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Vincenzo Iacovissi

Vincenzo Iacovissi
La terza Camera?

Come un fiume carsico, la stampa odierna ci segnala rispuntare un possibile intervento della Corte costituzionale sulla legge elettorale. In particolare, si evidenzia che sarebbe al lavoro un pool di giuristi per sollevare la questione di legittimità dinanzi al Tribunale di Messina e richiedere così un rinvio degli atti alla Consulta, la quale sarebbe nuovamente chiamata in causa, per la terza volta in tre anni.
Tra i nuovi oggetti del ricorso, spicca l’eterogeneità tra i due meccanismi di voto per le Camere che, come noto, a seguito delle pronunce del 2014 e 2017, disegnano un quadro di notevole differenza tra un Senato eletto su base regionale con soglie di sbarramento per lista (3% dentro la coalizione, 8% fuori) e per coalizione (20%), preferenza unica ed assenza sia di premio di maggioranza che di capilista bloccati, ed una Camera eletta invece su base nazionale in collegi plurinominali con voto di preferenza di genere e capilista bloccati, soglia di sbarramento unica al 3% e premio di maggioranza per la lista (e non la coalizione) che raggiunga il 40% dei voti validi.
In questa cornice, da mesi sia le agenzie demoscopiche che gli osservatori più avveduti segnalano la probabile instabilità del prossimo Parlamento, qualora i due sistemi non venissero armonizzati. E di armonizzazione ha parlato per primo proprio il Capo dello Stato già durante il messaggio di fine anno 2016.
A tutt’oggi, però, nulla si è mosso, salvo il tentativo, subito abortito pochi giorni prima del voto amministrativo di giugno, di una legge interamente proporzionale basata su un mix di collegi uninominali e liste bloccate (Rosatellum ed affini).
L’annunciato nuovo tentativo di modificare la legge elettorale per via giurisdizionale denuncia quindi la volontà di bypassare le lentezze del Parlamento per addivenire ad un sistema tendenzialmente omogeneo. Ma non può essere questa la via maestra in una democrazia occidentale. Se gli interventi precedenti furono sollecitati da questioni giuridiche abbastanza nette (in particolare nel caso del c.d. porcellum), oggi ci troviamo dinanzi a problemi che la politica può e deve risolvere in maniera autonoma, senza attendere un intervento esterno, pena condannarsi ad una subalternità proprio nella materia che è l’architrave del sistema e presenta il maggior tasso di politicità.
Peraltro, anche dalle sentenze della Corte si evince chiaramente la volontà di sollecitare il Parlamento a svolgere il ruolo di Legislatore conferitogli dalla Costituzione, per ripristinare una corretta dinamica politico-istituzionale.
Come socialisti da mesi segnaliamo la necessità di una revisione del sistema di voto, se è vero che già da prima del referendum costituzionale, il PSI si è reso promotore di una riforma basata su collegi uninominali maggioritari in grado di riavvicinare eletti ed elettori e, soprattutto, di favorire una logica competitiva che sembra, al contrario, scomparsa nell’attuale clima. Ad essa abbiamo accompagnato proposte di revisione che, nel salvaguardare l’impianto proporzionale, spostino però il premio di maggioranza dalla lista alla coalizione, proprio per incentivare l’aggregazione e consentire agli elettori di scegliere già dentro le urne una formula di governo, senza attendere la formazione di maggioranze post voto.
Passata l’estate quindi è necessario che maturino presto le condizioni per una riforma elettorale concretamente possibile, se si vuole evitare che la Consulta divenga in maniera stabile l’unica Camera – la terza, appunto – in cui scrivere le regole del gioco della vita politica e istituzionale del Paese.
È un lusso troppo costoso che non possiamo davvero permetterci. Speriamo qualcuno se ne renda finalmente conto.

Vincenzo Iacovissi
Segreteria nazionale PSI
Riforme istituzionali

Vincenzo Iacovissi
Province e città metropolitane. Perché non eleggerle direttamente?

Negli ultimi giorni è tornato d’attualità il tema delle province, grazie all’iniziativa dei parlamentari socialisti volta a chiedere al governo una parola di chiarezza circa le funzioni e le risorse di questi enti locali che, a seguito della mancata approvazione della riforma costituzionale, sono rimasti in vita e, quindi, devono vivere al meglio delle loro possibilità e nell’interesse delle comunità che continuano a rappresentare.

Infatti, al momento si assiste ad una situazione alquanto contraddittoria: per un verso le province, mantenendo copertura costituzionale, sono enti imprescindibili all’articolazione territoriale dello Stato ai sensi dell’art. 114 cost.; per un altro verso, però, la loro disciplina è ancora rimessa alla Legge n. 56/2014 (c.d. Legge Delrio) che, come noto, detta delle norme di carattere transitorio in attesa della revisione (poi non concretizzatasi) del titolo V della costituzione.

Peraltro, a ben guardare le norme, questi enti pubblici territoriali sono chiamati a svolgere una serie di funzioni rilevanti, come pianificazione territoriale, tutela ambientale, trasporti, edilizia scolastica, nonché specifiche competenze per quelli che hanno una dimensione montana. Ad esse si aggiunga la manutenzione stradale, transitata nelle competenze regionali spesso con risultati poco gratificanti.

