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Vittorio Emiliani

Il pensionato nel mirino

La cultura delle difese corporative non mi è mai appartenuta. Però mai come in questi ultimi anni e mesi devo constatare che i governi “mettono le mani” nelle tasche di una media borghesia (sempre meno media e sempre più medio bassa) ormai dissanguata, nelle tasche dei redditi fissi in generale, quindi facilissimamente in quelle dei pensionati. Che costituiscono il nerbo dei sindacati, in particolare della Cgil, ma non possono scioperare, ma soltanto protestare e magari “sostenere” figli e nipoti, come e quando possono. Nella vicenda ancora in corso del rimborso degli ingiusti prelievi sulle pensioni si sta pericolosamente teorizzando: 1) le sentenze della Consulta devono tener conto degli equilibri di bilancio e quindi dei vincoli europei (a Palazzo Salviati dovrebbe magari sedere in permanenza un rappresentante della Troika o della signora Merkel, tanto per risparmiare tempo e carte), lo ha detto ieri il ministro Padoan che sarà un fine economista ma che come giurista vale meno del fruttivendolo bengalese che abbiamo sotto casa; 2) le sentenze della Consulta si possono rispettare a metà, per un terzo, magari per un decimo, come nel caso di questi “gettoni” chiaramente pre-elettorali. Ormai non si fa più, minimamente, leva sullo spirito civico degli italiani preferendo la via sbrigativa del decidere sulla loro pelle e poi chi s’è visto s’è visto.  Lo fecero Amato e Ciampi in anni non remoti e gli italiani risposero positivamente. Oggi forse non lo farebbero. Del resto, vedendo come vengono ogni giorno trattati i greci, i più se ne stanno sgomenti ad attendere la prossima sberla o il prossimo salasso, in silenzio. Magari non vanno più a votare o votano Grillo.

Ma poi, sentite più parlare di lotta all’evasione? No, è più facile spolpare salari, stipendi e pensioni. Fino a quando?

Vittorio Emiliani
dal blog della Fondazione Nenni

Parlamento? Solo
un impiccio per il governo

La prima, e per ora unica, volta in cui il governo pose la fiducia su di una riforma elettorale fu, nel 1953 per far passare la legge maggioritaria subito battezzata legge-truffa dalle sinistre all’epoca fieramente proporzionaliste. Legge-truffa per modo di dire: bisognava che un partito o una coalizione conquistassero il 50,1% per godere del lauto premio di maggioranza, alla Camera restavano le 4 preferenze, al Senato il collegio uninominale. Il 50,1 non il solo 40 % e coi capilista nominati come prevede l’Italicum. Così si potrà governare normalmente con decreti e leggi senza doverle “blindare” con la fiducia. Governare a colpi di fiducia è ormai normale. Le leggi approvate con questo catenaccio furono appena 9 su 100 col governo Prodi I (1996-98), scesero ancora col governo D’Alema e a zero con l’Amato n.2, per balzare fino al 45 % con Monti (alle prese però con una vera emergenza con lo spread schizzato oltre quota 500) e fissarsi al 44,78 nel solo 2014 con Renzi. Cioè un voto di fiducia ogni 12 giorni. Fra decreti legge e leggi col catenaccio della fiducia, le proposte di iniziativa parlamentare sono per contro pochissime, sempre meno. Mentre aumentano le leggi delega al governo con paletti incerti. Ne escono leggi confuse che richiedono valanghe di decreti legislativi attuativi.
Per far funzionare bene un Parlamento non si può scaricare ogni provvedimento sull’aula. Ma questo succede quando le opposizioni non si fidano della maggioranza e non fanno approvare più quasi nulla in commissione, in sede deliberante o legislativa. Nell’ultima legislatura della Prima Repubblica, il 54,7 % delle proposte di legge risultava ancora approvato in commissione e il 45,3 in aula. Nella scorsa legislatura il rapporto si è clamorosamente ribaltato: appena il 15,1 % in commissione e l’84,3 % in aula. Potete immaginare gli ingorghi. In questo clima di diffidenza “armata” fra governi e critici od oppositori parlamentari il numero degli emendamenti ingigantisce divenendo molto spesso ostruzionismo non dichiarato. Infine interrogazioni e interpellanze parlamentari. Si accusava il governo Berlusconi perché aveva risposto soltanto ad un 40 % di esse. Il governo Renzi ha risposto a meno del 25 % delle richieste di chiarimenti. “Maglie nere”, Lorenzin (3 risposte ogni cento interrogazioni), Padoan e Giannini (4 risposte). Ma che ci sta a fare anche una Camera elettiva? In fondo è un fastidio.

