martedì, 29 Settembre, 2020

Canevaro. Il cosmopolitismo non dev’essere dissociato da senso di appartenenza

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Sul numero 2/2020 di MicroMega, Mirko Canevaro (docente di Storia greca all’Università di Edimburgo) ha pubblicato “Ripensare da sinistra l’identità nazionale”, un interessante articolo nel quale egli affronta il tema del successo della Lega, sottolineando come nelle numerose analisi che ne trattano vengano spesso confusi, quasi fossero necessariamente collegati tra loro, populismo, nazionalismo, sovranismo, razzismo e xenofobia; è bene, invece, afferma l’autore, tenerli separati “per coglierne differenze, similitudini e sovrapposizioni, e comprendere come la Lega sia stata capace di allinearne i caratteri distintivi in un messaggio potente”.
Il populismo, ad esempio, è un messaggio in base al quale tutti i movimenti, o i partiti che ad esso si rifanno, dividono il corpo elettorale attraverso una polarità che contrappone le élite dominanti al popolo, concepito quest’ultimo in termini unitari, prescindendo dalla varietà degli interessi che lo contraddistinguono; così inteso, il popolo diviene un’”entità unitaria in quanto unificata essenzialmente dal suo non essere élite”. La Lega, perciò (e in generale tutti i movimenti che si sono rifatti al concetto di popolo così inteso), si è trasformata in movimento populista, perché ha teso “a costruire un’idea trasversale di popolo contrapposto a un’élite che gli è nemica”, facendo della contrapposizione il motivo del suo successo sul piano elettorale.
In tal modo, la Lega, annullando le differenze socioeconomiche presenti nel suo elettorato, ha fatto della contrapposizione la ragione che motiva il popolo a perseguire la sua sovranità nei confronti di “un’élite che l’ha usurpata a suo uso e consumo”. E’ in questa contrapposizione che, a parere di Canevaro, va individuata l’origine del sovranismo della Lega, inteso come aspirazione del popolo a tornare “sovrano del proprio destino […] contro la presunta usurpazione di questa sovranità da parte di chi non ne fa parte, o di chi fa gli interessi di entità che a questo popolo non fanno riferimento”.
Ma se il popolo, così come è stato inteso dalla Lega, è un’entità eterogenea, qual è allora la vera forza comune che lo tiene unito per conquistare la propria identità, contrapponendosi ad un’élite che l’ha usurpata? E’ qui – afferma Canevaro – che “entra in gioco l’identità nazionale, declinata in nazionalismo”; il comune denominatore del popolo leghista, malgrado la sua eterogeneità, è “la sua italianità”, espressa da tutti gli italiani che rivendicano la sovranità sul loro territorio di riferimento, “contro un’élite che veramente italiana non è”, in quanto composta da soggetti (esprimenti la classe dirigente nazionale) “i cui interessi sono allineati a quelli di un’èlite transnazionale […] chiaramente non ‘italiana’”.
Sul successo politico della Lega molto si è detto, attraverso numerose analisi riguardanti la sua strategia elettorale, il fatto che prima di diventare partito nazionale volesse, alleandosi col “partito dei miliardari”, approfondire la divisione fra il Nord e il Sud del Paese e la fallacia della sua idea di sovranità sulla quale poggiare un messaggio politico che legittimasse atteggiamenti razzisti e xenofobi. Ciò su cui le analisi hanno “mancato il bersaglio” – a parere di Canevaro – è consistito nel trattare il nazionalismo della Lega senza considerare che esso rientrava nella categoria dei “moderni nazionalismi”.
Canevaro ritiene pertanto che nelle analisi del messaggio leghista sarebbe prevalsa una “vulgata” secondo la quale esso avrebbe acriticamente identificato il sovranismo e il nazionalismo con un ideale di omogeneità etnico-raziale, “non soltanto falsa e anacronistica, ma necessariamente escludente, xenofoba, razzista”. E’ accaduto così che il sovranismo espresso dalla Lega sia stato la “base identitaria” del suo nazionalismo, del quale razzismo e xenofobia sono state “conseguenze inevitabili”. L’identità nazionale cui si riferisce il messaggio leghista è talmente “povera” sul piano storico e culturale (proprio perché fondata su un’identità etnico-raziale), per cui è stato gioco forza che l’“italianità leghista” abbia potuto esprimersi solo in termini razzisti e xenofobi; ciò perché, “al fondo, – sostiene Canevaro – è identità vuota che non ha altro a cui appoggiarsi. E tuttavia, per quanto vuota, [ha esercitato]una grande forza di attrazione verso masse umiliate e impoverite dalle diseguaglianze”; si è trattato, quindi, di un’identità che ha creato un senso di appartenenza che è valso a rafforzare in ciascun componente il popolo leghista il mantenimento del senso di sé.
Stando così le cose, l’opposizione alla Lega deve essere allora trovata nella formulazione di “un’altra, diversa, identità italiana, che sia però anch’essa attraente per le masse popolari”, e non solo per le élite dominanti. Questo – sottolinea Canevaro – è stato il difetto che ha caratterizzato i tentativi esperiti negli ultimi anni per ricuperare il senso dell’identità nazionale: da quelli coincidenti con la celebrazione del 150° anniversario dell’Unità italiana, a quelli compiuti sulla base di “storytelling” (costruzioni narrative con scopi unicamente persuasivi) à la Berlusconi e à la Renzi; tentativi risoltisi tutti nella formulazione di identità significative per i pochi e non per i molti.
Il successo delle Lega va perciò ricondotto alla debolezza e parzialità di tali tentativi, ma soprattutto al “rifiuto della sinistra” di elaborare una versione del concetto di identità, improntata alla storia dei propri valori, nella quale tutti (masse impoverite ed élite dominanti) potessero identificarsi. La sinistra ha pensato, invece, che “di un’identità nazionale si potesse fare a meno”, lasciando libero il campo per la costruzione di tale identità alle forze politiche della destra; per questo motivo, può ben dirsi che il successo della Lega sia stato per le forze della sinistra un autogol, dovuto ai molti pregiudizi ideologici dai quali esse non sono riuscite a liberarsi.
