sabato, 20 Luglio, 2019

Brexit, domani si vedrà, ma resta l’impasse

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Michel Barnier, il capo negoziatore dell’Ue per la Brexit, dopo le votazioni di ieri sera a Westminster, ha detto: “Se il Regno Unito vuole ancora lasciare l’Ue in modo ordinato, l’accordo di divorzio è e resta l’unico modo. Abbiamo sempre detto che possiamo accettare un’unione doganale o una relazione sul modello Norvegia. La dichiarazione politica può essere adeguata. Se i Comuni non votano a favore nei prossimi giorni, restano solo due opzioni: un ‘no deal’ o un posticipo più lungo dell’uscita. Una Brexit senza accordo “non è mai stato il nostro scenario preferito. Ma i 27 ora sono pronti. Diventa ogni giorno più probabile. Essere preparati ad uno scenario di ‘no deal’ non significa che non ci saranno disagi. Non andrà tutto liscio. Ci saranno problemi. Essere pronti significa che tutti i problemi previsti dovrebbero essere gestibili per l’Ue”.
Guy Verhofstad, il coordinatore del Parlamento europeo sulla Brexit, dopo la bocciatura da parte dei deputati britannici delle quattro alternative all’accordo con la Ue presentate da Theresa May, ha scritto: “La Camera dei Comuni ha di nuovo votato contro tutte le opzioni. Una hard Brexit diventa quasi inevitabile. Mercoledì il Regno Unito avrà l’ultima possibilità di rompere lo stallo o di affrontare l’abisso”.

Non c’è stata nessuna maggioranza trasversale in Parlamento sulle alternative al pluri-bocciato accordo sulla Brexit di Theresa May. Lo spettro di un divorzio no deal è sempre più vicino per il Regno Unito. Il Parlamento di Westminster ha fallito ieri sera, per la seconda volta in pochi giorni, la sfida al governo alla ricerca del compromesso perduto, sullo sfondo di una partita a tempo ormai quasi scaduto, avvolta dalle nebbie d’un caos politico e istituzionale che non si dirada. Così, l’impazienza dell’Ue e del business è diventata sempre più irritata.
L’ultimo appello del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, non ammetteva equivoci. L’ex primo ministro lussemburghese da Saarbruecken, notando come mancassero appena una decina di giorni alla scadenza del rinvio concesso dai 27 a Londra fino al 12 aprile, ha esclamato: “Una sfinge è un libro aperto a paragone del Parlamento britannico”. Juncker ha invocato almeno un sì a una qualsiasi proposta. Un sì che i deputati di Westminster non sono stati tuttavia in grado di esprimere sulle loro 4 opzioni superstiti di piano B, dopo il nulla di fatto della settimana passata, in un intrico di ostruzionismi e veti incrociati. Le mozioni in pole position favorevoli a una Brexit più soft, sostenute dall’intera opposizione laburista e da una fetta significativa di Tory moderati, sono rimaste sotto le aspettative. La prima, mirava a lasciare Londra nell’unione doganale a costo di rinunciare a futuribili accordi di libero scambio autonomi con Paesi terzi come quello che l’amministrazione Usa di Donald Trump, si è fermata a soli 3 voti della maggioranza (273 contro 276), ma comunque sotto. La seconda, che raccomandava l’uscita dall’Ue, ma non dal mercato unico, ha fatto peggio (meno 21) tanto da indurre il suo promotore, il deputato conservatore dissidente Nick Boles, ad annunciare l’addio al partito della May.

