giovedì, 28 Maggio, 2020

Chi ha paura del virus cattivo? Piccola guida contro la noia

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Chi ha paura del virus cattivo? Quasi tutti, meno qualcuno che proprio non gliene frega niente (anche degli altri) e che è alla ricerca di un metodo originale per suicidarsi.

Memo: ricordarsi di aggiornare uno dei libri più maledetti del Novecento, quel manuale francese sui 101 modi per un suicidio perfetto.

Dicevamo, chi ha paura del virus cattivo, dell’invisibile nemico che ci ha dichiarato guerra? Della nuova versione del Lupo Cattivo che ci ha trovato indifesi come Cappuccetto Rosso nel bosco della favole?

Quasi tutti quelli che stanno sperimentando la nuova versione di antichi terrori, compreso chi ha cambiato idea, tipo Trump, Johnson e Bolsonaro.

Tutto questo durerà a lungo, ci sarà un cambiamento epocale, un prima e un dopo, come per l’atomica su Hiroshima? Benvenuti nella realtà.

E se questa realtà non vi piace, vi proponiamo una discesa nel Maelstrom, una fuga attraverso lo specchio, che non è quello di Alice nel Paese delle Meraviglie, ma uno specchio oscuro che custodisce tutti i nostri terrori, perché niente è più terapeutico, niente esorcizza più efficacemente la paura della paura stessa.

Per quel che riguarda i film, oltre a quelli citati, suggeriamo le tante declinazioni degli zombi, a partire da La notte dei morti viventi (1968) di George A. Romero, dove tutto ha inizio a causa di radiazioni emesse da una sonda spaziale di ritorno dal pianeta Venere. La prima pandemia cinematografica degna di questo nome.

Se non avete i romanzi di cui parliamo e siete ristretti tra le mura domestiche dalla quarantena, poco male, molti si scaricano gratis da Internet e per gli altri potete organizzarvi con gruppi di lettura via social, da insediarsi rigorosamente molto dopo mezzanotte.

Proprio cento anni fa, nel 1920, dava l’ultimo colpo di coda la più grande pandemia mondiale causata da un virus: l’influenza spagnola, scoppiata due anni prima, che ha toccato record che speriamo non vengano superati: mezzo miliardo di contagiati con 100 milioni di morti circa.

Viene chiamata spagnola perché in Spagna l’informazione è stata corretta ed esaustiva, un po’ meno nei Paesi coinvolti nella Prima guerra mondiale, dove vigeva il controllo totale dell’informazione.

Era proprio dai tempi della spagnola che una pandemia influenzale non colpiva così a fondo il pianeta. Nell’immaginario collettivo, però, è più sedimentato il terrore della peste, che ha colpito centinaia di volte nel corso degli ultimi duemila e quattrocento anni, anche se recenti studi, in attesa di ulteriori conferme, spostano le prime epidemie a 5mila anni fa.

Citato nei papiri egiziani, dalla Bibbia e dagli storici greci, il morbo non è stato ancora completamente debellato, e ha ucciso persino in questi primi decenni del Terzo Millennio.

Anche se la Yersinia pestis è un batterio e non un virus, ma sempre di nemici invisibili si tratta, sono stati in molti a citare in questi giorni l’introduzione al Decameron (1350), dove Giovanni Boccaccio descrive i malsani effetti sociali e culturali causati a Firenze dalla pandemia di peste che ha imperversato in Europa dal 1347 al 1351, falcidiandone la popolazione, Stiamo parlando della Morte Nera, la più famigerata e disastrosa pandemia di peste della storia dell’Occidente, se non dell’intero pianeta, seconda solo alla influenza spagnola, che sembra abbia causato solo in Europa oltre 20 milioni di morti, un terzo della popolazione dell’epoca.

Nel Decameron, gli effetti della peste del 1348 a Firenze sono il motivo della clausura di sette donne e tre giovani uomini che daranno corpo alle cento novelle del libro, così da lasciare ai posteri una testimonianza della società prima dell’epidemia. Questi effetti nefasti, Boccaccio li racconta più con il distacco del cronista che non col fuoco del narratore. Il risultato è veramente disturbante, proprio da brivido, ma, alla fine, tutto si normalizza con i ragazzi che rientrano tranquillamente in una Firenze che ha ritrovato se stessa.

