domenica, 21 Luglio, 2019

Brexit: tra proposte alternative e nuovo referendum

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Questa sera, il Parlamento britannico voterà su alcune proposte alternative all’accordo sulla Brexit, concordato dalla premier inglese Theresa May con le Istituzioni europee.
I parlamentari presenteranno le proposte che ritengono debbano essere poste in votazione. La decisione finale spetterà al presidente della Camera dei Comuni, John Bercow. Tra le opzioni da discutere potrebbero esserci: un nuovo referendum, il no alla Brexit; no-deal; l’accordo della May; la possibile permanenza nelle unioni doganali e nel mercato unico dell’Ue.
L’accordo di divorzio concordato fra Theresa May e l’Ue è già stato bocciato da Westminster e ancora oggi non ha ancora la maggioranza dei voti necessari.
In questa caotica situazione politica, il Primo ministro ha la necessità di rinsaldare le fila del proprio partito, per mantenerne il controllo. Un partito conservatore dilaniato da profondi dissensi rispetto al tema dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Nel gruppo parlamentare Tory, la fronda interna non arretra e si divide in diverse frazioni generando ulteriori divisioni e spaccature nel variegato fronte dei brexiteers.
Gli unionisti nordirlandesi del Dup, partito che con i suoi dieci deputati sostiene dall’esterno il governo di minoranza di Theresa May, preferiscono rinviare la Brexit di un anno piuttosto che approvare la proposta del Primo ministro.
Dalle pagine del Daily Telegraph, Sammy Wilson, portavoce del Dup, si schiera contro quei Brexiter che adesso si mostrano favorevoli all’accordo May-UE: “Se saremo costretti ad un’estensione di un anno almeno potremo dire la nostra sulle questioni che ci riguardano durante questo periodo”, riferendosi alla loro ostilità rispetto all’accordo di back stop sulla frontiera irlandese.
Nella riunione odierna del gruppo parlamentare dei Tory, Theresa May, che non dispone di una maggioranza parlamentare sufficiente ad approvare il progetto Brexit, potrebbe essere costretta a definire una serie di passaggi che prevedono, se necessario, le dimissioni della Premier come lasciapassare del piano negoziato con l’Ue.

In questo modo, la May conta di rispettare la volontà popolare espressa nel referendum del 2016 che vide un’affermazione risicata delle ragioni del Leave (51% contro il 48% dei sostenitori del Remain).
Tuttavia, si fa sempre più insistente la richiesta da parte dei cittadini britannici della revoca della Brexit, anche attraverso un nuovo referendum: la petizione online per evitare la Brexit, tramite la revoca dell’art. 50 del Trattato di Lisbona, ha raccolto un numero record di consensi, 5,8 milioni di firme.
All’indomani della partecipata manifestazione di Londra, a favore di un nuovo referendum, che ha visto la partecipazione di un milione di persone, il governo britannico si è mostrato indisponibile a celebrare una nuova consultazione popolare.

Sul tema dei rapporti con l’Europa, un portavoce della May ha spiegato che per ottenere la proroga della Brexit al 22 maggio (inizialmente fissata per il 29 marzo), il Parlamento dovrebbe votare l’accordo entro questa settimana.
In alternativa, se il Parlamento non dovesse ratificare l’accordo è prevista, per il 12 aprile, un’uscita non concordata dall’Unione Europea.
A seguito della proroga breve concessa dal Consiglio europeo al Regno Unito, per cercare di approvare un accordo o trovare una maggioranza su un’altra strategia sull’uscita dall’Ue, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in un dibattito al Parlamento europeo, ha affermato: “fino al 12 aprile il Regno Unito continua ad avere una scelta tra un accordo, un mancato accordo, una proroga lunga o revocare l’articolo 50”.
Com’è inevitabile, lo scontro politico tra maggioranza e opposizione si acuisce ogni ora di più.

La premier May ha respinto il piano avanzato dal leader laburista, Jeremy Corbyn, che prevede una soft Brexit, con la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale.
Corbyn ha attaccato l’esecutivo definendolo “un governo caotico e incompetente che ha trascinato il Paese nel caos. Il Primo Ministro non riesce a costruire un consenso, non è in grado di scendere a compromessi e non riesce a riunire il Paese”.
Ha ricordato che la proposta sull’unione doganale ha avuto un’apertura di credito a Bruxelles e anche “la Cbi (Confindustria britannica) e il sindacato Tuc si sono uniti per chiedere al primo ministro un piano B che protegga lavoratori, economia e confine irlandese”.

Paolo D’Aleo

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