Quale, in particolare, tra questi pregiudizi, ha motivato la sinistra a trascurare il bisogno di un’entità, qual è la nazione che, pur essendo costituita da simboli e di narrazioni non sempre coerenti tra loro, è percepita come una forza in grado di garantire sicurezza, solidarietà e coesione sociale? Sicuramente, il principale è stato – osserva Canevaro – quello di “aver qualificato la nazione come residuo tossico di un’epoca andata”, del quale era meglio liberarsi. E’ stata, questa, una posizione che ha allineato le forze di sinistra alle élite neoliberiste globaliste, avverse a qualsiasi ostacolo che potesse impedire o ritardare l’internazionalizzazione delle economie nazionali. Forze di sinistra e forze cosmopolitiche interessate hanno così spinto a considerare, soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda, superata e obsoleta l’idea di identità nazionale.
In questo modo, però, dopo la Grande Recessione dell’economia mondiale del 2007/2008, molti Paesi ad economia di mercato e di antica democrazia si sono trovati a dover vivere una “rinnovata età” del nazionalismo, con rivendicazioni sovraniste (spesso estreme) avanzate dalla maggioranza dei propri cittadini nei confronti di entità sopranazionali ritenute responsabili, assieme alle élite nazionali, della perdita della sicurezza economica e della stabilità dei sistemi politici. Secondo Canevaro, l’errore della sinistra è consistito nel fatto d’aver conservato fideisticamente l’assunto che la lotta politica consistesse, ancora oggi, nella scelta tra “identità nazionale” e “rifiuto cosmopolita dell’identità”, mancando di cogliere che la seconda opzione “è la scelta identitaria delle élite”, che antepongono la soddisfazione dei propri interessi a quella dei bisogni della gran massa impoverita del popolo.
Certo, non è facile per la sinistra concepire un’identità del popolo alternativa a quella della Lega; un tempo le forze di sinistra hanno potuto costruirla per i gruppi sociali più deboli avvalendosi del concetto di classe, che oggi però è stato reso obsoleto dalla globalizzazione. Pertanto, è inevitabile che da sinistra si cessi di scambiare una società accogliente per “una società senza coordinate identitarie, un amalgama di individui atomizzati senza senso di sé […], una società sfilacciata che rifiuta di immaginarsi comunità”. Le forze di sinistra avevano a disposizione le risorse per immaginare una identità nazionale aperta, tollerante ed accogliente, per opporsi all’”identità rozza, spoglia, semplicistica offerta dalla Lega”. La storia italiana è “piena” di tali risorse, idonee a consentire la concezione di un’identità nazionale in contrapposizione a quella dell’establishment di turno, pensata in funzione dello status “dei più deboli, degli oppressi, del popolo contro chi lo vuole sfruttare”, trascurando di soddisfare i suoi bisogni immediati e i suoi interessi di più lungo periodo.
Bastava che si fosse pensato – osserva Canevaro – all’Italia di Giuseppe Mazzini, “che non era certo l’Italia della monarchia sabauda, né quella del notabilato liberale. Era un’Italia immaginata come patto di popolo per emanciparsi non solo dallo straniero, ma anche […] dalla miseria, di secoli di umiliazione, di assoggettamento”. Mazzini è stato uno dei pensatori che le forze di sinistra avrebbero fatto bene a riscoprire, perché affermava di amare la propria patria e, nello stesso tempo, riteneva che il sentimento nazionale e il cosmopolitismo dovessero convivere a livello di relazioni tra tutti popoli; era un sentimento, quello di Mazzini, inconciliabile con il nazionalismo rozzo della Lega, perché fondato consapevolezza che l’identità nazionale costituisse la coscienza storica insopprimibile di ogni popolo, dotato di tradizioni consolidate e di irrinunciabili stili di vita. Dello stesso parere era anche Antonio Gramsci che, sia pure dal suo particolare punto di vista, affermava che l’elemento nazionale e quello cosmopolita dovessero convivere, perché, se il miglioramento delle condizioni esistenziali dell’uomo doveva essere orientato verso l’internazionalismo, il punto di partenza doveva pur sempre essere nazionale, e ad esso occorreva rifarsi per perseguire nel modo più conveniente gli obiettivi sopranazionali. I pericoli più grandi per il giusto rapporto che doveva sempre esistere tra nazionalismo e cosmopolitismo era, per Gramsci, il globalismo negatore delle specificità nazionali; questo, infatti, era da considerarsi il vero e proprio pervertimento sia del sentimento nazionale che del cosmopolitismo, aperto alla fratellanza e alla solidarietà tra i popoli.
Sarebbe bastato anche che le forze di sinistra avessero pensato, al di là delle molte affermazioni retoriche, all’Italia dell’antifascismo (che da molti punti di vista si ricollegava al pensiero del Patriota genovese); l’Italia della Resistenza, di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione non era certo l’Italia dei fascisti, né quella della monarchia, ma le istanze democratiche dell’Italia post-fascista sono state “marginalizzate, e la rifondazione dello Stato italiano […] ha avuto i tratti – nota Canevaro – della restaurazione dello Stato prefascista”. A dire il vero, nella Costituzione repubblicana è stata prefigurata un’altra Italia che offriva la possibilità “di immaginare una comunità nazionale democratica, aperta, votata alla giustizia sociale”, alternativa all’Italia che invece è stata realizzata. Il fatto che ciò non sia accaduto è da imputarsi – prosegue Canevaro – alla scelta della sinistra italiana di abbandonare “la battaglia per l’anima della nazione, inseguendo la chimera del rifiuto di ogni identità nazionale”.
E’ stata, quella delle forze di sinistra, una “scelta fatale, perché ha lasciato il campo aperto al trionfo ideale delle nuove destre”, ponendosi a volte nella condizione di doverne appoggiare le strategie. Occorre perciò, conclude Canevaro, che le forze di sinistra si impegnino ad immaginare un’Italia diversa da quella realizzata, in una continuità ideale con l’Italia immaginata da Mazzini e prefigurata nella Costituzione repubblicana; ovvero un’Italia che, fondata sulla democrazia e la giustizia sociale, si opponga ai soprusi delle élite dominanti.

