venerdì, 6 Dicembre, 2019

Caos Bolivia, l’esercito costringe Morales alle dimissioni

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La crisi politica boliviana rischia di superare seriamente il punto di non ritorno, facendo aleggiare sul Paese l’oscuro passato delle dittature militari. Le proteste, iniziate subito dopo la rielezione del presidente Evo Morales, sono sfociate in un vero e proprio colpo di Stato. La fase cruciale degli scontri ha avuto inizio venerdì, quando diversi membri della polizia si sono ammutinati, chiedendo le dimissioni di Morales. Nel frattempo gruppi organizzati di paramilitari hanno attaccato la sede della Confederazione sindacale unica dei lavoratori contadini della Bolivia (Csutcb) e preso il controllo dei media statali Bolivia Tv (Btv) e Red Patria Nueva (Rpn). Alcuni estremisti hanno dato alle fiamme le abitazioni dei governatori dei dipartimenti di Chuquisaca ed Oruro, fedeli a Morales, e quella della sorella, nella stessa città di Oruro. Domenica la giornata si è aperta con la preghiera del Papa nell’Angelus, che ha chiesto alle parti di trovare una situazione per il bene dei cittadini e della pace.

Successivamente l’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) ha chiesto la ripetizione del primo turno delle elezioni «a causa della gravità delle denunce e delle analisi relative al processo elettorale». Tutto questo dopo settimane di colpevole silenzio. Sono state le parole dell’Osa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Subito dopo la richiesta dell’ente fondato dagli Stati Uniti nel 1948 Morales ha deciso di convocare nuove elezioni, per ristabilire l’ordine nel Paese. Nonostante tutto le opposizioni, invece di lavorare per stabilizzare la situazione, hanno acutizzato al massimo le tensioni. Nel pomeriggio il capo dell’esercito, il generale Williams Kaliman, ha chiesto a Morales di lasciare la carica di presidente, facendo intendere che i militari sarebbero intervenuti se la sua volontà non fosse stata rispettata.

Morales, dopo aver denunciato la pubblicazione di un mandato di arresto nei suoi confronti, ha preferito dimettersi per evitare l’inizio di una guerra civile. «Il mio peccato è essere indigeno, dirigente sindacale, ‘cocalero’ (raccoglitore di coca, ndr)», ha dichiarato l’ormai ex presidente boliviano. «Essere indigeno, antimperialista e di sinistra è il nostro peccato», ha ripetuto sconcertato Morales. Si sono dimessi anche il vicepresidente Álvaro García Linera, i presidenti del Senato e della Camera bassa del parlamento, alcuni ministri e deputati del Movimento per il Socialismo, per paura di rappresaglie nei loro confronti. Diverse fonti parlano di una vera e propria caccia a l’uomo contro i militanti socialisti e di assalti contro l’abitazione dello stesso Morales e l’ambasciata del Venezuela, abbandonate dai poliziotti ribelli, condotti sempre da gruppi armati di paramilitari. Anche se il Messico e l’Argentina si sono offerti per ospitare Morales, quest’ultimo sembrerebbe non intenzionato a lasciare il Paese.

Nonostante l’assordante silenzio dell’Unione Europea e l’esultanza di Jair Bolsonaro, Morales ha ricevuto il sostegno dei governi socialisti latino americani, degli ex presidenti Pepe Mujica e Lula oltre l’appoggio internazionale di Russia e Cina. Per Evo Morales si tratta di una fine ingiusta, immeritata e ingloriosa. Durante i precedenti 14 anni di Governo, la Bolivia ha conosciuto un grande periodo di sviluppo, con l’aumento del PIL e la diminuzione delle disuguaglianze sociali e sopratutto ha sconfitto il razzismo nei confronti degli indigeni, popolo di appartenenza di Morales. Adesso tutti i diritti acquisiti nel corso degli anni sono in pericolo, così come la stessa Democrazia, rimasta pericolosamente nelle mani dei militari.

Amedeo Barbagallo

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