martedì, 24 Novembre, 2020

C’è un futuro per il socialismo?

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Porci questa domanda dovrebbe essere scontato. Non foss’altro perché, finita la pandemia, ci ritroveremo in un mondo dove, comunque vadano le cose nessuna potrà ricorrere al pilota automatica dell’ordoliberismo e dove ogni possibile scelta nascerà nel conflitto tra opzioni magari radicalmente diverse tra loro.

LE PAROLE DEL SOCIALISMO FRATERNITÀ

Nel grande trittico della rivoluzione francese, la fraternità è quella che ha ricevuto la minore attenzione. Forse perché più vaga nei suoi contorni. Forse perché inquinata sin dall’inizio dalla sua interpretazione giacobina (“sii mio fratello o ti ammazzo”). Forse perché travolta dalle due grandi catastrofi del 1848-49 e della prima guerra mondiale. Forse perché ristretta nei limiti del partito dopo la rivoluzione d’ottobre. Certamente perché, con la fine dell’internazionalismo socialista e la mummificazione dei relativi partiti, la fraternità è diventata identitaria e anche ostile: dai suprematisti bianchi agli ultras.
Pure, questa parola è al centro dell’identità socialista. Segnando la sua irriducibile diversità rispetto al mondo comunista come anche al variegato universo democratico.

Nel nostro universo, la fraternità non è il sentimento che sboccerà una volta varcate le soglie della società socialista. Ma è. piuttosto, in una sequenza esattamente opposta, lo strumento e, insieme, il contesto necessario per costruirla nel corso del tempo; difendendo la libertà e costruendo l’uguaglianza.
I socialisti, a differenza dai comunisti e da tutti i riformatori dall’alto, hanno sempre pensato che “l’emancipazione dei lavoratori dovesse essere opera dei lavoratori stessi”; e che questi, come disse Turati, “dovessero essere difesi anche quando sbagliavano”.
Un partito di servizio, dunque. Lontano anni luce dai partiti guida di una volta; ma anche dalle formazioni corsare e predatrici di oggi. E un partito che lega espressamente le sue fortune alla crescita del movimento che vuole rappresentare.

E un partito che considera la fraternità come un fine ma anche come un mezzo.
In questa prospettiva, tre idee-forza.
La prima è la pace. Che non è soltanto ripudio della guerra in tutte le sue forme e motivazioni ma anche e soprattutto argine contro il clima di violenza, di disordine e di sopruso che accompagna inevitabilmente i momenti di crisi dell’ordine esistente. Tutti i nostri maggiori, da Turati a Nenni, da Lombardi allo stesso Craxi sono stati in grado di capire, anzi di sentire sulla loro pelle che la via del socialismo democratico era più di tutte irta di pericoli e di minacce. E che il compromesso democratico tra socialismo e capitalismo era sempre suscettibile di essere rimesso in discussione.
Ed è quello che sta avvenendo oggi. Grazie, anche, alla pandemia. Ma soprattutto nel contesto di un sistema mondiale, caratterizzato dalla lotta di tutti contro tutti e con tutti i mezzi ad eccezione del conflitto militare aperto; senza ordine, senza regole e senza il concerto delle nazioni.
E, allora, lo slogan “o socialismo o barbarie” deve essere riproposto. Qui e oggi. Ma con la dovuta consapevolezza. Perché il socialismo si è addormentato e si sta appena risvegliando. Perché la barbarie dominante lo soffoca e gli impedisce di agire. E, quindi, perché le dimensioni di una fraternità efficace devono andare ben oltre i nostri confini: nelle forze che la compongono, nella sua dimensione europea ed internazionale e nella sua capacità di agire in modo unitario ed intorno ad obbiettivi chiari.
E ciò ci porta ad introdurre l’altra grande tema su cui si declina la fraternità socialista. Quello, appunto, dell’unità. Nella versione ultra semplificata del craxismo, una parola sospetta. Perché vista come una specie di esca destinata a coprire l’amo del pescatore comunista.

Nella pratica politica, in Francia come in Italia, è avvenuto esattamente il contrario. Perché a sollecitare l’unità (anzi “ad essere unitari per due”come dicevano i compagni francesi) sono stati, nel corso della storia, proprio i socialisti; mentre resistenze e perplessità sono quasi sempre venute dal campo comunista. Così avvenne ai tempi del fronte popolare in Francia; così ancora, sempre in Francia, nella crisi del ’68 e ancora, con la rottura finale sul programma comune nel 1978. Così in Italia, a Livorno e negli anni successivi e ancora, sempre in Italia, negli anni sessanta e settanta.
Eravamo convinti che la storia fosse dalla nostra parte. Insomma che con l’andar del tempo, le ragioni della scissione-centralità dell’evento e del partito rivoluzionario – così come il suo esito – il socialismo reale – sarebbero venute meno; riportando la corrente che se ne era separata nel grande fiume del socialismo democratico. E in questa prospettiva hanno operato i grandi leader della socialdemocrazia europea contribuendo in modo determinante a quella dissoluzione pacifica del sistema che nessun altro aveva previsto.

Nel momento decisivo però, il grande fiume si stava inaridendo; e l’acqua del confluente era diventata totalmente impura.
Oggi, nella generale situazione difficile e precaria in cui ci troviamo, di ottimismo storico non è proprio più il caso di parlare.
E allora, a sostegno della nostra scommessa unitaria, rimane soltanto il socialismo delle persone. Delle infinità di persone che, in Italia e nel mondo, contestano l’ordine esistente a partire dalla loro esistenza quotidiana ricercando e costruendo faticosamente azioni e istituzioni collettive a sostegno del loro dignità individuale. Esattamente come era avvenuto, seppure in un contesto del tutto diverso, agli inizi del secolo scorso.
Su queste basi, la scoperta della fraternità socialista. Allora; e magari anche oggi.

 

Alberto Benzoni

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