lunedì, 3 Agosto, 2020

C’è un futuro per il socialismo?

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È oramai da una generazione, soprattutto ma non solo in Italia, che non ci poniamo più questa domanda. Convinti, come eravamo e da tempo, che il socialismo democratico (visto come più stato, più tasse, più spese) avesse “esaurito la sua spinta propulsiva”; che il matrimonio tra capitalismo e democrazia fosse destinato, come il diamante, ad una sorta di vita eterna; che protagonisti del conflitto-riposta in un museo la vecchia lotta di classe, operai e padroni, sinistra e destra-fossero diventati da una parte i riformisti/modernizzatori e dall’altra i “conservatori”; che il mondo potesse anzi dovesse essere gestito da una specie di pilota automatico, dove le leggi del mercato facevano premio sulle esigenze della politica, anche perché, seguendo queste leggi si sarebbe trovata la risposta giusta ad ogni problema.

Fukuyama era, nello schema, la ciliegina sulla torta. Aggiungendo, di suo, la convinzione che esso rappresentasse la “fine della storia”, l’orizzonte che si sarebbe fatalmente esteso al mondo intero.
Non è andato così. E fin dal principio (guerre jugoslave). Ma ciò non ha modificato in nulla la nostra convinzione. La torta si può mangiare benissimo senza la ciliegina. E, fuor di metafora, coloro che si sarebbero opposti al nostro benevolo e lungimirante dominio, sarebbero stati autonomamente catalogati, secondo il vecchio e mai tramontato schema bene/male, come stati canaglia oppure come “populisti”.

Con l’arrivo della pandemia, tutto questo bell’edificio, già pericolante sotto i colpi di chi (America di Trump) avrebbe dovuto guidarlo, è crollato in mille pezzi. E non potrà essere ricostruito. Con l’ordoliberismo è scomparso anche il pensiero unico. Ne testimoniano le molteplici voci che, a partire dai piani alti della politica e, soprattutto, dell’economia e della cultura ci ripetono lo slogan del “da oggi, nulla sarà più come prima”, sino ad indicarci nuove strategie e nuovi percorsi. Tutti, dico tutti, caratterizzati dal ritorno in forze dello stato e della politica; dal recupero del concetto di conflitto intorno ad opzioni tra loro diverse; e, infine e soprattutto dalla necessità di affrontare con decisione il problema, interno e internazionale, delle disuguaglianze, possibilmente con impegni collettivi e nel segno della solidarietà.

Ad un primo esame, il tappeto rosso per il ritorno del vecchio antagonista socialista.
Come mai, allora, questo, almeno per ora, non compare all’appuntamento? Perché, tra le molteplici voci che ascoltiamo manca quasi totalmente quella dei suoi esponenti e delle sue organizzazioni interne e soprattutto internazionali?

Qui le spiegazioni sono sostanzialmente due. La prima riguarda il passato. Ve la riproponiamo, per memoria, nell’immagine di un uomo che da circa trent’anni vive sonni beati all’interno di un universo immaginario e che si trova sbalzato improvvisamente nel mondo reale e tutto diverso da quello e con forze ridotte. Capire, per ripartire sarà, per lui, un’operazione lunga e faticosa. Anche se il tempo a sua disposizione è scarso.

Per altro verso, e questo diventa il tema conclusivo della nostra riflessione, ammesso e non concesso che il socialismo italiano ed europeo sia in grado di ripartire, non è affatto detto che il terreno davanti a lui sia spianato. Secondo lo schema: ritorno dello stato, ritorno della politica, lotta alle disuguaglianze, quindi socialismo.

E questo per almeno quattro ragioni. Qui richiamate in modo estremamente sintetico (dalla voce; ”brevi cenni sull’universo”…).
La prima è che, nel frattempo, il nostro spazio tradizionale è stato occupato da altri: e, per lo più da formazioni populiste di destra. Recuperarlo non sarà facile. E, a questo riguardo, sono inutili gli anatemi; peggio ancora, se non accompagnati da forti contestazioni di merito.

La seconda ha a che fare con il mondo attuale. E con il fatto che questo mondo è segnato, nel totale disprezzo per le regole, da violenze e conflitti di ogni tipo e in ogni campo. E tali da produrre indicibili sofferenze ai “più numerosi”, leggi ai più deboli. In un contesto del genere non esiste alcuno spazio per il movimento socialista (come avevano capito, ai loro tempi, prima Turati e poi, e soprattutto, Pietro Nenni). Diventa, dunque prioritario, qui e oggi, allearsi con le forze della democrazia liberale per sconfiggere l’America di Trump e i suoi alleati europei. Marciare divisi per colpire uniti fa parte della nostra tradizione…

Ancora, il mondo che sta cascando addosso, sarà un mondo di vacche magre. Dove, all’interno dei singoli paesi e in particolare nel nostro, si scatenerà un lotta senza quartiere per l’utilizzo di risorse scarse. A scatenare questa lotta, che è anche lotta di classe, non saremo noi ma i padroni; e con uno stato debole e istituzioni democratiche sotto attacco. E, attenzione, se non saremo capaci di rinnovare l’uno e le altre, la partita sarà persa: per noi ma anche per il nostro paese.

E, infine, dobbiamo ricordarci sempre che il “movimento socialista”, se quando rinascerà – ma rinascerà – sarà un sentire e agire collettivo che andrà molto al di là dei confini di un partito. Specie dei partiti variamente disastrati come quelli della sinistra italiana.

E ciò rappresenta, in qualche modo, la morale della favola. Il socialismo che, per sopravvivere dovrà essere largo: allearsi con tutti; ma non appartenere a nessuno.


Alberto Benzoni

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1 commento

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    Paolo Bolognesi on

    Per materializzare la morale di queste righe, secondo la quale il socialismo dovrebbe “allearsi con tutti; ma non appartenere a nessuno” – muoversi cioè in modo “tattico” e non ideologico, onde raggiungere gli obiettivi che si propone, da quanto posso capirne – occorre innanzitutto avere chiari gli obiettivi, e credo che sia stata proprio questa chiarezza ad esser venuta meno in questi anni, evitando altresì gli errori di valutazione (che possono portare talora fuori strada, diminuendo la fiducia del corpo elettorale).

    Circa gli errori, a me pare ad es. che la sinistra, in particolare quella di segno “massimalista”, abbia sostenuto troppo a lungo una visione “operaista” della società, in opposizione ai “padroni”, quando la “morfologia” sociale era già profondamente mutata, col risultato che al capitalismo industriale è subentrato in molti casi quello finanziario e, nel contempo, causa forsanche detta “conflittualità”, non poche imprese hanno trasferito altrove la produzione, ossia fuori dai confini nazionali, o l’hanno semmai dismessa.

    Io penso che per il socialismo riformista possa esservi un futuro, se saprà imboccare la giusta direttrice, e restarvi coerente in modo da rassicurare il suo potenziale elettorato, che io oggi intravedo soprattutto all’interno della classe media, la cui intraprendenza può aiutare il Paese a risollevarsi anche in questa circostanza, ossia dopo l’emergenza sanitaria, producendo reddito per sé e anche per altri (nell’ottica della illuminata intuizione socialista degli anni Ottanta: riconoscere i meriti e soddisfare i bisogni).

    Paolo B. 18.06.2020

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