venerdì, 15 Novembre, 2019

Brexit, l’allarme dei costruttori di automobili

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Il rischio, sempre più concreto, di una Brexit no deal ha messo in allarme i costruttori di auto, che temono un “impatto sismico” sull’industria delle quattro ruote del Vecchio Continente. In una dichiarazione congiunta, i capi di 23 associazioni imprenditoriali di case automobilistiche europee hanno messo in guardia sul rischio derivante da un divorzio senza accordo, precisando che potrebbero perdersi miliardi di euro e milioni di posti di lavoro.
Nella dichiarazione congiunta sottoscritta dalle Associazioni europee dei costruttori e dei fornitori automobilistici, oltre che da 17 associazioni nazionali, si afferma: “L’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo innescherebbe un cambiamento sismico nelle condizioni commerciali, con miliardi di euro di costi che minacciano di influenzare la scelta dei consumatori e l’accessibilità economica su entrambi i lati della Manica”.
Bernhard Mattes, capo della lobby automobilistica tedesca VDA ha spiegato:
“Le industrie automobilistiche dell’UE e del Regno Unito necessitano di un commercio senza attriti e sarebbero gravemente danneggiate da ulteriori doveri e oneri amministrativi su parti e veicoli automobilistici.  Ogni interruzione della produzione costa 50.000 sterline al minuto alla sola Gran Bretagna”.
Nel settore auto sono impiegate 13,8 milioni di persone nell’Unione europea inclusa la Gran Bretagna, cioè il 6,1% della forza lavoro. In Gran Bretagna hanno sede fra l’altro, le fabbriche dei giganti automobilistici BMW, Peugeot PSA e la Nissan giapponese.

Nella loro allarmata presa di posizione, i produttori automobilistici fanno anche notare che con un hard Brexit le imprese inglesi sarebbero escluse anche dall’import-export con paesi con i quali l’Unione ha particolari rapporti commerciali: la Turchia, la Corea del Sud, il Giappone, il Canada. L’impatto negativo non riguarderebbe solo i produttori britannici, ma anche quelli europei che dipendono dalle forniture inglesi (la sola industria tedesca conta oltre 100 siti produttivi nel Regno Unito).
In merito al comunicato congiunto europeo, Gianmarco Giorda, direttore di ANFIA, ha spiegato: “Il Regno Unito è il nostro terzo mercato di destinazione di parti e componenti di veicoli a motore e il quarto per quanto riguarda le auto. È quindi rilevante per l’industria italiana. L’adozione di tariffe doganali così come lunghe procedure, con la conseguenza di prezzi più elevati, non potrebbero che avere un effetto devastante per l’industria automobilistica, sia italiana che britannica”.
In questo clima, alla Conferenza annuale del Labour, il congresso del maggior partito di opposizione britannico, in corso a Brighton, si è acceso uno scontro sulla Brexit. L’accordo quasi unanime raggiunto dopo mesi di esitazioni e contrasti sull’impegno a sostenere un secondo referendum in caso di vittoria alle prossime elezioni non basterebbe. All’assise si confrontano oggi la posizione di chi sollecita il leader Jeremy Corbyn a impegnarsi fin d’ora, se e quando si tornerà alle urne, a far campagna comunque per la scelta del Remain; e quella dello stesso Corbyn che punta invece a rinviare una decisione su questo punto, senza escludere di poter dare libertà di scelta fra un futuro accordo di divorzio soft negoziato con Bruxelles da un ipotetico esecutivo laburista e la permanenza nell’Ue.
Il fronte dei pro Remain senza se e senza ma è nettamente maggioritario fra i parlamentari, come pure nella base.
Molto probabilmente, adesso, gli inglesi indecisi ed anche coloro che hanno votato emotivamente per la Brexit hanno capito che sarebbe meglio restare nell’Ue.

Salvatore Rondello

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