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Vittorio D'Ippolito

Vittorio D’Ippolito
Un progetto ambizioso alla nostra portata

Cari compagni, la disfatta del 4 marzo pone noi, come tutta la Sinistra, nella necessità di avviare una riflessione profonda sul nostro ruolo nella società, sulle istanze che rappresentiamo e sul nostro modo di perseguirle. Il nostro segretario è stato fra i primi ad individuare che il risultato elettorale poneva, soprattutto al PD, il dovere di riconoscere il venir meno della sua funzione storica (altri si sono aggiunti : ricordo fra i tanti, Cacciari, Paolo Franchi, il direttore de L’Espresso, Da Milano, Carlo Calenda) e la conseguente necessità di avviare un processo di rifondazione della Sinistra in Italia. In realtà, però, ciò che sta accadendo va in una direzione del tutto divergente da quelli che sono i nostri auspici : il dibattito che si è avviato nel PD ed anche in Liberi e Uguali (con qualche tentazione anche fra noi, mi pare) sembra essere finalizzato solo alla spasmodica ricerca di una nuova leadership ed a qualche aggiustamento sul versante della comunicazione. Dubito fortemente che ciò sia sufficiente a rimettere in careggiata uno schieramento che mostra tutti i segni del cedimento strutturale. Purtroppo, però, il boccino non è nelle nostre mani: noi possiamo senz’altro incalzare il PD ad incamminarsi sul percorso che ci parrebbe più idoneo ma, non possiamo mettercelo a forza!

Dunque, cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo? Possiamo presidiare e curare il nostro campo d’azione : esiste nel cento sinistra un nocciolo duro di riformisti che non si rassegna a cedere alla demagogia ed al populismo ed a quest’ area abbiamo il dovere di offrire una tribuna ed uno strumento organizzativo. Socialisti, + Europa, Area civica e popolare, Radicali, Verdi, possono divenire l’embrione di un nuovo soggetto politico federato che può ritrovarsi su alcuni punti comuni. Quali sono i temi sui quali aprire un confronto? Ne cito alcuni : riforma istituzionale con l’abolizione delle province e l’individuazione di poche macroregioni con poteri simili a quelli dei Lander tedeschi; l’introduzione del premierato; l’applicazione, anche a livello nazionale, della legge elettorale che usiamo per eleggere sindaci e governatori; la sburocratizzazione dello stato; la semplificazione legislativa; la separazione delle carriere dei magistrati; i diritti civili e di genere; i nuovi strumenti di tutela dei lavoratori precari; la riforma delle politiche migratorie; la riduzione del debito pubblico ed il rilancio delle tematiche ambientaliste in maniera da assicurare uno sviluppo sostenibile. Temi e questioni, insomma, propri di uno schieramento riformista che non fugge di fronte ai problemi, ma che si sforza di individuare soluzioni di governo credibili e perseguibili. Uno schieramento che deve marcare una linea di confine netta con quella che io definisco la sinistra del no: i NO TAV, i NO VAX e compagnia bella.

Ci serve un partito leggero per partecipare a questo processo? Forse, possiamo discuterne. Io credo che ci serva, comunque, un partito che discuta con franchezza, riuscendo a salvaguardare la propria coesione e la propria identità. Un Partito che sappia individuare e far crescere rapidamente una nuova generazione di dirigenti e che la parità di genere la pratichi e non la predichi, a tutti i livelli. Un partito che sia capace di radicarsi sul territorio anche prescindendo dagli amministratori locali che rappresentano comunque, una linfa vitale e che devono trovare, nel Partito, un riferimento sicuro e la possibilità di sempre maggiori sinergie. Un Partito capace di mobilitarsi su campagne politiche, che sappia usare al meglio gli strumenti di comunicazione. Credo che dovremmo dedicare un Consiglio nazionale ad hoc per discutere della forma partito. Io sono convinto, non da oggi, dell’ opportunità di strutturarci come una Federazione di partiti regionali dotati di larga autonomia territoriale e coordinati, a livello centrale, da un Consiglio federale eletto dal Congresso e da una Direzione composta per un terzo dai Segretari regionali, per un terzo da amministratori locali e per un terzo dai responsabili nazionali dei settori di lavoro. Dobbiamo rilanciare la Federazione giovanile. Dobbiamo rilanciare l’Avanti!, valutando l’opportunità di rieditare l’Avanti! della Domenica in versione cartacea. Dobbiamo affiancare, a Mondoperaio rivista, una omonima fondazione che coordini le iniziative culturali di area e che possa accedere ai contributi del 5 per mille. Dobbiamo valutare l’ opportunità di adottare un nuovo simbolo (al corteo del 1° maggio ho notato, con piacere, che il garofano rosso è stato sdoganato anche dal gruppo dirigente della CGIL che, orgogliosamente, lo sfoggiava all’occhiello : pensiamoci) e nuove forme di adesione al partito (io penso ad un triplice livello nel quale accanto ai militanti (che hanno piena agibilità politica, fanno parte degli organismi e contribuiscono alla direzione politica del partito), vi siano gli aderenti alle singole campagne promosse dal Partito, per i quali sia prevista una partecipazione limitata ed i semplici simpatizzanti, che possono ricevere le informative ed essere coinvolti attraverso sondaggi e questionari.

