domenica, 15 Settembre, 2019

Brodolini. Da una parte sola, dalla parte dei lavoratori

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Chi, come me, ha qualche hanno di militanza socialista alle spalle, avrà già riconosciuta questa frase famosa di Giacomo Brodolini, ministro socialista del Lavoro, scomparso cinquant’anni fa a meno di 49 anni. Per ricordarne l’operato e la figura morale, venerdì 12 luglio alle ore 15.20 si terrà presso il Cimitero di Recanati la commemorazione ufficiale organizzata, come ogni anno, dal Comune di Recanati.

Seguirà alle ore 16.00 presso l’Aula Magna del Comune di Recanati la manifestazione organizzata dal Circolo “Pietro Nenni” di Ancona, con il patrocinio del Consiglio Regionale delle Marche e del Comune di Recanati, dal titolo

LE RIFORME DI GIACOMO BRODOLINI E IL NOSTRO TEMPO

con la partecipazione di:
– ANTONIO BRAVI, Sindaco di Recanati
– MORENO PIERONI, Assessore regionale alla Cultura e Turismo
– FABIO CORVATTA, Presidente del Centro Studi Leopardiani di Recanati
– PAOLO PASCUCCI, Professore ordinario di Diritto del Lavoro del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Urbino
– ANGELO TIRABOSCHI, parlamentare dell’XI legislatura
– MAURIZIO LANDINI, Segretario Nazionale della CGIL
Sarà l’occasione per ricordare Brodolini, ma anche per discutere dei problemi attuali del lavoro e dell’attività sindacale, alla luce delle riforme che egli seppe realizzare.

Giacomo Brodolini nacque nelle Marche, a Recanati (Mc) il 19 luglio 1920.
Nel 1940 fu chiamato alle armi e, come ufficiale di complemento, partecipò alle campagne di Grecia e di Albania.
Rimpatriato, fu inviato in Sardegna ove rimase fino all’8 settembre 1943. Qui stabilì i primi contatti con Emilio Lussu, sua moglie Joyce Lussu (la cui famiglia proveniva anch’essa dalle Marche, da Porto S. Giorgio) ed altri esponenti del Partito d’Azione, del quale divenne poi noto dirigente nelle Marche.
Nel 1947, a seguito dello scioglimento del Partito d’Azione, aderì con Riccardo Lombardi, Francesco De Martino, Vittorio Foa e gran parte dei militanti azionisti al Partito socialista italiano nel quale lavorò come funzionario, specializzandosi nelle tematiche sindacali.
Dal 1948 divenne segretario provinciale del PSI di Ancona e membro del comitato centrale nazionale.

Alla fine del 1950 fu chiamato a Roma, dietro suggerimento di Rodolfo Morandi, a dirigere la Federazione dei lavoratori edili (FILLEA) della Confederazione generale italiana del lavoro. Dal 1951 fu membro del comitato direttivo della CGIL e, dal 1952, dell’esecutivo.

Non esistendo all’epoca incompatibilità tra incarichi sindacali e parlamentari, nel 1953 venne eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nella circoscrizione di Ancona-Pesaro-Macerata-Ascoli Piceno, dove avrebbe ricoperto il seggio per tre legislature, fino al 1968, anno in cui fu eletto al Senato. Come parlamentare svolse numerosi interventi sulla questione delle abitazioni.

Rimase segretario generale della FILLEA fino al 1955, allorché venne nominato vicesegretario della CGIL (con Di Vittorio segretario generale e Fernando Santi segretario aggiunto), restando nel vertice confederale fino al 1960.

Sin dalla fine degli anni 1940 Brodolini venne a trovarsi al centro del dibattito politico su movimento sindacale, riforme e democrazia, che impegnò i militanti e i dirigenti della CGIL (soprattutto a partire dal “Piano del lavoro”), apportandovi un contributo specifico che gli derivava in gran parte dalla tradizione azionista – particolarmente priva di valenze ideologiche e attenta alle complessive questioni della democrazia e dello sviluppo economico – e dall’elaborazione di Lombardi e, soprattutto, di Morandi.

Nella sua concezione, il movimento dei lavoratori avrebbe assunto un ruolo decisivo nella trasformazione delle strutture produttive e nell’assetto democratico della nazione, a condizione di riconquistare la propria unità (anche attraverso lo sviluppo della democrazia nel rapporto del sindacato con i lavoratori) e di farsi carico – pur senza rinunciare alla propria autonomia e senza porsi in modo subalterno ai modelli di produzione progettati e attuati dal capitale – di una complessiva strategia di sviluppo che consentisse di attuare un serio programma di riforme .
Tutta la sua attività da sindacalista, da dirigente socialista e da ministro è interpretabile come serie di articolazioni tattiche di questa linea.

Come vicesegretario della CGIL, fu assertore dell’unità e dell’autonomia sindacale, sul finire degli anni 1950 fu tra i protagonisti di questo mutamento anche di immagine che la Confederazione subì con la sempre più marcata crisi del collateralismo politico.

A questo riguardo, fu Brodolini a redigere il famoso documento, approvato e fatto proprio dal segretario Giuseppe Di Vittorio e votato all’unanimità il 27 ottobre 1956 dalla segreteria nazionale della CGIL, con cui la Confederazione sindacale, differenziando la sua posizione da quella del Partito Comunista Italiano, criticava nettamente, fin dai primi giorni della rivolta di Budapest, l’intervento militare sovietico in Ungheria.

