sabato, 23 Marzo, 2019

Chi forma la nuova classe dirigente?

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Il buco d’ozono della democrazia rappresentativa non richiama l’attenzione della classe politica nemmeno quella del PD che storicamente è stata egemone a livello locale. Sì il buco dell’ozono che spiega come sia stato possibile in Italia una maggioranza egemonizzata dalla componente sovranista sposata con quella populista,va individuato nei buchi provocati nella rete della democrazia rappresentativa a più livelli. Il più eclatante e debilitante è stato certamente quello del passaggio a livello nazionale dal regime degli eletti dal popolo a quelli nominati dalle oligarchie dei partiti, recidendo il cordone ombelicale vivificante tra eletti ed elettori.

Se la responsabilità prima va addebitata al PDL a guida Berlusconi, altrettanto responsabili di questa ferita e noncuranti di risanarla(omissione ancora più grave del non aver disciplinato il conflitto d’interessi) sono state le forze del centrosinistra nel momento in cui erano al governo del Paese. Col regime dei nominati si è delegittimata tutta la classe dirigente parlamentare ed è stato un tiro al bersaglio sparare contro la casta, aprendo un’autostrada alle forze antisistema sovraniste e/o populiste. Altro buco nella rete della democrazia rappresentativa è stato l’intento di sopprimere le Province ed in attesa della cancellazione nella Costituzione si è partiti con la soppressione della elezione diretta, altra ferita in quella rete delle autonomie che costituisce la scuola istituzionale permanente per la formazione della classe dirigente.

Viene spontaneo il parallelismo col sistema scolastico, come si fosse soppresso il segmento della scuola media, anello di congiunzione tra elementari e scuola secondaria superiore. Trattandosi in un Paese come il nostro della maggioranza di comuni piccoli e medi, la soppressione delle Province ha fatto mancare la struttura istituzionale in grado di favorire ed esercitare le deleghe delle regioni evitando le tentazioni ricorrenti di un neocentralismo regionale, moltiplicazione per quante sono le regioni del tanto vituperato centralismo statale. Un ulteriore danno all’ascensore politico dal basso verso l’alto della nuova classe dirigente è rappresentato da quell’autentica barriera istituzionale che comporta lo scioglimento delle rispettive assemblee se i vertici, sindaci e presidenti, sono chiamati a ricoprire più alti incarichi. Basterebbe, almeno dal secondo mandato, l’introduzione della sfiducia costruttiva a tutti i livelli. In attesa che il problema venga affrontato a livello nazionale, grazie alla loro autonomia statutaria le Regioni potrebbero fare da battistrada a livello nazionale colmando dal basso la sfiducia registrata per ben due volte, con altrettante bocciature referendarie, verso le riforme costituzionali calate dall’alto.

Sorprende che nel programma di in un candidato di indubbio prestigio qual è Zingaretti a capo di una regione impegnativa come quella del Lazio, da non essere compatibile con la segreteria del maggior partito d’opposizione, non ci sia il bagaglio dell’esperienza regionale come snodo ottimale ed autonomo rispetto alla vicenda nazionale scossa da equilibri instabili e per giunta tentata di demolire quel po’ che resta di democrazia rappresentativa a colpi di referendum senza quorum come proposto dai grillini.

Roca

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