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Walter Galbusera

Trenord, accordi tra Regione Lombardia e Fs

trenordS’avanza un nuovo progetto per Trenord, la società che gestisce il traffico locale in Lombardia ed è controllata oggi pariteticamente dalla finanziaria quotata Fnm, di proprietà di Regione Lombardia, e da Trenitalia di Ferrovie dello Stato.

Il progetto, varato dall’allora governatore Roberto Formigoni, mirava a razionalizzare il trasporto pubblico in regione con la prospettiva di integrare anche le reti di trasporto urbano ed extraurbano di Milano con una tariffazione unica. L’idea era (e rimane) buona. Il modello di governance ha però prodotto una gestione a dir poco inadeguata. Ritardi, soppressioni di corse, pulizie scadenti, disservizi vari, hanno reso difficile la vita ai quasi 800 mila pendolari che utilizzano ogni giorno Trenord.

A questo si è aggiunto la difficoltà di garantire tanto la sicurezza ai passeggeri quanto, in primo luogo, l’incolumità al personale addetto al controllo dei biglietti, più volte vittima di aggressioni e di lesioni gravissime. E’ vero fino ad un certo punto che le ragioni del pessimo funzionamento di Trenord siano attribuibili al fatto che la suddivisione paritaria della proprietà abbia reso difficili alcune decisioni o abbia prodotto compromessi e ritardi. Il nodo centrale della questione risiede nell’insufficienza di investimenti per il materiale ferroviario e per la manutenzione della rete.

Ma le responsabilità più evidenti sono delle Ferrovie dello Stato che tutt’oggi utilizza sulle linee lombarde carrozze con un’anzianità di 30 anni mentre quelle della Regione non superano i 10 anni. E’ lecito ipotizzare che l’amministratore Fs, Renato Mazzoncini (legato al governo precedente e recentemente sostituito da Gianfranco Battisti), investisse con una certa parsimonia perseguendo l’obiettivo di un programma di rilancio solo a fronte dell’acquisizione della maggioranza di Trenord.

Questo approccio “imperialista”, (nello stesso tempo le Fs sono entrate anche nella nuova metropolitana “viola” di Milano) è apparso evidente quando Fs si è offerta di acquisire dalla Regione l’1% di Trenord in cambio di importanti investimenti. La parola d’ordine delle Ferrovie, attraverso Trenitalia, era: “Investiamo dove controlliamo”. Ora lo scenario è cambiato.

Se prima si ipotizzava una sorta di divorzio contrattato con il ritorno allo “statu quo ante 2011” delle due società., dopo le forti perplessità sollevate dai 5Stelle (che non fanno parte della maggioranza in Regione Lombardia ma che hanno gestito il cambio della guardia alle Fs che risponde al governo), ora sembra prender corpo un nuovo assetto di separazione consensuale fondato su ruoli complementari.

Alla Regione verrebbe affidato tutto il servizio regionale con l’acquisizione delle tratte ex Trenitalia mentre a Trenitalia toccherebbe il compito della manutenzione dell’intera rete. Certamente questo modello di riorganizzazione è più razionale ed incontra l’interesse delle organizzazioni sindacali che vedono attenuarsi il rischio (eventuale) di un ritorno a contratti differenziati tra Regione e Ferrovie dopo che era stato raggiunto l’ambito traguardo di un unico contratto.

Ma la questione centrale riguarda il finanziamento per il rinnovo della flotta, in particolare dei treni ex Fs che sono impiegati nelle tratte di più lunga percorrenza e, questione più delicata, le gare i tempi di consegna. I nuovi treni ordinati dalla Regione dovrebbero arrivare nel 2019, quelli delle ferrovie entro il 2023. Anche partendo dal presupposto che l’ultima ipotesi di intesa tra Regione e Fs (che dovrebbe assumersi impegni finanziari non marginali) vada in porto, i tempi di attuazione della riqualificazione del servizio da tempo promessa, soprattutto ai pendolari, potrà ragionevolmente concretizzarsi solo nel giro di qualche anno.

Il governatore Attilio Fontana e la maggioranza non possono permettersi il lusso di fallire, il trasporto pubblico regionale sarà un terreno importante su cui saranno giudicati. Per questo è fondamentale che la Regione, una volta raggiunto l’accordo definitivo con le Fs (e con il governo), avvii una efficace campagna di informazione e di “persuasione” degli utenti in cui siano indicati tutti gli atti e i tempi di realizzazione della riqualificazione del servizio. Potrebbe costituire un elemento di novità e di trasparenza individuare momenti di coinvolgimento diretto di viaggiatori e di dipendenti per raccogliere proposte e pareri, o attribuire loro un ruolo di partecipazione al governo dell’Azienda.

Per coloro che passano una parte importante della loro vita sul treno e pagano il biglietto, è fondamentale, salvo eventi eccezionali e irripetibili, la certezza del servizio e della sua puntualità e qualità. Dopo tanti rinvii e delusioni il compito non facile del nuovo management sarà quello di riconquistare la credibilità su un programma in cui la gradualità inevitabile del ricupero dell’efficienza si dimostri con la concretezza dei risultati.

