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Vincenzo Profeta

Contro Manifesta. Quando Palermo aveva una vita artistica vera

maglietta-bianca - Copia - Copia (2) - Copia“Si pensi ai tanti curatori che collaborano a riviste, a giornali, a siti web o curano importanti mostre. Sovente sono dilettanti di rara incultura, sprovvisti di specifiche conoscenze, che però rivendicano il diritto di parlare e di scrivere sulle esperienze artistiche di oggi. […]
Animati dal desiderio di curvarsi sugli eventi della cronaca, questi turisti della critica rischiano di confondere il sapere con l’informazione. Sudditi nei confronti dell’establishment, sensibili alle richieste del mercato, aggiornati, cosmopoliti, mondani, abili nell’assecondare i flussi delle mode, impegnati nell’aderire all’attualità, sprovvisti di conoscenze storico-filologiche, attratti esclusivamente dallo choc trasmesso da opere, da performance e da installazioni, appaiono incapaci di promuovere indirizzi e cambiamenti linguistici. Ma si rivelano soprattutto incapaci di elaborare un pensiero forte.”

CONTRO LE MOSTRE, di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione (Einaudi 2017)

“Gli unici momenti in cui ho visto una vera ribellione sono stati gli anni Cinquanta, Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il resto potete tenervelo. I ragazzi di oggi assomigliano molto di più a quei genitori a cui, una volta, cercavamo di opporci!… Noi abbiamo cresciuto una generazione di agenti immobiliari, una stirpe di maledetti contabili”

LEMMY KILMISTER Motörhead.

Circa dieci anni fa, esisteva una Palermo artistica, vera, persino avanguardistica, ne sono stato testimone, le mostre si facevono, in meno gallerie, ed in spazi alternativi letteralmente inventati, c’erano premi d’arte, non pilotati, ed una competizione sana, qualche piccolo borghese comprava, e si dimostrava grande borghese quantomeno nell’acquisto coraggioso di opere di artisti autoctoni semi sconosciuti, era una Palermo buia secondo la narrazione di certa sinistra, dove la destra dominava, opprimeva con mostre di un sistema sempre becero, operatori culturali? Ne resistevano pochi tutti milanesi. Curatori? Tutti lecchini e bla bla bla, luoghi comuni, come se piovesse, erano gli anni del sindaco Diego Cammarata, anni tormentati per la ex capitale arabo-normanna, anni di immondizia per strada, di scandali a striscia la notizia, secondo la narrazione ufficiosa, ricordo le difficoltà, che si incontravano per fare una mostra, la gente ti domandava: “ma sei un artista normale o contemporaneo?” Io ridevo e continuavo il mio percorso di formazione, conoscevo gli artisti della città, li ammiravo alcuni, li studiavo, frequentavo l’accademia, i cantieri culturali della zisa erano un posto lugubre pieno di pantegane, dove potevi rubare qualche pezzo di lamiera o di eternit, o materiale strano, per dipingerci se eri in fregola avanguardista, non erano la sede distaccata dell’accademia, ed il polo culturale che vuole essere e non è. I nomi degli artisti palermitani giravano per l’Italia, qualcuno finiva pure alla biennale. Oggi le cose sono cambiate, ho l’età in cui mi sono liberato dai vestitini che la società ha cercato di mettermi addosso, e sono abbastanza lucido per dire senza neanche vederla che Manifesta 2018 la biennale d’arte itinerante, format olandese, come il grande fratello, approdata in città grazie ad una astuta manovra padronale, come direbbe Paolo Villaggio, è una cagata pazzesca, è una cagata stucchevole il video di presentazione allo Zen, in stile terzomondista, è una cagata il concept del giardino planetario figlio di tutte le diversità, è una cagata la lista degli artisti, e quasi certamente saranno una cagata le opere, in mostra. Manifesta la biennale che è venuta a venderci il suo brand, è il classico sistemino un po’ datato, per dire la verità, che viene a distruggere le ultime forme di vita artistiche autoctone, regalando atarassia, a Palermo, le annienta con l’arte più ipocrita, quella politica, il concept è sui migranti ovviamente, cattivista fino al punto di lucrare sulle tragedie di questa gente, quanto un Salvini alle prime armi. Poi chiedi ai partecipanti ed agli spazi di Manifesta Collateral, la grande mostra collaterale di Manifesta diffusa per i vari spazi della città, ed il nulla ti si paventa davanti, tutti ad aspettarsi finanziamenti, che non sono mai arrivati, tutti indecisi anche se nel programma compaiono, se all’ultimo minuto ci saranno o meno, si viaggia in una vaghezza disarmante, per non parlare degli eventi di presentazione di Manifesta, trutti disertati dai cittadini palermitani, una riunione di condominio di addetti ai lavori cittadini, poche le realtà coinvolte e tutte facenti parte della borghesia “colta” della città. Eppure gli spazi d’arte proliferano in città quasi come un bubbone, chi può apre una gallery, chi non può affitta ad una popup art gallery, di prestigio o anche cialtrona, chi ha uno scantinato si affretta a fare esporre il figlio, il nipote, l’amico, l’amante, e chi più ne ha più ne metta, perché ci sarà Manifesta, non si sa mai, si venda qual cosa, ci veda il curatore o il gallerista giusto, e boomm, non come Falcone e Borsellino, il booom giusto. Ma cose è Manifesta, una fiera d’arte? Un operazione politico-culturale? Un segmento parte di una grande speculazione culturale sulla città? Cibo spazzatura per le menti avvedute del turista “In” quello che di solito spende di meno? Uno stratagemma di incontro per radical chic di tutta Europa? Una festa per hipster? La scusa per le vacanze “intelligenti” a Palermo? Una manovra di marketing per AirBnB? Dove è la gloria che ci avevate promesso? Il riscatto culturale del Sud, la nuova Sicilia progressista, che la sa più lunga di tutti! Quella sole e mare che deve campare solo col turismo e la cultura? Dove è il liberty Palermitano promesso? Dove è?