Vittorio Emiliani
dal blog della Fondazione Nenni

Ps: oggi l’ex presidente Napolitano ha rimpianto il Mattarellum “legge elettorale che diede risultati eccellenti”. Ma subito dopo ha detto che dall’Italicum non si può tornare indietro. Sono un po’ frastornato, lo confesso.

Corruzione, argomento del giorno

La corruzione è di nuovo l’argomento “politico” del giorno, con un caso – quello del sempiterno superburocrate Incalza e del ministro Lupi di estrazione ciellina – che riempie pagine e pagine di cronaca. Non voglio addentrarmi nell’argomento specifico, ma pormi e porre alcune domande.

In primo luogo: si torna spesso a parlare di “prima Repubblica” come se essa fosse la fonte di tutto ciò senza documentare se e perché sia vero l’assunto. Ho seguito personalmente le vicende dell’urbanistica e quindi delle lottizzazioni e delle grandi opere per anni nello spartiacque storico fra Stato accentrato e Stato regionale. In particolare nel periodo in cui ancora il Ministero dei Lavori Pubblici (Porta Pia, dicevamo) era ancora un Ministero forte e attrezzato. Alla direzione generale dell’urbanistica sedeva un commis d’État socialista, Michele Martuscelli, noto per il suo grande rigore, il quale si era costruito attorno una squadra di collaboratori di prim’ordine alcuni giovani come Vezio De Lucia che poi doveva diventare il più giovane direttore generale. A quella direzione facevano capo tutti i piani urbanistici, le lottizzazioni, le opere importanti d’Italia. Michele Martuscelli è andato in pensione senza che la minima ombra offuscasse quella onorata carriera (era stato l’uomo della relazione, durissima, sulla frana di Agrigento). Quando gli chiesi come avesse fatto con un così sobrio stipendio, mi rispose ironico: “Perché ero benestante”.

Certo, all’epoca il senso dello Stato era molto più forte. C’erano ancora controlli preventivi sugli enti locali più stringenti e tecnici, non politici, che poi sono stati con le Regioni smantellati a cominciare dai Coreco divenuti organi politici e poi spariti. Il commissario anti-corruzione Raffaello Cantone ha denunciato la cancellazione di ogni controllo, ma la sua Autorità può occuparsi di tutto? E ogni grande Comune deve fare come Roma che ha affidato il vaglio delle delibere delicate ad un assessore che viene dalla magistratura? Non è meglio allora ripristinare in forma nuova e moderna una rete di controlli penetranti? Quando pongo questo problema, o non mi si risponde, o mi si dice che così si tornerebbe allo Stato dei prefetti. È una risposta seria? Proprio no.

Nel recente passato la Regione Toscana aveva sub-delegato ai Comuni la tutela del paesaggio. Contemporaneamente il governo di centrosinistra (ministro Franco Bassanini) aveva cancellato il saggio articolo 12 della severa legge n. 10 del 1977 (la Bucalossi) che vietava agli Enti locali di impiegare gli oneri di urbanizzazione per spese correnti. Risultato: i Comuni hanno trascurato completamente il freno della tutela paesaggistica ed hanno invece schiacciato l’acceleratore dell’edilizia purchessia. Ed ora i partiti, Pd in testa, stanno andando all’assalto del Piano paesaggistico regionale toscano accusato,ovviamente, di “ingessare lo sviluppo”. Lo sviluppo o la speculazione fondiaria a tutto campo? Incalza e la “cricca” docent, dalla stessa Toscana.

