lunedì, 25 Gennaio, 2021

C’è una strada per varcare
le colonne d’Ercole del 3%

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ProduttivitàCarlo D’Adda sul n. 4/2013 de “Il Mulino” avanza una proposta per l’alleggerimento del debito pubblico decisamente alternativa a quella avanzata da Alesina-Giavazzi sul “Corriere” del 6 ottobre. Questi ultimi, campioni dell’austerità, proponevano al Governo-Letta di alleggerire il peso del debito sovrano del Paese mediante l’assunzione di provvedimenti strumentali all’aumento della competitività delle imprese; a tal fine, i provvedimenti del governo dovrebbero prevedere l’abolizione della Cassa integrazione con l’introduzione in sua vece di incentivi per realizzare una riforma del mercato del lavoro e finanziare il costo della riforma con il contenimento della spesa pubblica. Simili provvedimenti appaiono di dubbia efficacia, perché l’eventuale incremento della competitività delle imprese nazionali sarebbe parzialmente o del tutto vanificato dalla conservazione “al palo” della domanda interna.

Diversa è la proposta di Carlo D’Adda; questi, dopo aver riconosciuto che il governo europeo di Bruxelles ha fatto assai poco per facilitare l’uscita dei Paesi dalla crisi in cui versano da tempo, ribadisce un’accusa molto condivisa che lo stesso governo europeo sia il portavoce del Paese più forte, la Germania, in quanto continua a ripetere che bisogna azzerare i disavanzi pubblici attraverso riforme strutturali in grado di restituire al libero mercato la capacità di correggere tutti gli squilibri esistenti. Sennonché, osserva D’Adda, tutti gli sforzi sinora compiuti in tal senso hanno ridotto la possibilità di spesa per i consumi, contribuendo così a rendere molto incerta la prospettiva per il futuro, sino a ridurre la propensione delle imprese a ridurre le spese per investimenti, con l’effetto di diminuire il PIL e l’occupazione.

Per spezzare questa spirale negativa, D’Adda avanza la proposta, innovativa rispetto alle misure di politica economica sinora attuate, di generare “nuova domanda”: non domanda qualsiasi, ma domanda capace di accrescere produttività e competitività del sistema produttivo. Ciò al fine di risolvere il duplice problema dell’economia italiana di “attivare la crescita e accrescere la quota di esportazioni nel prodotto interno lordo”. Come finanziare la “nuova domanda”? Per D’Adda basterebbe finanziare nuovi investimenti volti a potenziare crescita e competitività del “sistema Italia”; poiché lo Stato non possiede i mezzi per finanziare tali investimenti, il governo italiano, assieme a tutti i governi degli altri paesi in crisi, dovrebbe impegnarsi per fare accogliere a livello europeo, non la concessione di vantaggi connessi a qualche anno di flessibilità sui vincoli fiscali imposti da Bruxelles per facilitare le possibili riforme del mercato del lavoro e le riduzioni della spesa che le devono accompagnare, come propongono Alesina e Giavazzi; ma la possibilità di calcolare il disavanzo al netto del valore degli investimenti, connessi alla realizzazione di riforme strutturali produttive. La copertura di tali finanziamenti dovrebbe essere assicurata da titoli emessi sul mercato finanziario e rimunerati in funzione del ritorno atteso.

Inoltre, vi è anche un’altra ragione perché il governo di Bruxelles non si opponga alla richiesta di poter sottrarre gli attivi finanziari rimunerati dal mercato dal debito pubblico, dato che l’eventuale sottoscrizione dei titoli da parte delle banche potrebbe costituire un buon viatico perché queste possano essere indotte ad aumentare il loro grado di patrimonializzazione; le banche, infatti, gravate da un alto livello di crediti in sofferenza rispetto ai mezzi propri, sono oggi impossibilitate ad utilizzare la liquidità offerta dalla Banca Centrale Europea per il finanziamento dei prestiti richiesti dalle imprese. Per questo motivo, le Banche potrebbero essere messe nella condizione di aumentare la disponibilità dei “mezzi propri”, se potessero emettere obbligazioni per finanziare progetti pubblici produttivi, convertibili dopo un congruo tempo in azioni acquistabili dal governo o da altri investitori; e se il governo sottoscrivesse obbligazioni convertibili emesse dalle banche, esso dovrebbe poter essere autorizzato a sottrarre il valore di mercato di tali obbligazioni dall’ammontare del debito pubblico, senza la necessità di inasprire la pressione fiscale a scapito della domanda interna.

Infine, alle ragioni indicate da D’Adda a sostegno della sua proposta, si potrebbe indicarne anche una terza, di natura politica. Se con l’accoglimento e l’attuazione della proposta di valutare il disavanzo pubblico al netto degli investimenti pubblici produttivi di un rendimento fosse possibile realmente rilanciare la crescita ed inaugurare efficaci politiche attive per l’occupazione, senza continuare ad “opprimere” la domanda interna, la proposta di calcolare il disavanzo pubblico come suggerisce D’Adda, contribuirebbe ad aumentare il grado di fedeltà di tutte le società civili dei Paesi dell’eurozona verso l’Unione Europea; nelle circostanze attuali, considerando il vento antieuropeo che spira per ogni dove, non sarebbe un vantaggio di poco conto.

Gianfranco Sabattini

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