venerdì, 20 Settembre, 2019

Calenda rilancia il liberalsocialismo

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Nella sua ultima lettera inviata prima delle vacanze ai sottoscrittori del suo manifesto Carlo Calenda, a proposito della strategia del suo movimento, scrive: “In Orizzonti Selvaggi l’ho chiamata “Democrazia progressista”. Se dovessi trovargli un riferimento storico e ideale è il liberal-socialismo con la sua ricerca di un equilibrio tra giustizia e libertà; laddove oggi il socialismo deve essere sostituito da un un nuovo umanesimo sociale che metta al centro cultura, sapere e comunità. Da settembre lavoreremo per portare questo messaggio ai cittadini. Usando parole semplici che esprimano però un pensiero forte e articolato. C’è una larga parte dell’elettorato italiano che cerca disperatamente rappresentanza. È l’Italia seria, quella che fatica, studia, lavora, produce e aiuta il prossimo. Le elezioni italiane arriveranno presto. Noi ci saremo. Con le nostre idee e le nostre persone. L’Italia è sempre più forte di chi la vuole debole. Buone vacanze”.

Se non sbaglio é la prima volta che un partito o movimento di sinistra o di centro-sinistra si pone il problema di cercare una fonte ispiratrice, che non sia americana, sudamericana e nemmeno solo europea. Finalmente la ricerca affonda nella tradizione italiana dalla quale il Pd mai ha voluto e potuto attingere perché nel suo passato trovava solo esponenti e pensieri di espressione comunista e democristiana che contrastano con la sua collocazione europea nel Pse. Quello di Calenda e il suo approdo al liberalsocialismo é dimostrazione di coerenza e onestà politica. Niente di male che ad esso approdino anche coloro che in passato si sono collocati altrove. Basta ammetterlo. Trovare invece un filo di continuità tra Gramsci, Berlinguer e il liberalsocialismo, o anche solo il socialismo europeo, mi sembra paradossale e sintomo di una confusione teorica solo frutto di una necessità politica che deriva dalla volontà di tracciare una impossibile compatibilità tra presente e passato.

Ovviamente non tutti i socialisti sono liberalsocialisti, ma coloro che erano nel Psi negli anni ottanta, tranne forse una piccola minoranza, lo sono diventati. Difficile ignorare il senso politico della teoria dei meriti e dei bisogni (che superava il socialismo classista), o dimenticare il lib-lab con quei ragionamenti sul socialismo come espressione sociale del liberalismo che portò al Psi anche nuova linfa culturale proveniente da sponde liberali. Difficile non essersi accorti della nostra eresia riformists, che partiva da quando Craxi lanciò il progetto della riforma elettorale e costituzionale nel 1979 scandalizzando i comunisti o da quando, l’anno prima, contestò il marxismo-leninismo, allora ufficialmente difeso da Berlinguer, citando Proudhon e i pensatori che Marx definì “utopisti”.

Bene dunque l’approccio ideale al quale ci richiama Calenda anche se ancora non é chiaro, ma lo si presume leggendo il suo testo, se il suo movimento ha intenzione di presentarsi autonomamente alle prossime, non si sa se imminenti o meno, elezioni politiche. Il Pd, a mio giudizio, rappresenta la negazione di ogni chiarezza ideale e vi convivono personalità e gruppi organizzati i quali hanno un unico comun denominatore: quello di sconfiggersi a vicenda. Il centro-sinistra deve essere diversamente organizzato e se nascerà una forza di chiara matrice liberalsocialista il Psi deve essere della partita, con le sue insegne, la sua autonomia di movimento storico e culturale, ma ben lieto che finalmente anche in Italia prenda piede una forza che non solo non rinneghi la parola “socialista” come é avvenuto per un quarto di secolo, ma la faccia propria nella sua migliore accezione.

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

2 commenti

  1. Paolo Bolognesi on

    Il sentir parlare di liberalsocialismo fa sicuramente piacere a chi ritiene di esserlo da tempo, avendo militato nel PSI degli anni Ottanta, ma ai nomi e agli enunciati dovranno poi seguire i fatti, ossia proposte concrete e realistiche sul come tradurre in pratica i principi o paradigmi del liberalsocialismo, vedi ad esempio la “teoria dei meriti e dei bisogni” che si proponeva di riconoscere impegno, ingegnosità, imprenditorialità, talento, intraprendenza….., ossia l’espressione sociale del liberalismo, che a sinistra non ha trovato molti sostenitori e “attuatori”..

    Cito non a caso le proposte concrete, perché a me sembrano la “prova del nove”, dal momento che in questo quarto di secolo vi sono state forze politiche che hanno cercato, a parole, di vestire i panni del Psi, dopo averne assecondato la fine, ma poi hanno sostanzialmente virato verso il massimalismo, e non vorrei che la storia si ripetesse e, per finire, rattrista abbastanza il vedere che la bandiera del liberalsocialismo venga issata da altri, rispetto a chi ha appartenuto al vecchio PSI e liberalsocialista lo è stato per solida convinzione e cultura politica.

    Paolo B. 04.08.2019

  2. Paolo Bolognesi on

    Ritorno sull’Editoriale del Direttore perché il tema del liberalsocialismo mi sembra alquanto importante, soprattutto la sua materializzazione in azioni politiche, dal momento che parole quali “un nuovo umanesimo sociale che metta al centro cultura, sapere e comunità”, così come la “ricerca di un equilibrio tra giustizia e libertà”, mi sembrano concetti tutto sommato piuttosto astratti e generici, o quantomeno non sufficienti a connotare una linea liberalsocialista, che richiede a mio avviso spiccata concretezza.

    Credo altresì che una “dote” del pensiero liberalsocialista sia anche quella del pragmatismo, ossia la capacità di non essere sempre e comunque autoreferenziali, ma saper cogliere ed interpretare le esigenze ed aspettative del proprio tempo, cercando di “modellare” anche su queste il proprio agire politico e, per fare un esempio al riguardo, la “povertà” di cui si parla ai giorni nostri è verosimilmente diversa dalle indigenze del passato, tanto da dover essere affrontata in termini differenti, e con strumenti “aggiornati”.

    Posso sbagliarmi, ma confrontando sempre presente e passato a me pare che nel binomio liberalsocialista la prima componente, cioè quella liberale, meriti oggi di essere valorizzata e sostenuta, perché il Paese ha bisogno di occupazione e risorse, vale a dire ciò che può venirci da chi ha mentalità imprenditoriale, il che serve inoltre per soddisfare i bisogni dei più deboli (ci sentiamo del resto dire che un territorio che non produce reddito perde via via i servizi, salvo ricorrere all’assistenzialismo che però non può durare all’infinito).

    Quanto alla iniziativa di rilanciare il liberalsocialismo, può nascere anche all’interno della attuale sinistra, ma per essere credibile a me pare che si dovrebbe alzare forte una voce, tra chi socialista non lo è mai stato, che dica che avevano politicamente ragione i socialdemocratici e i socialisti della stagione craxiana, perché senza fare i conti con quegli anni non credo si possa inaugurare un nuovo liberalsocialismo (l’impressione è che il nostro Paese sia abbastanza restio a fare i conti con taluni pezzi del proprio passato, Ventennio incluso, e sia per questo destinato a rimanere sospeso un po’ a “mezz’aria”).

    Paolo B. 05.08.2019

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