Walter Galbusera
Fondazione Anna Kuliscioff

Scuola, chiamata diretta presidi: abolirla è sbagliato

15-09-15 Bologna  Primo giorno di scuola alle Federzoni  con il sindaco Merola e il preside Domenico altamura  foto eikon

 foto eikon

L’approccio al mercato del lavoro del Governo Conte, nonostante gli emendamenti al Decreto Dignità promossi dal versante Lega a causa della reazione degli imprenditori, rimane un grave errore, proprio perché si muove (al contrario di quanto sembra affermare una parte importante del sindacato e del Pd) nella direzione opposta a quella che dovrebbe seguire chi vuole favorire una crescita dei posti di lavoro complessivi e offrire un clima favorevole agli investitori. È vero che è lo sviluppo il fattore decisivo che crea posti di lavoro, ma è altrettanto realistico pensare che in una situazione di incertezza una normativa che non solo aumenta il costo del lavoro ma accresce i rischi di contenzioso giudiziario, anche se volessimo utilizzare gli occhiali del dottor Pangloss, rallenterà le assunzioni. Poiché è corretto valutare i riscontri reali bisognerà attendere i risultati statistici dei prossimi mesi con l’auspicio che, in presenza di segnali negativi, il Governo abbia il coraggio politico di porre rimedio laddove i risultati fossero diversi da quelli sperati.
C’è però una vicenda che per essere affrontata non ha bisogno di attendere le elaborazioni dell’Istat e dell’Inps, quella che riguarda l’abrogazione della chiamata diretta dei docenti nelle scuole da parte dei Presidi. Con l’intesa tra Miur e sindacati sulla mobilità per il prossimo anno è stato ripristinato il sistema delle graduatorie e quindi della prevalenza dell’anzianità di servizio rispetto alla scelta del Preside-dirigente. Al di là dello strumento giuridico più corretto da utilizzare per abrogare la norma, che non può certamente essere abolita da un accordo sindacale, rimane un aspetto culturale prima ancora che politico che attiene all’autonomia della scuola e ai suoi valori tra cui (anche) il criterio del merito e della responsabilità che dovrebbe valere per studenti ed insegnanti.
Con perfetto linguaggio burocratese, il ministero, retto dal leghista Marco Bussetti, già dirigente dell’Ufficio scolastico della Lombardia, afferma al riguardo che “l’istituto della chiamata diretta ha manifestato criticità riconducibili all’ampia discrezionalità lasciata al dirigente scolastico e alle numerose incombenze a suo carico legate all’individuazione per competenze dei docenti in un momento peraltro fondamentale per l’espletamento delle attività propedeutiche all’avvio dell’anno scolastico”. In poche parole, i Presidi avevano altro fare e per evitare “eccessi discrezionali” è meglio tornare a criteri “oggettivi e trasparenti” per l’assegnazione dei docenti agli istituti scolastici. Come se non fossero sotto gli occhi di tutti gli inconvenienti delle graduatorie utilizzate per coprire i posti vacanti. Per il ministro Bussetti sembra assodato che gli insegnanti siano tutti uguali (uno vale uno come dicono i 5stelle), l’unica differenza è l’anzianità di servizio.
Sarà forse inevitabile che un Governo che entra in carica voglia segnare le differenze con i predecessori, ma che l’offensiva contro la “Buona Scuola”, timidissimo segnale di cambiamento del Governo Renzi, si diriga contro un provvedimento che introduceva (anche) criteri di professionalità è assai più grave di un aumento dello 0,5% del costo del rinnovo di un contratto a termine. Questa decisione è un attacco più o meno consapevole al principio fondante di una moderna democrazia che ha il dovere di offrire a tutti i cittadini uguali condizioni di partenza per premiare chi, attraverso il merito e la responsabilità, potrà costruirsi le condizioni per salire la scala sociale.
L’egualitarismo assistenziale di cui soffre la società italiana è una delle zavorre principali che rallentano la crescita. Se si perpetua nella scuola forse risolverà il problema di quella parte di docenti che vedono nell’insegnamento non una missione ma principalmente un’occasione di impiego. Ma non porterà grandi vantaggi agli studenti di oggi che sono il patrimonio più importante che abbiamo per costruire il futuro.
Un’ultima ma non meno rilevante osservazione. Se fosse vero, come si sostiene da più parti, che la scelta degli insegnati da parte dei Presidi è stata viziata non da discrezionalità (il che è ovvio), ma da sostanziale incompetenza o da clientelismo, la cosa sarebbe assai più grave. Se questo fosse accertato essere il problema bisognerebbe porre al centro di una nuova riforma non solo la sostituzione di parte degli attuali Presidi, che in buona misura non risponderebbero oggi alle esigenze della scuola, ma soprattutto la formazione e la selezione meritocratica e professionale di nuovi dirigenti. Ma dal dirigente oggi Ministro Bassetti questo non si sente, anzi si organizzano i concorsi con le vecchie regole per promuovere nuovi Presidi.

Walter Galbusera
Fondazione Kuliscioff

M5S-Lega e ‘annuncite’ su pensioni e lavoro

L’analisi di Walter Galbusera su annunci e riforme in cantiere del governo su pensioni, lavoro e non solo

Anziane-pensioniIl nuovo governo 5 Stelle-Lega, che aveva suscitato preoccupazione e curiosità per la oggettiva difficoltà di far coesistere due programmi (elettorali) di governo, per alcuni aspetti divergenti se non alternativi, ha iniziato il suo lavoro con modalità asimmetriche. Da una parte c’è una dimensione, quella dell’immigrazione e dell’ordine pubblico, gestita da Matteo Salvini tutta politica e in grado di “catturare”favorevolmente l’opinione pubblica esprimendo una linea di intransigenza. Meglio ancora se ottiene qualche risultato. Qualche volta Salvini esce di strada (vaccini e uso del contante) ma questi messaggi “anomali” vengono poi lasciati cadere.