Vittorio Emiliani
dal blog della
Fondazione Nenni

L’urbanistica del Nazareno

A proposito di idee, identità e avvenire, vorrei sottolineare come il governo Renzi-Alfano rappresenti una rottura palese col pensiero della sinistra democratica in materia urbanistica e invece una continuità, persino esibita, con la “filosofia” berlusconiana in materia. Guardate bene la pubblicità del governo che esalta la decisione di dare ancor più autonomia ai proprietari privati (centri storici inclusi) in materia di lavori di ristrutturazione. In essa si proclama con enfasi: “Decidi tu, è casa tua”. Come se la città non fosse un bene collettivo e il controllo su lavori importanti un fastidio invece statalistico. Essa è la figlia diretta del principio berlusconiano: “Ciascuno è padrone a casa sua”. Del resto il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, ciellino, è l’autore di un disegno di “riforma” urbanistica che prevede la cancellazione degli standard urbanistici che sono standard di civiltà (tot mq di verde per ogni cittadino, tot mq di asili, ecc.) introdotti soprattutto per iniziativa socialista con la legge-ponte per l’urbanistica nel 1969. Del resto il decreto Sblocca Italia, di cui tanto Renzi si gloria, abbassa o annulla – salvo ricorsi alla Consulta che mi auguro numerosi e incisivi – tutta una serie di controlli delle Soprintendenze sulle grandi opere e non solo.

Siamo così al rovesciamento di una strategia urbanistica che fu in particolare del Psi e della sinistra dc per molti anni e che portò a risultati importanti su quel terreno, dalla legge n. 167 per l’edilizia economica e popolare (ora si parla di Social Housing, ma siamo a quote irrisorie rispetto all’Europa) alla legge-ponte, alla legge sulla casa e via discorrendo. Certo non si giunse mai ad una nuova legge urbanistica, ad una legge-quadro dopo l’istituzione delle Regioni, e però c’era, e c’è, sempre la buona, solida legge urbanistica del 1942 che aveva avuto fra i suoi padri il socialista Luigi Piccinato, allora giovane, cioè un maestro, con altri socialisti come Giovanni Astengo ed Edoardo Detti, dell’urbanistica democratica.

Siamo quindi ad una precisa continuità politico-culturale con le leggi obiettivo berlusconiane, con le leggi Lunardi e così via. Quindi su questo terreno strategico per il Paese esiste già una base programmatica e operativa comune perfettamente integrata fra i due protagonisti del funesto Patto del Nazareno. Qualche tempo fa ero sull’Appia antica il cui primo nucleo -. peraltro ben 2500 ettari della Caffarella – venne vincolato, se ben ricordo, nel 1965a parco dall’allora ministro, socialista, dei Lavori Pubblici, Giacomo Mancini. Un atto che, alla luce del Patto del Nazareno, sarebbe considerato espressione di uno statalismo eversivo e vessatorio, al limite del sovietismo. Mentre fu una sana misura socialista europea. Cos’è rimasto di quella cultura nel Partito Democratico di Renzi? Nulla, o quasi.