L’aspetto singolare della vicenda è, soprattutto, la permanenza di un metodo di elezione indiretto che estromette i cittadini dal circuito della rappresentanza, essendo gli organi di governo delle province – Presidente, Consiglio e Assemblea dei sindaci – eletti tra gli amministratori locali mediante un sistema di ponderazione dei voti che, nei fatti, si traduce nella mera allocazione dei ruoli senza un mandato popolare.

Se questo meccanismo, seppur discutibile, poteva avere una ragione in uno scenario transitorio finalizzato al superamento dell’ente provincia, nel nuovo contesto istituzionale delineatosi dopo la mancata riforma costituzionale non si capisce bene perché non dovrebbe essere riformato, riconsegnando ai cittadini il potere di eleggere il Presidente ed il Consiglio provinciale, e ripristinando così piena dignità istituzionale e legittimazione democratica. C’è un’altra ragione: l’esperienza dell’ultimo triennio dimostra come le province, benché non più elette dai cittadini, non abbiano perso il carattere di politicità, essendo comunque dirette da esponenti politici e quindi soggetti alle dinamiche politiche. Quindi perché non dare modo ai cittadini di tornare a giudicare i risultati di governo degli amministratori provinciali? Sarebbe un contributo di chiarezza in un tornante molto nebuloso della storia politico-istituzionale italiana.

Infine, la riforma delle province dovrebbe essere accompagnata da quella delle città metropolitane, prevedendo anche per esse l’elezione diretta dei vertici e definendo con maggiore chiarezza ruoli, funzioni e risorse di questi enti dall’alta valenza rappresentativa poiché corrispondenti alle dieci maggiori aree urbane del Paese; meritevoli, quindi, di discipline ad hoc in linea con i parametri europei e internazionali che regolano i grandi centri del mondo.

Su questi aspetti sarà bene concentrare l’attenzione sin da subito, sperando che l’estate, oltre al caldo torrido, posso condurre a più miti consigli.

Vincenzo Iacovissi

Responsabile nazionale PSI per le riforme istituzionali

Vincenzo Iacovissi
Un Congresso nella società
che cambia

Tra pochi giorni prenderà ufficialmente avvio il percorso congressuale straordinario del partito. Sarà una proficua occasione per sviluppare una discussione interna alla nostra comunità politica, ma anche un luogo privilegiato di osservazione della società italiana in completa trasformazione.
Il congresso cade infatti in una fase molto delicata e difficile per il Paese: a poche settimane dalla bocciatura per via referendaria della riforma costituzionale, in uno scenario politico-parlamentare ad alta fibrillazione oscillante tra lo scioglimento anticipato delle Camere e la continuazione della Legislatura, e con un Governo che avrà dinanzi a sé molti ostacoli verso una serena navigazione. Il tutto inquadrato in un contesto europeo ed internazionale non certo migliore, a causa dell’aggravarsi della crisi del progetto di integrazione comunitaria, del consolidamento di vecchi e nuovi populismi che minano le fondamenta dell’edificio UE, dell’insediamento alla Casa bianca di un nuovo Presidente molto distante dal precedente per stile e programmi, e così via.
Si direbbe una tempesta perfetta, e forse è proprio così che va letta l’attualità, soprattutto se riferita all’Italia, una nazione che esce da circa un decennio di crisi economica ancora più diseguale e asimmetrica rispetto a come ci è entrata, con crescita delle sacche di sofferenza e disagio in vasti strati della popolazione, marginalizzazione delle periferie rispetto al centro, disoccupazione in lievissimo calo ma comunque a due cifre e una crescita del PIL flebile anche se costante.
In tempi così delicati è richiesto uno sforzo in più alle forze politiche che, come la nostra, si prefiggono come obiettivo il superamento dello status quo in vista di condizioni di vita migliori per i cittadini.
Come farlo? Anzitutto impegnandoci a valorizzare il pensiero socialista adattandolo alle esigenze della contemporaneità, mettendo in campo strumenti capaci di intercettare i nuovi bisogni crescenti della società ed elaborando proposte di soluzione ai problemi quotidiani delle persone, ad iniziare dagli ultimi.
Ma questi propositi sarebbero ambiziosi, per non dire velleitari, senza un rilancio del progetto politico del partito, che deve proseguire nell’azione riformatrice messa in campo dai nostri rappresentanti sia a livello parlamentare che governativo, ai quali va rivolto un ringraziamento per essere riusciti, pur nelle difficoltà organizzative e di dimensione che conosciamo, a far sentire la voce dei socialisti nei consessi istituzionali, portando a casa anche alcuni risultati tangibili.
Come appare evidente, però, un congresso, a maggior ragione se straordinario, deve servire anche al rafforzamento dello spirito di comunità, ad iniziare dalla messa in sicurezza della nostra “casa” ed al suo ampliamento mediante un sempre maggior coinvolgimento degli amministratori locali e regionali, delle compagne e dei compagni che si impegnano nelle sezioni, di tutti quelli che ad ogni appuntamento elettorale sono in prima linea, promuovendo un “patto intergenerazionale” che proietti il partito nel futuro con la giusta dose di esperienza e rinnovamento, come già accade in modo molto positivo in diverse realtà territoriali.
È dunque un insieme di compiti non semplice quello che ci attende nei prossimi mesi. L’auspicio è che prevalga l’interesse a scommettere sul PSI, un partito del quale salutiamo l’adesione nel 2016 di circa 21 mila persone nonostante un tornante molto burrascoso e ricco di incognite, che però sarà più semplice superare di slancio solamente se sapremo decidere su ciò che vogliamo essere, affrontando con la giusta dose di coraggio e fermezza le prossime curve della nostra bellissima avventura.