Il convitato di pietra. Apoteosi e tramonto della linea curva nel 700

“Esistono sempre i pregiudizi? Sì. Un automobilista lombardo fa salire in macchina un emigrante siciliano; i pregiudizi di entrambi li porteranno a fuggire l’uno dall’altro abbandonando l’auto ma nessuno dei due ha mai pensato che in fondo la vita è un luogo comune”
Vincenzo Profeta.

pulcinella-847461I libri di filologia estetica non riescono mai bene, sono difficilissimi da fare, e per me non ha davvero senso farli, a meno che non si abbiano grosse capacità letterarie, grandi suggestioni e grossi, grossissimi traumi.
Giorgio Villani in questo suo saggio riesce nell’impresa di mettersi a disegnare una linea curva al tramonto, con parole, freschezza di intenti e grossi, grossissimi traumi.
Una prosa, sfarzosa, elegante, ma mai da professorone, un po’ come quando il Caravaggio entrava in qualche bettola o troiaio, si adattava e quasi lo confondevi tra le linee curve dei culi e dei seni e, scusandomi con le signore, qualche cazzetto eretto, in linea retta, più simile alla durezza del convitato di pietra, c’era ma, ahimè, era Caravaggio; e mai riusciva a perdere questo suo forsennato fastidioso talento.
Purtroppo Villani, non è riuscito nello scopo di perdere il suo forsennato fastidioso talento, per restituirci davvero il senso di questa opera che doveva essere in sé noiosa e scolastica poiché è la sua tesi di laurea, ed invece fa innamorare, non della linea curva e del rococò, di culetti e puttini, ma di una prosa miscelata a poesia e sapienti, cesellate, citazioni.
Bisogna dirlo questo libro che denuncia furbescamente debiti a studiosi formali e poetici come Roberto Loghi, che con grazia malcelata fa in un certo senso rifiorire, è in realtà un piccolo capolavoro di scrittura sperimentale, furbamente non avanguardisticamente.
Ma le intenzioni filologiche e le spiegazioni estetiche saranno sempre da me maledette, e questo libro per fortuna le tradisce tutte; certi libri sono piccoli capolavori della tautologia a prescindere delle intenzioni (sempre cattive degli autori), gioielli rococò intagliati nel legno, anche quando di queste forsennate intenzioni, restituiscono neanche la metà, diciamolo pure “apoteosi e tramonto della linea curva nel settecento” non c’è mai stato se non nella visione storico-filologica di Villani e di qualche altro storico dell’estetica, persino David è barocco anzi rococò, e lo è intimamente, e non incoccia in nessun convitato di pietra se non dentro la sua sua stupida e borghese ideologia giacobinista, poiché egli è tremendamente e tragicamente popolare, quasi kitsch, perché la rivoluzione la vogliono i borghesi e la borghesia e kitsch, ma la combatte il popolo indottrinato, la rivoluzione, David non fa nessuna riscrittura alta, il neoclassico è il barocco del classico, anzi ne è il rococò, l’ingessatura è ipocrita di dovere ed è barocca in quello, come una ferita in cancrena, come in odore di vitale morte, come una leccatura stuccata serpottianamente ma immobile su una ferita o su una crepa, la linea curva tramonta ma non demorde, perché risorge sotto mentite spoglie il giorno dopo, come il sole, si veste di ipocrisia, e segue un filone tutto imbellettato, esteticamente travestito, ipocrita, ma proprio per questo ancora più contorto e ricurvo, non lo si vede ma lo si percepisce concettualmente, bisogna fare una gran curva all’indietro per incontrare Orazi e Curiazi dell’ingessato, quasi pop David.

