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Vera Solini

Francia, vince l’astensionismo. La débâcle socialista

psfUna vera e propria disfatta per i socialisti francesi che perdono l’80 percento dei loro seggi, precipitando a poche decine di presenze, ed aprono ufficialmente la crisi del partito.
Il referto medico lo stila il segretario, Jean-Christophe Cambadelis che annuncia le sue dimissioni: “La sconfitta è bruciante e senza appello”, ammette di fronte alle telecamere, “la sinistra deve cambiare radicalmente nella forma e nella sostanza ed aprire una nuova fase per combattere il nazionalismo ed il neoliberismo”. “Il partito sarà gestito da una segreteria collettiva, io mi assumo le mie responsabilità”, spiega ancora l’ormai ex segretario.
Ma se il socialismo perde una delle sue roccaforti, la nuova Francia di Macron non ride. Anche se in pochi mesi En Marche! ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblée Nationale (insieme agli alleati di MoDem avrà 351 seggi su 577), tuttavia a vincere è l’astensionismo. Un francese su due resta a casa e il primo partito di Francia è quello dell’astensione che tocca il livello record del 56%.
Tanto che il capo dell’Eliseo non si mostra alle telecamere manda il suo primo ministro Edouard Philippe a dire che è stata una “vittoria chiara che ci rende felici”, non viene aggiunto altro.
Ma a preoccupare è anche l’arrivo per la prima volta tra gli scranni del Parlamento francese di frange estremiste: è la prima volta per la leader dell’estrema destra Marine Le Pen con il Front National, otto seggi che non permetteranno neppure la formazione di un gruppo parlamentare, ma resta un dato. Avrà invece il gruppo la sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon che si aggiudica 17 di scranni. Altri 10 seggi vanno al Partito Comunista.
Insomma la Francia è in marcia…. ma non si sa verso cosa.

Attentato Londra. Roma segnalò il terrorista agli inglesi

Youssef ZaghbaÈ italo-marocchino uno degli autori della strage di questo sabato a Londra, si tratta di Youssef Zaghba, 22enne nato a Fez da padre marocchino e da madre italiana. La coppia, che viveva in Marocco, si era poi separata e la donna era tornata a vivere in provincia di Bologna, dove il figlio era passato più volte a trovarla, fino all’anno scorso quando nel marzo 2016 è stato fermato all’aeroporto Marconi mentre cercava di raggiungere la Siria e denunciato per terrorismo internazionale. Sul suo cellulare erano stati infatti trovati inni allo Stato islamico. Prosciolto dall’accusa era stato comunque inserito nelle liste dei foreign fighter e l’intelligence italiana aveva segnalato la sua presenza e i suoi frequenti spostamenti sia alle autorità marocchine, sia a quelle britanniche.
Il giovane lavorava a Londra dove ha conosciuto gli altri due autori della strage: Khuram Shazad Butt, 27enne inglese con genitori pachistani e Rashid Redouane, 30enne londinese di origini libico-marocchine. Anche su Khuram sono state evidenziate le falle di Scotland Yard: Il giovane era già stato segnalato alle autorità da un vicino di casa perché “stava cercando di fare il lavaggio del cervello ai miei due figli, corrompendoli con piccole somme di denaro e ricariche per il telefonino. Non era mentalmente stabile, soprattutto da quando aveva perso il padre”. Era inoltre conosciuto dai servizi di sicurezza britannici: inoltre era apparso in un documentario dell’emittente Channel 4 sui fondamentalisti islamici legati ad Anjem Choudary, un predicatore in carcere. Delle bandiere nere dell’Isis Khuram ne andava così fiero da passeggiare per Regent’s Park in occhiali da sole e farsi riprendere mentre srotolava sull’erba un grande drappo dello Stato islamico, esortando alla lapidazione di gay, adulteri e venditori d’alcol.

