquee sotto il Mar Nero. Ognuna di esse trasporterà 15,75 miliardi di metri cubi di gas naturale ogni anno. Il gasdotto dovrebbe essere completato entro la fine del 2019. Farà tappa in Turchia e continuerà verso un hub sul confine greco, da dove il gas naturale russo potrebbe essere trasportato verso l’Europa meridionale. Gazprom e affiliate avranno il 100% di proprietà della sezione off-shore, mentre la linea onshore “alla frontiera fra la Repubblica di Turchia con i Paesi limitrofi” sarà una collaborazione al 50 per cento tra Gazprom e Botas (compagnia petrolifera turca). In pratica, il secondo tracciato seguirà la sezione onshore verso Luleburgaz per quindi proseguire per 130 km fino a Ipsala, al confine tra Turchia e Grecia.
Lo scorso primo febbraio il Consiglio federale russo, la Camera alta del parlamento di Mosca, ha ratificato l’accordo intergovernativo con la Turchia per la realizzazione del gasdotto Turkish Stream. La Duma di Stato, la Camera bassa dell’assemblea legislativa russa, aveva ratificato l’accordo lo scorso 20 gennaio, mentre la Grande assemblea nazionale turca lo aveva fatto il 2 dicembre del 2016. L’accordo sarà valido 30 anni con possibilità di proroga per ulteriori periodi di cinque anni. Il documento regola la progettazione, la costruzione e il funzionamento delle sezioni offshore e onshore del gasdotto. Il volume totale di investimenti rivolti ai due segmenti del tratto offshore del gasdotto è stato stimato in circa sette miliardi di euro. Tale informazione, stando a quanto riporta l’agenzia di stampa russa “Tass”, è contenuta all’interno della nota esplicativa della proposta di legge riguardante l’accordo tra Mosca e Ankara per la costruzione del gasdotto internazionale. “Gli investimenti necessari alla realizzazione del progetto, inclusivi dei costi già sostenuti in precedenza per la rete del segmento offshore del South Stream, sono stati stimati in sette miliardi di euro”, si legge nel documento.