sabato, 20 Aprile, 2019

C’era una volta il voto segreto…

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APERTURA-Voto segreto

I senatori, considerando lo stipendio che prendono, “dovrebbero metterci la faccia” e votare apertamente sulla decadenza di Silvio Berlusconi tweetta Matteo Renzi, sindaco di Firenze e segretario in pectore del PD. Sono davvero in pochi nel centrosinistra, con l’eccezione dei soliti socialisti, a contraddire la vulgata pseudo democratica secondo cui il voto palese significa un’assunzione di responsabilità, mentre il voto segreto permetterebbe orrendi inciuci. A seguire la logica di questo ragionamento bisognerebbe arrivare alla conclusione che evidentemente nel PD e nel M5S non ci si fida dei propri parlamentari e si teme che abbiano un’idea diversa sulla decadenza di Berlusconi. Oppure, peggio, si tema che siano stati ‘comprati’!

Inutile spiegare e ricordare che il voto segreto quando si tratta di decidere il destino di una persona, è una garanzia di imparzialità e un’assicurazione per il singolo parlamentare, che così non può essere intimidito (casomai con la minaccia di non ricandidarlo alle prossime elezioni). In una parola è una regola fondante della democrazia, quella stessa regola che nella Costituzione, da molti invocata a sproposito, dà al parlamentare una volta eletto la piena libertà di mandato. Difatti, al contrario, si avrebbero dei ‘pigiabottoni’, proprio quelli della P2, quelli che vuole Berlusconi da sempre e Grillo oggi, quelli progettati dal ‘porcellum’ che assegna a tre, quattro leader il potere di ‘nominare’ i parlamentari.

Perfino Rosy Bindi, la più anti-berlusconiana tra i dirigenti Pd, neo presidente dell’Antimafia, non nasconde le sue perplessità e a Carlo Bertini su La Stampa di oggi dice che «questa volta non avrei forzato il regolamento», premette di essere «sempre a favore del voto palese, perché la coscienza dei parlamentari è una coscienza pubblica e non riservata. Ma questo è già di per sé un voto difficile e non lo avrei complicato ulteriormente».

Già perché il risultato di questa scelta per il voto palese, a parte le considerazioni di carattere etico, sul piano politico rafforza il vittimismo strumentale di Berlusconi e favorisce il ricompattamento del suo partito. Due errori imperdonabili in una volta sola, frutto di un radicalismo che continua a dettare l’agenda della politica italiana e in particolare quella del PCI-PDS-DS-PD. Ieri con la sinistra radicale, col ‘popolo dei fax’ e dei ‘girotondi’, oggi con la neodestra internettiana del Movimento 5 Stelle. Un bell’assist per chi punta alle elezioni anticipate e sembra disponibile a tutto per ottenerle. Questo è un fronte trasversale che passa per il PD, ha il suo fulcro nei ‘lealisti’ del PDL, e una base vociante nei grillini, la cui esistenza si legittima solo nell’attimo della protesta che porta dividendi elettorali cospicui, ma solo se a brevissima scadenza.

Una convergenza, un asse strategico che viene apertis verbis dichiarato dal foglio del partito di Berlusconi. Feltri si domanda oggi su ‘Il Giornale’ “perché Berlusconi e Grillo non si alleino (accantonando momentaneamente il nodo giustizia che divide e non consente di imperare) per reciproca convenienza, conducendo insieme una lotta finalizzata alla riconquista italiana della sovranità nazionale e del diritto a battere moneta allo scopo di affrontare le esigenze di noantri poveri tapini in balia dell`onnipotenza teutonica”.

Ma torniamo alle questioni di principio, all’essenza dello scontro che si è consumato in questi giorni.

“In tutti i parlamenti democratici – ha detto il senatore e segretario del Psi, Riccardo Nencini, ospite stamattina in diretta a TgCom24 – il voto sulla persona è segreto. Noi abbiamo sempre difeso questo principio, perché non si cambiano le regole a partita iniziata, indipendentemente dalla persona, che sia Berlusconi o meno”. “Il voto di ieri apre una ferita (…) bisognava rispettare il principio di libertà. Noi avremmo votato per la decadenza di Berlusconi con scrutinio segreto e lo faremo con il voto palese. Non cambiamo idea”.

In tutti i normali parlamenti del mondo, ricorda Ugo Intini nella sua storia dell’Avanti!, il voto segreto è limitato ai alle questioni di principio, di coscienza o su quelle che riguardano le persone, ma sulle leggi di spesa il voto palese è tassativo. Ma fino al 1988 non è stato così e in Parlamento le lobby, su base geografica o corporativa, senza distinzione tra maggioranza e opposizione, hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Dai produttori di arance ai forestali calabresi per anni è stata una gara a mungere la vacca-stato, contribuendo a fare del debito pubblico italiano il mostro che è diventato oggi.

Bene, fino al 14 ottobre del 1988 fu così, ma dopo no perché il governo Craxi impose la modifica del regolamento parlamentare. Il ‘sì’ passò per un soffio, con solo sette voti di maggioranza e 56 ‘franchi tiratori’. Gli stessi franchi tiratori che fino a quel momento, proprio a cominciare dalle leggi di spesa, avevano mandato ‘sotto’ il governo Craxi per 163 volte!

L’opposizione – alla Grande ‘riformetta’ perché ben altri erano i progetti craxiani di dieci anni prima per riscrivere le regole di base delle Istituzioni – era stata furibonda, simile a quella sul referendum sulla scala mobile.

Per Achille Occhetto si trattava di “uno scempio totale”e il ‘Corriere della Sera’ scriveva che “Ingrao e Rodotà se la sono presa addirittura con l’arbitro che pure si chiamava Nilde Jotti, colpevole a loro giudizio di aver interpretato i regolamenti a favore dell’avversario”.

La ragione di tale viscerale opposizione non era solo nell’‘odio’ contro Bettino Craxi così simile all’antiberlusconismo militante di oggi, ma forse anche perché “si metteva in discussione il diritto di veto nell’attività parlamentare”, insomma si poneva un ostacolo alla cogestione sotterranea che per decenni aveva permesso al PCI di governare nell’ombra assieme alla DC.

Ma oggi come venticinque anni fa, sembra che il bene comune sia l’ultima delle preoccupazioni di un ceto politico sempre più autoreferenziale, confuso, sbandato. “Siete incendiari o pompieri?” – hanno chiesto stamattina al senatore Enrico Buemi dai microfoni della trasmissione Coffee Break de La7 – “Sono costretto a concordare con chi definisce strumentale il voto di ieri della giunta per il regolamento sul voto palese. Ho l’impressione che dell’Italia non frega niente a nessuno e che si cerchino, da una parte e dall’altra, pretesti per andare subito al voto. Aver legato la decadenza di Berlusconi alla Severino è come aver gettato benzina sul fuoco”.

Carlo Correr

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