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    Paolo Bolognesi on

    La storia del Belpaese è fatta anche di Comuni, Ducati, ecc.., ossia entità territoriali molto orgogliose e gelose della propria identità ed autonomia, spesso in lotta tra loro, e tale campanilismo-localismo ha durato a lungo, e forse non si è mai esaurito pur avendo poi trovato una cornice unitaria con la nascita del Regno d’Italia, nonché un sentimento comune attraverso il libro Cuore (almeno secondo l’opinione di qualcuno, che non mi sembra campata in aria, perché quelle pagine riescono ancora ad emozionarci).

    Senza contare che l’Ottocento, e il primo Novecento, si configurano come l’epoca del ‘patriottismo”, nella quale molti popoli hanno cercato di conquistare sovranità ed indipendenza, dentro confini precisi ed “inviolabili”, nel senso che il nazionalismo e il sovranismo non sono una “novità” dei nostri tempi, così tanto indigesta al pensiero “politicamente corretto”, ma hanno alle spalle ideali ed aneliti che furono ritenuti nobili ed epici (celebrati spesso anche dalla letteratura, non solo quella “romantica”).

    Dopo di che, a seguire, l’internazionalismo e il multiculturalismo, o, se vogliamo, una loro interpretazione abbastanza forzosa – associata non di rado ad una certa qual visione “nichilista” della società – hanno puntato ad una sorta di “omologazione”, ovvero al superamento delle identità nazionali, e al contenimento quanto più possibile delle identità ed appartenenze, cui si sono poi aggiunti gli anni della “contestazione“ e della insofferenza/ostilità, se non dileggio, verso i nostri valori, simboli e tradizioni.

    Certe difese del patrimonio valoriale possono essere ritenute “rozze” quanto si vuole, ma hanno rappresentato comunque un riferimento ed “appiglio” per chi ha sempre confidato nel sentire identitario, o per chi lo ha semmai riscoperto, e non so quanto possa essere credibile una parte politica che per decenni ha preso sistematicamente le distanze da detti simboli e valori, e che oggi volesse invece “invertire la marcia” (il primo passo che dovrebbe compiere sarebbe forse la palese e manifesta ammissione di aver sbagliato).

    Paolo B. 06.09.2020

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