Vincenzo Iacovissi

Vincenzo Iacovissi
Perché è giusto votare SI

Mancano ormai pochissimi giorni alla fine di questa interminabile campagna referendaria. Molto è stato detto da entrambi gli schieramenti, spesso con toni eccessivi. Come tutti sappiamo, con il voto del 4 dicembre l’Italia affronterà un tornante delicato della propria storia, poiché da esso potranno dipendere molte scelte del futuro.

Lo dico subito. Ero e resto contrario al clima di demonizzazione reciproca che ha caratterizzato la campagna, perché la mattina del 5 dicembre, comunque vada a finire, ciascuno dovrà porsi il problema di ricucire il Paese, includendo vincitori e vinti in uno stesso disegno nazionale. Purtuttavia, però, non posso non rilevare quanto sia importante un voto favorevole alla riforma costituzionale.

A prescindere dalla opinioni personali, infatti, è indubbio che questa revisione della seconda parte della Costituzione realizza degli obiettivi al centro del dibattito politico-costituzionale da almeno quaranta anni, se è vero che, ad esempio, il tema del superamento del bicameralismo paritario si impose già nei primi decenni di funzionamento dell’architettura repubblicana. In particolare, la cronica instabilità dei Governi ha sempre beneficiato, come concausa, di un assetto istituzionale basato sul regime della c.d. “doppia fiducia”, cioè l’obbligo per ogni Esecutivo di ottenere (e mantenere) la fiducia da parte di ciascun ramo del Parlamento, con il rischio di maggioranze differenti tra Camera e Senato a fare da ostacolo ad una stabile azione di governo. L’esperienza dell’ultimo ventennio sta li a dimostrarlo, inducendoci quindi ad auspicare una rivisitazione capace di allineare il nostro sistema a quello delle democrazie europee comparabili, come Gran Bretagna Francia, Germania, Spagna, laddove, come noto, i Governi stanno in piedi fino a che possono contare su una maggioranza nella Camera politica di ciascuno di questi Paesi, e non in entrambe.

Votare SI significa quindi lasciarsi alle spalle questo unicum nel panorama occidentale, e rendere così più chiaro e franco il rapporto tra Esecutivo e Legislativo, e quindi, a cascata, anche tra politica e cittadini.

Ma c’è un altro aspetto meritevole di nota. La riforma provvede a rimuovere una serie di “guasti” nelle relazioni tra centro e periferia, ossia tra Stato e regioni, poiché razionalizza le competenze legislative tra i due livelli favorendo il ritorno allo Stato di una serie di materie strategiche, come energia, trasporti, finanza pubblica che fino a oggi sono parcellizzate in 20 regioni e che invece necessitano di una disciplina unitaria centrale, per non realizzare pericolose discriminazioni nell’accesso ai servizi a seconda del luogo di residenza. Ecco perché è da apprezzare l’abolizione delle c.d. “materie concorrenti” e un ritorno delle regioni al ruolo di enti substatali più adatto alle caratteristiche territoriali del nostro sistema.

Accanto a queste, diverse sono le disposizioni che innovano, dal ridimensionamento del decreto legge all’attribuzione al Governo di strumenti per governare efficacemente e senza abusi, dalla promozione di istituti di democrazia diretta (riduzione quorum per referendum abrogativo e introduzione di quello propositivo e di indirizzo), alla semplificazione dei livelli istituzionali.

Infine, con la riforma si procede ad una sostanziale contrazione dei costi, grazie alla riduzione del numero dei parlamentari, passando dagli attuali 945 ai futuri 730, e alla fissazione di un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali: misure che secondo le statistiche più autorevoli consentiranno un risparmio tra i 120 e i 150 milioni di euro l’anno. La democrazia ha certo il suo costo, ma la riforma lo riconduce ad un alveo fisiologico ed elimina quelle degenerazioni, soprattutto in ambito regionale, che hanno occupato le cronache scandalistiche degli ultimi anni.

Domenica mattina saranno queste le principali motivazioni che porterò con me nella cabina elettorale, con la speranza che dal giorno seguente l’Italia imbocchi la strada dell’innovazione e della modernità.

Una strada non priva di curve ed ostacoli, ma che vale la pena di prendere.

