venerdì, 15 Gennaio, 2021

Cancellazione del debito pubblico, dibattito europeo

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Da qualche giorno sta circolando l’idea di cancellare i debiti “accumulati dai governi per rispondere al Covid”. In una intervista rilasciata a Repubblica, il  presidente del Parlamento europeo David Sassoli, la considera “un’ipotesi di lavoro interessante”.
Lascia perplessi che ne parli così chi presiede il parlamento europeo, in una fase in cui l’Ue deve collocare sul mercato le nuove emissioni per finanziare il piano Next Generation Eu. Anche perché il presidente viene da un paese che dal piano avrà molti debiti. Per giudicare la proposta occorrerebbe comunque che fosse meno vaga, anche perché se si cancellano debiti si devono cancellare anche i crediti corrispondenti.
Un primo modo di pensare la cosa è trasformare in sussidi a fondo perduto anche la parte di prestiti del Next Generation EU. Ovviamente serviranno emissioni Ue anche per finanziare i sussidi e, prima o poi, il servizio di questi debiti ricadrà pro quota sui paesi membri. Fatta adesso, la trasformazione non migliorerebbe il merito di credito europeo sui mercati.
Benissimo pensare che, col passare degli anni e indipendentemente dal fabbisogno per la pandemia, si sviluppi un consistente debito pubblico comunitario, finanziando in deficit il bilancio Ue: man mano che questo debito crescerà, parallelamente al totale del bilancio ed ai Pil europei, le redistribuzioni fiscali e i trasferimenti fra Stati e Ue e viceversa potranno diventare più ampi e sistematici, confondersi con la varietà e multi direzionalità del bilancio comunitario e lasciare quasi indifferenti i creditori dell’Unione.

Ma ora sembra davvero troppo presto: l’Europa è all’inizio dello sviluppo del suo debito e la puntualità del ripagamento dei prestiti dei paesi membri alle casse comunitarie servirà ai mercati per monitorare il rischio dei nuovi titoli Next Generation.
Un altro modo di pensare la cancellazione è supporre che gran parte dei titoli Next Generation finiscano alla Bce, come sta succedendo alle emissioni dei governi degli Stati. In questo caso l’operazione riguarderebbe l’Ue e la sua Banca centrale. Resterebbe in circolazione la moneta creata a Francoforte comprando i titoli e questi verrebbero in qualche modo seppelliti con ingegnerie finanziarie: segnando perdite nel capitale netto del sistema europeo di Banche centrali, contabilizzate come passivo patrimoniale dell’UE e degli Stati membri. Oppure gli Stati e l’Unione potrebbero compensare gradualmente il Sistema rinunciando a incassarne gli utili da signoraggio.
Se il finanziamento monetario dei disavanzi pubblici europei continua di questo passo, prima o poi diverrà difficile evitare un pasticcio del genere. Ma, anche in questo caso, sarebbe prematuro pensarci, proprio quando la Bce sta impostando una revisione strategica per assicurare il futuro dell’euro e della stabilità finanziaria.
Piuttosto, occorrerebbe accertarsi che la revisione in corso a Francoforte non trascuri proprio il tema di un remoto e graduale ma preannunciato rallentamento, arresto, inversione degli acquisti di titoli e, più in generale, delle relazioni fra la creazione di moneta e le politiche di bilancio, nazionali e comunitarie.
Sassoli ha parlato anche della riforma del fondo Mes, per renderlo comunitario e non più intergovernativo. È una proposta importante, presente da tempo sui tavoli comunitari, ma che non ha trovato per ora il necessario consenso politico. Fatto sta che la macchina del Mes pare veloce e son bell’e pronti i fondi per la sanità, mentre il meccanismo comunitario pare più lento e prende tempi incerti nel perfezionare l’approvazione e approntare l’erogazione di quelli del Next Generation EU.
Più limitata sarebbe la proposta di scorporare i fondi del nuovo sportello sanitario dal Mes (istituzione che, è bene ricordarlo, ha altri importanti compiti e che è previsto diventi presto garante dei fondi erogati dal fondo di risoluzione delle banche in crisi) e metterli a disposizione della Commissione per interventi economici vari.
Questo aspetto è stato suggerito anche da Enrico Letta. Ci sono pro e contro. Fra i contro vi è la possibilità che l’uso dei fondi sia meno utile all’obiettivo più urgente, quello di irrobustire alla svelta i sistemi sanitari, anche se c’è il rischio che qualche governo favorisca il trasferimento proprio per poterli spendere con più disinvoltura.

