giovedì, 18 Luglio, 2019

Casa. Sette milioni di famiglie in Europa in ritardo nei pagamenti

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L’emergenza abitativa non riguarda soltanto l’Italia. Ogni notte in tutta Europa circa 700 mila persone dormono in strada. Dal 2009, anno in cui se ne contavano circa 410 mila, i senzatetto sono aumentati del 70%. I servizi di ospitalità presenti nei diversi paesi europei non riescono a garantire un rifugio per la notte a tutti né ad assistere le persone senza fissa dimora in modo sicuro ed adeguato.
Anche tra coloro che hanno una casa le condizioni di vita non sono sempre ottimali: più di 17 milioni di famiglie nell’Unione Europea non possono permettersi di riscaldare adeguatamente le loro abitazioni; oltre 7 milioni sono in arretrato con il pagamento delle rate del mutuo o dell’affitto.
Quando sta per scadere la ‘Strategia Europa 2020’ per la crescita e l’occupazione, la Federazione Europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora (FEANTSA) e la Fondazione Abbé Pierre hanno messo in discussione l’efficacia delle politiche europee contro la povertà e l’esclusione sociale. Nel rapporto ‘La quarta panoramica sull’esclusione abitativa in Europa’ le due organizzazioni hanno analizzato il sistema di accoglienza temporanea o d’emergenza e lanciato l’allarme sul preoccupante aumento delle persone che subiscono problemi di grave esclusione abitativa.
Nel rapporto sono evidenziate quattro categorie: i senzatetto che si servono di sistemazioni di fortuna; le persone prive di una casa ospitate in strutture temporanee; le persone che, pur disponendo di un alloggio, vivono in condizioni di insicurezza; le persone che vivono in condizioni non adeguate (case troppo umide, senza luce, in luoghi molto inquinati).
Oltre a chi dorme per strada, si considerano senza dimora anche i rifugiati e gli immigrati ospitati in centri di accoglienza, donne ospitate in dormitori e strutture femminili, minori accolti in istituti, case famiglia e comunità, persone che dividono la casa con familiari e amici o che occupano abitazioni illegalmente e tutti coloro che vivono in edifici non a norma.
La perdita della casa e l’eventuale stato di vagabondaggio in cui cadono le persone in difficoltà sono spesso le conseguenze estreme della povertà determinata da periodi di crisi economica. Secondo FEANTSA, l’utilizzo diffuso e istituzionalizzato di alloggi di emergenza come principale sistema di risposta alle esigenze di persone senza dimora non è sufficiente a risolvere il problema. Si tratta di una soluzione a breve termine che non ha l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita. In molti casi, la gestione stagionale del problema, fa dipendere l’accesso all’alloggio dal periodo dell’anno e/o dalle condizioni meteorologiche esterne. Le soluzioni si traducono molto comunemente in piani invernali di emergenza.
Il numero esatto di persone senza fissa dimora in Europa non è stato ancora calcolato. I dati disponibili provengono da ministeri, istituti statistici nazionali e da indagini condotte da associazioni e organizzazioni che si occupano di accoglienza nei territori. Questa varietà di fonti rende i dati non uniformi e molto diversi fra loro. Così in Germania si contano più di 800 mila persone senza fissa dimora (+150% nel periodo 2014-2016), che includono rifugiati e senzatetto, mentre in Spagna si calcola che, mediamente, circa 16.437 persone al giorno cercano ospitalità in centri di accoglienza temporanea.
Negli ultimi anni, in tutti i Paesi dell’Unione europea sono aumentati i posti letto a disposizione per le persone in difficoltà. Nel Regno Unito e in Francia il sistema di alloggi di emergenza è ormai al completo e gli operatori locali e le associazioni ricorrono sempre più spesso a camere in albergo, B&B o appartamenti privati per offrire un rifugio. In Francia, in sette anni, il ricorso alle camere di hotel è aumentato del 224%. Nella Repubblica Ceca, dal 2006 al 2015 il numero di posti letto è duplicato, ma nel 2016 ancora 1086 persone senza fissa dimora non avevano accesso ai servizi di accoglienza. In Irlanda, tra febbraio 2015 e febbraio 2018, il numero di persone senza casa ospitati in alloggi di emergenza finanziati dallo Stato è aumentato del 151% per gli adulti e del 300% per i bambini.
Sebbene esistano grandi differenze tra i servizi offerti, secondo FEANTSA, la maggioranza degli alloggi per l’accoglienza tende a riprodurre al suo interno condizioni di esclusione sociale e di instabilità. Le strutture sono spesso edifici utilizzati in passato per altre attività, con poco spazio per la privacy o la socializzazione e con a disposizione attrezzature di scarsa qualità. In queste sistemazioni le persone sono costrette a condividere gli spazi con estranei e raramente possono conservare gli effetti personali.
