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Vera Solini

2 agosto 1980. Si nega ancora la ‘matrice fascista’

pertini strage bolognaSono passati 38 anni dalla strage di Bologna che sconvolse l’Italia, eppure c’è ancora chi nega alcune responsabilità e proprio dagli scranni del Parlamento. Per la deputata di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti la verità non si “è ancora affermata. I veri colpevoli non sono stati ancora condannati”, ha detto Frassinetti. “Bisognerebbe avere il coraggio di dire che i giudici a Bologna sono sempre stati prigionieri di logiche idelogiche-giudiziarie con lo scopo non di ricercare la verità ma di riuscire, a tutti i costi, ad arrivare alla conclusione che la matrice fosse nera per ragione di Stato”. E aggiunge: “Bisognerebbe avere lo stesso coraggio del presidente Cossiga- prosegue- quando nel 1991 ebbe l’onestà di ammettere che si era sbagliato e che la strage non era addebitabile ad ambienti di estrema destra chiedendo anche scusa. Anche il nuovo processo iniziato a Bologna in Corte di Assise a marzo è un’altra occasione perduta. Invece di approfondire la pista che porta a verificare l’ipotesi dell’esistenza di una ritorsione del terrorismo palestinese…”.
Dichiarazioni che hanno acceso lo scontro in aula con il Centrosinistra compatto contro le affermazioni della deputata.
Pier Luigi Bersani, rivolgendosi a Frassinetti, le ha ricordato la piazza di Bologna “tesa rabbiosa” e la capacità di Zangheri e Pertini di usare parole ferme a “difesa della democrazia e delle istituzioni”. “Attorno a noi c’erano solo bombe”, ha concluso tra gli applausi, “ma quegli attentati non riuscirono a portarci dove volevano”. Intervento che ha accentuato il clima di bagarre, stavolta dai banchi di Fratelli d’Italia. Giovanni Donzelli (Fdi) ha preso la parola chiedendo un chiarimento all’ex segretario Pd. “Vorrei sapere se crede sul serio che una forza democraticamente eletta sia responsabile di quelle bombe. Vuol dire che noi potremmo dire che la sinistra è responsabile delle Br”. A quel punto, dai banchi della sinistra si è levato un coro di proteste, tenuto a bada, con difficoltà, dalla vicepresidente di turno, Maria Edera Spadoni. “Se ci sono delle incomprensioni tra voi e Bersani”, ha detto Spadoni a un certo punto, rivolta ai banchi di FdI, “parlatene tra di voi”. Parole che hanno fatto infuriare Emanuele Fiano (Pd): “Presidente, qui siamo nell’Aula di Montecitorio. E quando si parla di democrazia e antifascismo non si chiariscono questi punti privatamente, come lei ha invitato a fare”.
Il Parlamento parla ancora una volta di Fascismo e democrazia ed è proprio la parola ‘Fascista’ che è stata più volte pronunciata dal sindaco di Bologna Virginio Merola, durante la commemorazione “perché esiste la verità storica, sono esistite ed esistono forze nazifasciste, così come esiste l’antifascismo e la sua necessità presente e futura. Come sindaco mi sento un po’ umiliato nel doverlo dire”, attacca Merola: “Ditelo ai famigliari delle vittime del 2 Agosto e ai bolognesi, guardandoli in faccia, senza la scorciatoia dei social network, che non esiste più il problema del fascismo”.
“Oggi i fascismi possono essere di tanti tipi e vanno tutti combattuti”, gli replica, sceso dal palco, il presidente della Camera Fico, che davanti al microfono raccoglie molti applausi quando ha voluto mandare un saluto ai genitori di Giulio Regeni, sottolineando che “tutte le verità richiedono giustizia, solo quando sapremo tutto ciò che è stato potremo dirci un Paese unito”. E ancora: “Lo vorrei dire da qui ed è l’unica promessa che vi faccio”, ai famigliari e alla città: come terza carica dello Stato ci sono al 100% e non arretrerò mai di un passo”.
Tuttavia sono ancora in corso udienze per scoprire i mandanti di una bomba che portò alla morte di 85 persone e oltre 200 i feriti.
Ma il capo dello Stato Sergio Mattarella nel messaggio alla città ha voluto ricordare anche “L’impegno e la dedizione di magistrati e servitori dello Stato hanno consentito di ottenere risultati che non esauriscono ma incoraggiano l’incalzante domanda di verità e giustizia”.

