giovedì, 28 Maggio, 2020

C’è una alternativa alla globalizzazione

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Il Coronavirus, il mondo fatto di persone con mascherine che circolano per città semideserte, ha fatto crollare rovinosamente e definitivamente un mondo: quello della globalizzazione incontrollata, spacciata come operazione di sinistra mentre era il rilancio (sotto nuove vesti) del capitalismo selvaggio stile fine 1800! I contraccolpi sono stati pesantissimi in tutto il pianeta: crescita a dismisura delle disuguaglianze economiche e sociali, sfruttamento incontrollato delle ricchezze naturali, devastazione del ceto medio (nerbo della democrazia) in Europa e negli Stati Uniti d’America. Di qui la nascita dei populismi e i sovranismi, i moderni nazionalismi. Tutto è diventato precario.

L’élite del mondo occidentale, con la globalizzazione economica, ha delegato 30-40 anni fa la produzione industriale sottocosto agli allora paesi emergenti (Cina, India, Corea del Sud, Estremo Oriente) puntando tutte le sue carte sulla finanza. La conseguenza è stata la distruzione di larga parte dell’industria manifatturiera negli Usa e in Europa con la delocalizzazione delle produzioni in particolare in Estremo Oriente. Risultato: miliardi di persone sono uscite dalla povertà in Asia ma in Occidente i lavoratori, per la concorrenza della manodopera a basso costo, o sono rimasti disoccupati o sono stati precarizzati con quelli che eufemisticamente si chiamato “contratti atipici”.

Le conseguenze sociali e politiche sono state pesantissime: i cinesi hanno lavorato nelle fabbriche con salari bassissimi, a ritmi frenetici senza alcun diritto sindacale; gli europei prima e gli americani poi hanno cercato una tutela nei partiti con la bandiera del sovranismo. Il regime autoritario del comunismo cinese finora, sia pure con qualche fatica (leggi le proteste democratiche a Hong Kong) è riuscito a reprimere ogni dissenso. I sistemi democratici europei hanno subito pesanti ferite e, addirittura, si è arrivati alla cosiddetta “democratura” o alla “democrazia illiberale” in paesi dell’est come l’Ungheria di Viktor Orbàn.

Siamo sull’orlo del crollo dell’Unione europea che ha garantito per decenni pace e benessere. La Ue vacilla paurosamente perché ha una moneta unica, ma non una politica comune (almeno finora!) nemmeno davanti alla tragedia del Coronavirus. Gli egoismi nazionali, quelli dei paesi ricchi dell’Europa del nord, sono rimasti intatti perfino davanti alla catastrofe umanitaria e sociale del Coronavirus. Prima Giuseppe Conte in Italia è stato lasciato solo ad affrontare la pandemia, come già avvenne con gli sbarchi di massa degli immigrati quando presidente del Consiglio era Matteo Renzi. Poi sono arrivati gli attestati di solidarietà teorici, quindi sono seguiti i primi timidi interventi di sostegno economici. Purtroppo non ha contato molto la solidarietà umana e civile, ma gli interessi convergenti: quando nella Germania di Angela Merkel e nell’Olanda di Mark Rutte sono aumentati i contagiati e i morti causati dal Covid-19 e quando il sistema industriale tedesco e olandese (e soprattutto il sistema bancario) si è avvinato al crac, sono scattati i ripensamenti su un meccanismo d’intervento comune sia sul piano sanitario sia su quello della ricostruzione industriale.

È quello che ha chiesto subito Mario Draghi proponendo un maxi piano di debito pubblico “a manetta” per salvare le imprese dal fallimento ed impedire la disoccupazione di massa. Potrebbero perfino arrivare, come hanno chiesto Giuseppe Conte e Emmanuel Macron (assieme ad altre 7 paesi europei del Mediterraneo), i Coronabond, i titoli europei di condivisione del debito sempre avversati duramente dai rigoristi della Bundesbank e della destra conservatrice tedesca.

C’è una alternativa democratica alla globalizzazione. Ursula von der Leyen ha annunciato: «Siamo tutti italiani». Speriamo che l’impegno di solidarietà verso l’Italia della presidente della commissione europea non resti lettera morta. Forse l’Europa, è la speranza, si salverà all’ultima curva. Forse l’emergenza, come succede quasi sempre in Italia, riesce a mobilitare i sentimenti e le forze migliori in una chiave ideale e di interesse collettivo. Però l’ideale e l’interesse comune non si possono limitare all’euro. Anche la moneta unica senza una vera politica comune (sanitaria, fiscale, del lavoro, estera, di difesa) non può reggere. Una unità politica della Ue è una scelta obbligata altrimenti si va verso una pericolosa frantumazione nazionale o verso una secessione tra Europa del Sud contro Europa del Nord.
Va cancellata la globalizzazione senza freni. Vanno rimesse le “briglie” alla finanza, al capitalismo, alle manovre politiche speculative a spese della democrazia e dei lavoratori. Lo Stato europeo, la Ue, ha il dovere di intervenire per salvaguardare la vita, la salute, il lavoro, il benessere, la libertà, la dignità dei suoi cittadini. Non si devono più ripetere disastri come la crisi greca di 10 anni fa: Eurolandia si spese di più per salvare le banche tedesche e francesi in difficoltà che non per evitare il tracollo della Grecia con la chiusura di ospedali, aziende, il taglio delle pensioni e i licenziamenti di massa.
L’emergenza Coronavirus può essere l’occasione per tirare fuori qualche idea vincente capace di scongiurare all’Italia e all’Europa di cadere in un mortale precipizio.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

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