Sul fronte dell’immigrazione tutto era largamente prevedibile, anche considerato che i maggiori ostacoli alle nuove e più efficaci misure del precedente ministro Minniti sono venuti proprio dall’interno del PD e da un’ala della Magistratura. Nella maggioranza degli italiani si è radicata la convinzione che l’afflusso degli immigrati ha superato il livello di guardia e nessuna statistica, per un bel po’ di tempo, le farà cambiare idea. Le trattative in sede europea non saranno una passeggiata ma l’Italia potrà anche contare, almeno tatticamente, su una sponda americana e comunque vale l’affermazione per cui “se l’Italia ha bisogno dell’Europa, l’Europa ha bisogno dell’Italia.

Ben diversa è la situazione se entriamo nella dimensione “sociale” in cui ogni provvedimento ha un effetto concreto, sia in termini di bilancio e debito pubblico che sull’economia reale e sulle condizioni delle persone. In altri termini le competenze di Luigi Di Maio, al di là degli impegni programmatici, sono fortemente condizionate dalla realtà. Tutti si può fare ma bisogna trovare le risorse adeguate. Nessuna persona normale può pensare che il taglio dei vitalizi ai vecchi parlamentari possa fornire soluzioni credibili alla “abolizione della legge Fornero” o che qualunque forma, anche la più ardita, di condono fiscale garantisca una soluzione strutturale ad una “flat tax” che non sia accompagnata dal taglio netto di deduzioni e detrazioni.

Lo stesso “reddito di cittadinanza” si potrà tradurre solo in una limitata estensione delle attuali misure assistenziali che sono in vigore per combattere una povertà che, nonostante i segnali moderatamente positivi dell’economia negli ultimi anni, continua a crescere. Qui c’entra poco l’umore dell’opinione pubblica, contano i risultati nel breve e la volontà di realizzare forzature sui conti potrebbe essere pagata a caro prezzo mettendo a repentaglio la stessa continuità del Governo di Giuseppe Conte.

Particolarmente delicata è la questione del lavoro. Le misure annunciate danno spesso l’idea dell’improvvisazione: la questione dei “fattorini del cibo” è stata subitaneamente affidata alle parti interessate mentre i contenuti del “Decreto Dignità” oscillano fra un (ragionevole) aggravio di costi del contratto a termine e una serie di limitazioni, come causali e rinnovi (oggettivamente marginali) mentre è sorprendente l’abolizione dello “staff leasing”, (la somministrazione di funzioni di impresa con lavoratori assunti a tempo determinato) che a suo tempo era già entrato nel mirino di Nichi Vendola e della Cgil. Paradossalmente nello stesso tempo la maggioranza annuncia il ritorno dei “vouchers” aboliti dal precedente governo per evitare il referendum abrogativo promosso dalla Cgil. I ridotti margini di azione finanziaria e la sottovalutazione della complessità del mercato del lavoro, fanno sì che su queste materie si proceda un po’ come nella “Comedie de l’art”, seguendo un canovaccio e riempiendolo di novità estemporanee con cambiamenti repentini.

C’è troppa confusione ma soprattutto c’è il rischio che i provvedimenti assunti producano l’opposto dei risultati desiderati e che i volonterosi “neofiti del cambiamento” siano costretti a tornare rapidamente sulle proprie decisioni, facendo rimpiangere il passato . Se si volesse dare un segnale concreto sarebbe opportuno un forte sostegno per il rilancio della contrattazione aziendale e territoriale incentivando a questo livello sia la crescita salariale che quella occupazionale.

È nato un “governo a mezzadria” per cui non è facile trovare equilibri quasi quotidiani di compromesso politico, tanto più che i 5Stelle, la forza politica maggioritaria, devono coltivare un terreno assai poco fertile che rischia di lasciare i volonterosi contadini con un raccolto del tutto insufficiente a soddisfare il proprio elettorato. A questo si aggiunge, per entrambi i partner di governo, la urgente necessità di mettere a fuoco una strategia per il futuro dell’Europa. Sarebbe auspicabile che su questo tema si costruisse una posizione con il contributo di una larga maggioranza delle forze politiche.

Walter Galbusera
Fondazione Anna Kuliscioff

Industria italiana e l’accordo all’americana per Alcoa

AlcoaIl recente accordo dell’Alcoa, la fabbrica sarda di alluminio primario che potrebbe restituire il lavoro a quasi cinquecento persone, ha suscitato interesse per alcuni importanti novità nel panorama delle relazioni industriali italiane. L’obiettivo principale rimane quello di ridar vita a una azienda che ha attraversato un lungo e profondo periodo di crisi e deve oggi ritrovare la competitività per tornare sul mercato. Il fatto che sia stata acquisita da una importante multinazionale svizzera (che non è propriamente un’associazione di benefattori) è condizione necessaria ma non sufficiente.

L’ingresso contestuale del soggetto pubblico Invitalia nel capitale sociale della newco è un altro segnale che la strada della rinascita non è priva di ostacoli. C’è da mettere in conto un periodo non breve e impegnativo in cui i dipendenti dovranno “scambiare” stabilità di impiego e sicurezza con una efficiente e flessibile organizzazione del lavoro e retribuzioni in parte legate anche alla produttività e alla redditività d’impresa, dando per scontato il ricorso a periodi di cassa integrazione. Fin qui il percorso è comune a tutte le vicende di tentativi, alcuni brillantemente risolti, di uscita da una crisi aziendale.