Vincenzo Iacovissi
Responsabile nazionale riforme istituzionali PSI

Legge elettorale: un britannicum per cambiare sistema

legge elettoraleLa scorsa settimana il Partito socialista ha illustrato alla Camera le proprie proposte in materia elettorale, sulla base del nuovo clima di discussione che si è sviluppato in relazione alla modifica del c.d. italicum.
Accanto alla proposta di legge già depositata dai parlamentari socialisti nello scorso gennaio, e volta a modificare l’attuale sistema attraverso l’abolizione del secondo turno di ballottaggio e il trasferimento del premio di maggioranza dalla lista alla coalizione più votata, il Psi ha elaborato un nuovo modello fortemente innovativo e che mira ad un’efficace sintesi di tecniche elettorali già sperimentate con profitto in altri paesi.

In particolare, è stato disegnato un sistema di tipo maggioritario a turno unico, basato su collegi uninominali per il 90% dei seggi della Camera da assegnare in ambito nazionale (ossia 618 deputati, ad esclusione dei 12 riservati alla Circoscrizione estero), accanto ad un “premio di governabilità” pari al 10% (circa 62 seggi) da attribuire alla forza politica, lista o coalizione, capace di vincere nella maggioranza dei collegi uninominali.Come si intuisce, tale sistema, che potremmo chiamare britannicum, tenta di prendere spunto dalla virtuosa tradizione elettorale del Regno Unito, integrandola con un meccanismo premiale capace di stimolare, senza però preconfezionarla, una maggioranza parlamentare (come avviene, seppur con rilevanti differenze, in Grecia).

La considerazione di fondo del britannicum parte dalla necessità di ripristinare un rapporto diretto tra eletti ed elettori, che il collegio uninominale può meglio favorire rispetto ad altre soluzioni, rendendo quindi la scelta dei cittadini più consapevole, in ragione della maggiore riconoscibilità dei candidati in aree ristrette dal punto di vista territoriale e demografico. In questo modo si porrebbe fine, ad esempio, al meccanismo delle liste bloccate “lunghe” che, oltre a rilevarsi inopportune, sono state oggetto della pronuncia di incostituzionalità della Consulta nel gennaio 2014. A ciò si aggiunga anche la sensibile riduzione delle spese elettorali per i candidati nei singoli collegi, con benefici complessivi per l’intero sistema.

L’adattamento del modello inglese alla realtà politica italiana giustifica poi la necessità di prevedere strumenti capaci di premiare il partito o la coalizione i cui candidati abbiano avuto migliori performance nei vari collegi, così da estendere la competizione su un piano nazionale ed assicurare una omogeneità di risultati, ai fini della governabilità.
Un aspetto da sottolineare, infine, concerne la non alterazione delle caratteristiche della forma di governo parlamentare italiana, poiché l’attribuzione dei 62 seggi alla forza che conquista il maggior numero dei collegi è da interpretarsi come integrativa rispetto alla rappresentanza già ottenuta autonomamente da tale forza, senza che ciò comporti, ipso facto, la costruzione di una maggioranza parlamentare.

L’insieme di queste ragioni, dunque, ha motivato la scelta del gruppo dirigente socialista, che intende in questo modo contribuire in modo fattivo e concreto al dibattito presente e futuro sulla legge elettorale più idonea per il Paese, nella consapevolezza che di certo si può sempre fare meglio, benché, in alcuni casi, il meglio sia nemico del bene; ed il bene sia comunque meglio di niente.

Vincenzo Iacovissi
Responsabile nazionale riforme istituzionali PSI

Una riforma
da spiegare nel merito

La pausa estiva ormai alle porte condurrà il paese al referendum costituzionale, che con ogni probabilità avrà luogo nel mese di novembre. È questo un appuntamento cruciale per la vita delle istituzioni, perché dopo quarant’anni di discussioni, progetti e rinvii i cittadini avranno la possibilità di fornire l’assenso ad una proposta di riforma della carta costituzionale che, è bene dirlo subito, presenta più vantaggi che svantaggi.

Si è molto dibattuto nelle ultime settimane circa la portata “politica” di tale appuntamento, evidenziando i rischi di una personalizzazione della contesa tutta incentrata sulla figura del premier. Ma raramente si è deciso di discutere nel merito. Il testo approvato da entrambe le Camere in doppia lettura, come prevede l’art. 138 cost., contiene un ridisegno del bicameralismo parlamentare, passando dall’attuale assetto di tipo paritario ad uno differenziato, con una Camera (quella dei deputati) eletta direttamente dai cittadini e titolare del rapporto di fiducia con il governo, ed un Senato eletto in via indiretta nell’ambito dei consigli regionali e al quale vengono attribuite competenze legislative, consultive e di controllo.

Il procedimento legislativo sarà parametrato sulla nuova articolazione, stabilendo una competenza prevalente della Camera rispetto al Senato, poiché è alla prima che si imputerà la rappresentanza nazionale, mentre alla seconda verrà riservata la promozione delle istanze territoriali.