Brasile, l’assalto ai ministeri e l’ira contro Temer

brasilia 2Dietrofront del presidente brasiliano che ha revocato il decreto con il quale veniva autorizzato l’uso dell’esercito per difendere gli edifici pubblici a Brasilia contro le violenti proteste anti-governative scoppiate nella capitale federale, dopo le accuse dell’opposizione, l’opinione pubblica contro e una popolazione inferocita in piazza. Sul varo del decreto ci sono state anche un rimpallo di responsabilità: Temer aveva fatto sapere che l’aveva sollecitato il sindaco di Brasilia, che però ha fatto sapere aveva detto di essersi solo consultato con il Capo dello Stato e aveva a sua volta giudicato “eccessiva” la misura. Temer a sua volta aveva scaricato tutto sul ministro della Difesa in una girandola di accuse e controaccuse.
Tutto è iniziato dopo che ieri Brasilia dopo l’imponente manifestazione contro il governo Temer, iniziata in maniera pacifica e alla quale avrebbero partecipato 200 mila persone, si è trasformata in una violenta battaglia tra 200 mila manifestanti e 5 mila poliziotti e con almeno 5 persone colpite da armi da fuoco. Scontri che hanno provocato un morto, 49 feriti e 7 arrestati. Il presidente del Brasile, vista l’insufficienza delle risorse di polizia, ha deciso di utilizzare, sulla base dell’articolo 142 della Costituzione federale, i “membri delle forze armate”, come spiegato in un comunicato della Segreteria di comunicazione sociale. Da qui, il dispiegamento di 1.300 soldati e 200 fucilieri navali nelle strade della capitale brasiliana.
Secondo i media e alcune testimonianze proprio la notizia dell’esercito ha aizzato la folla già furibonda con il presidente per gli ultimi scandali. Così molti manifestanti sono andati nella zona dove ci sono i ministeri e il Congresso e divisi in gruppi sono entrati e hanno devastato gli interni, in alcuni di questi hanno anche appiccato degli incendi. Persino la cattedrale è andata a fuoco ma con danni contenuti.
Secondo il giornale “Folha de Sao Paulo” i dimostranti, che chiedevano le dimissioni del presidente Michel Temer, hanno dato fuoco alla sede del dicastero dell’agricoltura e assaltato edifici dei ministeri della pianificazione, della sanità, della finanza, della cultura, del lavoro e della scienza.
Dopo la richiesta di impeachment, la coalizione governativa rischia di sfaldarsi, in particolare sulle due grandi riforme proposte dall’esecutivo conservatore sul lavoro – con un aumento delle ore di occupazione e una riduzione dei poteri dei sindacati – e sulle pensioni.

Odissea Grecia, l’Eurogruppo decide per il prestito

Greek prime minister Alexis Tsipras looks on during a session at the Greek parliament prior to the vote in Athens on July 22, 2015. Prime Minister Alexis Tsipras faced a new test of his authority in parliament on July 22, where MPs were to vote on a second batch of reforms to help unlock a bailout for Greece's stricken economy. The embattled premier last week faced a revolt by a fifth of the lawmakers in his radical-left Syriza party over changes to taxes, pensions and labour rules demanded by EU-IMF creditors. AFP PHOTO/ LOUISA GOULIAMAKI (Photo credit should read LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

AFP PHOTO/ LOUISA GOULIAMAKI

Si riapre la questione del debito greco e la palla resta in mano ancora una volta all’Eurogruppo che oggi probabilmente darà il via libera al prestito. Nel frattempo governo greco, creditori, FMI, Unione europea e BCE hanno trovato un accordo su un pacchetto di misure fiscali e strutturali per sbloccare l’erogazione di una nuova rata per circa 7,4 miliardi di euro che la Grecia userà per rimborsare circa 6 miliardi di euro di debiti in scadenza. Si tratta di misure di austerità che valgono 2 punti percentuali di PIL che prevedono i tagli alle pensioni e l’aumento del limite di esenzione fiscale ridotto a 6.000 euro da 8.636 euro attuali. L’accordo permetterà anche ai negozi e centri commerciali di poter lavorare la domenica in vari settori del paese.