Le novità sono il presumibile assetto duale della nuova società con un consiglio di amministrazione (cui compete la gestione) e un consiglio di sorveglianza (cui vengono conferiti i poteri di indirizzo strategico e di controllo della gestione). In quest’ultimo organismo verrebbe garantita la presenza di un rappresentante di dipendenti. Questo è il modello tedesco della “Mitbestimmung” che viene tradotto non del tutto propriamente in “cogestione”, che in Germania si applica alle grandi imprese, riconoscendo ai lavoratori (e al sindacato) una presenza paritetica nel consiglio di sorveglianza. Ciò che ha suscitato i dubbi della Cgil è in particolare la proposta di riconoscere il 5% del capitale ai dipendenti. Oggi il valore della società è presumibilmente minimo, anzi dovrà essere ricapitalizzata, ma c’è lo spazio per riconoscere a prezzo simbolico ai dipendenti una quota di proprietà. È vero che è una scommessa sul futuro, ma l’accordo è stato raggiunto proprio per far rinascere l’Alcoa. Se l’obiettivo sarà raggiunto il valore di queste azioni crescerà di molto, ma questo sarà anche il frutto del lavoro e dei sacrifici dei dipendenti.

Su Start Magazine, Angela Lupo ha richiamato il modello americano degli ESOP che è sostanzialmente simile a quello che si vuol adottare in Alcoa, spiegandone bene il funzionamento. Negli Usa sono parecchi milioni i lavoratori interessati a questa formula e quasi un milione ha il controllo totale della società di cui sono dipendenti. Non sempre questi tentativi hanno successo, talvolta si incontra un nuovo fallimento ma talvolta i lavoratori, se lo vogliono, vendono le proprie azioni con guadagni notevoli. Ma cosa ci sarebbe da perdere nel caso di Alcoa, dove oggi l’obiettivo principale è quello di creare un lavoro stabile? Riemerge l’ostilità della Cgil a concepire l’impresa come una realtà in cui convivono forti interessi comuni tra capitale e lavoro. Sopravvive la vecchia concezione antagonista, oggi più “marziana” che di “marxiana” memoria. Anche la risposta di Calenda lascia dei dubbi. Perché il valore (eventuale) futuro delle azioni dei dipendenti dovrebbe essere utilizzato in attività sociali? Lasciamo la scelta ai lavoratori azionisti. Su una cosa però ha ragione la Cgil, quando invita a estendere il modello tedesco a tutto il sistema delle imprese. Questo appello dovrebbe essere raccolto dal Ministro Calenda, per far entrare questo argomento, la “Mitbestimmung” (e mi permetto di aggiungere anche una legislazione sugli ESOPs) nel dibattito tra le forze politiche come scelta programmatica di una maggioranza di (futuro) governo.

Walter Galbusera
StartMarg

Perché il futuro di Maroni in Lombardia è nelle mani di Salvini

Le prossime elezioni in Sicilia e il (non) dibattito sulla legge elettorale non scaldano molto i motori in vista del rinnovo della presidenza e del consiglio regionale della Lombardia, ma cominciano a delinearsi con maggior chiarezza i contorni delle candidature e delle alleanze. Il quadro è reso più complesso dagli equilibri nazionali, ancora incerti sia sul versante del centrodestra che su quello del centrosinistra.

La candidatura di Roberto Maroni, che potrebbe essere indebolita da una ipotetica condanna in primo grado per un viaggio, peraltro mai effettuato, di una collaboratrice al tempo di Expo 2015, è sulla carta favorita ma quella del suo probabile avversario, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, non è affatto da sottovalutare. Il bilancio della gestione regionale di Maroni non è esente da limiti e, soprattutto, dalla mancanza di un progetto identitario di ampio respiro ma non è segnato da vicende tali da creare una reazione di rigetto da parte dell’elettorato.

La Lombardia, come Milano, non è priva di criticità ma è una realtà in grado di garantire, a prescindere dalle maggioranze di governo, un livello di efficienza accettabile. La sanità, pur scossa da episodi non edificanti e da difficoltà di implementazione delle misure assunte per un sistema integrato di cura per le situazioni di maggior fragilità, come quella degli anziani, mantiene una qualità di prestazioni superiore al resto del Paese.

Le maggiori difficoltà di carattere strutturale si registrano nella rete dei trasporti ferroviari interprovinciali (qui si fanno sentire anche i ritardi nella realizzazione della Pedemontana) e in particolare coinvolgono spesso la massa dei pendolari che gravitano sulla “Grande Milano”. La gestione del mercato del lavoro ha dato risultati positivi, soprattutto sul terreno fondamentale delle politiche attive. La rivendicazione di uno Statuto speciale per la Lombardia e soprattutto di una maggior disponibilità di risorse nei confronti dello Stato centrale – che si sostanzia in un referendum (peraltro privo di effetti concreti immediati) – è certamente condivisa dalla grande maggioranza dei cittadini lombardi e sarà votata, con i necessari distinguo, anche da una parte consistente dell’opposizione.