Abbiamo poco più di un anno per prepararci all’appuntamento elettorale delle Europee. Dobbiamo, A mio parere, arrivarci mobilitando tutti gli intellettuali di formazione riformista affinché diano vita ad un Manifesto “Per un’ Europa federale e solidale” che, prescindendo dalle diverse appartenenze alle famiglie politiche europee, possa aggregare quanti ritengano prioritario, in questo momento, fronteggiare l’ondata populista montante, rilanciare il progetto di costruzione dell’ Europa federale, anche attraverso la proposta di elezione diretta del Presidente della Commissione europea e propugnare sempre maggiori cessioni di sovranità nazionale in favore di un progetto comune soprattutto in materia di politica estera e difesa comune. Un Manifesto attorno al quale costruire una lista, autonoma dal PD, in grado di superare la soglia di sbarramento del 4%. L’obiettivo è ambizioso ma, sono convinto, che se agiamo in maniera coesa e determinata, sia alla nostra portata.

Vittorio D’Ippolito
Consiglio Nazionale PSI

Le basi per un’alleanza col PD

Marco Di Lello, nella sua mail indirizzata ai compagni a seguito dell’ormai famosa intervista pubblicata dal Corriere della Sera del 31 luglio, ci invita a riflettere: accolgo il suo invito, partendo da due premesse.

La prima: se si vuole condividere un ragionamento con i compagni, il modo peggiore è quello di farlo dopo aver già preso ed annunciato una decisione che avrebbe dovuto essere frutto di quel ragionamento.

La seconda: personalmente, mi sono avvicinato al PSI nel 1974, durante la campagna referendaria in difesa della Legge sul divorzio. Due anni dopo ne prendevo la tessera e, da allora, ne ho seguito tutto il suo travagliato percorso (dal PSI, al PSI, al SI, allo SDI, al PS e poi, di nuovo, al PSI). Se il partito dovesse decidere di smobilitare diventerei, alla Silone, “un socialista senza tessera”. Il Compagno Boselli, citando Nenni, soleva affermare che la Politica non si fa con i sentimenti nè coi risentimenti. È senz’altro vero per questi ultimi ma, una politica fatta senza sentimenti, senza passione, senza, anche, la necessaria indignazione verso le ingiustizie ed i soprusi, diventa arido mestiere. Non vale i sacrifici che si compiono in suo nome. Io, questo Partito, lo amo. Qualche volta mi tradisce, molte volte lo vorrei diverso, ma non saprei immaginare la mia vita senza di esso.

E veniamo alla riflessione: Marco sostiene, in sintesi, che la nostra dimensione è ormai ininfluente per poter incidere politicamente – da forza autonoma – sugli eventi italiani ed internazionali. Quindi, ci propone di non frapporre anacronistiche resistenze e di buttare il cuore oltre l’ostacolo prendendo atto che il PD è una forza riformista aderente al PSE e confluendo in esso, senza infingimenti, portandovi il valore aggiunto della “vision” socialista e richiamando il monito di Nenni del “rinnovarsi o perire”. Che dire? Intanto, non è solo la dimensione che determina l’influenza politica di un soggetto politico. Basti pensare al PRI di Ugo La Malfa o ai Radicali, partiti certamente non rilevanti sul piano numerico ma la cui azione ha inciso in maniera significativa nella storia del Paese contribuendo a trasformare la società. E, del resto, lo stesso PSI di Craxi ha rinnovato profondamente la Politica da forza minoritaria. Ma quand’anche dessimo per vero questo assunto, in base a quale virtù palingenetica la nostra ininfluenza di soggetto autonomo si trasformerebbe in influenza all’interno di un partito grande trenta/quaranta volte più di noi? No, caro Marco, l’adesione al PD significherebbe, per noi, “annullarsi e perire”.