Se da un lato Tsipras tira un respiro di sollievo, dall’altro a rischiare è il suo governo, la popolazione è di nuovo scesa in piazza Syntagma: lacrimogeni e lanci di pietre, molotov e proteste per un nuovo piano lacrime e sangue. Per la quarta volta vengono tagliate le pensioni (in media del 9%) e aumentate le tasse, mentre galoppa la recessione (primo trimestre del 2017 riduzione dello 0,5% su base annua dell’economia ellenica). Syriza ha approvato le nuove misure di austerity il 18 maggio e ora in ballo c’è un intero Paese che inizia a non riconoscersi più in Tsipras.
“Il Parlamento greco ha votato un pacchetto di misure estremamente difficili che chiedono ai greci un nuovo sforzo”, dimostrando che “hanno intenzione di rispettare gli impegni” e di “prendersi le proprie responsabilità”, e ora “è importante che i suoi partner prendano le loro”: lo ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici entrando all’Eurogruppo. Moscovici si è detto “ragionevolmente ottimista” su un accordo che comprenda sia la fine della seconda revisione del programma, e quindi apra la strada alla nuova tranche di aiuti, sia alla ristrutturazione del debito, che consenta al Fmi di entrare nel salvataggio. “L’accordo è a portata di mano, è importante che facciamo tutti gli sforzi per arrivare a questo, o lì vicino, perché possiamo aprire pagina più ottimista per la Grecia e l’Eurozona intera. I greci hanno bisogno di sapere che i loro sforzi hanno un ritorno”, ha aggiunto.
Un altro francese ha dato spalla a Tsipras. Emmanuel Macron ha detto oggi che la sua amministrazione spingerà per un alleggerimento del debito della Grecia, la dichiarazione è avvenuta nel corso di un colloquio telefonico avvenuto oggi tra Macron e il premier ellenico Alexis Tsipras, nel giorno in cui l’Eurogruppo discute a Bruxelles sulla conclusione della seconda revisione del programma di salvataggio della Grecia. L’ufficio del presidente francese, scrive la stampa di Atene, ha fatto sapere che Macron ha assicurato Tsipras sulla volontà di Parigi di sostenere la Grecia sottolineando “la determinazione per trovare un accordo presto, al fine di alleggerire il peso del debito greco nel lungo termine”.

Il Presidente Temer nella ‘tangentopoli’ brasiliana

temer 2In Brasile è arrivato un vero terremoto politico che rischia di far saltare dalla poltrona anche il Capo dello Stato, Michel Temer, arrivato alla presidenza dopo l’impeachment e le dimissioni della socialista Dilma Rousseff. Due imprenditori hanno consegnato alla giustizia delle registrazioni secondo cui il presidente Michel Temer autorizzò il pagamento di tangenti all’ex presidente dei deputati, Eduardo Cunha. A renderlo noto il quotidiano carioca O Globo sottolineando che lo scopo di Temer era evitare nuove accuse legate all’inchiesta Lava Jato.
Gli imprenditori sono Joesley e Wesley Batista, proprietari di uno dei gruppi investiti dallo scandalo della carne avariata venduta in cambio di tangenti da ben 21 aziende. In cambio di favori da parte del governo, gli imprenditori avrebbero versato, oltre alle cifre ‘stabilite’ per risolvere i ‘problemi’ dell’azienda, anche una rata settimanale di 500mila Real (150mila euro), da consegnare per i successivi 20 anni all’ex presidente della Camera Eduardo Cunha, in carcere per una condanna a 15 anni di carcere per corruzione e riciclaggio, per pagare il suo silenzio. Dalle registrazioni si apprende che Joesley Batista avrebbe incontrato Temer il 7 marzo, registrando la conversazione in cui il presidente lo autorizzava a passare una mazzetta a Cunha, che si trova in carcere dopo essere stato condannato per aver incassato milioni di dollari di mazzette nell’ambito dello scandalo dei fondi neri del colosso Petrobras. “Devi continuare a farlo”, queste sarebbero state le parole di Temer. I fratelli Batista hanno ‘svelato’ tutto alla magistratura in cambio di uno sconto di pena.
Nella notte Temer ha convocato una riunione d’urgenza con i suoi collaboratori, smentendo ogni accusa a suo carico. Come sostenuto da Joesley Batista, il comunicato ufficiale del palazzo presidenziale del Planalto conferma un incontro tra l’imprenditore e Temer avvenuto “ai primi di marzo”, riunione nella quale, viene però puntualizzato, “non ha avuto luogo il colloquio” al quale fa riferimento Batista e “non è successo niente che potesse compromettere la condotta del presidente”.
Il Partito dei Lavoratori ed altri cinque partiti hanno quindi chiesto le dimissioni del presidente e le elezioni anticipate e in seguito alla notizia i brasiliani sono scesi in piazza chiedendo l’apertura di un processo di impeachment per il presidente.
Ma il presidente Temer non sembra intenzionato a dimettersi e ha invece fatto sapere alla stampa: “Sto vivendo il peggior momento della mia vita” e precisando che il presidente ritiene di essere stato vittima di una “cospirazione” da parte dei proprietari del gruppo Jbs.