In questo quadro, il governo vedrà rafforzati i propri poteri “in Parlamento”, mediante l’istituzione del c.d. “voto a data certa”, ossia una corsia preferenziale per l’esame e l’approvazione dei disegni di legge ritenuti essenziali per l’attuazione del programma. In tal modo, si ricondurrà la decretazione d’urgenza entro i limiti fisiologici della straordinarietà ex art. 77 cost., e verrà posto fine, auspicabilmente, allo stillicidio dei voti di fiducia.

La riforma tratteggia anche un nuovo profilo dei rapporti tra Stato e regioni, razionalizzando le competenze con una maggiore attenzione alle esigenze unitarie, e quindi statali, di disciplina in settori strategici come concorrenza, coordinamento della finanza pubblica, energia, finora inserite nella competenza concorrente e fonte di contenziosi dinanzi la Corte costituzionale.

Accanto a queste misure, viene ridisegnata l’organizzazione territoriale della Repubblica mediante l’abolizione delle province, si introducono limiti ai compensi per gli amministratori regionali, si sopprime il Cnel, e si promuove l’uso dei referendum, sia di tipo abrogativo (con abbassamento del quorum per la validità), che di tipo propositivo e di indirizzo, vera novità nel panorama costituzionalistico.

È insomma una riforma molto ampia per contenuto e profondità, che nel corso dell’iter ha visto peggiorare alcuni aspetti, come le modalità di scelta dei senatori, ma anche migliorarne altri, come un aumento dei poteri dello stesso Senato oppure la previsione del controllo di costituzionalità sulle leggi elettorali. E proprio sulla modifica parziale della legge elettorale in vigore, l’Italicum, dovrà essere posta una particolare attenzione nella campagna d’autunno, con l’auspicio che vengano recepiti i segnali di cambiamento già inviati da più parti, socialisti in primis, per rimuovere quelle contraddizioni – premio di lista anziché alla coalizione, rischio ballottaggio, soglia di accesso alla rappresentanza –, che ne fanno attualmente un testo bisognoso di rivisitazione.

Purtuttavia, l’impianto complessivo della riforma contiene molti aspetti positivi, che sarebbe un peccato cestinare in ragione di atteggiamenti pregiudizialmente preclusivi o di opposizione fine a se stessa, perché così facendo si arrecherebbe danno al paese.

Proprio per l’insieme di queste (buone) ragioni, quindi, sarà fondamentale nei prossimi mesi illustrare il merito della riforma, astenendosi dalle polemiche da bar e concentrando l’attenzione unicamente sulle concrete modifiche che la riforma comporta. Perché il rifiuto a scatola chiusa della novità sarebbe una toppa peggiore del buco, oltre che un esercizio di scarsa utilità per l’efficienza delle istituzioni che regolano la vita della nostra Repubblica.

Vincenzo Iacovissi
Responsabile riforme istituzionali PSI

La Francia, l’Europa e noi

Lo abbiamo sempre saputo: le elezioni regionali spesso anticipano quelle politiche generali.

Così è stato in passato per l’Italia e per altre democrazie occidentali, così potrebbe essere, ancor di più, per la Francia, che si è risvegliata dalle consultazioni della scorsa domenica con la netta affermazione del partito populista di estrema destra, quel Front National di Marie Le Pen che da anni, ormai, occupa un posto di primo piano nella geografica politica d’oltralpe.

Il successo del FN – addirittura primo partito nella metà delle regioni al voto e nel riepilogo nazionale (28% circa) rispetto al partito Les Républicains dell’ex Presidente Nicolas Sarkozy (27% circa) e ai socialisti di Francois Hollande, fermi al 23% – impressiona per dimensioni e radicamento, dimostrando quanto tale partito continuerà a condizionare la politica francese, e non solo, per i prossimi anni, con una seria ipoteca per l’Eliseo nel 2017.

Nelle reazioni a caldo, dal giubilo dei sostenitori della Le Pen alla fiducia di circostanza di Sarkozy, è spiccato il mesto commento dell’ambiente socialista francese, culminato con la dichiarazione di desistenza del partito al ballottaggio nelle regioni in cui si è piazzato terzo al primo turno, e ciò in funzione di sbarramento dei candidati del FN.

Questa scelta del PS descrive plasticamente i contorni della sconfitta del partito di Hollande, aggravando un risultato elettorale non brillante ma di certo non esiziale, considerata comunque la percentuale di consensi ottenuta in un momento drammatico per la sicurezza del Paese, e il non incolmabile distacco sia dai repubblicani che dal FN.

A parere di chi scrive, pertanto, il ritiro dei candidati PS, lungi dal costituire un argine al dilagare del FN, si traduce in un autoisolamento dei socialisti rispetto al contesto di riferimento, che nell’immediato li terrà fuori da alcuni consigli regionali, ma che potrebbe rappresentare a breve distanza un danno d’immagine molto più grave.

A ben vedere, infatti, i partiti aderenti alla famiglia socialista europea non godono di buona salute al momento, segnando sempre più il passo nei confronti dei movimenti populistici di estrema destra ed estrema sinistra in un numero crescente di Stati membri UE. I socialisti europei occupano ormai uno spazio marginale nella scena politica del continente, e se ne ha palmare evidenza guardando sia alla situazione interna dei principali Paesi, in cui governano, ad eccezione dell’Italia, per lo più forze conservatrici (o di estrema destra) e si affermano ovunque movimenti antieuropeisti, e sia volgendo lo sguardo al contesto globale dell’Europa, impantanata in un approccio ragionieristico e burocratico che ne allontana la vicinanza da parte dei cittadini.