Certo, il PD ha aderito al PSE ma, neanche un mese fa, Renzi confidava ad Obama che il suo sogno è quello di cambiarne il nome in Partito dei Democratici Europei. Dovremmo condividere questo sogno? Il nostro piccolo partito è sopravvissuto fino ad oggi facendo ricorso ad un’unica grande risorsa: quella della propria identità. Se rinunciassimo ad essa, ciò equivarrebbe a scegliere l’eutanasia. Solo, che per molti di noi, non sarebbe affatto una morte indolore. Forse, dunque, la nostra priorità oggi non è quella di riflettere sulla nostra esistenza ma, di agire – con determinazione – per preservarla.

La Conferenza programmatica, indetta dal Partito per il prossimo Autunno, può rivelarsi un appuntamento fondamentale. Le quattro campagne politiche proposte dal compagno Mauro Del Bue, direttore dell’Avanti!, possono diventare un valido strumento per ridare slancio al Partito. Dobbiamo però, prioritariamente, avere ben chiaro il quadro strategico da disegnare per il prossimo futuro. Io credo che non si possa prescindere dall’alleanza con il PD, che è il maggior partito della coalizione di centro sinistra della quale noi facciamo parte a pieno titolo (velleitarie mi sembrano, a questo proposito, le posizioni di qualche nostro compagno che dipingono Renzi come il Male assoluto ed il PD come nostro principale avversario). Un’alleanza che deve, però, basarsi su due punti fermi: il primo, è rappresentato dall’autonomia politico organizzativa del Partito, che dobbiamo ribadire e rafforzare; il secondo, è il nostro impegno a costruire, nel Centro sinistra, un’Area di riferimento politico culturale della “Sinistra libertaria” della cui esistenza, in Italia, si sente una gran mancanza.

L’esperienza della “Rosa nel Pugno” è stata un embrione di quest’area che, raccogliendo un milione di voti, ha dimostrato che un percorso politico di questo genere è possibile perseguire.

Dobbiamo, poi, reagire con forza alle tentazioni di autosufficienza che, ciclicamente, attraverso leggi elettorali “ad partitum”, cercano di spingere il Paese verso un innaturale bipartitismo estraneo alla nostra Storia. Abbiamo detto un No forte e chiaro quando questa politica la perseguì Veltroni, altrettanto chiaro e forte dovrà esserlo, il nostro No, se ce la ripropone Renzi.

La legge elettorale dovrebbe coniugare le esigenze di rappresentanza con quelle della governabilità e, dunque, può prevedere meccanismi anti frammentazione . Ma, una legge che assommi soglie di sbarramento e premio di maggioranza diviene, inevitabilmente, strumento di compressione della democrazia.

Credo, infine, che dai nostri ragionamenti non possa essere escluso un ripensamento profondo del nostro modello di partito: abbiamo pensato, in questi ultimi venti anni, che ricostruendo una rete di amministratori locali nei territori, questo ci avrebbe garantito, automaticamente, la possibilità di radicarci e di crescere. Dobbiamo prendere atto che così non è stato: molte, troppe volte abbiamo fatto eleggere “compagni” che, dopo un giro di valzer con noi, hanno cercato fortuna e riconferma sicura su altri lidi lasciando rovine nel Partito quando esso si era strutturato prevalentemente attorno al loro ruolo.

Io credo che se fondamentale è disporre di buoni amministratori altrettanto lo sia avere gruppi dirigenti che si dedichino esclusivamente al Partito: solo unendo le due realtà possiamo avere un radicamento progressivo e crescente sui territori. Va, poi, affrontato l’aspetto organizzativo: noi siamo ancora strutturati come un Partito novecentesco con organismi pletorici e poco efficaci ed una catena di comando piramidale che non ha più alcuna rispondenza con la realtà nella quale viviamo. Dobbiamo, a mio avviso, pensare ad un modello federativo basato sui partiti regionali che godano di ampia autonomia e ad un livello centrale più snello ed efficiente. Ultima questione, quella di pensare a far rivivere l’Avanti! della Domenica in formato cartaceo come strumento di “proselitismo” e di propaganda.

Insomma, gli argomenti da discutere non mancano. A chi va via cercando strade più comode mi permetto di rammentare un altro detto nenniano: “È meglio sbagliare con il proprio partito che avere ragione contro di esso”.

Vittorio D’Ippolito