sabato, 23 Marzo, 2019

Ci fu davvero un pericolo bolscevico in Italia?

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Dalla grande guerra alla guerra civile – Parte 9

Prima di continuare con la cronaca nera dei delitti commessi durante i sei anni di guerra civile che seguirono alla fine della Grande Guerra in Italia, sarà bene focalizzare il cosiddetto “pericolo bolscevico”, tanto enfatizzato dalla propaganda fascista, osservare cioè attentamente se davvero ci fu e in che misura, soprattutto in confronto a ciò che accadeva contemporaneamente all’estero. Sappiamo che la Terza Internazionale mirava ad espandere il progetto bolscevico in Europa e nel mondo, essa nacque per questo, e per questo si ebbe la rovinosa scissione del 1921 in Italia. Non a torto se consideriamo il suo punto di vista, specialmente in un momento in cui nella stessa Unione Sovietica era in corso una guerra civile tra Armate Bianche, sovvenzionate dai governi europei, compreso quello italiano, timorosi del contagio rivoluzionario, ed Armata Rossa guidata da Trozkij. Il quale, nel costruirla e nel mobilitarla, fece quasi un miracolo, ancor di più nel portarla infine alla vittoria, anche se con un prezzo di miseria, di sangue e di morte immenso. Il Fascismo fondò sempre se stesso sulla necessità di eliminare questo contagio in Italia, sul fatto che esso, non solo era reale, ma anche impellente al punto da poter rovesciare l’assetto generale del Paese in poco tempo. In particolare, lo fece per giustificare le violenze perpetrate nella conquista del potere, soprattutto presso l’opinione pubblica internazionale. Ma fu davvero così? C’era questo pericolo concreto in Italia? E chi davvero avrebbe potuto metterlo in atto?

Per capirlo bisogna fare una analisi concreta della condizione sociale ed economica del nostro Paese nei dettagli, e questo non è lo spazio adatto per una dissertazione così complessa. Però, a grandi linee, possiamo tracciare un quadro attendibile, soprattutto basandoci sulle analisi di chi quel periodo lo visse e lo analizzò da vicino, prendiamo per questo come esempio due grandi personaggi come Salvemini e Matteotti. Salvemini nei suoi scritti sul Fascismo, nel primo volume, fa una analisi molto dettagliata delle condizioni economiche dell’Italia nel primo dopoguerra e smentisce seccamente il fatto che nel nostro Paese vi fosse concretamente un pericolo bolscevico. Salvemini, nella sua analisi cita persino un illustre economista italiano che non può essere certo sospettato di simpatie bolsceviche e tanto meno di inclinazioni fasciste: Luigi Einaudi, il quale sottolinea che gli scioperi non furono la causa principale della crisi dell’immediato dopoguerra, ma solo uno degli elementi numerosi che la determinarono. Un altro eminente economista Giorgio Mortara di quell’epoca conferma l’analisi di Einaudi aggiungendo che “alla pressione economica si è solo aggiunta la pressione politica, diretta a preparare la dittatura del proletariato”, confermando che le “manovre bolsceviche” erano solo uno dei molti fattori e non l’unico a determinare le epidemie di scioperi in quel periodo. Ma per avere il vero “polso” della situazione di allora basterà confrontare quel che accadeva in quel periodo in Italia con ciò che contemporaneamente avveniva altrove e, si badi, non in Unione Sovietica, ma in un paese europeo occidentale come la Gran Bretagna.

Ebbene, in una tabella molto dettagliata Salvemini confronta il numero di scioperi e di ore che si ebbero in Italia tra il 1919 e il 1921 con quello che, negli stessi anni, avvenne in Inghilterra e il risultato molto evidente è che si scioperò e si persero giornate di lavoro molto di più tra gli inglesi che tra gli italiani, dobbiamo forse dedurne che in Inghilterra il pericolo bolscevico era allora maggiore?

Salvemini poi passa ad analizzare gli scioperi dei treni che, secondo la propaganda fascista, avrebbero paralizzato il paese e rileva che: “Ma si deve osservare che quasi tutti questi scioperi furono di breve durata e che avvennero lungo un periodo di nove mesi. In Inghilterra, nel settembre del 1919, per nove giorni, mezzo milione di ferrovieri scese in sciopero, paralizzando in modo assoluto il traffico in tutto il Paese, e il numero di scioperi di minore importanza per quello stesso anno, non fu inferiore a quello che si ebbe in Italia nell’anno seguente; ma non successe mai agli inglesi di lasciarsi prendere dall’isterismo per paura che il Paese diventasse bolscevico”. Una altrettanto dettagliata analisi dei meccanismi produttivi di quel periodo ci dimostra che, in realtà, pur nello stato di anarchia che poteva apparire generale, il governo del Paese funzionava e lo dimostra l’aumento progressivo del capitale delle società per azioni dal 1918 al 1920, passato da 7.257 milioni di lire a ben 17.784 milioni di lire, così come l’aumento degli investimenti in buoni postali, istituti di risparmio, banche, istituti di credito, banche popolari ecc, il cui capitale complessivo passò da 7.906 milioni nel 1918 a 13.213 nel 1920.