Alessandro Manzoni ne I promessi sposi (1842), e ancor di più nel saggio Storia della colonna infame (1840), parla diffusamente della peste che colpì Milano nel 1630, senza dimenticar gli untori, anche se la diffusione dell’epidemia, dal 1629 al 1633, è stata solo dalla Toscana alla Svizzera.

Aleksandr Puskin, nel suo Il banchetto durante la peste (in Piccole tragedie, 1830), ambientato a Londra nel 1665, racconta la reazione di fronte all’epidemia dei suoi giovani protagonisti. Nel 1900 diventerà l’opera omonima, musicata da Cezar’ Antonovic Kjui.

A proposito di untori, non possiamo dimenticare il vampiro più famoso di tutti i tempi, quel conte Dracula, che con i suoi morsi ha scatenato una epidemia di vampirismo, le cui gesta sono state raccontate da Bram Stoker nel 1897. A seguire, suggeriamo un paio di film, fra i tanti sul tema: Nosferatu il vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, dove i ratti sciamano a Brema portando, appunto, la peste, e il Bram Stoker’s Dracula (1992) straordinario capolavori di Francis Ford Coppola. Come ciliegina sulla torta, c’è Nosferatu, il principe della notte (1979) di Werner Herzog, con un Klaus Kinski che infesterà i vostri incubi molto, molto a lungo.

Lo stesso argomento, ma al contrario, è trattato da Richard Matheson in Io sono leggenda (I Am Legend, 1954). Robert Neville è l’ultimo essere umano della Terra, l’unico sopravvissuto a un batterio che ha causato un’epidemia di vampirismo. Non durerà molto a lungo. Anche se è lontano dalle atmosfere horror del romanzo, suggeriamo l’omonimo film del 2007 con Will Smith.

Matheson e I Am Legend sono in cima alle preferenze di Stephen King, di cui citiamo L’ombra dello scorpione (The Stand, 1978). Un virus ottenuto in laboratorio, modificando quello dell’influenza, sfugge al controllo e stermina quasi tutta la popolazione mondiale perché è letale al 100 percento, e sono in pochi quelli che possono sfuggirgli. Nel 1994 è stata realizzata l’omonima miniserie tv in quattro puntate.

Anche Edgar Allan Poe, padre della moderna narrativa horror, ha scritto su tema. Re Peste (King Pest, 1840), ambientato a Londra nell’ottobre 1349, durante il regno di Edoardo III, è il racconto grottesco, e di una surreale comicità, della macabra avventura di due marinai.

Di taglio diverso è La maschera della Morte Rossa (The Mask of the Red Death, 1842), uno dei gioielli letterari del Maestro di Boston. Per scappare da un’epidemia di peste, che ha spopolato metà delle sue terre, il principe Prospero si rifugia in una delle sue abbazie fortificate, accompagnato da un migliaio tra amici e cortigiani. Una sera organizza un ballo in maschera. La festa è al culmine quando, al rintocco della mezzanotte, arriva un estraneo, alto e magro, che indossa un sudario e una maschera da appestato, ricoperti di sangue…

Albert Camus, Nobel per la letteratura nel 1957, ha scritto La Peste nel 1947, ambientandolo a Orano, città dell’Algeria all’epoca sotto la dominazione francese. Una moria di ratti non è sempre una buona notizia. Qui è nefasta perché scatena un’epidemia di peste bubbonica (che si trasmette attraverso le pulci dei topi) che diventerà polmonare (che si contagia con le goccioline di saliva che emettiamo quando respiriamo o parliamo, come per il Coronavirus). Le autorità prendono la cosa sotto gamba ma, quando la situazione precipita, decidono per il cordone sanitario e il blocco totale. In città la vita prosegue come e meglio di prima, causando morti in abbondanza. Quando tutto finisce, Bernard Rieux, il medico che racconta la vicenda, suggerisce alle autorità di premunirsi perché i bacilli della peste possono restare inerti per anni prima di colpire ancora.

