venerdì, 20 Settembre, 2019

Ci può essere vera e conseguente giustizia per Matteotti e per tutti i riformisti?

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“Matteotti, riformista del futuro”: l’articolo di Walter Veltroni riportato dal “Corriere della Sera” del 3 aprile 2019 richiama perfettamente il significato dell’opera, oltre che del sacrificio estremo, del socialista Giacomo Matteotti, che a conclusione dell’articolo viene qualificato come “leader morale e politico della sinistra italiana”. Benissimo. Ma Veltroni dovrebbe essere conseguente, cosa che gli ex-comunisti come lui sono restii ad essere. Da quello che viene definito ‘Pantheon della sinistra’ dovrebbe infatti escludere finalmente personaggi che hanno infangato l’opera di Matteotti e di altri riformisti. Parlo di Antonio Gramsci, la cui immagine campeggia ancora nelle sedi del PD: il corpo di Matteotti era appena stato ritrovato dilaniato e sul suo “L’Ordine Nuovo” l’aveva insultato come “pellegrino del nulla”, sostenitore di “idee senza risultato e senza vie d’uscita”.

Veltroni ha ricordato Matteotti come intellettuale fecondo, promotore cioè di un “pensiero pratico” a fianco della gente umile, “radicato nel territorio”, distante da ogni forma di “astrattezza”, un “eroe tutta prosa”. E invece Gramsci fu pronto a insolentire quel corpo ancora insanguinato con un frasario cinico e derisorio. Non fu l’unico capo comunista ad essere tanto indegno. Contro quei riformisti – lodati da Veltroni, insieme a Matteotti – come Turati e Rosselli, si scagliò con ferocia il leader comunista Togliatti, pronto a definire il primo come portatore di tare e difetti che lo bollano quale “social-traditore” e “nemico del proletariato”; e ad accomunare l’opera di Rosselli “Socialismo liberale” addirittura ad “una gran parte della letteratura politica fascista”.

La malvagità politica (e umana) poteva arrivare fino a tanto?

Nicola Zoller

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