Ungheria. Monito europeo contro le derive di Orbàn

orbanNon solo migranti, l’Ungheria finisce nel mirino europeo per il grave deterioramento dello Stato di diritto e della democrazia. A intervenire è il Parlamento europeo che ha dato oggi il via alla procedura di attivazione dell’Articolo 7 del Trattato contro l’Ungheria, il quale prevede per gli stati membri che violino i diritti fondamentali dei cittadini una serie di sanzioni che possono arrivare fino alla sospensione del diritto di voto nel Consiglio, in pratica la messa al bando dalle decisioni politiche dell’Unione. Gli eurodeputati, approvando oggi per 393 sì, 221 no e 64 astensioni la risoluzione comune firmata da Socialisti e Democratici, Liberaldemocratici, Sinistra unitaria e Verdi, hanno incaricato la commissione parlamentare per le libertà civili (Libe) di “elaborare una relazione specifica” sul caso ungherese. Se approvata dalla stessa Libe, dovrà poi passare al vaglio dell’emiciclo e ricevere l’appoggio di una doppia maggioranza qualificata dei due terzi dei votanti e di almeno il 50% del numero di eurodeputati per finire, quindi, sul tavolo del Consiglio e costituire la base con cui chiedere la piena attivazione di quell’Articolo 7. Tutto ciò per determinare se in Ungheria esista “un evidente rischio di grave violazione” dei valori dell’Unione Europea. Queste “gravi violazioni”, secondo la maggioranza dei parlamentari europei, si starebbero già determinando con le norme che sono state adottate nel Paese contro i richiedenti asilo e contro le organizzazioni non governative. Inoltre, ulteriori violazioni riguarderebbero la comunicazione dispiegata dal governo Orbàn, che ha promosso un referendum popolare con un titolo che parla da solo: “Consultazione nazionale – Fermiamo Bruxelles”.
Nella risoluzione, perciò, si invitano perentoriamente le autorità magiare a sospendere o a ritirare le leggi controverse e finché ciò non avviene, i fondi UE per l’Ungheria debbono essere “messi sotto sorveglianza”. Va notato, a questo proposito, che la stessa richiesta era stata tempo fa formulata dal governo italiano, come risposta al rifiuto di Budapest di adottare le disposizioni dell’Unione in fatto di ripartizione dei richiedenti asilo.

Russia, Alexei Navalny escluso dalle elezioni

navalny 2Il dissidente russo Alexei Navalny, è stato condannato tribunale a cinque anni di carcere con la condizionale per “appropriazione indebita” dei fondi della società Kirovles, il tribunale così conferma la condanna di primo grado con cui Navalny era stato riconosciuto colpevole.
La condanna diviene così esecutiva e significa per lui l’impossibilità di correre per le elezioni presidenziali del 2018, ma il blogger anti-Putin ha annunciato che presenterà ricorso presso la Corte Europea.
Navalny a dicembre aveva reso nota la sua intenzione di tentare la scalata al Cremlino nel 2018, con Vladimir Putin che secondo le previsioni dovrebbe candidarsi per un quarto mandato. Il profilo di Navalny è aumentato da quando la sua squadra ha denunciato la presunta corruzione del primo ministro Dmitry Medvedev, innescando proteste di piazza dopo un filmato su YouTube che ha raccolto oltre venti milioni di visualizzazioni. Le sue rivelazioni a marzo hanno portato in piazza migliaia di cittadini, in quella che è stata definita la più grande manifestazione non autorizzata a Mosca.