La Saipem recupera le perdite e firma con Gazprom

saipemDopo gli annunci dei conti in rosso della società italiana tra i più importanti contractor a livello mondiale del settore della costruzione e manutenzione delle infrastrutture al servizio dell’industria petrolifera, ora la Saipem recupera inaspettatamente. Il titolo ha infatti oggi compiuto un veloce balzo in avanti ed è salito oltre 4,56. Nonostante i primi sei mesi del 2018 con una perdita di 323 milioni di euro, scontando – spiega una nota – “svalutazioni dopo l’impairment test per 256 milioni di euro,accantonamento costi per 51 milioni per contenziosi e oneri da riorganizzazione per 22 milioni di euro”.
La spiegazione è che Saipem ha appena sottoscritto con un pool di diciassette istituti di credito italiani ed esteri il contratto di estensione della scadenza e modifica della linea di credito rotativa (Revolving Credit Facility) sottoscritta a fine 2015. Il contratto prevede l’estensione della linea dal dicembre 2020 al luglio 2023, la riduzione dell’importo dall’iniziale 1,5 miliardi a 1 miliardo di euro, ritenuto più idoneo in considerazione della liquidità disponibile e in vista di un miglioramento delle condizioni economiche. La linea potrà essere utilizzata nei prossimi cinque anni per esigenze aziendali generali.
Poche ore dopo l’annuncio di un nuovo incasso per la Saipem che ha firmato di un contratto con la compagnia russa Gazprom per condurre uno studio di fattibilità e opere di ingegneria per la prima fase di un nuovo gasdotto per il trasporto del gas in Serbia. Lo riporta l’agenzia di stampa russa “Interfax”. “Stiamo studiando la fattibilità tecnica della posa del gasdotto”, ha dichiarato una fonte interna di Saipem all’agenzia russa. Il contratto con Saipem riguarda solo la sezione del gasdotto al confine tra Bulgaria e Serbia ed è la prima fase di un progetto più ampio, ha aggiunto. All’inizio di quest’anno, la società serba del gruppo Gazprom Gastrans d.o.o. (precedentemente chiamato South Stream Srbija) ha annunciato la stagione aperta per le offerte non vincolanti per la realizzazione di un gasdotto dal confine meridionale della Serbia con la Bulgaria fino al confine settentrionale con l’Ungheria e ha ricevuto offerte da nove società. Gastrans intende completare la costruzione del gasdotto serbo entro l’ottobre 2019. Il tratto dovrebbe diventare la parte principale del progetto “South Stream Lite”, possibile estensione in Europa del gasdotto Turkish Stream, e che trasporterà il gas russo dalla Bulgaria all’Austria attraverso la Serbia e l’Ungheria.
Negli ultimi mesi Saipem si è aggiudicata contratti E&C Onshore in Arabia Saudita, Messico, Iraq e Nigeria, per un valore complessivo di circa 800 milioni di dollari.

Siria, Isis fa strage di quasi 300 persone

(SANA via AP)

(SANA via AP)

