lunedì, 18 Novembre, 2019

Censis, meno occupati ma con più lavoro

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Nel secondo rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale è emerso che nel nostro Paese si creano meno posti di lavoro che altrove e per i giovani c’è un futuro da camerieri o commessi. Sono aumentate le disuguaglianze retributive tra operai, impiegati e dirigenti. E’ aumentato lo stress da lavoro. Il welfare aziendale migliorerebbe la qualità della vita in azienda.

Da quanto si apprende dal comunicato stampa diffuso oggi dal Censis, l’Italia crea meno posti di lavoro degli altri Paesi europei. Negli ultimi dieci anni (2007-2017) il numero di occupati in Italia è diminuito dello 0,3%, invece, è aumentato in Germania (+8,2%), nel Regno Unito (+7,6%), in Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione europea (+2,5%). Nel Sud il tasso di occupazione è pari al 34,3% (2,9 punti percentuali in meno di differenza rispetto al 2007), al Centro è al 47,4% (lo 0,4% in meno), nel Nord-Ovest al 49,7% (l’1,1% in meno), nel Nord-Est al 51,1% (l’1,3% in meno). Non solo creiamo meno lavoro degli altri Paesi, ma ne distruggiamo di più proprio dove ce n’è di meno: il Mezzogiorno. Il secondo Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, è stato realizzato dal Censis in collaborazione con Eudaimon, leader nei servizi per il welfare aziendale, e con il contributo di Credem, Edison, Michelin e Snam.

Vent’anni fa, nel 1997, i giovani di 15-34 anni rappresentavano il 39,6% degli occupati, nel 2017 sono scesi al 22,1%. Le persone con 55 anni e oltre erano il 10,8%, ora sono il 20,4%. I lavoratori anziani hanno un’alta presenza nella pubblica amministrazione (il 31,6% del totale, con una differenza di 13,5 punti percentuali in più rispetto al 2011) e nei settori istruzione, sanità e servizi sociali (il 29,6%, il 7,4% in più). I lavoratori della ‘millennial generation’, invece, sono più presenti nel settore alberghi e ristoranti (39%) e nel commercio (27,7%).

Per quanto riguarda le retribuzioni, rispetto al 1998, nel 2016 il reddito individuale da lavoro dipendente degli operai è diminuito del 2,7% e quello degli impiegati si è ridotto del 2,6%, mentre quello dei dirigenti è aumentato del 9,4%. Nel 1998 il reddito da lavoro dipendente di un operaio era pari al 45,9% di quello di un dirigente ed è diminuito al 40,9% nel 2016. Quello di un impiegato era il 59,9% di quello di un dirigente e si è ridotto al 53,4% nel 2016. Le retribuzioni da lavoro dipendente degli impiegati sono sempre più schiacciate su quelle degli operai e sempre più distanti da quelle dei dirigenti.

Coloro che lavorano, faticano sempre di più. Il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità. Sono 2,1 milioni i lavoratori dipendenti che svolgono turni di notte, 4 milioni lavorano di domenica e nei giorni festivi, 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali, 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza il pagamento degli straordinari. Gli effetti patologici dell’intensificazione del lavoro sono rilevanti. A causa del lavoro, 5,3 milioni di lavoratori dipendenti provano i sintomi dello stress (spossatezza, mal di testa, insonnia, ansia, attacchi di panico, depressione), 4,5 milioni non hanno tempo da dedicare a se stessi (per gli hobby, lo svago, il riposo), 2,4 milioni vivono contrasti in famiglia perché lavorano troppo.

Dunque, sono sempre più a rischio la salute, la dignità, la partecipazione alla vita familiare, sociale e democratica dei lavoratori.

Per fortuna, la presenza del welfare aziendale interviene per una migliore qualità della vita in azienda. La riduzione del benessere dei lavoratori troverebbe una risposta nel welfare aziendale. Da un’indagine su 7.000 lavoratori che beneficiano di prestazioni di welfare aziendale risulta che l’80% ha espresso una valutazione positiva, di cui il 56% ottima e il 24% buona. Tra i desideri dei lavoratori, al primo posto c’è la tutela della salute con iniziative di prevenzione e assistenza (42,5%), seguono i servizi di supporto per la famiglia (37,8% – servizi per i figli e per i familiari anziani), le misure di integrazione del potere d’acquisto (34,5%), i servizi per il tempo libero (27,3% – banca delle ore e viaggi), i servizi per gestire meglio il proprio tempo (26,5% – soluzioni per risolvere incombenze burocratiche e il disbrigo delle commissioni), infine la consulenza e il supporto per lo smart working (23,3%).

L’Amministratore Delegato di Eudaimon, Alberto Perfumo, ha detto: “La ricerca condotta dal Censis con Eudaimon evidenzia, un po’ a sorpresa rispetto al pessimismo dilagante, che ci sono le condizioni migliori per fare del welfare aziendale la leva con cui coinvolgere i collaboratori, far convergere i loro interessi con quelli dell’impresa e creare una comunità al lavoro. Si può andare molto al di là dei risparmi fiscali e puntare dritti a più produttività e più benessere”.

La dichiarazione dell’Amministratore Delegato di Eudaimon, potrebbe far riflettere il lettore sui benefici aggiuntivi che potrebbero esserci per i lavoratori e per la produttività se si attuasse l’articolo 46 della nostra Costituzione che recita “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro ed in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.

Il Secondo Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, è stato presentato oggi a Roma presso la Sala Zuccari del Senato da Francesco Maietta, responsabile dell’Area Politiche sociali del Censis, e discusso da Alberto Perfumo, Amministratore Delegato di Eudaimon, Carmelo Barbagallo, Segretario Generale della Uil, Luigi Sbarra, Segretario Generale Aggiunto della Cisl, Delia Nardone, Responsabile Bilateralità della Cgil Nazionale, Andrea Bianchi, Direttore dell’Area Politiche industriali di Confindustria, Marco Leonardi, Professore di Economia Politica dell’Università degli Studi di Milano, e Massimiliano Valeri, Direttore Generale del Censis.

Salvatore Rondello

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