domenica, 5 Luglio, 2020

Cambiare per non essere travolti

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Non mi soffermerò sul perché il PD e la sinistra – nell’ex Emilia-Romagna rossa, fortezza imprendibile – hanno retto l’onda d’urto leghista. Più utile ragionare sul perché la Lega avanza come una divisione panzer: o si cambia strategia o la prossima volta verremo travolti. La storia militare ci insegna che anche la linea Maginot può essere aggirata. Se preferite la metafora calcistica: una singola partita vinta, per quanto importante, non ti assicura il campionato. Mi auguro dunque che i fan del PD non si crogiolino nell’arroganza, come sono soliti fare. Il PD è comunque asserragliato in trincea: in Emilia-Romagna gli elettori delusi hanno voluto dargli l’ultima chance.

Per dirla con Gramsci, dobbiamo passare dalla guerra di posizione alla guerra di movimento. Primo, ineludibile, compito: recuperare il senso della propria missione politica; far rinascere una visione nobile, a tutto tondo, che motivi alla militanza. Qual è il messaggio forte e chiaro che la sinistra trasmette, a parte il rifiuto categorico del razzismo e del fascismo? Francamente, non saprei rispondere: la sinistra è una nebulosa. Più semplice addentrarsi nell’universo leghista. Finiamola una buona volta con le demonizzazioni e il terrore del serpentone fascista che rialza la testa: se vogliamo battere Salvini anche nei prossimi appuntamenti elettorali – non sarà semplice! –, dobbiamo esplorare questo personaggio anche nelle pieghe più nascoste. Cominciamo con l’onore delle armi: dobbiamo essergli grati per la vampata inattesa di partecipazione al voto (trenta punti in più rispetto alle precedenti regionali: dal 37 al 67%!). Ha saputo galvanizzare i suoi fan e, per reazione, ha ringalluzzito i suoi avversari. Ha combattuto una battaglia difficile, persa in partenza, con notevole energia ed entusiasmo. Senza il Salvini debordante, graffiante e politicamente scorretto non sarebbe spuntato come un fungo dopo le piogge il movimento – se così possiamo definirlo – delle Sardine, che un contributo alla vittoria del PD l’ha pur dato. Non dimentichiamo però che Salvini ha, sì, compattato il fronte a lui avverso, ma ha pure strappato molti voti al PD – soprattutto quelli di area PCI (sospetto che il voto dei cinquantenni e degli anziani sia in maggioranza leghista). Il leader della Lega ha un notevole fiuto politico, ed è una scheggia nella comunicazione corsara che oggi va per la maggiore sui social media. Ha plasmato un personaggio pubblico perfetto per questi tempi: repellente per la sinistra intellettuale e benpensante, ardito per i molti delusi che desiderano un’Italia diversa, angosciati per il declino incombente. È un surfista che sa navigare sulle onde impetuose della contemporaneità. L’abilità comunicativa, tuttavia, non è l’alfa e l’omega.

Rovescerei i fattori della dinamica politica che conduce al successo. La forza trainante della Lega è nella chiarezza e semplicità della sua visione politica; chiarezza e semplicità hanno un effetto dirompente perché che sono l’ossigeno della comunicazione ridotta all’osso e istantanea d’oggi. Pensate a quanti danni ha inflitto a sé stesso Corbyn con la sua ambiguità e le sue fumisterie sulla Brexit!

Sgombriamo il campo da un colossale equivoco: la Lega salviniana non è destra pura, Sgarbi non ha tutti i torti quando la definisce un’erede un po’ bizzarra del PCI. Certo, questa Lega sovranista non ha né la cultura né il senso dello Stato che i comunisti vantavano con meritato orgoglio. E tuttavia c’è più di una favilla comunista nella predicazione salviniana, che non a caso fa breccia nell’elettorato tradizionale di sinistra. La Lega non è un partito liberale. Neppure il PCI lo era – non ricordo che la base comunista si appassionasse ai dibattiti sui diritti civili. La Lega è un partito d’ordine (in un senso anche positivo, intendiamoci) e giustizialista/forcaiolo (qui non ravviso alcuna positività) come lo era, a modo suo, il PCI. Il vizio della demonizzazione dell’avversario Salvini l’ha ben appreso dai comunisti padani: è da barbari sventolare cappi in Parlamento, incitando al linciaggio ed evocando la gogna per chi non la pensa come te. I comunisti furono più raffinati: inventarono i processi ai fascisti mascherati (ispirandosi all’Inquisizione) e la questione morale.