In ogni periodo di crisi economica si propone la cancellazione di parte del debito pubblico quale soluzione per aiutare i Paesi in difficoltà. In linea di massima la cancellazione di un debito con il consenso del creditore è sempre possibile. Nel passato la cosa non è stata infrequente per diversi Stati sovrani. Si trattava soprattutto di debito verso il Fondo monetario internazionale o verso la Banca mondiale contratto da Paesi in via di sviluppo. È successo, infatti, tra la fine degli anni Novanta e il 2005 quando venne deciso in ambito di uno dei periodici G7 che per aiutare le economie dei Paesi in via di sviluppo bisognava azzerare il debito estero. La Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale avviarono l’iniziativa per la cancellazione del debito dei Paesi più poveri e indebitati.
Dal 2000 al 2006 sono stati cancellati 100 miliardi di debiti e nei 26 Paesi africani che hanno beneficiato della Mdri (Multilateral debt relief initiative), il debito pubblico sul Pil è sceso dal 104 per cento al 27 per cento. L’attuale situazione economica in Europa registra valori negativi ovunque con i parametri in peggioramento di fronte ai nuovi lockdown introdotti per contenere la seconda ondata di contagi da Covid.
Recentemente, il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, ha affermato: “Ci vorranno due anni prima che l’economia europea si riavvicini al livello pre-pandemia e il livello estremamente elevato di incertezza mette a rischio le previsioni di crescita dell’Unione”.
In tale quadro, anche sulla scia delle dichiarazioni di Kristalina Georgieva, direttore generale del Fmi (International monetary fund), che ha accennato ad una nuova possibile cancellazione del debito per i Paesi in maggiore difficoltà, si sono rincorse indiscrezioni su analogo provvedimento da parte della Bce. Christine Lagarde ha finora dato risposte interlocutorie che preludono però ad una smentita. Infatti, per adesso, la Bce non sarebbe propensa a cancellare il debito pubblico.
Con l’inevitabile ricorso all’aiuto del debito, quest’anno l’Italia ha ottenuto ulteriori 180 miliardi per far fronte alle crescenti spese e alle minori entrate. La Bce detiene ora 500 miliardi del nostro debito pubblico, tramite la Banca d’Italia, in quanto sono le banche centrali nazionali ad effettuare, su mandato Bce, l’acquisto della quasi totalità dei titoli. Sarebbe un bel sollievo per l’Italia una misura di cancellazione, ma la risposta alla domanda purtroppo è negativa in quanto vietato espressamente dall’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, il quale vieta “la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia (…) a istituzioni, organi od organismi dell’Unione, alle Amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici”. In linea teorica il trattato è modificabile ma data la complessità del processo e dato il tema “controverso” politicamente, per usare un eufemismo, è pensabile che sia molto difficile da potersi realizzare e sicuramente non nel breve o medio periodo.
In sostanza, l’eventuale decisione di modificare il trattato sarebbe politica, poi da implementare a livello tecnico dalla Bce. L’implementazione tecnica della stessa non sarebbe per nulla semplice. Da un punto di vista economico la cancellazione del debito determina una perdita di pari importo nel bilancio della Bce o delle Banche centrali nazionali. Questa perdita farebbe si che la Bce o le Banche centrali nazionali si troverebbero tecnicamente “fallite, con capitale negativo” e quindi con necessità di ricapitalizzazione da parte degli azionisti. Gli studiosi favorevoli alla cancellazione risponderebbero che, stante la sua capacità di creare base monetaria, una Banca centrale è sempre solvibile nella propria moneta, giacché teoricamente dispone di mezzi di pagamento legali in quantità illimitata. Infatti, anche con un capitale proprio temporaneamente negativo essa conserva la piena capacità di agire, e può quindi assolvere in ogni tempo il suo mandato. In caso di capitale proprio negativo, la Banca centrale non soggiace ad alcun obbligo giuridico né di risanamento né, tanto meno, di liquidazione. Di fatto, comunque, alcuni dei benefici dell’eventuale cancellazione possono essere ottenuti con altri strumenti, tipo quello che la Bce già sta facendo con la politica attuale di reinvestimento, comprando titoli su tutte le scadenze, anche a lunghissimo termine, e a termine della scadenza ricomprare titoli simili. Questa operazione viene effettuata per raggiungere il fine istituzionale di stabilità dei prezzi, ma ha come effetto collaterale positivo il fatto che quel debito è nella sostanza fuori dalle logiche di mercato di domanda e offerta. Una conferma, a quanto sopra, è data anche dal recente pronunciamento delle agenzie di rating che hanno confermato la posizione dell’Italia nonostante il significativo aumento del debito pubblico nel corso del 2020.

È dal 2012 che la Bce acquista titoli di Stato sul mercato secondario. Lo ha fatto nell’ambito del Quantitative Easing, e lo ha continuato a fare, con gli acquisti mediante il Pepp (Pandemic emergency purchase programme). Anche dall’andamento dello spread si può desumere che il debito di fatto è sterilizzato nel senso che quello in mano alle Banche centrali è già come se non esistesse. Nel caso di Banca d’Italia, ad esempio, in chiusura di esercizio i relativi bassissimi interessi sui titoli sono girati, per la quasi totalità, al ministero dell’Economia all’atto della distribuzione dei dividendi. Probabilmente per questi motivi, nessuno sta chiedendo di procedere alla complessa revisione dei trattati per anelare ad una cancellazione del debito pubblico.

 

Salvatore Rondello

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