mercoledì, 20 Gennaio, 2021

Briganti o patrioti?, Il maestro di Auschwitz, La metafora dei cavalli selvaggi

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SFORBICIATE LIBRI – La letteratura sul brigantaggio si è prolificata moltissimo in questi ultimi anni. E’ spesso figlia della parzialità, dei toni eccessivi, quando non si traduce in testi con giudizi settari e falsità storiche. C’è, ad esempio, un giornalista, che ha lavorato per anni in giornali del nord, che, andato in pensione, ha indossato i panni dello storico per denunciare, in un libro, le malefatte dei piemontesi che si sarebbero comportati ,dopo la conquista garibaldina del regno delle Due Sicilie, come barbari con la divisa di bersaglieri, sterminatori di meridionali, accusati dei reati più abietti. Le storie dei briganti, invece, uscite dalla penna di questo e di altri autori riproducono lo sfogo della rabbia anti nordista: spesso sono descritti come degli eroi o patrioti meridionali che sono stati maltrattai e discriminati dai “nordisti”. Si tratta di accuse a volte troppo superficiali, unilaterali e non documentate, scritte con scarsissima serenità di valutazione su stragi, violenze e persino su stupri che sarebbero stati commessi dai soldati dell’esercito nazionale. Le cose, per fortuna non stanno proprio così, anche se certo non vogliamo sottovalutare gli eccessi in tanti episodi di guerriglia antibrigantaggio e nelle rivolte popolari, da una parte e dall’altra. Diamo quindi il benvenuto a un libro, di oltre 500 pagine (in formato maxi), dello studioso Marco Vigna Interlinea edizioni)  dal titolo “Brigantaggio italiano”, con presentazione dello storico Alessandro Barbero. Nella ricerca si racconta, in ogni dettaglio, la genesi del brigantaggio postunitario, che, com’è noto, non fu un fenomeno essenzialmente criminale e che ha interessato l’intero paese, ma si caratterizzò, con particolare intensità, nelle regioni meridionali. Non fu però quella rappresentazione, da molti coltivata, di una sorta di Robin Hood, di un romantico ribelle che lottava contro la povertà e sfidava uno Stato oppressore e autoritario.

C’era comunque proprio bisogno di un saggio, come quello di Marco Vigna , che fa il punto, dopo innumerevoli polemiche, sul brigantaggio, con una accurata analisi delle fonti che fanno emergere la complessità della materia e l’eccessiva semplificazione che ne è stata fatta spesso da divulgatori interessati a fare risaltare solo la tesi – come osserva Alessandro Barbero, nella prefazione – che si può definire “una reinvenzione fraudolenta della memoria, che stravolge il ricordo di quella vasta e terribile ondata di violenza”. In altre parole, non è accettabile ogni interpretazione unilaterale degli eventi storici ,senza tenere conto debitamente dell’aggravarsi di una criminalità di vaste dimensioni, anche se non spiega pienamente la genesi delle mafie. Il brigantaggio non è stato sicuramente “una guerra di popolo“, come diversi autori hanno cercato di farci credere, ma piuttosto si può spiegare con l’incremento della criminalità comune nel Mezzogiorno (già alta al tempo dei Borboni), a cui si sono aggiunti i tradizionali malesseri del sud: la crescita della povertà, le fazioni dei notabili locali, con le loro clientele armate, le insoddisfazioni degli ex soldati di re Francesco, spesso discriminati, il diffuso clima di violenze e sopraffazioni, alimentato anche da agenti stranieri finanziati dai Borbone in esilio e così via. Ecco perché l’opera di Marco Vigna rappresenta – osserva Barbero – “Un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia interessarsi a questa vicenda”. E soprattutto se si propone di farlo – aggiungiamo noi- in modo distaccato, senza cioè armarsi di pregiudizi politici, per capire i fatti come si sono realmente svolti o per lo meno per valutare serenamente le diverse tesi.
Un giorno lo scrittore Otto B Kraus disse a sua moglie Dita: “Non sto poltrendo, sto pensando”. Così ha creato i suoi personaggi ispirati a uomini e donne realmente esistiti, ma cambiandone le identità. Una storia vera dunque quella raccontata nel libro “Il maestro di Auschwitz” (Newton Compton editori).Kraus era nato a Praga nel 1921 e fu deportato nel 1942 nel ghetto Terezin e da lì ad Auschwitz. Il ghetto di Terezin – lo ricordiamo – era lo stesso che i nazisti presentavano ai giornalisti stranieri come il lager modello riservato ai bambini: una sorta di eden che, nella realtà, come ci racconta anche Kraus, si è rivelato un vero e proprio inferno. Il racconto è concentrato sul famigerato Blocco 31, dove Otto cercò di promuovere la sua “resistenza” al nazismo facendo lezioni ai bambini allievi, cercando di ricreare una piccola oasi di normalità. Il protagonista di questo romanzo è Alex Ehren, uno dei prigionieri di Auschwitz – Birkenau ,che deciso a non rispettare gli ordini dei suoi aguzzini, impartiva di nascosto, lezioni ai bambini. Questa è la vera storia dell’autore, scomparso in Israele dove emigrò dopo la guerra. La sua eredità è rappresentata da questo prezioso racconto sugli orrori dei nazisti, che è stato tradotto in tutto il mondo.
Parliamo adesso di una scrittrice norvegese ambientalista, anzi di una portabandiera dell’ecologismo europeo: Maja Lunde, autrice degli “Ultimi della steppa” (Marsilio). L’autrice ha scritto in passato due libri di grande successo, premiati e tradotti in tutto il mondo (“La Storia delle api” e “La Storia dell’acqua”).Quella che racconta oggi è la vicenda storica di una specie di cavalli selvatici che si riteneva fossero estinti da almeno un secolo . La protagonista del romanzo si avventura in una vasta operazione di salvataggio naturale degli ultimi esemplari di questi equini. Sono i cavalli sopravvissuti di Przewalski,gli stessi dei miti e delle pitture rupestri: cavalli fantastici che erano presenti nella Russia zarista, da secoli in Germania ,fino alle regioni dell’Europa del nord. Maja Lunde ricostruisce in modo avvincente le traversie di tre famiglie – tre madri e i loro figli – alleate nella lotta contro l’estinzione dei cavalli selvaggi: una metafora dell’impegno per la salvaguardia della natura, che non dovrebbe conoscere barriere per tutelare la casa comune, rappresentata dal nostro pianeta, che ha un futuro sempre più incerto.

 

Aldo Forbice

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