Vittorio Emiliani
dal blog della Fondazione Nenni

Mafia Capitale,
la politica c’entra molto

Una delle cose che più impressionano nello scandalo di Mafia Capitale non è la quantità di denaro pubblico “succhiato” e finito in corruzioni grandi e piccole, nei libri-paga per politici corrotti, bensì la sostanziale osmosi fra mondo criminale, mondo degli affari, mondo della politica locale (e locale sta per Roma Capitale). In effetti le cifre del Mose di Venezia o della stessa Expo di Milano sono ben superiori a quelle per ora accertate da polizia e magistratura a Roma. La “qualità” però è più velenosa, inquinante, capillare. All’inizio pensavamo che i nostri sospetti sulla gestione comunale da parte della destra, tradottisi in inchieste giudiziarie già in stato avanzato sulla scandalosa Parentopoli nelle partecipate maggiori, fossero confermati e che la marea nera si fermasse alla data della caduta di Gianni Alemanno e non debordasse, limitatamente, ma debordasse oltre quella data, sporcando anche la giunta Marino, qualche suo elemento. Aspettiamo verifiche e riscontri e però che esponenti del Pd romano (per scalcinato che questo sia) abbiano accettato, come pare, le lusinghe di personaggi del sottobosco romano cresciuti di statura col centrodestra e con precedenti piuttosto vistosi nell’area stessa del terrorismo neofascista non era pensabile.

Non facciamo di ogni erba un fascio e però dopo lo scandalo dei rimborsi e delle spese pazze alla Regione Lazio dobbiamo ancora una volta constatare che i confini fra maggioranze e opposizioni si sono fatti assai meno marcati. Frutti avvelenati di una cultura consociativa mai scomparsa? In parte sì, la consociazione è un vecchio difetto italiano. Accentuato dal fatto che dal 1993 in qua i consigli comunali e regionali hanno perduto molte delle loro funzioni di controllo e di decisione. L’opposizione non ha praticamente più strumenti per rovesciare anche situazioni fortemente deteriorate per la maggioranza al governo. Ha affermato di recente Manin Carabba presidente emerito della Corte dei conti: “Restano le esigenze di rafforzare le assemblee elettive, la democrazia ha bisogno di esse, e noi ne abbiamo visto il totale svuotamento, nei Comuni e nelle Regioni”. E poi: “I Consigli regionali sono in condizioni terribili di vacuità e di perdita di peso”.

Il governo Renzi tende a rendere impossibili i controlli delle Soprintendenze su edilizia e territorio e si appresta a nominare i segretari comunali quali fiduciari dei sindaci e delle giunte senza più selezionarli per concorso. Via altri controlli “neutrali” dopo che sono sparite con le Regioni le Giunte Provinciali Amministrative diretta dai prefetti e con le Regioni siano nati i Co.re.co ben presto “politicizzati” e divenuti quindi superflui…Gli enti regionali e locali, ormai incontrollati (se non, in ritardo, dalle Corti regionali dei conti), dovevano “autocorreggersi”. In molti casi hanno preferito “autocorrompersi”. E buonasera. Ma si può continuare così?  

Vittorio Emiliani
dal blog della Fondazione Nenni

Preferisco le preferenze

Per decenni abbiamo votato per la Camera col proporzionale e con le quattro preferenze. Non è andata niente male. La sinistra e in specie il Pci erano per un proporzionale praticamente puro al punto che, quando nel 1953, la Dc propose una legge che garantiva una ampia maggioranza alla coalizione di partiti che avesse raggiunto almeno il 50,1 per cento dei voti, venne subito accusata di voler fare passare una “legge-truffa”. Fino alla segreteria Natta chiunque si azzardasse a mettere in discussione il proporzionale, avanzava proposte “contrarie alla democrazia”, inquietanti, pericolose. Dopo, non più. E le preferenze divennero lo strumento della malavita, della mafia,ecc. Sono considerate ancora così in alcuni ambienti – vedi il “Corriere della Sera” di oggi mercoledì 13 novembre – un serio pericolo di manipolazione della democrazia parlamentare. Da ridere per non piangere.