La maggior parte dei centri offre solo aiuti umanitari di base (letti, talvolta pasti e servizi sanitari). L’unico paese dell’Unione europea dove gli alloggi di emergenza sono stati gradualmente sostituiti da alloggi permanenti è la Finlandia, dove agli utenti sono offerti servizi di qualità superiore, come camere singole. L’obiettivo del programma finlandese è quello di garantire un soggiorno il più breve possibile in alloggi di emergenza, per offrire in seguito soluzioni abitative permanenti insieme a misure di sostegno sociale.
I dati ufficiali più recenti sulla situazione delle persone senza dimora in Italia risalgono all’indagine Istat del 2014 che ne ha contati 50.724, in aumento rispetto ai 47.648 del 2011. Un’altra fonte rilevante per l’osservazione del fenomeno è il rapporto 2018 della Caritas “Povertà in attesa”. Nel 2017 le persone senza dimora che si sono rivolte ai 1982 centri di ascolto delle diocesi di tutta Italia, sono state 28.697, circa il 21% del totale degli utenti Caritas.
Secondo il profilo delineato dal rapporto si tratta di persone che si trovano in situazioni di povertà estrema, il 33% delle quali si rivolge ai centri Caritas da più di tre anni e il 20% da 1-2 anni. La Lombardia è la regione con il più alto numero di presenze e con percentuali in crescita rispetto all’anno scorso (dal 30,4% al 32,9%), seguita dall’Emilia-Romagna (19%) e dal Lazio (11,8%). La concentrazione maggiore di richieste si trova comunque nelle città del Nord (64%), con percentuali molto più alte rispetto a quelle del Centro (24%) e del Mezzogiorno (12,5%).
Una buona parte degli utenti Caritas ha dichiarato di avere problemi derivanti da reddito insufficiente (30%) e povertà generica (12%). Molti sono anche i disagi legati a condizioni precarie dell’abitazione (5,5%), a sfratto (3%), a problemi abitativi generici (10%) e a difficoltà a ottenere la residenza anagrafica (10%). Il 18% delle persone senza dimora ha difficoltà economiche a causa di lavoro irregolare, sottoccupazione, lavoro precario. Tra le persone senza fissa dimora le donne sono in aumento (30%).
Dai dati emerge un dato anagrafico preoccupante: oltre la metà delle persone senza dimora è nel pieno dell’età lavorativa, e circa una persona senza dimora su tre è molto giovane, tra i 18 e i 34 anni.
In molti casi diventano senzatetto anche gli stranieri a cui i sistemi nazionali di accoglienza non hanno garantito reali opportunità di inclusione sociale. L’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere, “Fuori Campo”, conferma che in Italia ci sono almeno 10 mila persone escluse dall’accoglienza, con limitato o nessun accesso ai beni essenziali.
La percentuale degli stranieri, tra le persone che vivono in situazione di esclusione abitativa in Italia, si mantiene alta e costante (67%).
Nel 2017, le famiglie dell’Unione europea hanno speso più di 2 mila miliardi di euro per spese legate alla casa, all’acqua, all’elettricità, al gas e ad altre fonti energetiche. Si tratta del 13,1% del Pil europeo. Le spese per la casa assorbivano una quota consistente dei bilanci familiari. Per il 38% delle famiglie povere, le spese per la casa corrispondevano a più del 40% delle uscite totali.
Nel 2017, il 3% della popolazione europea totale e l’8% delle famiglie povere risultavano in arretrato con i pagamenti dell’affitto e delle rate di mutuo. I costi per i consumi energetici, le condizioni precarie degli edifici non ristrutturati condizionano la vita di un gran numero di europei, in particolare quelli che non possono permettersi costi elevati per abitazioni migliori. L’8% di tutte le famiglie europee ha avuto difficoltà a mantenere la casa sufficientemente calda, percentuale che sale a 18% tra le famiglie povere. Più di un europeo povero su quattro vive in alloggi condivisi con un numero elevato di persone.
Bambini e giovani di età compresa tra i 18-24 anni, provenienti da un paese al di fuori dell’UE o genitori single con figli a carico, fanno aumentare il rischio di esclusione abitativa in Europa.
L’Agenzia dell’Unione europea Eurofund ha stimato che il costo totale annuo dell’esclusione abitativa in Europa è di 194 miliardi di euro. L’adeguamento delle strutture non conformi a standard accettabili comporterebbe una spesa che si aggira intorno ai 295 miliardi di euro (in base ai prezzi del 2011). Ma se tutti i miglioramenti fossero realizzati in breve tempo le economie europee recupererebbero entro 18 mesi le risorse investite, risparmiando sui costi dell’esclusione. Per ogni tre euro investiti, due sarebbero recuperati in un anno.
Secondo FEANTSA e Fondazione Abbé Pierre, l’unica soluzione efficace per risolvere i problemi legati alla mancanza di casa, sarebbe quella di attuare strategie mirate alla prevenzione e al recupero delle persone che vivono in condizioni di esclusione abitativa, come dimostra l’esempio della Finlandia. La strategia Europa 2020 aveva l’obiettivo di far uscire 20 milioni di europei dalla povertà entro il prossimo anno, ma ormai, appare un traguardo difficile da raggiungere.
Lo sviluppo economico, il raggiungimento della piena occupazione ed una sana politica di redistribuzione della ricchezza sono i fattori necessari per contrastare la povertà.

Salvatore Rondello

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