Ancora notizie devastanti dal territorio devastato da almeno 7 anni dalla guerra civile. In Siria il Daesh colpisce con diversi kamikaze che si sono fatti esplodere in modo coordinato nella folla radunata nei mercati. Il loro numero è ancora incerto ma i terroristi hanno dovuto affrontare le forze di sicurezza governative e di autodifesa siriane, ingaggiando sparatorie in mezzo alla folla.
Lo Stato islamico ha lanciato un nuovo attacco a Soueida, nel sud della Siria, a meno di due giorni dalla serie di attacchi che hanno provocato la morte di oltre 240 persone. Lo riferisce l’Osservatorio per i diritti umani siriano, organizzazione non governativa con sede a Londra. Il nuovo attacco dell’Is è avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 luglio. Lo Stato islamico ritorna a colpire in Siria con una potenza devastante dopo che le significative sconfitte che tra il 2017 e il 2018 hanno visto la conquista delle due grandi roccaforti di Raqqa e Mosul, quest’ultima in Iraq, portando allo sbando la componente militare del gruppo. L’attacco condotto lo scorso 25 luglio è stato condotto con perizia e coordinamento. Il gruppo terroristico ha utilizzato più attentatori suicidi che hanno colpito in parallelo un mercato ortofrutticolo e una piazza pubblica nella capitale provinciale di Soueida. Alle azioni suicide lo Stato islamico ha affiancato incursioni e assalti nei villaggi vicini alla città, irretendo le forze governative poste a difesa dell’aerea.
Dopo un conflitto che ha messo ormai in ginocchio tutto lo Stato, si stanno riaprendo i negoziati. Una delegazione del braccio politico della coalizione arabo-curda, Forze democratiche siriane (Fds), sostenuta da Washington è giunta oggi per la prima volta a Damasco per discutere delle zone sotto il proprio controllo nel Nord della Siria. “Una delegazione del Consiglio democratico siriano è alla sua prima visita ufficiale a Damasco, su invito del governo” di Bashar al Assad, ha detto Riad Darar, co-presidente del Consiglio. “Ci stiamo adoperando per una soluzione per il Nord siriano”, ha aggiunto.
Il leader dell’opposizione siriana in esilio, Nasr al-Hariri, dopo aver ammesso “significative perdite militari” dei ribelli ha espresso il proprio sostegno alla ripresa dei negoziati con il regime sotto l’egida delle Nazioni Unite per una soluzione del conflitto. In una intervista rilasciata alla France Presse, Hariri, che è il principale negoziatore dell’opposizione, ha detto che la ribellione non ha “perso la guerra”, anche se il regime con l’aiuto dell’alleato russo ha causato gravi disastri agli insorti.

Google pronto a unire gli Usa e l’Europa

content_small_google_dunantUn lunghissimo cavo sottomarino che collegherà gli Stati Uniti e l’Europa, nello specifico il centro di Google in North Virginia con quello belga. Il colosso Google si prepara a costruire il primo cavo transatlantico proprietà esclusiva di una società che non sia di telecomunicazioni. Il progetto Dunant, una dedica al premio Nobel e fondatore della Croce Rossa Henri Dunant, mira a offrire “connessioni cloud altamente sicure, a bassa latenza, con elevata larghezza di banda” in mare aperto. “Dunant aggiunge capacità di rete attraverso l’Atlantico, completando uno dei percorsi più trafficati su Internet e supportando la crescita di Google Cloud”, ha scritto in un post Jayne Stowell, negoziatore strategico dell’infrastruttura globale di Google.
Sarà disponibile nel tardo 2020 e si aggiunge alla lista di cavi sottomarini che, privatamente o come parte di un consorzio di aziende, Google ha introdotto per supportare i propri servizi. Duncant è il secondo, il primo, Curie (dedicato a Marie Curie, Nobel per la fisica nel 1903), sarà attivo e funzionante già l’anno prossimo, nel 2019, e collegherà Los Angeles al Cile.

Migrante cresciuto in Germania suicida dopo rimpatrio

salvini seehoferLa linea dura sull’immigrazione in Germania sta già portando a nefaste conseguenze. Un ragazzo afgano di 23 anni si è impiccato appena arrivato a Kabul dentro l’hotel “Spinsar”, era stato rimpatriato dalla Germania dopo che la sua domanda di asilo era stata respinta in via definitiva dal Tribunale di Amburgo, dove viveva dall’età di 15 anni.
Il giovane era stato recentemente rimpatriato insieme ad altri 68 connazionali, e il provvedimento aveva scatenato l’entusiasmo del ministro dell’Interno, Horst Seehofer, che sull’immigrazione tiene una linea dura.
“Tra tutte le cose, nel giorno del mio 69 compleanno, e non l’ho ordinato io, 69 persone sono state rimandate indietro in Afghanistan”, aveva detto il ministro, frase che già gli aveva attirato critiche e che adesso gli torna indietro come un boomerang, tanto che alcuni parlamentari hanno chiesto le sue dimissioni.
Seehofer, pur dicendosi “dispiaciuto” dell’accaduto ha escluso di volerle dare le dimissioni, parlando con i cronisti a margine dell’incontro avuto con il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini.
Non è un caso poi che per la pericolosità della vita in molte aree dell’Afghanistan ancora in guerra, in passato Merkel aveva stabilito che il governo tedesco avrebbe espulso e rinviato in Afghanistan solamente i criminali e le persone considerate un pericolo per la Germania. Inoltre le autorità afghane si sono lamentate del fatto che Berlino ha deportato un cosi’ grande gruppo di loro concittadini, in quanto gli accordi prevedono un massimo di 50 persone rimpatriate per volo. Dei 69 deportati, 51 venivano dalla Baviera, terra d’origine di Seehofer, dove a breve si terranno le elezioni, il vero ‘movente’ della linea dura di Berlino sugli immigrati.
Una linea condivisa dal suo omologo italiano, Matteo Salvini che al termine del bilaterale con il bavarese Seehofer ha concordato “un percorso comune tra i due Paesi” con l’obiettivo di “ridurre gli arrivi e aumentare le espulsioni” di migranti.