Ed allora, se tutto ciò che andiamo dicendo è vero, perché non si nota alcuno scatto di orgoglio dai vertici del PES? Perché, come giustamente sollecitato dal nostro segretario nazionale Nencini, non si convoca un congresso straordinario per capire dove stia andando il movimento socialista, e soprattutto quale direzione intenda prendere per cambiare passo e tornare rilevante nella politica europea? Nulla di ciò avviene ma assistiamo, invece, al consueto balletto di appelli all’unità e all’europeismo che, se non conditi di sostanza politica, difficilmente cattureranno l’attenzione delle persone.

Bisognerebbe essere onesti ed ammettere la preoccupante condizione vissuta dalla nostra famiglia politica, in modo da riconoscere il problema ed approntare da subito le misure più idonee a superarlo. Al contrario, l’impressione è che, ancora una volta, si preferisca fare spallucce e rifugiarsi nelle questioni nazionali, non cogliendo il rischio, ormai quasi una concreta certezza, che le ragioni del socialismo europeo non vengano più percepite come parte del futuro dell’Europa, restando relegate ad una dimensione passata, per quanto gloriosa.

Il problema è oggi imminente per i compagni francesi, così come lo è stato solo alcuni mesi fa per i laburisti inglesi o per quelli del Pasok greco. E tra poche settimane la Spagna potrebbe restituirci un altro esito simile.

Tra i dati espressi dal voto francese balza agli occhi quello dell’appeal esercitato dal FN tra gli under 25, a dimostrazione di quanto sia netta l’assenza, nelle generazioni dell’immediato futuro, dei principi e valori socialisti. E risultati non dissimili si raccolgono in Italia, così come nella maggioranza dei Paesi europei. Ciò spiega meglio di tante parole come il socialismo europeo, e quelli nazionali, siano dinanzi ad un bivio decisivo per la propria storia, dal quale potrebbe dipendere anche la sorte del progetto di integrazione europea.

In momenti così cruciali, scegliere la comoda strada della continuità non porta risultati. Bisognerebbe, invece, scommettere seriamente sulla propria esistenza politica con strutture, programmi ed azioni innovative che segnino un tangibile cambio di passo, offrendo soluzioni nuove a sfide nuove (a cominciare dal tema immigrazione sino alle questioni di bilancio), senza subalternità nei confronti della sinistra radicale e senza pericolosi ammiccamenti con le forze della conservazione che offuscano il senso del nostro essere.

È un compito che spetta a ciascuno di noi, per la parte di propria competenza, in qualità di appartenenti a questa grande, e sofferente, comunità. Ancora una volta, quindi, “rinnovarsi o perire” sembra essere l’unica strada da prendere. Insieme.

Vincenzo Iacovissi

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La cortina di ferro al contrario

Per chi, come me, è nato negli anni Ottanta, l’immagine di quella sera del 9 novembre 1989, in cui il muro di Berlino cadde travolgendo la cortina di ferro e tutto ciò che rappresentava, costituisce uno dei primi contatti, seppur indiretti, con il concetto di libertà. Di intensità forse pari solamente ai carri armati di piazza Tienanmen del giugno dello stesso anno.

Il crollo del comunismo sovietico e la liberazione dei popoli delle ex repubbliche popolari dell’Europa dell’est fu il principale evento politico mondiale cui assistemmo, dinanzi alla tv e con lo stupore negli occhi dei nostri genitori, che mai avrebbero sperato in una dissoluzione così rapida del colosso sovietico ultrasettantenne.

A partire da quelle giornate epocali, i commentatori riposero in soffitta il termine “cortina di ferro”, ossia quel concetto, coniato da Churchill nel ’46 per descrivere la divisione dell’Europa tra due blocchi all’indomani del conflitto mondiale e l’assoggettamento dei popoli dell’est all’oppressione sovietica. Ma il pensionamento della “cortina” non sarebbe durato a lungo.

Eccolo infatti risorgere, come l’araba fenice, nell’Europa di oggi, dilaniata dal fenomeno dei migranti, e ancor di più paralizzata dai veti incrociati tra i propri membri con riguardo alle misure da adottare per affrontare tale secolare emergenza umanitaria.

Le notizie delle ultime ore ci narrano di un impasse delle istituzioni comunitarie circa la ripartizione di quote obbligatorie di migranti da accogliere tra i diversi Paesi, a causa soprattutto dell’ostracismo manifestato da Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania, refrattari a qualunque accordo che contempli l’ingresso nei propri territori di profughi e richiedenti asilo. La permanenza del loro ostruzionismo ha impedito, e impedisce, efficaci e condivise azioni dell’Ue, consegnando l’intero continente ad un’immagine di indolente impotenza e divisione, che riporta alla memoria la cortina di ferro del passato.