Nel 1960 Brodolini tornò all’attività di partito (sulle posizioni della corrente autonomista guidata da Francesco De Martino), divenendo membro della direzione del PSI nel marzo 1961 e dal dicembre 1963 al 1966 ricoprì la carica di vicesegretario del partito, incarico confermatogli anche dopo l’unificazione PSI-PSDI, fino al 1968, allorché, il 12 dicembre, fu nominato ministro per il Lavoro e la Previdenza Sociale nel secondo governo Rumor (che restò in carica fino al 5 agosto 1969), aprendo così la sua ultima e più intensa stagione politica. guidò la sezione centrale di massa, dedicandosi soprattutto al rafforzamento della corrente sindacale socialista.

Fu sostenitore attivo del varo del governo di centrosinistra, sostenendolo in polemica con la minoranza lombardiana e con il Partito socialista italiano di unità proletaria; dal 1965, tuttavia, espresse giudizi sempre più critici sui ritardi del centrosinistra nel portare avanti quel rinnovamento della società e dello Stato per il quale era nato, fino a motivare egli stesso i voti socialisti di astensione del 1968.

La breve ma intensissima stagione di Brodolini come ministro del Lavoro si svolse all’apertura di un’eccezionale periodo di lotte operaie che, dopo la sua morte, sfocerà nel cosiddetto “autunno caldo”. Egli rifiutò di svolgere il tradizionale ruolo del ministero, di semplice mediazione tra gli interessi contrapposti di datori di lavoro e lavoratori, impegnandosi invece, oltre che nella felice soluzione di varie vertenze, nella promozione di una legislazione favorevole ai sindacati ed al movimento dei lavoratori e, in campo sociale, di espansione di quello che oggi è chiamato “welfare state”.

Realizzò la prima organica riforma previdenziale che prevedeva per la prima volta la “pensione sociale” per gli anziani che non avessero versato contributi o con contributi insufficienti a garantire un trattamento pensionistico.

Dopo la riforma del sistema ospedaliero varata nel 1968 dal collega socialista Luigi Mariotti, ministro della Sanità, fu messo in cantiere il progetto di superamento del sistema mutualistico per giungere una sanità pubblica garantita a tutti, che porterà, solo nel 1978, all’istituzione del Servizio sanitario nazionale.

Grazie alla sua iniziativa fu eliminato il sistema delle cosiddette “gabbie salariali” che dal 1961 stabiliva differenti minimi salariali a seconda della regione di lavoro. La cancellazione venne deliberata nel 1969, anche se la sua abolizione fu graduale e fu completata nel 1972.

Brodolini portò la solidarietà del ministero ai braccianti di Avola e della provincia di Siracusa a seguito della morte nella cittadina siciliana di due lavoratori uccisi dalla polizia il 2 dicembre 1968 , al culmine di una protesta contadina che aveva portato a uno scontro tra i manifestanti e le forze dell’ordine. I lavoratori agricoli di Avola scioperavano per chiedere l’eliminazione delle “gabbie salariali”, del “caporalato”, e l’istituzione della Commissione sindacale per il Controllo del collocamento della manodopera.

Proprio per combattere il sistema del mercato in piazza della manodopera bracciantile, soprattutto nel Sud Italia, impegnò i tecnici del ministero per elaborare la riforma del collocamento della manodopera, che portò all’approvazione della legge 11 maggio 1970, n. 83.

Il 24 giugno 1969 Brodolini presentò l’inizio dell’iter di un disegno di legge, alla cui elaborazione aveva posto mano fin dall’inizio del suo mandato ministeriale, dal titolo “Norme per la tutela della libertà e della dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”, bozza della legge nota come “Statuto dei diritti dei lavoratori”.
Si trattava dell’iniziativa di governo più rilevante del ministro socialista, con cui Brodolini intendeva “contribuire in primo luogo a creare un clima di rispetto della libertà e della dignità umana nei luoghi di lavoro, riconducendo l’esercizio dei poteri direttivo e disciplinare dell’imprenditore nel loro giusto alveo e cioè in una stretta finalizzazione allo svolgimento delle attività produttive”.

Come s’è visto, Brodolini diede un’immagine del tutto nuova al suo ministero.
La notte di San Silvestro del 31 dicembre 1968 Giacomo Brodolini, scandalizzando i “benpensanti” dell’epoca, portò la sua solidarietà al presidio di lotta dei lavoratori della tipografia Apollon, occupata da oltre sette mesi, che avevano deciso di manifestare le loro ragioni proprio nel cuore della Roma del lusso e del bel mondo, in Via Veneto.
In quella occasione fece una dichiarazione che divenne famosa: “Sento il dovere di dirvi che, in caso come questo, il Ministro del Lavoro non pretende di collocarsi al di sopra delle parti, ma che sta con tutto il cuore da una sola parte: dalla vostra parte.”perché un ministro socialista “sta da una parte sola, quella degli operai”.

Ammalato di cancro (la consapevolezza della fine imminente lo spinse ad accelerare quanto possibile la realizzazione del suo programma), Brodolini morì a Zurigo, in una clinica, l’11 luglio 1969. Lo Statuto fu approvato dal Parlamento, ministro il democristiano di sinistra Carlo Donat Cattin, il 20 maggio 1970 (legge n. 300).

Alfonso Maria Capriolo

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