Le recenti europee con tre preferenze (per giunta di genere) sono state manipolate dalle varie mafie? Non mi pare. La preferenza unica per le Comunali ha avuto lo stesso effetto inquinante? Semmai le tanto mitizzate primarie “aperte” hanno promosso sindaci al di fuori dai partiti, dal Pd soprattutto, che non hanno dato tutti prove brillantissime di sé. Tant’è che alle ultime primarie in Emilia-Romagna il duello fra un funzionario di partito, Bonaccini velocemente transitato da Bersani a Renzi, e un ex sindaco di professione storiografo, Balzani ex sindaco di Forlì, hanno registrato un calo di votanti da paura. Anche perché tutt’e due i candidati erano considerati di osservanza renziana.

Dal basso sale invece prepotente la richiesta di tornare alle preferenze o al collegio unico con primarie (vere) e ballottaggi. Ma giornali potenti (sono così favorevoli alle assemblee di “nominati”, da Renzi e Berlusconi in questo caso?) riversano contumelie sulle preferenze. Siamo tutti in mano a Mafia-Camorra-‘N drangheta SpA ? Mah.

Vittorio Emiliani
dal blog della Fondazione Nenni

Alluvioni. Si può essere
più imbecilli di così?

Di fronte ai nuovi disastri alluvionali – che anticipano l’autunno con piogge intense – ci si lava la coscienza parlando, ai Tg e altrove, di “bombe d’acqua”. Quest’ultimo termine lo si può usare legittimamente per l’alluvione che ha invaso di nuovo la pianura maremmana. La “bomba d’acqua” è un fenomeno che si manifesta in pianura laddove l’agricoltura è divenuta da promiscua che era, specializzata e industriale. Ciò ha comportato la tombatura e la eliminazione di tutta una rete di canali e canalette, nonché di siepi e di filari, di “piantate” che comunque rallentavano e disperdevano in più rivoli le acque piovane. La loro concentrazione in alcuni pochi canali o torrenti, insieme alla caduta della pioggia ben più veloce dalle strade collinari tutte asfaltate ne provoca l’improvviso straripamento. Si obietta: sì, ma perché le piogge attuali sono ben più violente di un tempo. Qui lascerei la parola agli idrologi e agli statistici. Se ciò fosse vero, tanto più agguerrita, continua, pianificata deve risultare l’opera di “ricostruzione” di un sistema di difesa del suolo, di un sistema idrogeologico intaccato, sconvolto o addirittura devastato a monte dall’abbandono delle terre alte all’inselvatichimento o, in collina, disboscate per far posto (come nel Veneto e anche in Toscana) a sempre nuovi e più redditizi vigneti che però vengono impiantati “a ritto chino” e non più “a scavalca poggio”. Prima infatti si piantavano i vigneti seguendo l’andamento collinare, operando per ogni filare uno “scasso” che diventava automaticamente un filtro per le acque piovane. Ora invece i filari vengono piantati perpendicolarmente, scendono dritti a valle, e, oltre che brutti dal punto di vista paesaggistico, sono pericolosi perché le acque piovane scendono senza filtro né freno indebolendo via via la struttura stessa del dosso collinare. Questa la causa di tante frane nell’Oltrepò pavese vitivinicolo, probabilmente della stessa recente tragedia accaduta nel Trevigiano dove al disboscamento è seguito l’impianto di vigneti intensivi “a ritto chino”.