Come sappiamo, una delle caratteristiche delle tragedie è quella di ripresentarsi puntualmente sul tavolo della storia come farsa: anche in questo caso ci sembra che le cose stiano esattamente così. Infatti, tra i Paesi più ostili a misure di solidarietà verso popoli disperati vi sono proprio quelli che più di altri patirono gli effetti della privazione della libertà seguita alla cortina di ferro comunista. I carri armati di Budapest del ’56 o i cannoni di Praga del ’68 sono solo due dei molti esempi offerti da quel torno di storia.

Ebbene, proprio gli eredi di quei popoli, che tanto anelarono alla liberazione dal comunismo e tanto sostegno ricevettero dall’Occidente per la loro democratizzazione, si mostrano oggi chiusi a qualunque forma di aiuto verso chi scappa dalla guerra e dall’oppressione, come facevano i loro padri prima dell’89.

Sta pertanto calando sull’Europa un’ennesima cortina, ma questa volta una sorta di “cortina di ferro al contrario”, eretta proprio da chi è stato vittima della precedente; tornano i muri e le barriere nell’Europa della libera circolazione, e si violano principi e regole di convivenza nell’assoluta impotenza delle istituzioni dell’Unione. Senza che nessuno abbia il coraggio – o la forza – di spezzare questa spirale di egoismo, indifferenza e xenofobia che si aggira come uno spettro nel vecchio continente.

Affinché non si avveri la profezia vichiana dei “corsi e ricorsi storici”, sarebbe quindi necessario uno scatto di reni, che però non pare palesarsi all’orizzonte. C’è però da augurarselo, soprattutto da parte dei Paesi fondatori dell’Ue, in primis l’Italia. Perché cambiare verso a questo racconto vorrebbe dire abbattere una di volta di più ogni cortina, di ieri, di oggi e di domani.

 Vincenzo Iacovissi

Nuovo Senato. Un nodo da sciogliere e una proposta

L’estate volge al termine e riacquista fiato il dibattito sulla riforma costituzionale, che dalla prossima settimana riprende il proprio iter presso la prima Commissione di Palazzo Madama. Il caldo agostano ha portato con sé numerosi approfondimenti – taluni stravaganti – al tema, concentrando l’attenzione soprattutto sull’elettività diretta o diretta del nuovo Senato della Repubblica.

In ordine a tale questione, proprio da queste colonne si è avuto modo di evidenziare la ratio posta alla base del disegno di legge Boschi, e quindi si rimanda alle considerazioni già espresse.

Resta però aperto un nodo, che dovrà auspicabilmente essere sciolto nelle prossime settimane. Premessa la bontà dell’elezione di secondo grado dei nuovi senatori da parte dei Consigli regionali – seppur con le riserve già a suo tempo manifestate -, si rivela opportuno riconsiderare la sovrapposizione di ruoli tra consigliere regionale e senatore che la riforma contempla, al fine di individuare le misure più idonee ad assicurare, nel contempo, rappresentatività alle regioni e funzionalità alla Camera alta e ai Consigli regionali.

Detto in altri termini: è davvero indispensabile che i nuovi senatori conservino a pieno titolo la carica di consigliere regionale? A ben guardare, invero, l’intero impianto della riforma, e le funzioni di raccordo e garanzia assegnate al nuovo Senato, richiederebbero una maggiore “esclusività” nel ruolo di senatore, così da promuovere un’azione efficace del secondo ramo parlamentare rispetto al primo. Sarebbe quindi meglio un meccanismo che, nel rispetto dell’elezione di secondo grado, preveda che i consiglieri regionali eletti alla carica di senatori, pur conservando la carica di membri delle assemblee di provenienza, vengano sostituiti (tramite l’istituto della supplenza già presente in molti collegi elettivi) dal primo dei non eletti della rispettiva lista per l’intera durata del proprio mandato senatoriale. In caso di dimissioni dalla carica di senatore, ovviamente, la supplenza in Consiglio regionale cesserebbe con il ripristino della condizione originaria.

In tal modo, ciascuna regione vedrebbe rappresentate le proprie istanze in seno a Palazzo Madama da propri componenti, ma la funzionalità dei Consigli regionali, e del Senato medesimo, godrebbero di una maggiore ampiezza rispetto, invece, al caso di sovrapposizione di ruoli. È infatti di facile intuibilità come l’esercizio contestuale di più incarichi sovente non giovi né alla cosa pubblica, né agli stessi protagonisti, come purtroppo stiamo già sperimentando con le discrasie della legge Delrio basata sulla cumulabilità di cariche comunali e provinciali. Come agire? La risposta migliore si situerebbe in un chiarimento lessicale nel testo in discussione, magari tramite l’inserimento di un inciso nel modificato art. 122, secondo comma, che disciplina il regime delle incompatibilità dei consiglieri e assessori regionali, oppure nelle disposizioni finali della riforma.