Camus ha scritto un’opera allegorica, il batterio a cui si riferisce è quello del nazismo, ma cinquantasei anni dopo la peste è veramente scoppiata a Orano, in seguito al terremoto del maggio 2003.

Una pestilenza scoppia anche durante Morte a Venezia (Der Tod in Venedig, 1912) di Thomas Mann, da cui Luchino Visconti ha tratto nel 1971 uno dei suo capolavori. Non è una invenzione letteraria per dare maggior pathos alla storia, perché in seguito si scoprirà che a Venezia c’era veramente la peste, solo che gli austriaci avevano censurato la notizia per non fare scappare i turisti.

Un letale virus alieno è il protagonista di Andromeda (The Andromeda Strain, 1969), thriller apocalittico di Michael Crichton. Un satellite di ricerca della Nasa, con a bordo un virus alieno che i militari vogliono usare per la guerra batteriologica, precipita in un paesino dell’Arizona sterminando tutti gli abitanti. In un laboratorio segreto, una squadra di scienziati inizia a studiare una soluzione per renderlo innocuo.

L’omonimo film risale al 1971, mentre nel 2008 ne è stata tratta una miniserie tv in due puntate.

Ne Il grande contagio (The Darkest of Nights, 1962) di Charles Eric Maine, troviamo un altro virus mortale, chiamato Hueste, che dal Giappone si spande in tutto il mondo, causando non pochi danni visto che uccide il 50 per cento degli infettati. Si chiudono le frontiere ma i virus sono iconoclasti, non rispettano confini, regimi o razze, e colpiscono dappertutto. L’unica soluzione, in attesa del vaccino, è quella di rifugiarsi sottoterra, in moderne catacombe sigillate e attrezzate. La scelta dei candidati alla sopravvivenza scatena una lotta senza quartiere tra le forze reazionarie al potere e i rivoluzionari. Nel frattempo, il rimedio viene trovato ma, a volte, è peggiore del male.

Un’epidemia molto particolare è quella che troviamo in Condominium o Il condominio (High Rise, 1975) di James G. Ballard. Una storia claustrofobica ambientata in un grattacielo ultra tecnologico costruito a Londra. Un megacondominio di 2mila persone che, in poco tempo, devono fare i conti con una struttura troppo complessa e ingovernabile, di cui non capiscono il funzionamento. Però, nessuno cambia casa e i condomini, sconvolti da vari blackout e travolti da dissidi tra le diverse classi sociali, regrediscono all’età della pietra.

Dal libro è stato tratto il film High-Rise . La rivolta (2015), di Ben Wheatley, con alcuni tra i più bravi attori inglesi di questi ultimi anni: Tom Hidleston, Jeremy Irons, Sienna Miller e Luke Evans.

Concludiamo con il romanzo che ha inaugurato il genere della fantascienza apocalittica: L’ultimo uomo (The Last Man, 1826) di Mary Shelley, che con Frankenstein (1818) aveva già percorso sentieri insoliti aprendo la strada alla fantascienza con profonde venature horror. La storia inizia nel 1818, quando nella grotta della Sibilla, vicino a Napoli, viene ritrovata una serie di profezie scritte, appunto, dalla Sibilla Cumana. Messe in ordine, queste profezie, che partono dal 2090 per concludersi nel 2100, diventano il racconto delle vicissitudini di Lionel Verney che, alla fine di un viaggio verso la Svizzera, si trova a essere l’ultimo uomo sulla Terra perché il resto dell’umanità è stato spazzato via da una epidemia di peste.

Ma se questa storia non fosse solo un’invenzione letteraria? Magari la Shelley ha avuto un sogno premonitore come per Frankenstein, oppure ha ritrovato veramente le profezie della Sibilla Cumana, o ha ricevuto un messaggio in una bottiglia inviato dal futuro.

E se la Yersinia pestis entrasse per caso in un laboratorio di ricerca e ne uscisse più gagliarda che mai? Ma possiamo anche ritrovarci a combattere un batterio che si è evoluto da solo per sopravvivere in questi brutti tempi.

Lo sapremo presto. Il 2100 è dietro l’angolo. Preparatevi.

 

Antonio Salvatore Sassu

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