martedì, 2 Marzo, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Cgia, ristori insufficienti. Serve cambio di rotta

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I ristori finora concessi per risarcire la pandemia sono ben poca cosa, rispetto ai danni prodotti. Lo afferma l’Ufficio studi della Cgia di Mestre che ha accertato: “Sebbene in termini assoluti la somma sia certamente importante, i 29 miliardi di euro di aiuti diretti erogati fino ad ora dal governo alle attività economiche coinvolte dalla crisi pandemica sono stati del tutto insufficienti a lenire le difficoltà degli imprenditori. Se si rapportano questi 29 miliardi alla stima delle perdite di fatturato registrate l’anno scorso dalle imprese italiane, importo che sfiora i 423 miliardi di euro, il tasso di copertura è stato pari a poco meno del 7 per cento circa: un’incidenza risibile”.
Gli artigiani di Mestre quindi fanno notare: “In attesa dei nuovi ristori previsti nei prossimi giorni, l’arrabbiatura e il malessere tra gli operatori economici sono sempre più diffusi, in particolar modo tra coloro che conducono attività di piccola dimensione”.
Inoltre, l’associazione di artigiani fa presente che sono a rischio 292 mila micro imprese con 1,9 milioni di addetti.
L’ufficio studi della Cgia ha stimato che su 423 miliardi di riduzione del fatturato registrata nel 2020 (pari a una contrazione del -13,5 per cento rispetto l’anno precedente), almeno 200 miliardi sarebbero ascrivibili alle imprese dei settori che sono stati costretti a chiudere come conseguenza del decreto.
Proseguendo, la Cgia osserva: “E’ evidente che è necessario un cambio di rotta: i ristori vanno sostituiti con i rimborsi. In altre parole è necessario uno stanziamento pubblico che compensi quasi totalmente sia i mancati incassi sia le spese correnti che continuano a sostenere. La stessa cosa va definita anche per i settori che seppur in attività è come se non lo fossero. Segnaliamo, in particolar modo, le imprese commerciali e artigianali ubicate nelle cosiddette città d’arte che hanno subito il tracollo delle presenze turistiche straniere e, in particolar modo, il trasporto pubblico locale non di linea (taxi, bus operator e autonoleggio con conducente) che sebbene in servizio ha i mezzi fermi nelle rimesse o nei posteggi. E’ vero che questa ulteriore spesa corrente contribuirebbe ad aumentare il debito pubblico, ma è altrettanto vero che se non salviamo le imprese e i posti di lavoro, non poniamo le basi per far ripartire la crescita economica che rimane l’unica possibilità in grado di ridurre nei prossimi anni la mole di debito pubblico che abbiamo spaventosamente accumulato con questa crisi”.
La Cgia ha quindi spiegato: “Al netto dei provvedimenti che sono stati introdotti a sostegno della liquidità e agli effetti dovuti allo slittamento di alcune scadenze fiscali, nel 2020 il governo ha messo a disposizione delle imprese 29,1 miliardi di euro. La voce più importante è stata quella dei contributi a fondo perduto che ammonta a 11,3 miliardi di euro. Seguono altri interventi che assommano a 7,9 miliardi e la cancellazione del saldo 2019 e dell’acconto 2020 dell’Irap che ha consentito uno sgravio di 3,9 miliardi. Le agevolazioni fiscali per le sanificazioni e i canoni di locazione hanno permesso un risparmio pari a 5,1 miliardi, mentre la cancellazione dell’Imu e della Tosap/Cosap ha garantito una riduzione della tassazione locale pari a 802 milioni di euro”.
Inoltre, l’Ufficio studi della Cgia di Mestre ha ricordato l’ultima indagine realizzata dall’Istat, condotta su un campione di quasi 1 milione di imprese con oltre 12 milioni di addetti che, nel complesso, rappresentano quasi il 90 per cento del valore aggiunto e circa tre quarti dell’occupazione complessiva delle imprese dell’industria e dei servizi, dalla quale risultano quasi 292 mila le attività che si trovano in una situazione di crisi profonda. Attività che danno lavoro a quasi 1,9 milioni di addetti e producono un valore aggiunto che sfiora i 63 miliardi di euro. Il numero medio di addetti per impresa di queste aziende così in difficoltà è pari a 6,5. Micro imprese che, pesantemente colpite dall’emergenza sanitaria, non hanno adottato alcuna strategia di risposta alla crisi e, conseguentemente, sono a rischio chiusura. Sempre da questa indagine emerge che i settori produttivi più coinvolti da queste 292 mila attività sono il tessile, l’abbigliamento, la stampa, i mobili e l’edilizia. Nel settore dei servizi, invece, spiccano le difficoltà della ristorazione, degli alloggi, del commercio dell’auto e altri comparti come il commercio al dettaglio, il noleggio, i viaggi, il gioco e lo sport.
Dall’analisi della Cgia di Mestre, emerge che la dimensione della crisi a fine 2020 è tale da rendere insufficiente l’importo assegnato all’Italia dal Recovery Fund. L’assegnazione degli importi è stato fatto su una valutazione del danno economico per i primi quattro mesi del lookdown. Inoltre, il piano varato dal Governo per il suo utilizzo non precede investimenti efficaci per porre le basi ad uno sviluppo futuro del Paese.

Salvatore Rondello

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