È invece legittimo che gli elettori di ieri e di oggi desiderino/pretendano sicurezza dal crimine nonché protezione sociale. In Emilia-Romagna le cooperative garantivano piena occupazione e le case del popolo, i circoli dell’ARCI ecc. svolgevano una sorta di controllo-bonifica del territorio – un ruolo affine a quello svolto dalle parrocchie. Quel mondo catto-comunista si è dissolto come neve al sole. Non c’è più il bambino (l’appartenenza a una comunità), è rimasta l’acqua sporca: la politica dell’odio viscerale e della delegittimazione (il nemico di classe…). Il PCI, Giano bifronte, sapeva anche ammaliare gli intellettuali, i giovani, e infatti alternava campagne di demonizzazione e dibattiti seri, di alto livello. Anche i vecchi comunisti si troverebbero a disagio sui social media. È entrato in crisi proprio il concetto aristotelico dell’uomo quale animale politico, essere senziente che discute a ragion veduta – il che spiega le risse continue e gli insulti virulenti su Facebook, la nuova pseudo-agorà dei tempi moderni.

L’individuo, insomma, è sempre più una cellula isolata dall’organismo di cui dovrebbe far parte. Diffusa è la nostalgia per il senso di appartenenza a una comunità – la crisi economica e l’immigrazione di massa hanno disintegrato certezze che si credevano granitiche. Così avviene che, tramontate le ideologie novecentesche, assistiamo a una schizofrenia: il tesserato CGIL che vota Lega. Ma forse non c’è alcuna dissociazione o follia mentale: il sindacato ti protegge sul luogo di lavoro; la Lega ti protegge a casa tua. E la sinistra, che fa? Beh, lei si occupa d’altro: decanta le magnifiche sorti e progressive del mercato unico e combatte i rigurgiti di fascismo e antisemitismo. Eppure oggi occorre una protezione in più: quella dagli effetti nefasti della globalizzazione, abbattutisi come un maglio anche sul ceto medio, spina dorsale di ogni società avanzata. E infatti la Lega, scartato l’aggettivo Nord, ha scaltramente compiuto una torsione verso la destra sociale: parla il linguaggio dei diritti, promette il ritorno alla spesa pubblica come volano allo sviluppo, vagheggia uno Stato ipertrofico e occhiuto che vigili su periferie in mano a bande di spacciatori.