Il Venezuela lascia l’Organizzazione Stati Americani

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Venezuelani in fila per il pane

Il caos regna sovrano nel Paese del Sud America governato da Maduro che ieri ha annunciato di voler avviare le pratiche per ritirarsi dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), un’organizzazione internazionale che comprende 35 stati delle Americhe. Dal 19 aprile, ogni giorno, c’è una manifestazione diversa. Le più grandi sono a Caracas, centro del potere politico del Paese, ma anche in piccoli paesini rurali, altri due giovani sono morti negli scontri di piazza. Le due nuove vittime sono Christian Ochoa, un ventuduenne ferito da spari di arma da fuoco lunedì scorso a Valencia, capitale dello stato di Carabobo (nel centro-nord del Paese) e Juan Pablo Pernalete, un ventenne raggiunto in faccia da un lacrimogeno a Caracas. E mentre nelle strade continuano le proteste contro il Presidente, il capo della diplomazia venezuelana Delcy Rodriguez ha annunciato: “Domani presenteremo una protesta davanti l’Osa e lanceremo un processo che richiederà 24 mesi” per fare uscire il Paese da questo organismo regionale che ha base a Washington. L’Osa, il cui segretario generale Luis Almagro aveva definito Maduro “un dittatore”, si è riunita ieri per convocare un mini-summit dei ministri degli Affari esteri della regione sulla crisi regionale, senza precisarne la data. Rodriguez aveva già minacciato di portare il Venezuela fuori dall’organizzazione nel caso in cui il summit fosse stato convocato. “L’Osa ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria e dunque procederemo a ritirarci da questa organizzazione”, ha detto la ministra degli Esteri del Venezuela Delcy Rodriguez aggiungendo che “la nostra dottrina storica è segnata dalla diplomazia bolivariana della pace, e questo non c’entra niente con l’Osa”.
Ma il Paese è ormai al collasso, se dal punto di vista politico l’opposizione sta cercando di dimostrare la violazione della Costituzione e dei diritti civili, dal punto di vista economico la situazione è degenerata. Le rivolte della popolazione riguardano soprattutto la mancanza di cibo, primo fra tutti il pane e non c’è propaganda governativa che tenga. Per contenere l’inflazione, il governo aveva deciso di imporre un tetto al prezzo di alcuni alimenti di prima necessità, tra cui il pane, ma in questo modo ha messo in difficoltà i panettieri. Molti hanno chiuso e quelli ancora aperti sono stati letteralmente presi d’assalto con file di cinque, sei o sette ore per comprare un massimo di due forme di pane a persona. Ora per risolvere il problema delle code è stato chiuso il rifornimento della farina. Non c’è farina, non c’è pane e non ci sono code. E lo stesso è successo con il latte, con il riso e non solo.

Nel frattempo è arrivata la condanna del Parlamento europeo per la brutale oppressione esercitata dalle forze di sicurezza venezuelane e dai gruppi armati irregolari contro le proteste pacifiche in Venezuela. Circa 30 persone sono morte e molte altre sono state ferite e arrestate mentre protestavano contro il governo del presidente Nicolás Maduro.

In una risoluzione adottata oggi, gli eurodeputati hanno invitato le autorità venezuelane a risolvere urgentemente la questione degli aiuti umanitari nel Paese, carente di alimenti e medicine. “Vediamo giovani studenti uccisi per le strade mentre protestano, persone disperate in cerca di cibo, bambini che muoiono negli ospedali a causa della mancanza di medicine e gli oppositori politici che non possono candidarsi alle elezioni o che vengono mandati in prigione. Vediamo un popolo in ginocchio a causa di un regime che non rispetta la democrazia, lo stato di diritto e, allo stesso tempo, isola il paese dalle organizzazioni internazionali”, ha commentato il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.