Niente da fare nemmeno per le altre due proposte, che puntavano a un vero e proprio rovesciamento del risultato referendario del 2016: la prima (appoggiata pure dal leader del Labour, Jeremy Corbyn, ma non da alcune decine di deputati laburisti eletti in collegi pro Brexit), in favore di un secondo referendum, ha avuto un buon numero di sì (280), ma anche di no (292), con uno scarto negativo di 12 seggi; mentre l’ultima, che reclamava al Parlamento addirittura la potestà di revocare con un singolo voto di maggioranza l’artico 50 e di congelare la Brexit ‘sine die’ come alternativa al no deal, è stata battuta nettamente con 101 voti di gap. Ora è proprio il no deal, epilogo di default nel caso in cui una qualunque intesa non ricevesse l’approvazione formale, come ha ricordato all’aula dopo il flop il ministro per la Brexit, Stephen Barclay, il traguardo più probabile. Un traguardo auspicato a gran voce dai brexiteer, divenuti di fatto maggioranza nel gruppo Tory come testimoniato dalla lettera firmata da oltre 170 deputati in cui si chiede a Theresa May che la Gran Bretagna esca a questo punto dall’Ue il 12 aprile ‘con o senza accordo’.
Soluzione quest’ultima che la premier non sembra escludere più del tutto, ma spera ancora di poter aggirare aggrappandosi alla speranza di strappare domani un quarto voto sul proprio accordo, come ha sostenuto Barclay. Magari in ballottaggio con il piano B sull’unione doganale, stando alla controproposta di Corbyn. E in ogni caso con in mano la spada della minaccia delle temute elezioni anticipate. Il governo, del resto, appare troppo diviso anche per ordire una congiura immediata contro la premier. Come dimostra la guerra aperta fra alcuni ministri e notabili, dal titolare della Giustizia, David Gauke, al chief whip Julian Smith, orientati oramai pubblicamente ad accettare una Brexit morbida se non altro per ragioni di ‘aritmetica parlamentare’; e altri colleghi (a partire dal vecchio euroscettico Liam Fox) pronti a gridare al ‘tradimento’ e a ipotizzare dimissioni di massa. Mentre alla City e nel mondo economico l’allarme si tinge di panico, ma anche di collera. Con la compagnia aerea EasyJet che crolla in borsa per le incertezze dei prossimi mesi; le scorte degli importatori che si moltiplicano; e Juergen Maier, ceo di Siemens Uk, che sollecita un soprassalto di realismo a un Paese divenuto ‘lo zimbello’ d’Europa.

Dopo il no dei Comuni alla ‘Soft Brexit’, la premier ha riunito il governo nel disperato tentativo di salvare la sua versione di accordo sul divorzio dall’Ue. I ministri si incontreranno per una riunione di governo politica, assenti i funzionari, della durata prevista di tre ore: sul tavolo le opzioni aperte al momento, quella di un no deal, un’uscita senza accordo il 12 aprile, di nuove elezioni politiche, di un secondo referendum. Seguiranno due ore di discussione sugli affari correnti.
Stando alle anticipazioni del ‘Times’, il cancelliere dello scacchiere Philip Hammond esorterà il governo a formulare una propria proposta di compromesso o in alternativa ad ammettere che il parlamento ha fallito e decidere a questo punto di sottoporre la questione un’altra volta agli elettori con un referendum, perché il partito e il Paese non si possono permettere nuove elezioni.
Hammond ha già definito recentemente un secondo referendum ‘una proposta perfettamente coerente che merita di essere presa in considerazione’. May potrebbe infine decidere di presentare ai Comuni per la quarta volta il suo piano, già bocciato in tre precedenti occasioni, legandolo questa volta ad un voto di fiducia sul governo, definita da molti parlamentari un’opzione ‘kamikaze’.
Un portavoce di Downing street, nel briefing alla stampa mentre il governo May è ancora riunito per decidere sui passi da fare, ha detto: “Ad ogni modo il governo continua a credere che un’uscita con un accordo sia nell’interesse migliore del Paese”.
Non mancano, comunque, le preoccupazioni sulle ricadute economiche della Brexit. In una nota dell’Istat pubblicata oggi, si legge: “Nell’orizzonte di previsione l’economia dell’area euro è prevista continuare a crescere a ritmi moderati sostenuta dagli incrementi, di intensità simile, di consumi e investimenti. L’inflazione annua assumerà un profilo meno dinamico rispetto all’anno precedente, condizionata dal calo dei prezzi dell’energia. L’attuale scenario di previsione è caratterizzato da prospettive per lo più soggette a rischi al ribasso a seguito di possibili inasprimenti dei conflitti commerciali e una eventuale “hard-Brexit”.
Dal momento che i parlamentari del Regno Unito non riescono a decidere sulla Brexit, è auspicabile che gli inglesi possano decidere le loro sorti con un secondo referendum. Riuscirà Hammond nella nobile impresa?

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