giovedì, 17 Ottobre, 2019

Brasile, le prove del ‘complotto giudiziario’ contro Lula

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Una ‘mani pulite’ in versione verdeoro, di questo si tratterebbe. Uno dei più grandi scandali giudiziari mai visti prima, in cui a un presidente, in questo caso Lula, è stato impedito di poter partecipare alle lezioni, grazie a una macchina del fango e ad accuse infondate e manovrate da quello che ora è non a caso il Guardasigilli del neopresidente Bolsonaro. Tanto che sulla base di questi nuovi elementi il Supremo Tribunale del Brasile (Stf), massimo organo giudiziario del Paese, riprenderà il dibattito sulla richiesta di scarcerazione dell’ex presidente.
Secondo quanto emerge da una mole di documenti riservati, mail, discussioni in chat private, foto, filmati parzialmente pubblicati da The intercept, il sito di notizie fondato da Glenn Greenwald, l’uomo che aiutò Edward Snowden a svelare il sistema di sorveglianza globale messo in piedi dall’intelligence degli Stati Uniti, il giudice Sergio Moro, che prima di diventare ministro nel governo di Jair Bolsonaro, ha maneggiato l’inchiesta che portò Lula a una prima condanna nel 2017,
e avrebbe messo in atto, una serie di “comportamenti non etici e inganni sistematici” nel corso dell’inchiesta denominata “Autolavaggio”, pur affermando privatamente insieme ad altri magistrati “dubbi circa gli indizi per stabilire la colpevolezza di Lula”.
Tutto questo con l’obiettivo di tenere fuori l’ex presidente dalla competizione elettorale.

Dai dialoghi risulta evidente un lavoro congiunto tra pubblica accusa e giudice, contrario ai princìpi del diritto penale. Un’assurda collaborazione tra pm e giudice, cioè tra il capo del pool di Curitiba, la procura federale, il giurista Deltan Dallagnol e Sergio Moro, il quale ha emesso le condanne per Lula e decine di altri politici e imprenditori.
“Siamo di fronte al più grande scandalo della storia” del Brasile, ha scritto su Twitter l’ex ministro dell’Educazione del Governo Lula ed esponente del PT Fernando Haddad che potrebbe avere ragione se verranno confermati i dettagli delle conversazioni emerse, come quella che fa dubitare il procuratore capo Deltan Dallagnol, di due “elementi chiave nell’inchiesta su Lula: se l’appartamento avuto come tangente sia effettivamente suo e se lui stesso abbia davvero qualcosa a che fare con lo scandalo Petrobras”.

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