Si ebbe una diminuzione solo nel servizio postale e nel numero di lettere recapitate, che passò da 2.371 milioni nel 1918 a 1.808 milioni nel 1920, ma basta solo usare il buon senso per capire che tale decremento non fu dovuto tanto all’inefficienza del sistema dei trasporti o postale, quanto piuttosto al fatto che non vi furono più tante lettere che giungevano dal fronte di guerra. Persino il parco auto ebbe uno straordinario incremento e passò, considerando solo il trasporto privato, da 15.592 immatricolazioni nel 1919 a 28.604 immatricolazioni nel 1920, lo stesso aumento anche se in percentuale minore, si ebbe per le auto pubbliche, mentre quelle commerciali più che triplicarono, passando da 5.547 immatricolazioni nel 1918 a 17.410 immatricolazioni nel 1920, segno evidente che le attività commerciali non cessarono e non diminuirono, ma ebbero piuttosto una notevole impennata. Se infatti la Camera in tale stato di disorganizzazione, aveva grosse difficoltà a fare leggi e ad approvare bilanci, tale lavoro era comunque svolto dai ministeri che lo approvano per “decreto reale”; paradosso dei paradossi, questo lavoro poi proseguì praticamente senza soluzione di continuità e con le stesse caratteristiche oltre che con la medesima burocrazia, sia nel cosiddetto periodo bolscevico del “biennio rosso” che in quello fascista seguente, nei primi tempi della sua affermazione.

Persino un prestito nazionale lanciato nel 1920 fece incassare la straordinaria somma di 18 miliardi, cifra mai raggiunta e superiore a quella di tutti i prestiti di guerra. Venne inoltre riformato il sistema fiscale nel 1919, sia per lo Stato che per le amministrazioni locali, in maniera radicale e raggiungendo così un gettito dal 1918 al 1920 più che raddoppiato, da 9.675 milioni nel biennio 1919-20 a 18.820 milioni nel 1920-21. Mentre un deputato socialista diventava famoso per il suo continuo gridare “Sciogliete la guardia regia!” essa veniva tuttavia potenziata, così come il numero dei carabinieri, che passò dai 28.000 del 1918 ai 60.000 del giugno 1920.

Rimarcare un certo stato di paralisi parlamentare, quindi, non vuol dire al contempo certificare uno stato di paralisi nella conduzione del paese, l’unico che può effettivamente determinare un pericolo rivoluzionario. Salvemini conclude la sua analisi così “La -nevrastenia- del dopoguerra fu chiamata -bolscevismo-, perché questa parola era diventata di moda con la rivoluzione russa. Ciascuno diceva di essere -bolscevico-, ma nessuno sapeva cosa fosse il -bolscevismo.-….Generalmente le persone che con il fiato mozzo e gli occhi stravolti parlano del “bolscevismo” che aveva oppresso nel 1919-20, sono persone che parlano in buona fede. Durante quegli anni esse si trovarono in uno stato di panico, e, allo stesso modo del vino, il panico fa essere sinceri. Ma così non è prudente prendere in parola chi parli sotto l’effetto del vino, così non è prudente prendere in parola chi parli sotto l’effetto del panico. Vagliando questi riflessi psicologici della crisi del dopoguerra alla luce degli indici obiettivi della vita economica e sociale, ogni osservatore spregiudicato ne dovrà concludere che il cosiddetto “bolscevismo” italiano del 1919-20 fu solamente uno scoppio di agitazione spontanea e incomposta, che si diffuse in una gran parte del popolo italiano, e alla quale gli elementi peggiori della classe dirigente risposero con una manifestazione di vigliaccheria del tutto sproporzionata all’entità del pericolo.” In effetti il vino fa anche vedere doppio..