Puff, quanto sono perversi gli occidentali, per preparare una inconsapevole polpetta avvelenata all’estetica, per andarsi inculo da soli, e basta guardare un popolare presepe napoletano del settecento tardo, per rintracciare persino la durezza rivoltosa e bacchettona, la retorica rivoluzionaria di David infilata in qualche statuetta artigiana, tutta ricurva nella retorica cristologica, ma lì bella avvinghiata in qualche convitato di pietra magari celato da qualche arabesco dal vestiario povero e pastorale.

Il libro di Villani rimane godibile, pieno di incastri e citazioni giuste, Foster Wollace, Pulcinella, Tiepolo, il tondo Doni di Michelangelo, ma già il Longhi assimilava l’opera di Simone Martini all’arte giapponese e cinese, ed a certi arabeschi. Tutto va bene, tutto ha senso come mettere ordine al caos, quando si ha il talento ed il gusto dello scrivere di Villani, che ci dona una prosa elastica, arzigogolata e semplice, plantare per chi non bazzica certe follie da trattato, le citazioni di Villani diventano allora consigli graditi, godibili per erudirsi, godendo appunto, e quasi sborrando ad ogni pagina (sempre chiedendo scusa ad ogni signora dello schizzetto rococò), arricchendosi di valori decorativi in quella sorta di arabesco caotico che è la vita stessa, perché è caos tutto, Apollo e Dioniso ci insegna Giorgio Colli sono spesso un tutt’uno, è il vezzo perverso della storia dell’estetica di catalogare linee curve rilassanti e duri convitati di pietra, è una aberrazione tipica dello spirito del nostro tempo, questo impostore!
Nato in quel settecento che Giorgio Villani indica come tramonto della linea curva, lo conosco Villani, egli forse in cuor suo è in pieno scontro frontale col duro moralismo del suo convitato di pietra immaginario, ma l’uomo non è morale, la morale è una religione, lungi da me l’analisi dualistica dell’arte caro Giorgio; per me, una regola, serve a vivere non a creare, e chi crea è curvilineo ed eretto al tempo stesso, muore e rinasce ogni volta, come questo trattato, è anch’egli un gioco di scatole cinesi curvilinee e rette come in un disegno Escher.

Questo libro non passerà alla storia come un trattato di estetica illuminante, ma come opera poetica sapiente e sperimentale, un castello incastonato con pietre e smeraldi preziosi dove prosa, poesia e citazioni sanno sublimarsi in una forma semplice e complessa, dai riferimenti letterari ricercatissimi, naturalmente curva e convessa, concettualmente eretta, giustamente quadrata e razionale quanto caotica, leggere questo libro è sicuramente utile perché te la fa immaginare e viaggiare questa cazzo di curva. Ma è un curvare e poi sbandare in un pericoloso spigolo la vita, e te la fa orgasmare la vita, orgasmico è infatti rintracciare le varie citazioni letterarie, spigolature curvilinee per chi come me legge poco e vede tanto.

Eccolo il lezioso, sublime, leggero, inutile ed indispensabile trattato del Conte Giorgio Villani.

Vincenzo Profeta