In questo caso il successo politico del governatore sarà misurato dalla percentuale di votanti che si recheranno alle urne. Ma questo conferma che nelle realtà più “normali” esistono, come è logico che sia, anche significative convergenze tra le maggiori forze politiche. Per questo sarebbe assai positivo se il confronto elettorale avvenisse sulle cose concrete da fare, sui temi della sanità e dell’assistenza, del trasporto dove è necessario procedere alla realizzazione di un sistema integrato pubblico-privato non solo tariffario che coinvolga anche i grandi centri urbani, sull’edilizia popolare che richiede assieme al reperimento di nuove risorse anche un coordinamento e una efficace razionalizzazione degli interventi della regione e dei comuni.

La recente vicenda delle vaccinazioni obbligatorie, che è stata gestita da Maroni con equilibrio rinunciando a quello che sarebbe stato una incomprensibile conflitto di poteri con lo Stato, ha fatto però emergere un atteggiamento opposto dal segretario della Lega Matteo Salvini che ha messo in luce la volontà di affermare una linea di ostilità totale al governo al di là dei contenuti e senza preoccuparsi troppo di come la pensano gli alleati, a partire da Silvio Berlusconi. Non è la prima volta che ciò accade.

Questo vuol dire che l’obiettivo principale di Salvini è solo quello di conquistare la maggioranza di voti nel’ambito di una futura alleanza per poter esprimere il candidato primo ministro. Insomma o tutto o niente ma, se così stanno le cose, vuol dire che la conferma di Maroni alla guida della Lombardia per Salvini è certo un fatto importante ma non prioritario. A questo punto diventa problematico pensare che una coalizione moderata in Lombardia che per avere buone probabilità di vincere dovrebbe contenere, oltre a Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, gli alfaniani e lo stesso Stefano Parisi con Energie per l’Italia, possa essere considerata una vicenda indipendente dalle alleanze che si presenteranno alle elezioni politiche, magari tenute lo stesso giorno di quelle regionali.

Non è che lo schieramento di centro sinistra se la passi benissimo, ma è quello che, almeno in Lombardia, ha meno da perdere. Soprattutto Giorgio Gori è diverso dai candidati di bandiera espressi dal centrosinistra negli ultimi vent’anni. Il fatto che lo stesso Gori abbia dato un giudizio equilibrato delle passate gestioni di Roberto Formigoni, riconoscendone anche i meriti, sia stato violentemente attaccato dalla sinistra radicale che ha preteso e ottenuto le primarie per la scelta del candidato, lo mette in luce come un soggetto propositivo che fa dei contenuti la linea politica discriminante. Inoltre viene da una esperienza di governo a Bergamo, una delle città più importanti e meglio amministrate della Lombardia. Le primarie, una volta evitata una candidatura separata della sinistra di Massimo D’Alema, non dovrebbero essere per lui un grande problema.

La partita è aperta ma non si gioca solo in Lombardia.

Walter Galbusera
Presidente Fondazione Anna Kuliscioff
LeFormiche.net

La giunta Sala si divide
su esercito e sicurezza

Il commissario Expo Giuseppe Sala a Milano in occasione dell'incontro "Expo Milano 2015: le ragioni del successo", 16 dicembre 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

Il commissario Expo Giuseppe Sala a Milano in occasione dell’incontro “Expo Milano 2015: le ragioni del successo”, 16 dicembre 2015.
ANSA / MATTEO BAZZI

