domenica, 15 Settembre, 2019

Brexit: la May chiede il rinvio e si prepara alle Europee

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Il Primo Ministro inglese, Theresa May, ha chiesto formalmente al Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, un nuovo rinvio della Brexit al 30 giugno, inizialmente fissata per il 12 di aprile.
La scadenza di metà mese si avvicina ma il Regno Unito continua a non avere alcun accordo sull’uscita ordinata dall’Unione Europea.
Negli scorsi giorni, la Camera dei Comuni ha bocciato, per ben tre volte, il piano di soft Brexit che la May aveva concordato con i partner europei, così come sono state respinte le altre proposte avanzate dai brexiters più duri e dal Labour Party.
L’unica legge che ha ottenuto la maggioranza del parlamento di Westminster (con un solo voto di margine) ha imposto alla May di evitare, in tutti i modi, il No deal.
Infatti, si registra un generale malcontento del mondo imprenditoriale per la situazione caotica che si sta vivendo: il No deal potrebbe avere gravi ripercussioni sulla situazione economica inglese e degli altri paesi europei.
Un’uscita disordinata avrebbe su molte aziende nel Regno Unito, un forte impatto sulla valuta, sulla libera circolazione delle merci, attraverso l’introduzione di dazi e il rischio di incorrere in un eccessivo protezionismo.
In questa situazione, così complicata, arriva la richiesta del governo britannico di rinviare la data della Brexit al 30 giugno, ma con una clausola di flessibilità che permetta di potere uscire anche prima.
In altre parole, qualora si trovasse un’intesa nel Parlamento di Londra, prima del 30 giugno, si attiverebbe una clausola di revoca immediata dell’estensione, la cosiddetta “flextension” di cui si è molto parlato negli scorsi giorni.
Il rinvio è la presa d’atto, da parte del governo conservatore, dell’impossibilità di sbloccare la situazione entro il 12 aprile e dimostra la necessità di scongiurare una Brexit senza accordo.
Dunque, il governo britannico vuole concordare una tabella di marcia che permetta al Regno Unito di uscire dall’Ue prima del 23 maggio, in modo da evitare la partecipazione alle elezioni europee.
Intanto, dovrà iniziare i preparativi per le elezioni di fine maggio, ma nello stesso tempo, l’esecutivo inglese si riserva di annullarle, paradossalmente anche all’ultimo momento (il 22 maggio) qualora Londra riuscisse a trovare un accordo complessivo per uscire dall’Ue.
Come si legge nella lettera che la premier May ha scritto al presidente del Consiglio europeo in preparazione del vertice del 10 aprile, l’esecutivo inglese “continuerà a fare preparazioni responsabili per organizzare le elezioni europee, se questo piano non si dimostrasse possibile”.
A questo punto, rimane l’incertezza sulla risposta degli altri paesi membri dell’Unione Europea: secondo diverse indiscrezioni di stampa, le istituzioni comunitarie sarebbero favorevoli a concedere un’estensione flessibile, ma non breve, almeno non inferiore a 9-12 mesi.
La stessa May avrebbe potuto richiedere un’estensione lunga, di un anno, in modo da lasciare che la situazione politica decanti e si possa arrivare ad un chiarimento.
Tuttavia, l’idea di una proroga lunga, che, di fatto, metterebbe la Brexit in pausa, sarebbe inaccettabile da buona parte del governo inglese e del partito conservatore: per questo la May ha dovuto limitarsi a chiedere, al Consiglio europeo, uno spostamento fino al 30 giugno.
Si profila l’ennesima contesa sulla durata del rinvio, uno scontro che sarà decisivo perché, qualora non ci fosse un accordo tra Londra e Bruxelles, allora il Regno Unito uscirebbe dall’UE con il No Deal.
Nello stesso tempo proseguono, a Londra, i colloqui tra May e il leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, per provare a trovare un punto d’accordo che superi l’impasse attuale.
Tra le proposte, per un’eventuale intesa tra le due principali forze politiche, dovrebbero esserci: il mantenimento di un’unione doganale tra Uk e Ue, così come richiesto dal leader socialista Corbyn e l’ipotesi, più remota, di un secondo referendum confermativo su qualsiasi accordo in merito alla Brexit.
Le trattative rimangono ancore aperte e le posizioni di Londra e di Bruxelles restano distanti: non si può ancora escludere un no deal accidentale a causa di dissensi non ricomposti.

Paolo D’Aleo

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