Bloccata scarcerazione di Lula che cresce nei sondaggi

lula da silvaL’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, PT) che sta scontando una condanna a 12 anni di carcere per corruzione, si era candidato recentemente alle presidenziali del Brasile di ottobre, ribadendo la sua innocenza, criticando la prigionia “senza prove della sua colpevolezza”. Ieri pomeriggio la notizia che gran parte della popolazione carioca aspettava da tempo, un giudice della Corte di appello aveva autorizzato la scarcerazione del condannato più celebre del Brasile. Centinaia di persone sono andate ad accogliere la notizia davanti al carcere dove si trova Luiz Inacio Lula da Silva, in carcere per quasi tre mesi per una condanna per corruzione.
Secondo il giudice, Rogério Favreto, che gli ha concesso l'”habeas corpus”, non c’è motivo per cui Lula non possa aspettare fuori dal carcere per la risoluzione del suo appello.
Tuttavia la decisione è stata subito bloccata da un altro giudice Joao Pedro Gebran Neto, il magistrato federale brasiliano responsabile delle inchieste anticorruzione note come Lava Jato, ha bloccato l’ordinanza di scarcerazione.
La notizia ha creato scompiglio tra detrattori e difensori dell’ex presidente, ma resta da notare che Luiz Inácio Lula da Silva continua a essere in testa a tutti i sondaggi realizzati in vista delle elezioni presidenziali di ottobre. L’indagine demoscopica condotta da Ibope attribuisce a Lula il 33% dei voti, più del doppio dell’estrema destra rappresentata da Jair Bolsonaro, con il 15%.

Nantes in rivolta dopo uccisione di un 22enne

nantes rivoltaAuto e parte di un centro commerciale sono stati dati alle fiamme nel quartiere di Breil e alcuni giovani hanno lanciato bombe molotov. Succede a Nantes, in Francia, dove un 22enne è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato da un agente della polizia francese. Il tutto è avvenuto intorno alle 20,30 di ieri, quando la polizia ha fermato un veicolo per una infrazione. Gli agenti hanno avuto dubbi sull’identità del conducente del veicolo, da lì, secondo le ricostruzioni, il giovane avrebbe reagito e uno degli agenti lo avrebbe colpito a morte. Anche se non è chiaro quanto sia accaduto durante un controllo di routine. La polizia di Nantes parla di “legittima difesa”, diversi testimoni presenti sul posto affermano invece che il colpo sparato è stato dato senza preavviso.
Una morte che è stata la scintilla che ha portato agli scontri di queste ore, alla notizia decine di persone, soprattutto giovani, si sono riversati nelle strade, dando avvio a devastazioni e appiccando roghi. Ora gli scontri si sono propagati anche in altre due zone della città, a Dervallieres e a Malakoff, dove altre automobili sono state bruciate. La ministra della Giustizia Nicole Belloubet ha lanciato un appello alla calma: “Lo stato di diritto verrà pienamente rispettato”. Johanna Rolland, sindaca socialista della città chiede che venga fatta chiarezza completa con un’inchiesta indipendente.