Non ha nulla, dico nulla, in comune con un partito liberal-liberista. Sì, sventola la flat tax, misura destrorsa in senso liberista, ma lo fa solo per non perdere la simpatia degli imprenditori: la flat tax, si sa, è irrealizzabile ed è oltretutto in antitesi con le altre proposte leghiste, molto sinistrorse e assai concrete: rigetto della riforma Fornero, quota cento, assunzioni statali, indennità per gli esodati, difesa a spada tratta dell’industria nazionale, sovranismo a tutto spiano ovvero vagheggiamento di una comunità coesa, interclassista, in funzione anti-europea (un’altra analogia col PCI, che non era europeista) e quant’altro. La Lega attinge alla peggior sinistra: quella assistenzialista, che ignora vincoli e compatibilità scindendo i diritti dai doveri. Chissenefrega, tanto il costo delle pensioni verrà scaricato sulle future generazioni… Naturalmente, il tutto all’insegna del motto ‘prima gli italiani’ – ma qui bisognerebbe riflettere: è così ingiusto stabilire priorità nell’assistenza sociale? Perché poi la sinistra dovrebbe lasciare alla destra campo libero nelle politiche di contrasto alla criminalità? Salvini sguazza come una rana in quello stagno che è l’illegalità delle periferie abbandonate. Per farlo smettere di gracidare, l’unica è far fluire l’acqua. Movimentiamo il dibattito: anzitutto basta con le accuse di razzismo! Usciamo una buona volta dal corto circuito ‘prevenzione con politiche sociali (= sinistra classica, buonista)’ oppure ‘repressione’ (= destra tradizionale). Non è forse vero che la sinistra, dal PCI al PSI, fu in prima linea nella lotta alla mafia? Chi ha voluto la legge che prevede il sequestro dei beni ai mafiosi e il 41bis – il carcere duro per questi criminali incalliti? Diceva bene Blair, una sinistra moderna e dinamica mette in scacco la destra semplificatrice: eccolo, il manifesto intelligente: tough with crime, tough with the causes of crime (saremo duri con il crimine e al tempo stesso con le cause del crimine).

Il vero paradosso dunque è un altro: la sinistra postcomunista e quella postdemocristiana – ancora distinguibili nell’imperfetta fusione a freddo che è il PD – hanno sostenuto in questi anni l’austerity, i tagli indiscriminati alla spesa pubblica, i diktat europei, la marginalità politica dell’Italia. Non avevano alternative essendosi posizionate nel gran centro progressivo-ottimista “market-friendly”, il centro entusiasta per la moneta unica europea, fiduciosa nel mercato globale propulsore di sviluppo ed equità. L’Euro era un salto nel vuoto, eppure non è stata predisposta una rete di protezione. Ora pretendiamo i voti di chi ha sbattuto il grugno a terra? Se le promesse magniloquenti di prosperità non vengono mantenute, si paga un conto salato. Stiamo attenti: Keynes era di sinistra, ma politiche keynesiane furono adottate anche da Hitler e da Mussolini (lotta alla disoccupazione, sostegno alla domanda interna, investimenti massicci nelle infrastrutture ecc.). Non facciamoci scippare, per l’ennesima volta, una figura di gran caratura che appartiene al mondo progressista.

In politica non ci sono vuoti: la Lega si è gettata a pesce nella voragine aperta dalla sinistra senza più identità. Salvini colpisce nel segno quando bolla il PD come il partito dei banchieri e dei poteri forti, anche se questa è una mezza verità. Salvini, pur bravo e furbo di tre cotte, non è un creativo: segue le orme altrui, si è immesso nel solco che la destra europea ha scavato come una talpa forsennata. Eh, sì: non c’è, qui, un’anomalia tutta italiana. Se paragoniamo la mappa elettorale dell’Emilia-Romagna a quella dell’Inghilterra saltano agli occhi analogie sorprendenti: in entrambi i casi la sinistra “liberal”, progressista, globalista, multiculturalista ha sfondato nelle grandi città cosmopolite, ed è arretrata nei centri periferici. Chi si è sentito trascurato – o addirittura discriminato – dalla globalizzazione si è buttato in braccio alla destra. Non possiamo far finta di nulla. Il socialismo, per dirla con Nenni, non è forse nato per “portare avanti chi è nato indietro”? Non basta però battere in lungo e in largo le periferie abbandonate, né basta resuscitare la sinistra vecchio stampo: Corbyn, socialista tutto d’un pezzo, ha perso clamorosamente. E il motivo della sconfitta non è solo nella sua ambiguità sulla Brexit: il ceto medio e gli imprenditori si sono spaventati. La soluzione non è ingozzare ancor di più uno Stato pachidermico, nazionalizzando a destra e a manca, è piuttosto nella capacità di agganciarsi alla crescita globale, promuovendola in senso progressivo, a beneficio di tutti. Politiche keynesiane, insomma, non assistenzialiste, consapevoli che siamo entrati nell’era dell’economia fondata sulla conoscenza. Sacrosanta l’ossessione di Blair: education, education, education. Ovvero: che la sinistri punti sull’istruzione di massa. Che tristezza: l’Italia, pur avendo uno straordinario patrimonio artistico e archeologico, è il fanalino di coda in Europa! Troppo basso il numero di diplomati-tecnici e di laureati in rapporto alla forza lavoro complessiva. La scuola italiana è molto valida, i docenti mediamente preparati, ma il sistema educativo – soprattutto in certe aree del Mezzogiorno – non riesce a fermare l’emorragia di studenti dalla scuola dell’obbligo. Siamo primi nell’analfabetismo di ritorno.

