domenica, 23 Febbraio, 2020

Cavalleria e Pagliacci, dal Teatro Comunale di Bologna a Reggio Emilia

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La produzione del teatro Comunale di Bologna ha fatto centro. La rappresentazione del solito binomio, un tandem necessario per due atti unici, è stata a dir poco sontuosa. Discutibile alcune scelte registiche, di Sonia Ganassi parlerò a parte, ma convincente sul piano musicale e del canto. Si sa, Mascagni non è Leoncavallo. Soprattutto Cavalleria non è Pagliacci, anzi Pagliaccio come l’opera era stata definita in origine dai suoi autori. Cavalleria è un capolavoro musicale, composta dal ventisettenne Pietro Mascagni quando ancora era a capo della banda musicale di Cerignola e questo rende ancora più stupefacente l’opera tratta dalla novella del Verga, col quale l’autore finì in lite giudiziaria, poi composto col lauto compenso riconosciuto allo scrittore siciliano. E quello del contenzioso giudiziario (anche l’autore deI Pagliacci fu costretto a finire dinnanzi al tribunale a causa di un presunto atto di plagio del contenuto dell’opera) è l’unico tratto comune dei due atti unici. Leoncavallo, che Puccini definiva amichevolmente Leonbestia, non è un musicista di eccellenza. Piuttosto noto come autore di operette e della famosa e bella canzone Mattinata, proposta anche da Albano, della sua opera resta nella nostra memoria solo l’accattivante romanza “Ridi pagliaccio” e poco altro. Ma tant’é. L’equiparazione delle due opere è solo strumentale ad occupare l’intera serata e ad esaltare ancor di più il capolavoro mascagniano.

A proposito del quale occorre sempre precisare che fu l’unico composto dal compositore toscano. In tutte le altre sue quindici opere (in repertorio passeranno solo l’Iris e L’amico Fritz) Mascagni non riuscirà mai ad eguagliare i successi di Cavalleria. Peccato che per molti, troppo decenni anche quest’opera non si sia potuta rappresentare. L’accusa rivolta all’autore di Cavalleria di avere flirtato col regime fascista, in un’Italia fascista, non poteva essere perdonata. Come la critica all’autore di “Andrea Chenier” di avere composto un’opera controrivoluzionaria. Ma quando si confonde la musica con la politica si compie un reato di assolutismo ideologico inammissibile. Cavalleria introduce la novità di inserire nel mezzo del preludio una cantata, la Siciliana, intonata in dialetto da Turiddu e dedicata all’amante ed ex compagna Lola, poi sposata dal carrettiere Alfio. Un momento di grande tensione emotiva é costituito da coro “Inneggiamo il signor non è morto” che si sviluppa prima aggirando e poi innestando il tema principale che esplode alla fine con tutta la forza di un’opera verista, mentre le primaverili arie di “Gli aranci olezzano” e poi del tema di Lola “Fior di giaggiolo” disegnano una giornata serena di Pasqua e nel contempo il carattere anch’esso lieve, forse troppo, di lei.

Mamma Lucia è una sorta di riferimento degli altri. Certo di Turiddu che è suo figlio, ma anche di Santuzza, la fidanzata tradita dello stesso Turiddu. La parola “mamma” qui risuona ovunque, nella romanza di Santuzza “Voi lo sapete o mamma” e nel famoso finale a lei dedicato da Turiddu. Prima l’accattivante intermezzo che riprende e sviluppa i temi dell’opera. Che dire della bella rappresentazione reggiano-bolognese? La scena di Cavalleria è buia, tutta giocata sul prevalente ruolo della croce, che in realtà in Cavalleria è solo un pretesto per delineare una storia che si svolge nel pieno della Sicilia, a Vizzini. La Sicilia è qui la grande assente, non la si vede e manco la si intuisce. L’orchestra del teatro Comunale bolognese ha offerto un’ottima prova, ben diretta dal maestro Frederic Chaslin, che ha offerto identica maturità nella direzione dell’opera di Leoncavallo.

Protagonista assoluto di Cavalleria è stato il tenore Angelo Villari, un lirico drammatico pronto ormai per i più grandi teatri. Non si comprende perché non si cimenti con la parte di Manrico nel Trovatore e perché il teatro alla Scala abbia puntato sul solito Meli, ottimo tenore lirico che deve fuoriuscire dal suo repertorio per interpretare una parte da tenore drammatico. Ottima la prova di Sonia Ganassi, anche se la parte di Santuzza non fa esattamente al caso di un mezzo soprano d’impostazione lirica quale Sonia è sempre stata. All’altezza tutti gli altri a cominciare dall’Alfio di Stefano Meo, l’unico dei protagonisti di Cavalleria inserito anche nel cast di Pagliacci. NeI Pagliacci, oltre alla solita Carmela Remigio, brava e completa, si segnala un bel cast di tenori, soprattutto Paolo Antognetti nei panni di Beppe-Arlecchino e del Canio di Stefano La Colla. Insolita la proposta del “Ridi Pagliaccio” senza cipria, specchio e lacrime, ma nell’essenza intima del dolore e della gelosia. Delle due regie, di Emma Dante e Carmela Sinigaglia quella di quest’ultima nei Pagliacci mi é parsa la più intrigante e coinvolgente, giocata sullo sfondo di un’Italia contadina anni cinquanta che attende come un magico evento una povera rappresentazione di una compagnia improvvisata. Pubblico che ha gremito il teatro e ha lungamente applaudito. Finalmente a ragione. Ma davvero in Italia non esistono più tenori? Vedere e sentire il binomio Mascagni-Leonbestia per credere il contrario.

Mauro Del Bue

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