Gabriele Del Grande. Si lavora per un incontro domani

io sto gabrieleL’Italia si unisce attorno al caso del giornalista e blogger arrestato al confine fra Turchia e Siria il 10 aprile, Gabriele Del Grande. Dalle Università, alle associazioni, fino ai frati di Assisi, tutti si sono mobilitati e hanno fatto appello la rilascio del giovane lucchese. Ma dopo la mobilitazione dell’opinione pubblica, adesso tocca alle Istituzioni.
Adesso il capo della Farnesina, Angelino Alfano ha fatto sapere che le autorità turche “ci hanno avvisato per telefono che domani alle 9 ci sarà la possibilità di un incontro” di Gabriele Del Grande con il console italiano in Turchia e con il proprio legale. A darne notizia è proprio il ministro degli Esteri oggi al termine di un incontro con il proprio omologo della Repubblica dell’Azerbaijan Elmar Mammadyarov. Nella giornata di ieri Alfano ha avuto una conversazione telefonica con il il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu in cui ha chiesto il rilascio del giornalista arrestato. “Ho confermato la nostra ferma richiesta di rilasciare immediatamente Gabriele Del Grande” ha detto Alfano ai giornalisti aggiungendo che Cavusoglu ha dichiarato che da parte turca si sarebbero al più presto terminate tutte le procedure necessarie. Alfano ha inoltre sottolineato la necessità di fornire a Del Grande assistenza legale e consolare. Martedì scorso il giornalista ha potuto fare una telefonata per la prima volta da quando è detenuto e ha detto che sta bene promettendo poi di iniziare uno sciopero della fame per protestare contro la violazione dei suoi diritti. Lo stesso giorno la Farnesina ha rilasciato una dichiarazione chiedendo “il rilascio di Del Grande nel pieno rispetto della legge”.
Anche il padre del 35enne da sempre impegnato nel giornalismo di denuncia, Massimo Del Grande, ha fatto sapere che “la Farnesina si sta dando da fare per organizzare l’incontro con Gabriele, che dovrebbe avvenire domani, venerdì”. “Mio figlio lì solo non ce lo lascio – ribadisce Massimo Del Grande – è chiaro che per andare in Turchia c’è una burocrazia che richiede alcuni adempimenti. Noi questa vicenda la viviamo giorno per giorno, momento per momento”.
Nel frattempo attorno all’Italia si schiera anche l’Unione Europea. Da Pechino Federica Mogherini, l’Alto rappresentante Ue per la politica estera ha fatto sapere che sul caso di Gabriele Del Grande, “ci siamo coordinati con le autorità italiane fin dal primo momento, come facciamo in casi simili in cui la responsabilità principale è dello stato membro. L’Ue, in questo particolare caso, si è attivata per sostenere l’azione dell’ambasciatore italiano ad Ankara, che oltretutto ho sentito nei giorni scorsi, per sostenere l’azione della Farnesina e del governo italiano rispetto alle autorità turche”. “Questo sta già accadendo in modo discreto ma spero produttivo”, aggiunge Lady Pesc.
“L’ambasciata italiana in Turchia sta seguendo da vicino la questione del fermo di Gabriele Del Grande: finora non c’è stata la possibilità di incontrarlo ma ci confermano che sta bene. È sottoposto a una procedura di espulsione anche se i tempi del rimpatrio non sono certi”. Lo ha detto all’ANSA il deputato di Mdp Michele Piras che, con una delegazione italiana di parlamentari tra i quali Arturo Scotto e Franco Bordo, ha incontrato le autorità diplomatiche italiane. “Da quanto abbiamo appreso – aggiunge Piras – Del Grande sarebbe stato fermato perché non in possesso dell’accredito stampa né dell’autorizzazione per stare dove si trovava”. Ora la delegazione si trova nel Parlamento turco per incontrare i rappresentanti del partito di opposizione Hdp (che rappresenta la sinistra filo curda), mentre stasera sarà la volta del faccia a faccia con gli esponenti del Chp.