Un eccellente articolo dell’Economist – “Bagehot – One nation under Boris” (L’Economist, 4 Gennaio 2020, pag 23) – mi ha aperto gli occhi. Il capo dei conservatori ha strappato molti seggi ai laburisti nelle loro roccaforti operaie del Nord perché – proprio come Salvini – ha trasformato radicalmente il suo partito: non più stendardo thatcheriano del liberismo, bensì versione britannica della destra sociale europea. Che paradosso per un partito anti-europeista! In sintesi: Boris Johnson ha impastato “un amalgama di politiche economiche di sinistra e politiche culturali di destra”. La sfida, per i nuovi conservatori, è conciliare il “big government” incentrato sulla spesa pubblica – su scala ridotta rispetto al Labour, per non alienarsi la fiducia della City finanziaria – con “l’orgoglioso abbraccio dei valori tradizionali.” Anche la destra britannica ha capito che non si può ignorare la questione sociale, in una società democratica le vecchie e le nuove povertà alimentano rabbie e speranze, spostano valanghe di voti; ha capito un’altra cosa: le culture wars, le battaglie identitarie portano acqua al mulino di chi sa combatterle con aggressività. Abbiamo tutti identità plurime oggigiorno, ma c’è ancora un bisogno forte di radici: non possiamo buttare alle ortiche la nostra italianità in nome di un europeismo astratto o, ancor peggio, di un cosmopolitismo vacuo. In fondo il sovranismo intelligente, progressivo, è da qui che deve partire: dalla consapevolezza che va sanata la frattura fra “una nazione cosmopolita prospera, che ha abbracciato la globalizzazione e l’immigrazione, e una nazione provinciale depressa che vede entrambi i fenomeni come una minaccia alla prosperità e alla coesione sociale” (sic l’Economist). La globalizzazione ha rotto tutti gli argini, e dopo una piena o il crollo di una diga i confini fra gli appezzamenti agricoli si sfaldano. L’uomo li ha tracciati, la natura li cancella. Ma l’inondazione che ci sta sommergendo non può annullare la memoria dei confini e delle identità nazionali. Tutto ciò che si è cristallizzato in tradizioni secolari, rimarrà a lungo stampato nelle mappe, nei libri e nel cuore della gente. Fuor di metafora: non possiamo pretendere che il concetto di nazione, solidificatosi durante secoli di dibattitti culturali, aspre lotte politiche e guerre sanguinose, scompaia d’incanto senza che avvengano reazioni.

Il PD, pare, vuole rifondarsi. Spero non intenda più rincorrere il sogno della sinistra democratica americana: la questione sociale è il nostro tratto distintivo, e il socialismo italiano – in tutte le declinazioni – ha una storia ricchissima. Si pensi solo al successo della formula ‘socialismo tricolore’ negli anni di Craxi. Democrazia sociale, social-democrazia, non sono termini desueti. Attenzione, però: il vecchio compromesso social-democratico Stato-capitale è in crisi, perché il grande capitale non ha patria. Solo una sinistra liberal-socialista – che sappia coniugare diritti, doveri e modernità, protezione sociale e sviluppo economico — può battere la nuova destra sovranista-sociale nella civiltà della conoscenza e dell’iperconnessione digitale. Ma non illudiamoci: sarà molto dura.

Edoardo Crisafulli

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