16 luglio bilaterale Trump-Putin sulla ‘sicurezza’

trump putinL’annuncio è arrivato quasi in contemporanea da Washington e da Mosca. Il vertice tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo Donald Trump avrà luogo a Helsinki il 16 luglio. “In accordo con l’intesa raggiunta, l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si terrà il 16 luglio a Helsinki”, si legge nel comunicato stampa del Cremlino. Ieri, il consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, ha incontrato a Mosca il capo di Stato russo e il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, per discutere di vari aspetti delle relazioni tra i due paesi. Sempre ieri, il consigliere presidenziale del Cremlino Jurij Ushakov, ha dichiarato che Mosca e Washington hanno raggiunto un accordo sul vertice tra i due leader, aggiungendo che la data e il luogo sarebbero stati annunciati nella giornata di oggi. Secondo l’ufficio stampa del Cremlino, i due leader discuteranno delle prospettive per l’ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali. Secondo la nota diffusa invece a Washington, i due leader “discuteranno delle relazioni tra Usa e Russia e di un ventaglio di questioni di sicurezza nazionale”.
Vladimir Putin si augura che questo incontro possa essere l’inizio della fine delle ostilità fra le due nazioni e il ritorno a una “piena cooperazione“.
I temi di cui discuteranno i due leader sono tanti: dal disarmo alla Siria, dall’Ucraina alla Corea del Nord, dalla politica commerciale alla guerra diplomatica. E chiaramente, non possono mancare le sanzioni. Bolton ha rivelato di averne parlato martedì con il premier italiano Giuseppe Conte e di aver ribadito che la posizione degli Usa è sempre la stessa: “Devono restare“. Ma nulla è per sempre e l’attesa ora cresce. “Questo summit sarà l’evento politico dell’estate”, ha dichiarato l’assistente presidenziale russo per gli affari esteri Yuri Ushakov. “Abbiamo scelto un paese terzo, un luogo molto confortevole”, ha confidato.
“Accolgo con favore l’incontro tra il presidente Trump e il presidente Putin, perché credo nel dialogo e l’approccio della Nato nei confronti della Russia è quello del doppio binario”, dove “il dialogo è segno di forza e non di debolezza”. Così il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg al suo arrivo al vertice Ue, sottolineando che questo incontro bilaterale Usa-Russia è quindi “totalmente in linea con l’approccio Nato”. “Non vogliamo una nuova guerra fredda né l’isolamento della Russia”, ha aggiunto Stoltenberg.