Del Grande, delegazione italiana respinta da Ankara

gabriele-del-grande2Desta molta preoccupazione la situazione del giovane reporter italiano trattenuto in Turchia in un centro di detenzione. Dopo le rassicurazioni del ministro Alfano ora si è saputo che le autorità turche hanno impedito alla delegazione italiana di vedere il giornalista Gabriele Del Grande nel carcere dove è detenuto.  “Il vice console italiano ad Ankara e il legale turco di Gabriele Del Grande sono andati nel carcere dov’é detenuto il giornalista italiano, ma le autorità turche gli hanno impedito di vederlo”, ha riferito durante una conferenza stampa al Senato il presidente della Commissione per i Diritti umani Luigi Manconi dopo un colloquio telefonico con l’avvocato di Del Grande.
Dopo la notizia il ministro degli Esteri Angelino Alfano rispondendo ad una domanda sulla vicenda ha detto: “Ho ribadito la nostra ferma richiesta per il rilascio immediato di Gabriele Del Grande nel corso di una telefonata con il collega turco” Mevlut Cavusoglu.
Alfano ha aggiunto di aver ricevuto il “massimo impegno” dal governo turco sul fatto che “le procedure verranno concluse al più presto”.

La telefonata dopo sette giorni alla famiglia
“Sto bene, non mi è stato torto un capello ma non posso telefonare, hanno sequestrato il mio cellulare e le mie cose, sebbene non mi venga contestato nessun reato”. Lo ha detto al telefono Gabriele Del Grande, il giornalista italiano fermato in Turchia durante un controllo dalle autorità al confine con la Siria e trattenuto da alcuni giorni in un centro di detenzione amministrativa, riuscendo a chiamare in Italia dal telefono del Centro dove è detenuto. “Inizio lo sciopero della fame e invito tutti a mobilitarsi per chiedere che vengano rispettati i miei diritti”, ha annunciato chiamando la sua compagna, Alexandra D’Onofrio e alcuni amici. Finalmente dopo sette giorni di silenzio i familiari del giornalista sono tornati a sentire la sua voce.
“I miei documenti sono in regola, ma non mi è permesso di nominare un avvocato, né mi è dato sapere quando finirà questo fermo – ha aggiunto nella telefonata – La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta”. E mentre telefonava ha raccontato di essere circondato da quattro poliziotti, aggiungendo anche che “non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me”.
il 35enne reporter toscano è stato fermato il 9 aprile ed è stato trasferito a Mugla dopo essere stato inizialmente trattenuto in un altro centro di detenzione nella provincia di Hatay, al confine turco-siriano. Sulla vicenda, da giorni sono al lavoro le autorità italiane. Ma ancora, dopo le iniziali rassicurazioni date dalle autorità turche, non è stata fornita una data certa per il suo rimpatrio, che dovrebbe avvenire dopo il completamento di alcune procedure giudiziarie relative all’espulsione dal Paese.
La Farnesina ha chiesto che il giornalista, fermato in Turchia, “sia rimesso in libertà, nel pieno rispetto della legge”. “Il ministro Alfano – si legge in una nota – ha disposto l’invio a Mugla, dove Del Grande è detenuto, del console d’Italia a Smirne per rendere visita al connazionale” mentre “l’ambasciatore d’Italia ad Ankara ha trasmesso alle autorità turche la richiesta di visita consolare, come previsto dalla Convenzione di Vienna del 1963”.
Ad auspicare che “al più presto siano noti i tempi e le modalità di rimpatrio” sono stati oggi il legale della famiglia di Del Grande, Alessandra Ballerini, e Luigi Manconi, presidente della commissione per la Tutela dei Diritti Umani del Senato. “Nella serata di ieri – scrivono Ballerini e Manconi – abbiamo ricevuto la conferma che la Farnesina mantiene la massima attenzione sulla sorte di Del Grande, trattenuto in un centro di detenzione amministrativa in Turchia, dove si trovava per scrivere il suo nuovo libro. Sempre ieri – proseguono – l’Ambasciatore italiano ad Ankara ha avuto incontri con il ministro degli Esteri e il Direttore generale del ministero dell’Interno della Turchia, che hanno confermato lo stato di buona salute di Del Grande e la sua imminente espulsione dal Paese. Lo stesso ministro degli Esteri si è impegnato a inviare una nota all’ambasciatore italiano sui tempi e le modalità del rimpatrio. Auspichiamo – concludono – che accada al più presto”.