Come ho già rilevato, molti altri elementi analitici sul reale tessuto sociale dell’epoca potrebbero avvalorare questa analisi, come ad esempio, l’incremento di reddito che si ebbe in quegli anni tra operai e contadini, mentre restò al palo quello della classe impiegatizia e media, la quale fu così abbindolata dalle lusinghe di un regime che, proprio contando su di essa, avrebbe fondato il consenso e la sua affermazione. Ci limitiamo per ora a confermare le osservazioni di Salvemini con altre svolte da Matteotti nella prefazione del suo libro “Un anno di dominazione fascista”, in cui l’eroico parlamentare socialista mise in risalto il regresso sociale che era in atto parallelamente all’affermarsi di quella che in breve, dopo avere annientato lo Stato liberale, sarebbe diventata a tutti gli effetti una dittatura: “Il Governo fascista giustifica la conquista armata del potere politico, l’uso della violenza e il rischio di una guerra civile, con la necessità urgente di ripristinare l’autorità della legge e dello Stato, e di restaurare l’economia e la finanza salvandole dall’estrema ruina. I numeri, i fatti e i documenti raccolti in queste pagine, dimostrano invece che mai tanto, come nell’anno fascista l’arbitrio si è sostituito alla legge, lo Stato alla fazione, e divisa la Nazione in due ordini, dominatori e sudditi. L’economia e la finanza nel loro complesso hanno continuato quel miglioramento e quella lenta ricostruzione delle devastazioni della guerra, che erano già cominciati ed avviati negli anni precedenti; ma ad opera delle energie sane del paese, non per gli eccessi e le stravaganze della dominazione fascista; alla quale una sola cosa è certamente dovuta: che i profitti della speculazione e del capitalismo sono aumentati di tanto, di quanto sono diminuiti i compensi e le più piccole risorse della classe lavoratrice e dei ceti intermedi, che hanno perduto insieme ogni libertà e dignità di cittadini” Ma con Matteotti abbiamo fatto un balzo in avanti in questa narrazione e siamo giunti quasi alla conclusione, certe volte è utile per capire anche l’intento di un’opera, dobbiamo però occuparci ancora di varie circostanze che riguardarono questi sei anni di guerra civile, tornando al 1920.

Il quadro dell’inizio del 1920 ce lo dà chiaramente Nenni anche se le sue considerazioni su D’Annunzio e Mussolini vanno prese con beneficio di inventario perché evidentemente ed inevitabilmente di parte avversa.. Analizzando le varie categorie sociali che allora erano esistenti o emergenti, anche per le speculazioni fatte durante il periodo bellico, Nenni osserva che “Ora succedeva che queste categorie non sempre riuscivano ad amalgamarsi, perché erano di diversa origine e di diversi gusti e perché avevano interessi spesso in contrasto. Da ciò la debolezza dello Stato e la facilità con cui la reazione riuscì ad organizzarsi come Stato nello Stato, avendo una propria forza armata e propri organismi fianco di giustizia e fiscali” Queste parole sono emblematiche nel merito della nascita del Fascismo il cui obiettivo fu sempre identificare lo Stato con se stesso e nella figura di Mussolini, abilissimo nel suo volere essere “duce trasversale”, garante cioè e al contempo conduttore unitario dell’intero tessuto sociale italiano, e non esitando per il raggiungimento di questo scopo ad allearsi con chiunque lo favorisse in tale opera.

Nitti, allora al potere, era sostanzialmente un burocrate, avversato sia dalla destra che dalla sinistra, lo descrive bene ancora Nenni: “Nitti era al potere l’esponente di una proteiforme maggioranza parlamentare e si appoggiava sulla burocrazia, perseguendo in politica estera la pace e la liquidazione dell’impresa fiumana e in politica interna l’assorbimento della parte riformista del socialismo e il rafforzamento dello Stato nei suoi organi di polizia. Egli era aprioristicamente combattuto dalla Destra come svalutatore della vittoria. I giornali nazionalisti e fascisti lo ingiuriavano volgarmente (Cagoia era il temine più usato n.d.r.), dipingendolo alla pavida borghesia come ebbro di dissolvimento”

Nenni poi descrive D’Annunzio come una sorta di “signorotto medioevale” che aveva costruito una sorta di sua “signoria” a Fiume e Mussolini come ancora piuttosto ondivago tra smania di popolarità, frustrazione per l’insuccesso elettorale e velleità di riavvicinamento alle masse socialiste. In realtà D’Annunzio aveva messo in atto un esperimento straordinario che stava funzionando alquanto bene, almeno rispetto a ciò che contemporaneamente accedeva in Italia o in altri paesi, soprattutto, almeno inizialmente, per la sua coesione sociale e per la capacità di mettere in atto i suoi intenti, anche se ovviamente in condizioni disperate e con non pochi sbandamenti interni dovuti più che altro alle stravaganti personalità che lo animavano. Mentre Mussolini, come suo solito, da una parte cercava consensi nei ceti impiegatizi e in tutti coloro che erano impauriti e, come abbiamo visto, ebbri di “pericolo bolscevico” e dall’altra cercava finanziamenti per il suo movimento. Ma finché D’Annunzio gli rubò la piazza, per lui ci fu poco da fare..anzi, fu proprio Mussolini ad essere accusato di voler rubare persino le sottoscrizioni per D’Annunzio dopo averle raccolte, anche questo è un episodio interessante e un po’ trascurato del 1920..

© 9 Continua

Carlo Felici

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