Il referendum del 4 dicembre, quale che ne sia l’esito, produrrà effetti significativi nel quadro politico italiano senza risparmiare i governi di regioni e comuni. Nulla è scontato ma sembra prevalere, in caso di vittoria del No, la tendenza a evitare immediate elezioni politiche per non correre il rischio di un successo dei grillini, che scompiglierebbe il gioco delle forze politiche tradizionali.
Detto ciò non sono per nulla da escludere cambiamenti importanti a livello locale che spesso anticipano nuovi equilibri nazionali. Esplodono già le contraddizioni e i contrasti interni al centrodestra e al centrosinistra. Il fu Popolo della Libertà si è ormai liquefatto anche per effetto della rivendicazione di Matteo Salvini ad assumerne la guida con una connotazione lepenista. Che appare ai più una scelta minoritaria priva di grandi prospettive. Berlusconi, al momento occupato principalmente a succedere a sé stesso, avrebbe d’altra parte interesse a rientrare in gioco come al tempo del Nazareno. Certo – in caso di vittoria del Sì – sarebbe inutile accorrere in soccorso del vincitore, ma se fosse bocciata la riforma costituzionale garantire a Renzi una tregua, magari per fronteggiare una emergenza indotta dall’impennarsi del ben noto spread, potrebbe portargli interessanti dividendi politici.
Ma il leader indiscusso di Forza Italia sembra voler tenere i piedi in due staffe riconoscendo a Salvini lo status di alleato permanente di una coalizione destinata perdere fatalmente il voto dei moderati. Le ferite aperte dalla campagna referendaria rendono impossibile pensare ad un governo di unità nazionale, ma non è improbabile che si assista alla nascita di nuovi equilibri nelle amministrazioni locali che vedono protagoniste le aree politiche di centrodestra e di centrosinistra a vocazione di governo.
La vicenda del comune di Padova è un antipasto robusto di questo scenario e non dobbiamo dimenticare che ormai va delineandosi il posizionamento delle candidature per il rinnovo di alcuni consigli regionali tra cui la stessa Lombardia. E’ evidente che in questo quadro la scelta strategica di Salvini metta fortemente a rischio la posizione di Maroni (e in prospettiva quella di Toti nel qual caso è più corretto parlare di tentato suicidio politico) non lasciando del tutto tranquillo neppure il più solido Zaia. Qualche avvisaglia viene anche da Venezia dove l‘astuto sindaco di centrodestra Brugnaro, nel corso di un pubblico confronto con Beppe Sala sul referendum, si è portato avanti annunciando pubblicamente il suo appoggio alla causa del Sì (i maligni sottolineano che come Sindaco potrebbe diventare membro del nuovo Senato), attirandosi le ire di Salvini. E non è un caso che in laguna aleggi l’ipotesi di un rimpasto di maggioranza (e di giunta) con l’uscita della Lega e l’ingresso di esponenti renziani.
Ma il discorso vale, seppur in termini diversi, per una città saldamente in mano al Pd come Milano. Nella maggioranza e nella giunta oggi si confrontano in punta di fioretto due schieramenti: quello di chi, in un’ottica riformista, guarda ai risultati concreti che una qualunque amministrazione deve ottenere, e quello di chi, invece, vorrebbe mantenere un profilo ideologico-pedagogico dedito all’affermazione di una identità di sinistra. Ad esempio emergono alcune serie contraddizioni se si confrontano le posizioni del sindaco e di alcuni assessori sull’utilizzo esteso delle telecamere o sull’impiego dell’esercito per combattere la criminalità e garantire la sicurezza.
Da una parte si vogliono diffondere questi strumenti in città adottando le tecnologie più avanzate per una svolta digitale nella sicurezza e si chiede di utilizzare anche l’esercito, come hanno fatto lo stesso Sala e l’assessora Rozza. Dall’altra parte invece molti – tra cui la vicesindaca Scavuzzo – sostengono che la presenza dei militari produca una sensazione di “deriva totalitaria”: in questo senso si giudica diseducativo utilizzare le telecamere negli asili nido e nelle scuole, perché verrebbe meno il legame di fiducia con gli educatori.
La maggioranza di Sala, sia pur caratterizzata da una gestione day by day, è oggi sufficientemente solida per non incorrere in gravi incidenti di percorso. Anzi, il comune di Milano è oggi l’istituzione più forte in Lombardia giacché il governo regionale vivacchia stretto tra l’attivismo di Matteo Salvini che vuol dare alla Lega una nuova identità nazional-populista antieuropea e una fastidiosa vicenda giudiziaria ancora aperta che provoca qualche pensiero al governatore Maroni. D’altro canto anche le vicende giudiziarie di Expo – che sembravano destinate all’archiviazione – sono tornate sotto i riflettori per l’intervento della procura generale che ha tolto la pratica ai pm.
Dopo il referendum qualche carta potrebbe essere rimescolata aprendo delicate questioni di equilibrio politico anche nel Pd. Questa è la ragione di fondo per cui il sindaco di Milano ha tutto l’interesse a tessere una solida rete di rapporti costruttivi con quella parte di opposizione disponibile al confronto, che potrà essere molto utile nell’immediato futuro.

Walter Galbusera
Formiche.net

Sicurezza. Se 100 morti
in più vi sembran pochi …

Lavoro vittime mortiGli infortuni sul lavoro sono in calo, ma non è così per i casi mortali che, dati aggiornati a fine ottobre in base alle denuncia arrivate all’Inail, sono circa 100 in più rispetto allo stesso periodo del 2014. L’Istituto ha aggiunto che è in corso uno studio per appurare e comprendere le cifre. Nell’annunciare l’addio alla magistratura il procuratore della Repubblica di Torino, Raffaele Guariniello, uno dei simboli della lotta contro gli infortuni sul lavoro e per la tutela dell’ambiente, ha lanciato un allarme “perché nei primi dieci mesi del 2015 gli incidenti mortali sul lavoro sono aumentati del 15% “.


Come migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro
di Walter Galbusera

Nell’annunciare l’addio alla magistratura il procuratore della Repubblica di Torino, Raffaele Guariniello, uno dei simboli della lotta contro gli infortuni sul lavoro e per la tutela dell’ambiente, ha lanciato un allarme “perché nei primi dieci mesi del 2015 gli incidenti mortali sul lavoro sono aumentati del 15% “.

Tale monito dovrebbe essere raccolto senza indugio, in primo luogo dal mondo del lavoro. In effetti mentre l’andamento delle denunce di infortunio continuano a calare da molti anni nel nostro Paese, per gli infortuni mortali si registra quest’anno una macroscopica inversione di tendenza.

Nei primi dieci mesi del 2015 i morti “in occasione di lavoro” sono stati 729 a fronte dei 628 dello scorso anno con una crescita del 16,1%, una differenza di 101 persone. Se si vogliono prendere in considerazione quelli che l’Inail definisce infortuni mortali “in itinere”, che avvengono nel percorso da e per il luogo di lavoro bisogna aggiungere 205 morti per i primi dieci mesi dell’anno scorso e 259 per l’anno in corso.