Sappiamo però bene quanto siano ardue – per non dire impossibili – modifiche tra prima e seconda lettura in sede di revisione della Costituzione. A fronte di ciò, quindi, appare più logico promuovere un dibattito tra le forze politiche avente come fondamento le norme – già approvate in egual misura in prima lettura – che deferiscono alla legge ordinaria la disciplina delle modalità di elezione del nuovo Senato tra i consiglieri regionali, per trovare equilibrate soluzioni al problema. Un nodo che, qualora eluso in questa fase, non mancherà di produrre problemi nella fase di attuazione delle nuove norme costituzionali. In conclusione, un’azione socialista volta a migliorare una riforma che, giova ribadirlo, seppur imperfetta, è comunque preferibile al benaltrismo degli ultimi decenni.

Vincenzo Iacovissi

Perché il nuovo Senato non può essere eletto dai cittadini

Di riforme costituzionali si discute, in Italia, da più di quaranta anni, senza che, purtroppo, si sia mai arrivati a capo di un disegno di riassetto istituzionale troppo necessario per essere derubricato a questione secondaria. L’estate 2015 passerà in archivio come quella del dibattito sull’elettività del Senato, ramo parlamentare che nel disegno di legge Boschi-Renzi viene ridefinito in termini di composizione e funzioni, superando quel bicameralismo paritario ed indifferenziato da più parti ritenuto anacronistico e inadatto alle esigenze decisionali della modernità. Peraltro, tale anomalia italiana risulta da settanta anni un unicum nel panorama comparato, non essendovi alcun ordinamento paragonabile al nostro che articoli il Parlamento in due Camere con meccanismi di elezione e poteri pressoché equivalenti: non avviene nei Paesi a struttura federale, come ad esempio Germania, e non avviene neanche in quelli “unitari” come Gran Bretagna, Francia, per tacere di altri nel modello di democrazia occidentale. E quasi sempre – ad eccezione della Spagna per le peculiarità autonomistiche del tipo di Stato adottato – la seconda Camera (o Camera Alta) viene eletta mediante procedimenti di secondo grado che non coinvolgono direttamente l’elettorato.

Le ragioni di una simile impostazione vanno ricercate in uno dei principi cardine del costituzionalismo contemporaneo: la legittimazione di un organo elettivo dipende dai poteri che allo stesso vengono assegnati; detto in altri termini, a parità di poteri, parità di legittimazione e viceversa. Nel dibattito in corso sull’elettività diretta o meno del nuovo Senato sembra si sia perso di vista questo argomento, che rende coerente il disegno di legge del governo rispetto al panorama europeo, oltre che ad evidenti logiche di funzionalità del sistema. Infatti, il superamento del bicameralismo paritario può avvenire solamente diversificando i due rami circa le funzioni svolte, così da assegnare alla sola Camera dei deputati (eletta a suffragio diretto) il potere di fiducia nei confronti dell’Esecutivo e un ruolo preminente nell’attività legislativa rispetto alla seconda Camera, il Senato appunto, cui riservare compiti di rappresentanza delle istante territoriali oltre che potestà in materie che richiedono una decisione parlamentare più ponderata, come le leggi costituzionali, le garanzie delle minoranze linguistiche, gli istituti di partecipazione popolare diretta, la fase ascendente e discendente del diritto dell’UE. Esercitando funzioni diverse, si comprende come i due rami non possano ricevere una stessa legittimazione popolare di tipo diretto, perché rappresentano luoghi e momenti distinti di configurazione del processo democratico, diretto nel caso di elezione della Camera di rappresentanza del popolo, indiretto in quella in cui trovano sintesi le istanze territoriali della Repubblica.

Certamente, alcune perplessità possono essere mosse sui criteri e le modalità previste per la scelta dei “nuovi” senatori, poiché il testo attuale, seppur migliorato rispetto alla prima deliberazione avvenuta un anno fa a Palazzo Madama, risulta troppo sbilanciato in favore degli enti regionali rispetto alle comunità locali, come invece avviene, ad esempio, nel modello di elezione previsto per le Sénat d’oltralpe. Ciò nondimeno, non si può non preferire il testo attuale rispetto a quelle proposte di modifica basate sull’elezione diretta, ovvero quelle, circolate nell’ultima settimana, volte a creare un sistema di elezione c.d. “semi-diretta” contestualmente al rinnovo dei Consigli regionali, peraltro con modalità ancora di difficile comprensione ed attuazione, sia per gli elettori che per gli stessi addetti ai lavori.

Ecco perché sarebbe opportuna una conferma dell’elezione di secondo grado del Senato nei prossimi passaggi parlamentari, per ragioni al contempo tecniche – non rendere confuso un quadro istituzionale che ci si appresta a semplificare e snellire – e di ordine politico, poiché una modifica di sostanza in seconda lettura renderebbe meno agevole il processo riformatore già ben avviato.

Un processo di riforma, come tutte le cose terrene, perfettibile e poco chiaro in taluni aspetti, ma di sicuro conforme, per quanto riguarda l’assetto del bicameralismo, con le principali esperienze occidentali.

Viceversa, l’alternativa sarebbe, come spesso sperimentato, cambiare tutto affinché nulla cambi. Al di fuori del caldo agostano, è un lusso che non ci possiamo più permettere.

Vincenzo Iacovissi