Usa fuori dal Consiglio dei diritti umani

haley pompeoNon è la prima volta, gli Stati Uniti avevano già boicottato il Consiglio dei Diritti Umani durante l’amministrazione di George W. Bush, rimanendone fuori per tre anni e tornando a farne parte con Obama. Washington avrebbe potuto anche scegliere di stare all’interno dell’organizzazione come osservatore non votante, ma ha preso invece una decisione definitiva, rimanendo fuori dall’organo che ha sede a Ginevra e di cui fanno parte 47 nazioni. Ma in queste ore la decisione definitiva dii lasciare il Consiglio dei diritti umani così come annunciato dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley, che ha accusato l’istituzione di essere “un protettore dei molestatori dei diritti umani e un pozzo nero di pregiudizi politici”. Il ritiro è arrivato mentre l’amministrazione Trump è sotto il fuoco di un’intensa critica per la sua politiche di “tolleranza zero” adottata al confine con il Messico, dove nelle ultime settimane le autorità stanno separando i bambini dai genitori che cercano di entrare illegalmente negli Stati Uniti.
L’ambasciatrice ha citato tra le azioni del Consiglio da inserire nella “lista nera”, oltre il pregiudizio nei confronti di Israele, l’ammissione tra i suoi membri del Congo, così come l’incapacità di affrontare le violazioni dei diritti umani in Venezuela e in Iran. “Quando abbiamo chiarito che avremmo fortemente perseguito la riforma del Consiglio – ha aggiunto – paesi come Russia, Cina, Cuba ed Egitto hanno tentato di minare i nostri sforzi”. “Voglio chiarire che questo passo non significa che ci ritiriamo dai nostri impegni sul fronte dei diritti umani”, ha affermato da parte sua Mike Pompeo: “Anzi, facciamo questo passo perché il nostro impegno non ci consente di rimanere parte di un’organizzazione ipocrita e egoista che si fa beffe dei diritti umani”. Nell’ultimo anno Haley ha criticato più volte l’organo Onu per il trattamento riservato ad Israele. “Quando questo organo approva più di 70 risoluzioni contro Israele, un Paese con una forte posizione sui diritti umani, e solo sette risoluzioni contro l’Iran, che invece ha una pessima reputazione in materia, sai che qualcosa è profondamente sbagliato”, ha detto nei mesi scorsi.
Mosca ha reagito alla decisione denunciando il “volgare cinismo” degli Stati Uniti e il loro “disprezzo” per le Nazioni unite, definendo l’uscita dall’Unhcr una decisione “errata”. “Gli Stati Uniti hanno ancora una volta inflitto un grave colpo alla loro reputazione di difensori dei diritti umani, hanno mostrato il loro disprezzo per l’Onu e le sue strutture”, ha dichiarato in una conferenza stampa la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.
Dopo tanto tempo sono d’accordo Londra e Mosca. Il ministro degli esteri britannico, Boris Johnson ha ammesso: “È deplorevole  non è un segreto che anche il Regno Unito ha chiesto delle riforme in seno al Consiglio dei diritti umani, ma restiamo impegnati nel lavorare dall’interno, per rafforzare questo organo”. La Casa Bianca è da tempo che pensava di togliersi dal consiglio dei diritti umani dell’Onu, e già le prime minacce avvennero l’anno scorso, quando venne trasferita l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo la Città santa come capitale di Israele.
Il solo ad appoggiare la decisione è il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha commentato la mossa di Washington: “Una decisione coraggiosa contro l’ipocrisia e le bugie dell’organismo internazionale. Il consiglio – ha proseguito – è un’organizzazione parziale, ostile, anti-israeliana che ha tradito la sua missione di proteggere i diritti umani”. Secondo Netanyahu, il Consiglio non si è soffermato sulle violazioni dei diritti umani, bensì su Israele: “Quel Consiglio si è ossessivamente fissato con Israele, l’unica vera democrazia del Medio Oriente. Israele ringrazia il presidente Trump, il segretario Pompeo e l’ambasciatore Haley per la loro coraggiosa decisione contro l’ipocrisia e le menzogne del cosiddetto Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani”.

Ungheria, riforma Costituzione contro migranti

Viktor Orban-pena morteIl governo ungherese di Viktor Orban inserirà nella Costituzione il divieto di accoglienza dei migranti economici illegali.
Ad annunciarlo, lo stesso presidente magiaro così da evitare di dover sottostare alle quote Ue sui migranti, come verranno ridistribuite dal prossimo e imminente Consiglio Europeo. La mossa dell’esecutivo rientra in un più ampio dossier di leggi anti immigrazione, definite “Stop Soros“. Il pacchetto di misure ha incassato oggi il via libera della commissione parlamentare. Fra i provvedimenti in via di approvazione, la limitazione del diritto di manifestazione e il divieto di dimora in luoghi pubblici dei senzatetto. Prevista inoltre la registrazione obbligatoria di alcune ong che “sostengono l’immigrazione illegale”. Già l’anno scorso il governo Orban ha introdotto una misura che impone la registrazione delle ong che ricevono denaro dall’estero, suscitando allarme nell’Unione europea e negli Stati Uniti. La costituzione ungherese conterrà nel futuro l’obbligo “di difendere la cultura cristiana”, senza precisare cosa significhi.
Per questo il presidente della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, Gianni Buquicchio, ha chiesto al parlamento ungherese di non adottare la cosiddetta legge “Stop Soros” prima della prevista pubblicazione di un parere della Commissione stessa, atteso per venerdì, o almeno a tener conto delle raccomandazioni della Commissione, infatti il Parlamento ungherese è stato convocato domani per la votazione.
Il presidente della Commissione di Venezia ha incontrato proprio ieri il ministro degli esteri ungherese Peter Szijjarto a Strasburgo presso il Consiglio d’Europa per discutere le nuove disposizioni legislative “Stop Soros”.
Nel frattempo la cancelliera tedesca ha convocato Orban a Berlino dopo aver ascoltato il presidente del Consiglio italiano Conte. Non è ancora chiaro quando ci sarà l’incontro tra Orban e Merkel, ma probabilmente avverrà prima del vertice del 28 e 29 giugno a Bruxelles.