All’origine di tutto ciò che rovinosamente sta accadendo, a Genova come in Maremma e altrove ci sono alcune cause: a) un abusivismo edilizio spaventoso e suicida (tutta la costa del Gargano o quella di Olbia è abusiva) e una “legalità edilizia” avventurosa (vedi Genova e dintorni); b) la mancata cura degli alvei montani e collinari dei corsi d’acqua e l’occupazione di quelli di pianura con costruzioni di ogni tipo nelle aree golenali e oltre; c) la latitanza di un piano generale nazionale di riassetto idrogeologico, di messa in sicurezza idrogeologica e sismica insieme (calcolabile oggi in 40 miliardi di euro in quindici anni): disattesa la proposta della commissione De Marchi del (1970) che chiedeva un piano da diecimila miliardi di lire suddiviso in dieci anni, addirittura disossata e devitalizzata la bella legge sui bacini idrografici nazionali e regionali (la n.183 del 1989) ad opera dei Comuni e delle Regioni, col risultato di avere Autorità di Bacino impotenti e di non aver ancora costituito le Autorità di Distretto previste dalla Unione Europea. I piani di assetto idrogeologici sono stati redatti dalle Autorità, vanno aggiornati, ed è questo il Salva Italia che ci occorre come il pane. Non lo Sblocca Italia che incentiva nuovi inutili tronchi autostradali e un’edilizia di mercato che non ha mercato…Bisogna riportare in onore la pianificazione e attuarla anno dopo anno, altrimenti tutta l’Italia viene giù fra i lamenti degli stessi responsabili, spesso, dei mille pazzeschi abusi. Ma si può spendere soldi di tutti per indennizzare degli abusivi scriteriati? Si può continuare a rincorrere disperatamente ogni emergenza per non averla saputa prevenire? Abbiamo speso sei-sette volte quello che costava nel 1970 il piano della commissione De Marchi per rattoppare, incerottare, riparare precariamente i guasti ambientali. Si può essere più imbecilli di così?

Vittorio Emiliani
dal blog della Fondazione Nenni

La memoria perduta:
Colorni e il sogno europeo

Mercoledì 24 , assistendo alla interessante, vivace presentazione del libro di un giovane ricercatore, Antonio Tedesco, su “Il partigiano Colorni e il grande sogno europeo”, maturato presso la biblioteca della Fondazione Nenni e stampato dagli Editori Riuniti, pensavo che la “damnatio memoriae” abbattutasi sul socialismo e sui socialisti italiani ha colpito, in fondo, anche Colorni. La cui figura di pensatore in chiave europea precede, nonostante la giovane età, anche quelle di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi, ma viene ad essi quasi sempre posposta nell’ideazione del Manifesto di Ventotene. Lo stesso accade, in fondo, nella Resistenza armata romana.
A ripensarci essa ebbe per protagonisti alcuni socialisti come il “maresciallo rosso” Peppino Gracceva, passato dal Pci ai socialisti dopo il patto Ribbentrop-Molotov, come Giuliano Vassalli, grande avvocato, maestro universitario e ministro, e uno dei grafici più importanti del ‘900, Sergio Ruffolo, fratello maggiore di Giorgio, rinchiuso anch’egli a Via Tasso.
In realtà la Resistenza romana viene ricordata soprattutto per l’attentato di via Rasella ad opera dei Gap, azione non concordata col CLN, ancor oggi discussa, nonostante che una sentenza del Tribunale di Milano l’abbia, anni fa, qualificato come “atto di guerra” e non come “attentato”, poiché all’esplosione delle bombe nascoste nei secchi della spazzatura seguì l’intervento armato dei dodici gappisti. Su questo episodio mi sembra fondamentale la ricostruzione realizzata dal grande giornalista Enzo Forcella per il suo libro, uscito postumo da Einaudi nel 1999, “La Resistenza in convento”.

Torno a Colorni, Gracceva, Vassalli e Ruffolo per ribadire che, per questa e per altre ragioni, il loro contributo fondamentale di socialisti alla Resistenza romana continua ad essere sottovalutato o messo in ombra un po’ per la “damnatio memoriae” che dopo Tangentopoli e la dissoluzione del Psi ha investito tutto il socialismo italiano e un po’ anche per la nostra rassegnazione a subirla.

Vittorio Emiliani
Ps: mi permetto di segnalare un altro libro, uscito anni fa, di taglio tutt’affatto diverso che riguarda Eugenio Colorni. È di Sandro Gerbi e s’intitola “Tempi di malafede” (Einaudi, 1999), storia della complessa amicizia fra l’ebreo e antifascista Colorni e l’allora fascista e razzista Guido Piovene che nel dopoguerra aderì al Pci.

dal blog della Fondazione Nenni