venerdì, 24 Maggio, 2019

Brexit, respinto emendamento laburista per piano B

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Bocciato dalla Camera dei Comuni l’emendamento presentato dai laburisti che proponeva un piano alternativo per la Brexit. Il piano B messo a punto da Jeremy Corbyn che proponeva una Brexit più soft e la permanenza del Regno Unito nell’Unione doganale è stato respinto con 323 i contrari e 240 favorevoli. Prima del voto, il leader laburista Corbyn aveva chiesto a tutti i deputati e non solo del Labour, il sostegno. Ora al leader laburista resta l’opzione di un ulteriore emendamento – preannunciato per il prossimo dibattito di marzo – sull’ipotesi di un referendum bis sulla Brexit che eviti un no-deal o una Brexit dannosa per il Paese.

Theresa May e i governo ritengono ancora di poter chiudere positivamente i negoziati. E proprio in questa ottica sperano di ottenere la ratifica di Westminster il 12 marzo, come ha insistito oggi in aula il vicepremier David Lidington. Insomma dopo aver incassato stasera lo scontato placet dell’aula alla sua mozione, per May il momento della verità è rinviato fra due settimane.

Oltre al voto simbolico sulla mozione, oggi il governo ha affrontato quello su alcuni emendamenti ammessi dallo speaker John Bercow. Il primo era quello promosso da Corbyn sul piano B, che è stato bocciato. Bocciato (con 288 sì contro 324 no) anche il secondo, presentato dagli indipendentisti scozzesi dell’Snp: chiedeva che una Brexit senz’accordo (no deal) fosse esclusa in qualunque caso e in qualunque momento. La Camera dei Comuni ha invece approvato (502 voti favorevoli e 20 contrari) l’emendamento della laburista Yvette Cooper: obbliga la premier a chiedere un rinvio limitato dell’uscita dall’Ue rispetto alla data prevista del 29 marzo, laddove il governo non riesca a strappare entro il 14 la ratifica del Parlamento né sulla sua linea né su un divorzio no deal. Approvato e recepito dal governo anche un altro emendamento, presentato dal deputato Tory di origine italiana Alberto Costa e approvato all’unanimità: impegna il gabinetto a concordare con Bruxelles la tutela dei diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito (oltre 3 milioni, fra cui si stimano quasi 700mila italiani) e dei britannici trapiantati nel continente (circa un milione) anche in caso di Brexit no deal.

Ora la conta decisiva resta comunque fissata per il 12, 13 e 14 marzo. Quando il governo si propone di mettere ai voti un nuovo tentativo di ratifica dell’accordo May. Quindi, in caso di bocciatura confermata, un sì o no secco al no deal. E infine, in terza battuta, si voterà sullo sbocco della richiesta all’Ue di un’estensione dell’articolo 50, ossia di uno slittamento della Brexit. Slittamento che i 27 lasciano intendere di poter concedere, ma a condizioni ben precise. Come Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno fatto capire nel vertice franco-tedesco di Parigi. Dopo aver ribadito all’unisono per l’ennesima volta che l’accordo di divorzio raggiunto a novembre “non si cambia”, hanno lasciato trapelare sfumature di toni diverse: con la cancelliera più conciliante e l’inquilino dell’Eliseo ruvido nell’avvertire che ogni eventuale idea di rinvio non potrà non essere limitata nel tempo e legata a un qualche annuncio di “cambiamento” della posizione di Londra.

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