Il totale dei decessi è cresciuto in questo periodo in un solo anno del 18,6%, da 833 a 988. Considerato che nella statistica mancano gli ultimi due mesi si può dire che per le morti bianche il 2015 è l’anno del ritorno al passato con una media di 2 o 3 decessi al giorno a seconda che si considerino o meno gli incidenti stradali mentre ci si reca o si torna dal lavoro. E’ evidente che le due tipologie richiedono interventi differenti e che sono i morti sul lavoro a destare il maggior allarme sociale. Pur sottolineando le principali responsabilità di imprenditori e governo, bisogna anche riconoscere che purtroppo le risposte ( e soprattutto le proposte) che vengono dal sindacato non sono efficaci e spesso si esauriscono in azioni di protesta che non lasciano il segno.

Certo è difficile imporre concretamente la priorità della sicurezza sui luoghi di lavoro in un momento di crisi dove dilaga la concorrenza sleale e la stessa sensibilità dei lavoratori è messa a dura prova per il rischio di perdere il lavoro. Ma non è accettabile che i morti sul lavoro finiscano nell’elenco delle varie richieste che il sindacato diffonde periodicamente come agenda dei lavori con il Governo. Occorre anche informare l’opinione pubblica con iniziative diffuse nel territorio, tanto efficaci quanto prive di disagio nei confronti dei cittadini.

Il tema della sicurezza intesa come ordine pubblico è stato affrontato in primo luogo con una maggior presenza delle forze dell’ordine e con una diffusione capillare di telecamere. I problemi non sono risolti ma questi strumenti si sono rivelati efficaci. Non si capisce davvero perché il sindacato non faccia una battaglia senza quartiere per introdurre, anche utilizzando il Jobs Acts, telecamere di controllo in tutti i luoghi di lavoro. Ciò costituirebbe uno strumento di sicura efficacia per spingere i datori di lavoro, di fronte al rischio di prove inoppugnabili, ad un maggiore rispetto delle regole in materia di sicurezza.

Walter Galbusera
da formiche.net

Dopo il Colosseo, ci sono norme da rivedere

La chiusura del Colosseo ai turisti a causa di un’assemblea sindacale, peraltro regolarmente comunicata agli uffici ministeriali, ha portato venerdì scorso all’approvazione di un decreto Legge da parte del Consiglio dei Ministri con cui si applicano ai Beni culturali le regole che disciplinano l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali.

Del disagio provocato agli incolpevoli turisti non si può però far carico ai sindacati, che nella fattispecie hanno rispettato le regole in vigore, ma a un apparato burocratico ministeriale inadeguato che non è in grado di garantire un’informazione tempestiva a visitatori che pagano il biglietto. Per di più si potrebbe aggiungere che l’assemblea discuteva del mancato pagamento dello straordinario maturato nei mesi precedenti. Se così fosse non dovremmo un attimo riflettere su uno dei principi più importanti del diritto che per i romani era: “Inidadimplenti non est adimplendum”?

Fermo restando che i lavoratori debbono essere pagati puntualmente, la questione di  fondo risiede nel definire cosa sia un servizio pubblico essenziale. Il concetto è inevitabilmente molto ampio ma la discriminante non può che essere in un complesso di attività che vengono prestate direttamente a un singolo o a una collettività e che attengono i principali aspetti della vita, (sicurezza, cura e assistenza, istruzione, trasporto, informazione, telecomunicazioni, energia, raccolta e gestione dei rifiuti, ma anche fruizione dei beni culturali, adempimento di ogni tipo di pratica burocratica e quant’altro si volesse aggiungere).

In premessa dovrebbe essere sancito il principio che chiunque sia alle dirette dipendenze di un soggetto di natura pubblica svolge per definizione una servizio pubblico essenziale. Se ciò non fosse sarebbe opportuno che l’attività venisse affidata a una società, anche pubblica, ma di diritto privato. Nello stesso tempo tutti i soggetti imprenditoriali di natura privata, svolgenti funzioni che rivestono il carattere di servizi pubblici, sono tenuti (come già accade oggi) a rispettare le stesse regole.

La decisione assunta venerdì dal governo avrebbe già dovuto essere presa pochi mesi fa, all’indomani delle sconcertanti vicende di Pompei, quelle sì oggettivamente attribuibili alle responsabilità di alcuni sindacati. Meglio tardi che mai, anche se è auspicabile che questo provvedimento venga seguito da misure di valorizzazione del patrimonio archeologico, artistico e culturale che sappia coinvolgere i lavoratori del settore e da una accresciuta capacità di gestione e di comunicazione, anche utilizzando l’attività del volontariato che spesso viene vista con freddezza.

Ma in tema di applicazione dell’articolo 40 della Costituzione molto rimane da fare, in particolare deve ancora essere sciolto con chiarezza il nodo della natura e della titolarità del diritto di sciopero, che non può che appartenere ai lavoratori che lo esercitano attraverso modalità collettive.

Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, aveva annunciato mesi fa un intervento all’indomani di uno dei tanti episodi nel trasporto che avevano procurato gravissimi disagi ai cittadini, poi non se ne è fatto nulla. Forse si aspetta un’altra clamorosa vicenda (senza il “morto”, metaforicamente ed auspicabilmente parlando, in questo Paese non si decide mai nulla) oppure si preferisce seguire il corso parlamentare del progetto di legge Ichino, che costituisce comunque una proposta organica e coerente di applicazione delle norme costituzionali.

Walter Galbusera

Marchionne-metalmeccanici
sciopero alla tedesca

L’accordo appena sottoscritto tra la FCA di Sergio Marchionne e i sindacati metalmeccanici italiani, ad esclusione della Fiom-Cgil, contiene un capitolo che potrebbe archiviare decenni di dottrina, giurisprudenza e prassi contrattuali in cui si è sempre affermato e praticato il principio dello sciopero come diritto del singolo e non come diritto, certo in capo al lavoratore, ma esercitato in forma collettiva.

