giovedì, 18 Luglio, 2019

Caso Siri, continua la rissa nel Governo

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Quando mancano tre giorni al Consiglio dei ministri che deciderà sulle sorti di Armando Siri, il sottosegretario leghista ai Trasporti indagato per corruzione, i toni tra i due alleati di governo si fanno roventi. Ieri, in mattinata, un altro comunicato del Movimento cinque stelle, ha riacceso il conflitto: “Alla Lega chiediamo di non cambiare sempre discorso, ma di tirare fuori le palle su Siri e farlo dimettere”.
Queste affermazioni sono state rafforzate dal capo politico del M5S, Luigi Di Maio che in tv, sul caso Siri ha rincarato la dose: “Non ha senso attendere il rinvio a giudizio come chiesto da Salvini, perché la questione non è l’inchiesta in sé, ma un sottosegretario che avrebbe provato a favorire un singolo con una legge”. Poi, rivolgendosi a Salvini: “È facile fare il forte coi deboli, questo è il momento del coraggio”.
Salvini però non si è scomposto. Nel corso di un incontro a Roma, ha sbottato: “Stufo di insulti da alleati. Questo governo andrà avanti cinque anni. State attenti a come parlate perché elementi deboli rischiano di prendere sul serio gli insulti che mi arrivano addosso, sono stufo di essere oggetto di un tiro al bersaglio di chiacchieroni finti democratici che istigano all’odio e alla violenza. Non ho paura di niente e nessuno ma le parole hanno un peso. Tappatevi la bocca, lavorate e smettetela di rompere le scatole e insultare e minacciare il prossimo, questo ve lo dico ed è l’ultimo avviso”.

Ma la tensione non si è allentata. A breve, in serata, è arrivata la replica di Di Maio nell’intervista di Massimo Giletti su La7: “Con la corruzione non ci si tappa la bocca, si parla e si chiede alle persone di mettersi in panchina. Il Movimento 5 Stelle rimane un presidio di legalità. Sul caso Siri non mollo per coerenza, chi getta un’ombra su governo si deve mettere in panchina”.
Poi, calando il sipario su una giornata di offesi e insulti, Di Maio ha lanciato la domanda che tutti, in queste settimane, continuano a ripetere: “Ma perché dobbiamo arrivare a questo punto?”.
Poi, stamattina, intervistato dal Gr1, Di Maio ha rafforzato la dose: “La cosa importante in questo momento è rimuovere quel sottosegretario che secondo me getta delle ombre su tutto il governo. Per farlo spero non si debba arrivare in Consiglio dei Ministri. Lì noi abbiamo la maggioranza assoluta. Spero che la Lega non sia così irresponsabile”.
Il Consiglio dei ministri è convocato mercoledì alle 10. La riunione di governo dovrà affrontare la vicenda delle dimissioni del sottosegretario leghista, Armando Siri.
Secondo quanto ha affermato Luigi Di Maio a Gr1: “Il governo non rischia sul caso Siri a meno che non sia la Lega a chiedere una crisi di governo dopo un eventuale voto in Consiglio dei Ministri. Non credo si debba arrivare al voto ma in ogni caso la spaccatura è già evidente sul caso Siri che vede sulla corruzione delle sensibilità diverse. Il contratto di governo ha ancora da attuare un sacco di leggi importanti e per me bisogna continuare per cambiare questo paese. Nessun cambio di strategia, il tema Siri riguarda la corruzione e addirittura si parla di mafia e su questo non possiamo transigere”.

Per tutto quello che sta avvenendo attorno al caso Siri, il lettore sicuramente si porrà alcuni interrogativi. Il linguaggio dei protagonisti in campo è sicuramente sceso ad un livello di bassezza espressiva senza precedenti. Ma a quella espressiva andrebbe premessa la bassezza sostanziale dei fatti e degli atti compiuti. Il ministro degli Interni continua a difendere un sottosegretario leghista coinvolto in un’inchiesta sulla mafia. La Lega e Salvini, finora, con il cavallo di battaglia contro gli immigrati, demagogicamente hanno portato avanti la giustificazione mediatica di lotta al malaffare celato dietro agli aiuti umanitari. Adesso, invece, si scopre che gli scheletri negli armadi della Lega non sono pochi, e come se non bastassero crescono in continuazione. Dall’altro lato, il M5S chiede la testa del sottosegretario Siri per un problema di immagine e per salvare un governo che invece fa acqua sotto ogni aspetto: dalla politica estera a quella economica, dalla politica scolastica alle infrastrutture. L’unica cosa certa è quella del cambiamento. Si è passati dalla concezione di un potere Esecutivo che dovrebbe governare il Paese ad un potere Esecutivo del non governo in cui tutte le azioni politiche preminenti sono volte al rafforzamento del potere di gruppo ed a quello personale. Sembra di assistere alle grandi manovre per far soccombere la democrazia della Repubblica italiana.

Dovrebbero bastare queste motivazioni ad allertare l’attenzione del Presidente della Repubblica, che per assolvere il Suo ruolo istituzionale deve sempre più impegnarsi per poter garantire l’interesse supremo dell’Italia, per il bene di tutti gli italiani e per la dignità del Paese al cospetto del mondo intero e della storia.

Salvatore Rondello

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