Dallo sciopero inteso come mero diritto individuale discendono  gli innumerevoli episodi che, in particolare nel trasporto pubblico, hanno provocato non pochi disagi alla parte più debole della cittadinanza.

In una dimensione europea il nuovo accordo si avvicina di molto alle regole tedesche che   richiedono il consenso della maggioranza dei lavoratori, attraverso un referendum, per la proclamazione di uno sciopero.

Per la prima volta in un accordo sindacale italiano si afferma come regola che la dichiarazione di sciopero per ragioni aziendali è affidata ad un consiglio di sindacalisti “interni”, designati dalle organizzazioni sindacali firmatarie sulla base della rappresentanza effettiva di ciascuna di esse.

In ogni realtà produttiva nasce una sorta di “parlamentino” a cui le organizzazioni sindacali firmatarie affidano la gestione piena dei rapporti in azienda attraverso decisioni, a partire dallo sciopero, che vengono assunte dalla maggioranza assoluta dei componenti.

L’accordo, che nasce su un approccio di natura partecipativa nella convinzione che l’impresa accomuni forti interessi tra lavoratori e proprietà,  lega una parte importante delle dinamiche salariali ai risultati economici, individua procedure di raffreddamento per prevenire e risolvere i conflitti, procedure di conciliazione e di arbitrato, nonché sanzioni nei confronti dei soggetti firmatari inadempienti.

Dopo le recenti vicende del trasporto pubblico in alcune grandi città, il ministro dei trasporti Del Rio aveva sostenuto la necessità, fermo restando la garanzia dei livelli di servizio essenziali, di sottoporre al parere favorevole della maggioranza dei  lavoratori  la decisione di scioperare.

Alle parole non hanno seguito i fatti. Può essere che il Governo abbia altro di cui occuparsi. Ma a questo accordo (che non riguarda certo un’azienda di pubblico servizio , dovrebbero guardare con grande interesse anche  tutti coloro che sono convinti della urgente necessità di spostare l’asse della contrattazione a livello aziendale per favorire la crescita, e l’occupazione, restituendo nello stesso tempo al sindacato quella che si definiva un tempo il ruolo di “autorità salariale”.

Senza dimenticare che tutto questo è l’avvio del percorso per attuare gli articoli 39 ,40 ,46  di una Costituzione che pur essendo la “più bella del mondo” è amata fino ad un certo punto anche dai suoi più accaniti sostenitori.

Walter Galbusera
da formiche.net

Servizi pubblici, per lo sciopero
ci vuole un referendum

Il ministro Del Rio intervistato dal “Messaggero” il 30 aprile ha dichiarato che decisioni come lo sciopero dei trasporti in una città debbano riscuotere il consenso della maggioranza dei lavoratori, come da tempo capita in Germania. Considerazioni del tutto condivisibili perché nei servizi pubblici la natura del conflitto va al di là di un confronto circoscritto tra datore di lavoro (il più delle volte soggetto pubblico o comunque soggetto a discipline pubbliche) ed i lavoratori interessati, giacché produce negativi effetti collaterali sull’intera collettività, in particolare sulle fasce più deboli. Non a caso una saggia tradizione vorrebbe che il sindacato spiegasse con chiarezza ai cittadini, scusandosi dei disagi, le ragioni della protesta.
Ciò anche per fare indiretta pressione sull’opinione pubblica, sulla politica e sugli amministratori ai quali toccherebbe comunque la responsabilità di una corretta gestione delle aziende. Gli scioperi nei servizi pubblici debbono seguire specifiche procedure, peraltro condivise con le organizzazioni sindacali. Queste regole (vanno dalle procedure di raffreddamento alla fasce orarie di garanzia, dai servizi minimi essenziali a veri e propri periodi di moratoria. Ma, essendo il diritto di sciopero riconosciuto di fatto non solo alle organizzazioni sindacali ma anche ai singoli lavoratori e in presenza di una patologica frammentazione della rappresentanza, la “regolamentazione” (seppur accettata dalla grande maggioranza delle organizzazioni sindacali) non dà sempre i risultati sperati. Per forza di cose più efficace si rivela, nelle situazioni di emergenza, la precettazione.
Per correggere le contraddizioni esistenti occorre sciogliere il nodo della natura del diritto di sciopero. Si tratta di un diritto soggettivo, tutelato in via assoluta, o piuttosto di un diritto individuale che deve essere esercitato collettivamente, presupponendo la ricerca del consenso da parte di coloro che ne sono titolari per esercitare insieme tale diritto? Dove esiste un forte pluralismo conflittuale c’è una ragione in più di far decidere lo sciopero per via referendaria dalla maggioranza dei lavoratori interessati. Così come è pacifico che la maggioranza dei lavoratori decida se accettare o respingere una ipotesi di accordo contrattuale. Purtroppo, in presenza di autorevoli e agguerrite schiere di difensori del principio dello sciopero come diritto individuale “costituzionalmente protetto”, dovremo rassegnarci al ripetersi delle recenti vicende del trasporto urbano nelle città metropolitane. L’obiettivo di cambiamento (coraggioso) che sembra porsi il Ministro Del Rio, è una sfida ben più impegnativa di quella dell’articolo 18.

Walter Galbusera
da Libertates